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L'ANTIDOTO

scritto da Vincenzo Blandamura

 

 

Li avevo avvertiti. Coglioni, li avevo avvertiti.

Non riuscivo a pensare ad altro, mentre sedevo in un vicolo umido, nascosto dietro una pila di cassette di legno fradicie e maleodoranti. Vicino ai miei piedi c’erano gli avanzi della cena di qualche inquilino del palazzo accanto. In quel buio quasi totale, distinguevo solo il verde striato di una buccia di anguria. Nonostante la nausea il mio stomaco borbottò, lamentando le molte ore di digiuno.

 

Quando avevo trovato il messaggio di Sandro sul telefonino, la sera prima, credevo fosse uno scherzo. L’avevo subito chiamato.

«Allora, cos’è? Una presa per il culo?»

«Ola, amigo. No, affatto. Domattina è il nostro grande giorno. Ci siamo tutti, no?»

«Forse hai un piccolo vuoto di memoria. Domani è Domenica, la facoltà è chiusa. Chi ci viene ad aprire, il fantasma dell’opera?»

«Diffidente, eh? Tu presentati domattina alle otto a Piazza Bologna, e fidati.»

Mi fidai.

 

Come al solito ero il primo ad arrivare. Non che fossi un tipo molto puntuale, nella media, piuttosto erano i miei colleghi ad essere un branco di ritardatari. Passeggiai per alcuni minuti davanti all’entrata sbarrata delle Poste, mentre un leggero vento gelido mi entrava nel collo del cappotto e mi faceva rimpiangere di non aver preso la sciarpa. Finalmente, vidi in lontananza Manuel. Arrivava senza fretta da Via Lorenzo il Magnifico, con l’inseparabile valigetta piena di cianfrusaglie inutili. Nell’altra mano aveva un sacchetto di carta.

«Piano, Manuel. Non ti affaticare!», lo rimproverai, con voce esageratamente premurosa.

«Che fretta c’è? – osservò quando fu giunto a pochi passi da me – non c’è ancora nessuno…»

Decisi che la prossima volta sarei arrivato con un quarto d’ora di ritardo, tanto per armonizzarmi al gruppo.

«Cornetto?», disse, porgendomi il sacchetto di carta. Sorrisi e accettai la colazione. Nonostante tutto, erano dei buoni amici. Anzi, dopo quattro anni di università passati insieme, lontano da casa, erano diventati un po’ la mia famiglia.

 

Mi rannicchiai nell’oscurità. Fuori del vicolo due signore parlavano a voce alta di una tintura per capelli. Il rumore del traffico era lontano, ma in un certo senso mi confortava, mi ricordava che il mondo era pieno di persone. Eppure mi sentivo così solo…

Qualcosa si mosse nel bidone dei rifiuti, a qualche metro da me. Un gatto grigio ne uscì con un balzo, come se avesse improvvisamente scoperto che lì dentro c’era una bomba ad orologeria.

 

«Vorrei tanto sapere tra quanto cazzo ha deciso di arrivare… sono le nove e mezza passate!», protestai, visibilmente irritato.

Sandro mi guardò con la sua solita faccia placida, e mi batté una mano sulla spalla. «Rilassati. Avrà trovato traffico.»

«Certo, come no. Da stamattina avrò visto passare al massimo dieci macchine… la domenica la gente dorme, beata lei... Uff, eccolo.»

Albert inchiodò i freni della Uaz, e tirò giù il finestrino.

«Ci siamo tutti?»

«Ola, compañero. Puntuale come la muerte!», rise Sandro.

 

Alberto, Albert per gli amici, con il suo Loden sdrucito, le Stan Smith vecchie di un decennio e gli occhiali eternamente sporchi, si adattava perfettamente alla sua jeep diroccata, che aveva comprato due anni prima ad una svendita di ex automezzi del Corpo Forestale dello Stato.

Eppure, era uno degli esempi più lampanti di “genio”. All’università aveva una media impressionante, ma non l’avevo mai visto studiare in vita mia. Ogni volta che ero entrato nel casino infernale della sua stanza l’avevo trovato a giocare alla Playstation, seduto tra i suoi scatoloni pieni di libri, componenti elettronici, carcasse di vecchi PC e Dio solo sa cos’altro. La Play, per inciso, l’aveva costruita lui, assemblando parti della Sony con altre rimediate qui e lì, e collegata al sistema Hi-Fi e al vecchio TV color della Grundig.

A detta sua e di chiunque l’avesse provata, me compreso, era notevolmente migliore dell’originale.

Ma non era solo per cose come queste che lo chiamavamo con lo stesso nome di battesimo di Einstein. C’era qualcosa in lui, qualcosa di indefinibile. Riusciva a venire a capo di qualsiasi problema, tecnico o scientifico che fosse, con una semplicità disarmante. Sembrava che ancora non esistesse qualcosa che potesse metterlo in difficoltà.

A pensarci bene, era strano che avesse scelto di iscriversi a Biologia come noi. Io l’avrei visto meglio a fare l’ingegnere elettronico, informatico, o qualcosa del genere.

Per dargli tutto questo, però, la natura aveva voluto qualcosa in cambio. Era un ragazzo di aspetto piuttosto sgradevole, un bel po’ sovrappeso, e la calvizie precoce lo faceva sembrare ben più anziano dei suoi ventiquattro anni.   

«Qualcuno vuole spiegarmi cosa andiamo a fare in facoltà?», esordii, appena mi fui accomodato sul sedile posteriore accanto a Sandro.

«Un esperimento.», mi rispose Manuel, guardandomi dallo specchietto retrovisore. «Roba potente.»

Dal tono della sua voce capii perfettamente che quei tre stronzi non mi avrebbero detto niente di più.

Volevano farmi una sorpresa.

 

Sentii l’autobus svoltare la curva, e mi sporsi da dietro il mio riparo. La fermata era vicina, ma decisi di rinunciare, c’era troppa gente ad aspettarlo. Non potevano vedermi così. Avrei atteso il successivo.

Appoggiai di nuovo la testa alle mura umide del palazzo, e lessi scrupolosamente, tanto per ingannare l’attesa, il manifesto affisso sulla parete opposta. Parlava della guerra in Palestina.

 

Parcheggiata la Uaz a Viale Ippocrate e raggiunto il cancello esterno, eravamo stati costretti a scavalcare l’inferriata. Nel cortile della facoltà non c’era anima viva. Sandro si frugò nelle tasche e ne tirò fuori la chiave del portone principale.

«E quella?», chiesi.

Mi dedicò un sorrisetto compiaciuto. «L’altra sera sono rimasto qui ad aiutare l’assistente di Citologia.», spiegò. «C’eravamo solo io e lui, in facoltà. Gli ho detto che andavo a comprare le sigarette, e gli ho chiesto le chiavi del portone. Così non si sarebbe alzato per venirmi ad aprire, ho detto. Lui mi ha dato le chiavi, sono corso da mio zio e mi sono fatto fare una copia.»

«Tuo zio? Fa le copie delle chiavi?»

«Già. Quando ha venduto la ferramenta ed è andato in pensione, quello che l’ha presa ha voluto rimodernare tutta l’attrezzatura. Così lui si è portato a casa la macchinetta per duplicare le chiavi. Dice che può essere sempre utile.»

 

L’esperimento, neanche a dirlo, era frutto di un’idea di Albert.

Raggiunti i laboratori del primo piano, sistemammo le nostre cose sull’appendiabiti. La grande sala piastrellata di azzurro odorava di medicinali e di alcool.

Per prima cosa occorreva procurarsi tutto quello che ci sarebbe servito in seguito. Mi dissero di farmi un giro e di trovare dei guanti in lattice, alcune siringhe, delle provette per esami ematologici, dei vetrini da microscopio e altre cose che ho ormai dimenticato. Manuel e Sandro sgombrarono e pulirono accuratamente il bancone principale del laboratorio, mentre Albert sparì dietro una porta e tornò soltanto dopo venti minuti abbondanti. Aveva uno scatolone di cartone sotto il braccio sinistro, e appeso all’indice della mano destra un oggetto coperto da un telo bianco. Ad ogni passo, lo scatolone tintinnava.

«Qui dentro ci sono otto topolini da laboratorio», annunciò, appoggiando l’involucro sul bancone di laminato plastico. Tolse il telo, rivelando una comune gabbietta metallica, di quelle che si usano per gli uccellini e i criceti. «Mentre qui», continuò, adagiando delicatamente lo scatolone ad una certa distanza dai roditori, «abbiamo i ferri del mestiere».

 

I minuti passavano lentamente mentre rimanevo immobile, fissando le stelle attraverso la stretta fessura tra i due muri dei palazzi che incombevano su di me e sembravano volermi inghiottire.

Cosa succederà domattina? Continuavo a chiedermi.

Tutto intorno, i rumori diventavano sempre più radi, sempre più lontani, ma ad ogni fruscio sobbalzavo, i nervi tesi fino allo spasimo.

 

Nello scatolone c’era un’invidiabile collezione di sostanze chimiche e composti di ogni tipo, da sospensioni di elementi metallici a preparati contenenti proteine naturali e artificiali, enzimi, macromolecole di sintesi e campioni di tessuti organici di varia provenienza. Una sorta di versione per adulti del “kit del piccolo biologo”. 

Albert si accomodò su uno sgabello, e mi rese finalmente partecipe delle sue elucubrazioni:

«Come voi ben sapete, esistono delle malattie piuttosto gravi che agiscono impedendo al nostro organismo di far coagulare bene il sangue: anemie secondarie, clorosi, leucemia midollare, e altre “cosette” del genere» disse, guardandoci ad uno ad uno. Tutti annuimmo. «Bene. Senza perderci in dettagli inutili e noiosi, vi annuncio che ho creato l’antidoto a queste malattie: le superpiastrine». Sorrise. «In parole povere, una sostanza che immessa in circolazione coagula le ferite. Le malattie che vi ho detto causano la piastrinopenia, cioè la distruzione delle piastrine. Questa sostanza contiene delle piastrine sintetiche che invece se ne strafottono della malattia e intervengono in aiuto delle vere piastrine. Ho inoltre fatto in modo che non siano distrutte dalla milza, perché altrimenti ci sarebbe bisogno di una continua immissione di superpiastrine nel sangue. Mi spiego: le piastrine normali sono continuamente prodotte dall’organismo, e vengono riciclate distruggendo le vecchie nella milza. Le mie superpiastrine – che ho battezzato col termine scientifico di “ipertrombociti” – rimangono in numero costante nel sangue. A meno che ovviamente non ci sia bisogno di loro. Quando ciò dovesse accadere, per reintegrarle basta fare delle iniezioni periodiche con il preparato di mia invenzione.»

Ci guardò di nuovo, raggiante. «Sveglia ragazzi! Non capite? Stiamo scrivendo una pagina di storia!»

«Di che cavolo sono fatte?», intervenni.

Albert si accigliò, interpretando probabilmente la mia domanda come una mancanza di fiducia nei suoi confronti. «Beh, farai fatica a crederlo. Derivano da una varietà di argilla particolarmente sottile, che ho leggermente modificato a livello atomico, e trattato con emulsioni organiche. Quest’ultima cosa ovviamente per non provocare rigetto. Sarebbe un po’ lungo da spiegare, diciamo che sono delle specie di sandwich: due lamine d’argilla trattata sigillate ai bordi tra le quali ho racchiuso delle sostanze che normalmente partecipano alla coagulazione. Ho fatto in modo che si comportino più o meno come le piastrine normali, cioè che si addensino in prossimità delle lesioni dei vasi e liberino il loro contenuto nel plasma.»

Lo guardammo senza fiatare.

Nonostante i quattro anni passati insieme Albert riusciva ancora a stupirmi, ogni tanto.

«Ora, però, poiché il tutto è da dimostrarsi, dovrete aiutarmi a testare le superpiastrine su queste cavie.»

«Vuoi testarlo sui topi?» sbottai. «Senti, Albert, io ti stimo molto, e lo sai. Ma mi sembra che sia un po’ troppo presto per iniettare quella roba dentro le vene di qualcuno, uomo o topo che sia. Cazzo, stai parlando di malattie mortali, mica di un merdoso raffreddore! Non sei neanche sicuro che quegli ipercosi funzionino... »

Lui mi guardò, gelidamente «Funzioneranno. Ma sei vuoi andartene, nessuno ti trattiene.»

Forse stavamo veramente scrivendo la storia della biologia in quel momento, ma avremmo dovuto maneggiare cose più grandi di noi per poterlo fare. Mi costrinsi a rimanere calmo e cercai di fidarmi del mio amico. Finora non ha mai sbagliato un colpo, mi ripetevo, per farmi coraggio.

Alla fine scrollai le spalle e mi voltai. «Almeno stiamo attenti a non fare cazzate.»

Senza perdere tempo a rispondermi, Albert iniziò a frugare nello scatolone e ne tirò fuori un recipiente di polistirolo, con il coperchio chiuso da molti giri di nastro adesivo nero.  Lo liberò delicatamente, appoggiando poi con cura la scatoletta aperta sul banco di lavoro. «Ok, mettetevi tutti i guanti di lattice, e datemene un paio. Toccate solo quello che vi indicherò, alcune delle fiale che vedete in questo recipiente contengono delle sostanze molto pericolose. Non fate gli scemi o la vostra carriera di scienziati potrebbe anche finire ancora prima di cominciare.»

Prese con attenzione una fialetta con il tappo blu, la agitò per alcuni istanti, quindi ne inspirò il contenuto con una siringa. Poi aprì la gabbietta dei topi, e ne prese uno per la coda. Il roditore iniziò a dibattersi violentemente, mentre Albert controllava in controluce il contenuto della siringa. «Bene bene bene, le mie piastrine sono pronte. Manuel, fammi un favore: nello scatolone c’è una piccola bomboletta spray bianca. È un narcotico. Prendila e spruzzane un po’ sul nostro amico, che mi sembra un po’ agitato. Tappatevi tutti il naso.»

Manuel fece come gli era stato detto, e poco dopo il topolino penzolava inerte tra le dita di Albert.

«Non preoccupatevi per i topolini, casomai qualcuno di voi fosse amante degli animali. Sono affetti da neoplasie maligne che gli causano forme gravi di piastrinopenia, proprio come se avessero la leucemia midollare o quelle altre malattie che vi dicevo prima. In altre parole sto solo cercando di salvargli la vita, visto che allo stato attuale delle conoscenze mediche sono dei piccoli condannati a morte.»

Prese il topolino ormai addormentato tra il pollice e l’indice e gli iniettò alcune gocce della sostanza giallastra che si intravedeva nella siringa.

Poi lo rimise nella gabbietta, in uno scomparto separato.

Ad uno ad uno, tutti gli animaletti subirono lo stesso trattamento, finché nella gabbia non ci furono otto topolini addormentati.

«Ed ora», concluse Albert, togliendosi i guanti, «non ci resta che incrociare le dita e aspettare».

 

Dopo un’ora circa i topolini erano di nuovo svegli, e gironzolavano per la gabbia in preda ad una specie di moto perpetuo, scavalcandosi uno con l’altro quando si incrociavano. Mentre ero lì a guardarli, dal fondo della sala qualcuno soffocò un’imprecazione.

Sentii Manuel scoppiare a ridere, e mi voltai. «Ah ah ah, sei proprio un coglione».

Albert alzò gli occhi dal libro che stava leggendo. «Che succede? Sandro, ti sei fatto male?»

«Si, cazzo. Maledetto sportello!», ringhiò, colpendolo con una pedata. «Mi sono tagliato con un frammento di vetro. Evidentemente quando si è rotto lo stronzo che ha pulito ha pensato che era troppo faticoso staccare anche i frammenti dai bordi. Vaffanculo a lui. C’è un cerotto, per favore?»

Manuel, sforzandosi di rimanere serio, prese il disinfettante e la garza dalla cassetta dei medicinali appesa alla parete e iniziò a pulirgli il taglio. Ci vollero un bel po’ di cerotti per chiudere bene la ferita.

«È un brutto taglio», osservò Albert mentre Manuel rimetteva nella cassetta il disinfettante. «Vuoi che ti accompagniamo al pronto soccorso?»

«Non preoccuparti, amigo. Sopravviverò.»

Albert scrollò le spalle. «Come vuoi», mormorò. «Che ore sono, Manuel?»

«Le undici e venti.»

«Benissimo. Tra dieci minuti facciamo il primo prelievo per controllare la situazione. Prendetemi le siringhe pulite e rimettetevi i guanti.»

Prese la bomboletta del narcotico, lo spruzzò abbondantemente sopra la gabbietta e attese. Quando finalmente i topini furono di nuovo addormentati, ne prese tre a caso e prelevò loro un piccolo campione di sangue. Poi gli porsi i vetrini da microscopio e, dopo aver riposto gli animaletti nella gabbia, Albert preparò le tre strisciate da analizzare. «Prossimo prelievo alle tre e mezza. Fate quello che vi pare nel frattempo, ma lasciatemi lavorare in pace.»

Quindi, senza dire altro, si ritirò nel laboratorio vicino.

 

Quanto buio… Si era levata anche la nebbia… O erano i miei occhi a giocarmi brutti scherzi? Sentivo un peso insopportabile nel petto, un senso di oppressione incredibile, il respiro bloccato nella gola. Stavo male. Non capivo perché, ma stavo male. Nessuno si accorgeva di me, i radi passanti che fuggivano perdendosi nella notte, mentre i loro passi echeggiavano nel silenzio della mia mente, le automobili che illuminavano brandelli del muro di fronte, stridendo sull’asfalto umido e scivoloso. Nessuno. Il bus non si sarebbe fermato, non se fossi rimasto lì seduto a nascondermi. Ma non avevo il coraggio di alzarmi in piedi e uscire da quell’angolo di cui mi ero appropriato. Non avevo la forza di reagire. Volevo solo rimanere lì, da solo, con quel malessere che sembrava diventare sempre più insistente.

 

Le ore passarono. Non avevamo pensato a come trascorrere il tempo tra un prelievo e l’altro ma, improvvisando, con delle carte gettate in un angolo del laboratorio ricavammo una sorta di pallone avvolgendole molte volte con lo scotch. Nel corridoio, sistemati i due pali di una porta immaginaria, io e Manuel iniziammo un’accesa partita, con Sandro costretto dalla ferita a interpretare il ruolo di tifoso.

Quando fu finalmente ora di pranzo, senza disturbare Albert che era probabilmente sepolto sotto una montagna di carte – sentivamo lo scribacchiare continuo della sua penna attraverso la porta socchiusa – tirammo a sorte per chi doveva andare a comprare il pranzo. Come sempre quando c’era da assegnare una rogna a qualcuno, toccò a me. Perciò, un po’ borbottando ma costretto dagli eventi, mi avviai.

 

Fuori, l’aria era fresca nonostante il cielo limpido. L’inverno si avvicinava a grandi passi.

I bar vicino alla facoltà erano tutti chiusi, e camminai a lungo prima di trovarne uno dove acquistare qualcosa da mangiare. Volevo chiedere ai ragazzi cosa preferivano, ma quando mi frugai in tasca scoprii di aver lasciato il telefonino al laboratorio. Per fortuna avevo la scheda telefonica. Provai a chiamarli da un telefono pubblico, ma non ci fu verso di prendere la linea, probabilmente all’interno dei laboratori non c’era campo sufficiente. Mentre uscivo dalla cabina, ricordai di aver promesso ad un amico che quella sera l’avrei accompagnato al cinema a vedere l’ultimo film di Bruce Willis. Ma non ero più molto sicuro di averne voglia. Così, tornai dentro e lo chiamai.

Per cercare di svincolarmi dall’impegno, cedere alle sue preghiere ed organizzare alla fine tutti i dettagli della serata, ci volle quasi mezz’ora di discussioni. Tornai in fretta al bar e comprai dei panini senza chiedere neanche cosa contenessero – meno male che i miei tre amici erano assolutamente onnivori – poi mi avviai quasi correndo lungo la strada del ritorno. Ma nonostante questo, quando finalmente vidi in fondo alla strada la facoltà di biologia, erano le tre passate da un pezzo.

Ma porca… è quasi l’ora del prelievo. Dovremo aspettare per mangiare. Chissà come saranno incazzati gli altrimi staranno aspettando dietro la porta dicendomene di tutti i colori, pensavo, mentre scavalcavo il cancello e mi avvicinavo al portone.

Quando però lo spinsi verso l’interno e mi affacciai sfoggiando il mio miglior sorriso di scuse, non c’era nessuno ad aspettarmi.

«Ragazzi, dove siete? Non fate i cretini o butto nel cesso tutto quello che ho comprato.»

Silenzio.

Bastardi. Si sono nascosti, ora escono all’improvviso e mi saltano addosso.

Sentii respirare pesantemente dietro un angolo. Sulle prime mi parve una risata soffocata.

Eccoli.

Mi acquattai dietro il muro e feci capolino. Ma quella che avevo sentito non era una risata. C’era Sandro, riverso in terra. Perdeva copiosamente sangue dal braccio.

«Oddio Sandro, che cazzo hai fatto? Dove sono gli altri? Aiuto! Manuel, Alberto, c’è Sandro che sta male! Dove cazzo siete?»

Lo voltai. Guardava nel vuoto, completamente imbrattato dal sangue che continuava a traboccare in piccoli fiotti dal taglio che si era procurato poche ore prima. La ferita si era riaperta, e i cerotti ormai zuppi di sangue si erano staccati dalla pelle. Mi tolsi la cinta e gli fasciai strettamente il braccio al di sopra della ferita. Il sangue sembrò rallentare un po’. Stavo per alzarmi e cercare gli altri ma lui mi afferrò debolmente per il braccio.

«Sei tu che… strillavi… poco fa? Non… lo fare più, t…ti prego.»

«Madonna, tu stai male. Ma dove sono quei due stronzi?»

«Albert ha… voluto anticipare la seconda analisi perché, aveva notato delle cose strane… nel sangue dei topi. Li ha spruzzati col narcotico ma… uno dei topi era ancora sveglio… lo ha morso e… è scappato… sotto una scrivania… lui s-si è disinfettato ma… dopo qualche minuto ha cominciato a sudare, e… e urlava... poi è caduto a terra, e tremava, e… ha rigettato sangue. Ho cercato di pulirlo ma… lui mi ha morso la mano… me l’ha morsa forte», tossì, mostrandomi la mano destra, avvolta in un fazzoletto intriso di sangue. Quando lo tolsi, per poco non gli vomitai addosso. Aveva due dita tranciate a metà, e dai monconi perdeva ancora più sangue che dal braccio. Rimisi il fazzoletto al suo posto, in preda al panico.

«Devo chiamare un ambulanza. Prendo il telefono e torno.»

«No, aspetta. Dove… dove ce l’hai?»

«L’ho lasciato nel laboratorio.»

«Non entrare. Ci sono… i topi. Dopo avermi morso… Albert si è alzato e ha… ha iniziato a spaccare tutto. Io sono fuggito, mi sono… fermato sulla porta e… gli urlavo di calmarsi… Ma lui ha buttato lo scatolone con tutte le provette per terra, Manuel è scappato… si è appiattito contro la parete e lui… oddio», piagnucolò, «non… non lo so perché… ha preso un… un flacone di acido… e l’ha lanciato addosso a Manuel… lui ha iniziato a strillare fortissimo… ancora lo sento strillare…» Provai ad ascoltare, ma sentivo solo il suo respiro strozzato, e le lacrime salirmi agli occhi. «Poi è caduto a terra… fumava tutto… e Albert ha iniziato a ridere, poi ha preso la gabbietta e l’ha tirata contro il muro… i topi sono usciti tutti, gli sono saliti addosso e l’hanno morso. Io ho chiuso la porta… e ho sentito Albert ridere… poi ha pianto, e poi ha urlato… e poi non ho sentito più nulla… sentivo solo gli strilli di Manuel… ancora li sento… E tu? Li senti?»

Annuii, mentre piangevo. Se fossi rimasto, forse avrei potuto fare qualcosa per loro…

Ma non era il momento di abbandonarsi, volevo salvare almeno Sandro. Era l’ultima cosa che potevo tentare. Decisi di affrontare i topi, e ignorando le sue proteste scomposte mi avviai verso il laboratorio.

Aprii lentamente la porta, stando bene attento a non fare il minimo rumore. La prima cosa che notai fu il fortissimo fetore di acido cloridrico. 

All’interno, il neon illuminava la scena a intermittenza. Albert era sdraiato su un fianco, a pochi passi di distanza. Aveva la faccia completamente devastata dai morsi dei ratti, che erano sparsi sul pavimento a pochi passi da lui. Li contai frettolosamente. C’erano tutti e otto. Lì vicino c’era anche metà del mio telefonino, col display completamente in frantumi.

Accanto alla parete opposta c’era il cadavere di Manuel, con la faccia e il busto completamente corrosi dall’acido. Mi inginocchiai vicino al suo corpo straziato. Le esalazioni dell’acido si mescolavano all’odore dolciastro della carne bruciata. Aveva le orbite completamente vuote, la parte sinistra del volto ridotta ad una confusione di carne informe. Tra le ciocche di capelli castani biancheggiavano le ossa del cranio.

Mi voltai e corsi via da quell’incubo.

Devo uscire, cercare aiuto. Avvertire qualcuno.

Avrei medicato Sandro alla meno peggio, poi sarei corso al Policlinico a fare un casino infernale finché non avessero mandato un ambulanza.

 

Passando accanto al mio amico, però, mi resi conto che non respirava più.

Mi chinai su di lui, gli tastai il polso. E mi lasciai andare a un pianto dirotto.

 

Fa freddo, quaggiù nel vicolo. Fa freddo e mi sento solo. Sono scappato lasciando i corpi dei miei tre amici sul pavimento di linoleum. Non ho neanche chiamato la polizia. Ho paura che diano a me la colpa di tutto, ho paura che mi facciano delle domande, e che non mi credano quando racconterò loro la verità.

Mi sono salvato per miracolo, e ho paura che l’incubo ora inghiotta anche me.

O forse… non mi sono salvato affatto. Questa paura, questa solitudine. Questa è la mia parte di incubo.

 

Dicembre 2001

 

 

 

RACCONTO SELEZIONATO (2° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001

 

 

 

VINCENZO BLANDAMURA

Vincenzo Blandamura è nato a Roma il 3 marzo 1973. Laureando in ingegneria edile, appassionato di letteratura fantasy, è poeta ancor prima che narratore del fantastico.

La poesia “guerra” sarà presto inserita nella raccolta “una poesia per la pace” delle edizioni IL FOGLIO. Altre sue poesie sono state pubblicate sul sito internet bibliotopo http://bibliotopo.8m.com

Nel 1992, il suo racconto breve "La via della felicità" è stato inserito nella raccolta “La risposta”, edita della casa ed. Lombardi di Roma.

Alcuni dei suoi primi racconti sono stati pubblicati ancora su Bibliotopo e sul sito crisolor999 http://crislor999.tsx.org.

Vincitore del Premio Vucciria 2000 con il racconto breve “Steve Murray”, pubblicato nella raccolta “35 trasgressori”, edizioni Malatempora, Roma.

A “Steve Murray” è stata anche dedicata la pagina della cultura del quotidiano “L’ora” di Palermo, nell’edizione del 26 aprile 2001.

Un suo racconto a tema fanta-archeologico, dal titolo "La sala sepolta", è stato selezionato dalla casa editrice Michele Di Salvo per una raccolta programmata per il Natale 2000, poi rimandata a data successiva.

Curatore della raccolta fantathriller “13 frammenti di mistero” delle edizioni GHoST pubblicata nel giugno 2001 – nella quale è presente il suo racconto “Il trono di pietra” – e della raccolta di fantascienza “mondi possibili e impossibili” delle edizioni IL FOGLIO che vedrà la luce a gennaio 2002, in cui si trova il suo racconto “diario mentale”, sta attualmente occupandosi del suo primo romanzo di genere fantasy, oltre che di numerosi racconti che spaziano su tutti i fronti del fantastico.

 

  

 

 

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