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L'APOSTOLA

scritto da Fabio Marangoni

 

 

A volte le strade possono sembrare interminabili vie della disperazione con i loro lunghi selciati di cemento e le genti agli angoli nelle pose più impensabili in balia del vortice della vita, era quello che pensava quella notte d’agosto a Città del Capo Kane Sergej Leonjdved, factotum nella vita, imbastitore di trame e guastatore di destini.

L’afa che rendeva la vita difficile a un occidentale sembrava non condizionare minimamente la vita notturna dei milioni di individui che affollavano il centro della capitale sudafricana dove la vita scorreva in un turbinio di suoni e sapori senza sosta come in un’eterna veglia al nuovo giorno. Si aggiravano frenetici per le vie, nel locali fumosi gestiti da grossi indiani, nelle ricche hall di hotel yankee o fra le tende di colorati bazar, tutti intenti ad assaporare con avidità ogni istante, ogni secondo condito da quell’aria tersa e densa dove i pensieri si impigliavano nella tela spugnosa del tempo.

Aveva preso una camera nella zona del porto in una pensione cadente gestita da un donnone che sembrava starsene molto sulle sue senza guardare mai in faccia chi gli stava di fronte. Salì la scalinata e verso il corridoio dove si affacciavano le stanze. “12”. Era la sua. Un odore di stantio lo invase quando la porta si fece da parte e davanti a sé si presentò una gabbia di calce gialla, spoglia e sporca, senza il cesso, alle pareti scalcinate un’improbabile stampa fiamminga che chissà come era finita lì, ai piedi del letto un magro comò con uno specchio e una sedia completavano l’arredo.  In fondo per dieci dollari al giorno non si poteva pretendere di meglio.

Non aveva avuto neanche il tempo di fare i bagagli in maniera decente, tanta era la fretta con cui aveva lasciato Berlino, ed ora mentre apriva la vecchia valigia di cuoio rivoltandone  lo scarno contenuto si accorgeva di quanto avesse lasciato di indispensabile a casa. Solo un pantalone, due camiciotti cachi, acqua di colonia, qualche Havana, un caricatore e la P38. Nient’altro.

Sverso sul letto non gli riusciva di chiudere occhio così mentre fumava poteva sentire il vociare degli altri ospiti provenire dalle scale mischiarsi con il brusio dei passanti che si recavano in una delle numerose bettole dove si faceva jazz nella strada sottostante. Non restava che aspettare il nuovo giorno quando finalmente avrebbe saputo perché si trovava lì quella notte d’agosto.

 

 

Il sole non tardò il suo vecchio appuntamento con le aride terre d’Africa e presto la luce invase la stanza che sembrò subito popolata di mille pulviscoli piumati che galleggiavano sospesi nell’aria. Kane Leonjdved era riverso a terra con i resti dell’Havana fra le dita e la cenere sul bavero, fu la proprietaria a trovarlo così quando lo invitò a scendere per ricevere una telefonata. Ancora assopito percorse il corridoio e rotolò per le scale afferrando al volo il ricevitore.

“Pronto... è lei Signor Leonjdved.... mi sente....” fece la voce all’altro capo.

“Si certo... sono io... chi è lei?”

“Sono Kent Roshmit funzionario della sicurezza a Città del Capo, sono stato io a farla chiamare a Berlino ricorda?”

“Ah si certo... ricordo...”

“Avrei bisogno di incontrarla per parlare del nostro problema... la aspetto fra mezz’ora davanti alla caffetteria Rouss dietro i giardini, sa dov’è no?”

“Credo di sì.”

“Bene. Allora l’aspetterò là.” E staccò.

Tornò su nella stanza prese la P38 e la sistemò nella cintola dietro la schiena e uscì in strada. Erano quasi le dieci del mattino e la via era percorsa da colori differenti mentre a fianco scorrevano le macchine. Si poteva sentire, data la vicinanza del porto, arrivare i grossi mercantili e attraccare con il loro carico d’uomini e cose, fra l’agitazione generale della ciurma e le operazioni di scarico e trasporto. Nei vicoli alcuni bambini schiamazzavano rincorrendo la palla e alcune donne attraversavano la strada con grosse ceste verso la piazza del mercato.

Il caffè Rouss non distava molto, circa due isolati dalla pensione, proprio vicino ai giardini pubblici, una delle tante oasi verdi della capitale sudafricana dove si poteva trascorrere qualche momento di pace all’ombra di enormi sequoie, sul davanti vi erano alcuni tavolini e un paio di vecchi discutevano animatamente davanti a un gin.

Giunto in prossimità del locale iniziò col guardarsi intorno per cercare il tizio della telefonata, solo in quel momento si accorse che non sapeva minimamente che faccia avesse e lo stesso valeva per lui.

Dopo un quarto d’ora si accorse che un piccoletto in panamese continuava a fissarlo con fare tra l’interrogativo e il dubbioso finché non si fece avanti.

“Mi scusi... lei è il Signor Leonjdved?” Domandò.

“Kent...”

“Kent Roshmit piacere! Accidenti ho dimenticato di dirle come riconoscermi....mi chiami pure Kent...”

“Come vuole... allora Kent che si fa?”

“Venga, mi permetta di offrirle qualcosa, sa davanti a un bicchiere si ragiona meglio...”

 

 

Si sedettero fuori, sotto il telone bianco che riparava i malcapitati dal sole, e presero due scotch lisci.

Il tizio che gli stava di fronte era un omino abbronzato e un po’ calvo, un europeo trapiantato lì da chissà quanto tempo, che giocherellava con il bicchiere e amava pavoneggiarsi con completi da snob.

Aveva l’espressione di chi vuol far vedere di saperla lunga, l’occhio lucido e sempre basso quasi mai rivolto a chi gli stava davanti.

“Bene signor Leonjdved veniamo al dunque... come le ho detto per telefono mi occupo della sicurezza qui a Città del Capo e le assicuro che di lavoro qui c’è ne parecchio... non è tutto calmo come sembra... dicevo... circa tre mesi fa nella zona sud orientale vicino a Port Elizabeth durante gli scavi per la posa di un gasdotto è venuta alla luce una strana costruzione... di quelle che...”

“Cosa mi sta raccontando Kent? Eh?... non sono mica un dannato archeologo io!”

“Si si lo so, signor Leonjdved si calmi e mi lasci spiegare... dicevo che in questa zona sono state ritrovate in passato incisioni e pitture rupestri attribuite ai Boscimani e agli Ottentotti del I° millennio a.C. ma mai una costruzione di quel tipo, sembra una necropoli...”

“Che vuol dire?” Intervenne con disappunto e sempre più spazientito. Accese un Havana.

“Vede la materia ci è sconosciuta... noi vorremmo che lei vedesse personalmente questo coso, qui nel nostro Paese gli esperti sono pochi e...”

“Tutto qui? Lo sa quanto costerà al suo Paese la mia occhiatina? Circa ventimila dollari.”

“Non è tutto qui... ci sono di mezzo le multinazionali, sa stanno facendo pressione...”

 

 

7:20 di mattina.

Foresta africana nei dintorni Jansenville, scavi per la posa del gasdotto tra Kiwanti-Rovenji.

“Ecco siamo arrivati” La vecchia Jeep frenò bruscamente sullo spiazzo sterrato dando dei violenti scossoni agli occupanti. Un rete metallica emergeva fra l’erba alta e recintava una zona piuttosto ampia nella quale sembrava aprirsi un cratere, un voragine di terra che inghiottiva due operai che venivano fuori lentamente mostrandosi ai loro occhi senza la minima fretta e sorpresa.

Si avvicinarono e salutarono con il rispetto tipico del subordinato il suo compagno. Poi li scortarono fino al cancello di ingresso aperto nella maglia metallica e stettero da parte senza proferire parola. Ora quello che si presentava alla vista era una grossa fossa profonda una decina di metri dalla sagoma incerta ma piuttosto squadrata con degli strapiombi che fecero subito indietreggiare Leonjdved preso da un senso di vertigine.

“Che ha? Si sente male?” Lo interrogava uno degli operai tenendolo per un braccio.

“Si si... mi lasci...”

Oltre la barriera metallica era un altro mondo: la vegetazione folta era ovunque, alta e selvaggia invadeva ogni centimetro di terra e aria senza lasciare uno spiraglio di luce, fusti di sequoie giganti toccavano l’arco celeste di una mattina d’agosto in cui si respirava ancora quell’aria rarefatta e leggera che sembrava provenire da sotto, da una fantastica fucina di aromi del passato, che sapeva di rugiada e brillava fra il verde intenso delle foglie e si spargeva ovunque come un seme magico.

La terra calda si sfogliava sotto i suoi passi mentre si avvicinava allo scavo vedeva sempre più i contorni scuri di una porta che emergeva come dal nulla dal fango argilloso dei mesi di piogge estive, la terra intorno le si apriva come fosse stata separata dalle mani del vento... due blocchi di pietra sostenevano una trave posta sopra di essi mentre intorno emergevano le mura di grossi blocchi accostati tra loro con estrema cura e precisione. Giunto dinanzi all’entrata dovette chinare il capo perché era piuttosto bassa - “Lei non viene?”  “No guardi preferisco aspettarla fuori... tenga questa le servirà” E gli porse una torcia.

In effetti dentro regnava l’oscurità e la luce mattutina svelava appena lo stretto corridoio che si apriva davanti a lui, dandogli un senso di chiuso e la sensazione di respirare un’aria appartenuta a tempi lontani dove gli uomini speravano ancora... la luce era insufficiente e continuamente dirigeva il suo fascio ora sulle pareti, trasudanti umidità che formava tante goccioline che sembravano scandire il tempo con il loro continuo cadere a terra, ora dove metteva i piedi... fino a trovarsi di fronte una camera....era di forma circolare perfetta, quasi un ellisse deformato sulle punte, con al centro un rialzo su cui poggiava un grosso cilindro... dall’altra parte si apriva una nuova porta...

La sua attenzione fu catturata soprattutto dalle pareti, le quali sembravano essere formate da un blocco unico, non una giuntura o uno stacco fra l’una e l’altra, pareti alte poco più di due metri ma lunghe almeno una ventina, su cui erano tracciate righe concentriche parallele al suolo che sembrava separassero le raffigurazioni che racchiudevano al loro interno, incisioni soprattutto, nel rossastro del granito polveroso, di uomini in atteggiamenti di devozione, preghiera, animali sacri... segni rupestri tracciati nel vivido beige della materia, linee dure e decise accanto a cerchi astrali... un rostro spuntava da un lato e la luce fievole lo segnava come l’occhio magico accentuandone le zone d’ombra e risaltandone il profilo severo...

Avanzò di qualche passo fin davanti alla pietra posta in centro, larga e imponente tanto che un omone come lui non riusciva a cingerla con le braccia,  così si sporse in avanti per studiarla meglio.

In centro era scavata, vuota, le pareti spesse un palmo, uno strano odore lo colpì quando vi immerse il capo, di marcio, un sapore acre misto al rappreso gli lasciò l’impronta sul palato come un vino inacidito, sul fondo nero non vi era che sabbia e qualche strano insetto che vi aveva trovato riparo.

Stava per uscire da quella catacomba tanto era la polvere che aveva inalato quando la sua curiosità morbosa lo spinse a visitare la stanza al fondo. Tornò sui suoi passi, si chinò e superò l’apertura... piccola, sei metri per tre circa, più bassa delle altre e più umida a quanto pareva, vi era solo una grossa lastra in cima a un basamento ma non era di pietra come il resto di quello che si trovava là sotto, bensì verde, verde come la giada, intarsiata per tutti i due metri circa della sua lunghezza di sfumature opalescenti...

...certo un gioiello dell’arte di quel popolo sconosciuto eppure... qualcosa non sembrava essere al suo posto, sembrava aver passato un sottile confine che lo separava da quei giorni lontani dimentico ormai, era il tavolo: nella parte centrale pareva più consumato che verso l’esterno, le incisioni meno profonde e confuse, un’ombra, come d’una sagoma d’uomo e poi... qualcosa di liquido... non acqua... qualcosa di freddo e denso, bianco...

Corse fuori spinto da un senso di nausea misto a vomito.

“Oh! Eccola finalmente... è da due ore che è la sotto...” Se ne stava là, come un dio pacioccone in cima all’argine “... che mai ci avrà trovato là dentro...”

Leonjdved lo ignorò completamente senza dargli risposta.

“Ma che modi....”

“Senta, domani avrà le sue risposte, ora mi riporti al mio albergo”

Giunse alla pensione verso mezzogiorno, giusto in tempo per il pasto, un brodoso stufato di manzo e non so che altro, poi si rintanò nella camera con l’intenzione di restarci fino al giorno dopo.

Erano quasi le dieci e riverso sul letto stava per lasciarsi vincere dal sonno quando...

“Si, avanti”

Davanti alla porta c’era la proprietaria della pensioncina. Leonjdved avvertì come un senso di colpa del tutto ingiustificato... acc... mi sbatte fuori..., poi si accorse che alle sue spalle c’era un’altra figura che però non distingueva chiaramente a causa del semioscurità che vi era nel corridoio.

Poi la donna finalmente parlò.

“Un regalo da parte del Signor Roshmit...” e si fece di lato.

Soffocò un oh a stento dallo stupore, sulla porta della sua stanza c’era una ragazzina mulatta, minuta ma ben fatta, che teneva il capo chino.

“Allora vi lascio soli” disse con un certo sarcasmo la donna.

Leonjdved era senza parole, Roshmit gli aveva accennato di come vivevano le ragazze povere della città ma mai avrebbe pensato di averne una tutta per sé. La guardò con attenzione, i capelli nerissimi raccolti in una coda, una maglietta fuori misura e una lunga gonna a fiori.

Si alzò e le prese il viso fra le mani sollevandolo... i suoi occhi... no... non era possibile... ebbe uno scatto... i suoi occhi ardevano come fuochi fatui... incenerivano l’anima... fiamme come serpi, senza coscienza, unico combustibile il tempo... un demone  risvegliato  dall’alcova........

 

 

 

 Dall'ebbro colle

     sciami d'uomini curvi

        sotto il peso delle loro coscienze

            scendono nella Valle dei Ricordi,

 

sicuri di trovare giusta condanna

                                                       alla loro dannazione.

 

 

 

Fabio Marangoni

Sono nato a Torino il 29/05/79.

Affascinato dalla scoperta, durante le scuole, dei francesi Baudelaire e Rimbaud, ho iniziato a comporre poesie riunite poi nella raccolta "Il sogno della crisalide", inedita.

Da qualche anno scrivo storie, soprattutto racconti brevi, incentrati sul mistero e sul fantastico ispirati da autori quali Poe in primis, Hoffman, Bierce, Leroux e Shelley ma anche e maggiormente dal movimento milanese della Scapigliatura.

Ho esordito editorialmente pubblicando il racconto "Le ceneri" sul volume "Visioni Infernali", edizioni GHoST.

Da un anno a questa parte collaboro saltuariamente con una prestigiosa rivista per adulti. 

  

 

 

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