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AUTORE: COMPUTER

scritto da Bob Freed

 

 

“Il Sonnambulo non sarà un assassino come gli altri,” disse Mark, rispondendo a uno dei partecipanti all’incontro.

“In che senso?” chiese una ragazza.

Mark bevve un sorso d’acqua e guardò i vari convenuti. “So che molti di voi s’appassionano alle storie di serial-killer. Quei tizi brutali che uccidono quasi sempre le donne.” Poi, con un mezzo sorriso, aggiunse: “O che mangiano carne umana.”

La ragazza, che indossava una maglietta nera con su scritto (in giallo) <killer>, fissò Mark con un’ironica aria di sfida. “Non le piacciono i serial-killer?”

“Non molto. E se ha letto i miei romanzi dovrebbe saperlo.”

Qualcuno rise. Mark tossì e poi riprese. “A lei dovrebbero piacere ancora meno, dal momento che le vittime dei serial-killer sono quasi sempre ragazze carine e che, dunque, potrebbe essere lei stessa la prossima vittima di uno di questi assassini.” Nella piccola sala si levarono un brusio e altre risate soffocate. “Ma, aldilà di questo, credo nell’immaginazione e preferisco raccontare storie che nella realtà non accadono. Convincere i lettori dell’esistenza di un fantasma è molto più difficile e affascinante, non crede?”

“Allora il Sonnambulo sarà un fantasma?”

“Quando leggerete il romanzo lo saprete,” rispose Mark.

“Non può anticiparci altro?”

Mark scosse la testa. “Uno scrittore deve sempre mantenere il segreto. E poi molte idee potrebbero cambiare mentre scrivo. Sapete, per certi versi credo nella teoria secondo cui l’autore è solo in parte responsabile dei propri romanzi. La storia prende forma in maniera autonoma.”

La ragazza, che pareva alquanto scettica e che stava già vestendosi per andarsene, gli si rivolse di nuovo. “Come?”

“Ah, questo non lo so. È un mistero.” 

Pochi minuti dopo, Mark stava uscendo dalla libreria quando gli si avvicinò la ragazza. “Quel discorso sulla storia che si forma da sola mi ha colpito,” gli disse.

Mark fissò la ragazza, cercando di capire se lo stava prendendo in giro. Gli sembrava una fanciulla troppo graziosa per interessarsi alle teorie sballate di uno scrittore del terrore.

Qualcuno sosterrebbe che sei solo un vecchio, irriducibile maschilista, pensò. Le donne non sono più quelle di una volta.

“Davvero? Ne sono lieto,” rispose alla ragazza, che continuava a guardarlo come se volesse ipnotizzarlo.

“Qua dietro c’è un bel locale appartato.” La ragazza s’allontanò di pochi passi.

“Lo so,” annuì Mark.

“Le andrebbe di parlarne meglio?”

Non c’è dubbio, si disse Mark: le donne sono cambiate, e il mondo con loro. Quand’era giovane lui, nessuna ragazza che avesse un po’ di sale in zucca si sarebbe azzardata a invitare in un locale appartato un sessantenne barbuto e mezzo alcolizzato che scriveva storie terrificanti. Ma se il mondo è cambiato, aggiunse, e cambiato in meglio, tanto vale approfittarne. “Certo,” rispose. Salutò l’organizzatore dell’incontro e seguì la ragazza.

 

***

 

L’ora che Mark aveva trascorso con la ragazza, che si chiamava Lynn, gli aveva lasciato addosso una sensazione strana. Sarà stato per una certa aria d’intimità che si respirava in quel bar, o per gli sguardi lanciati nella sua direzione dagli altri avventori, o ancora per il fatto che non frequentava donne da ormai molto tempo, ma ora Mark si sentiva quasi in colpa per aver accettato l’invito di Lynn. In fin dei conti si trattava di una ragazzina, almeno rispetto a lui, e poi perché lo aveva invitato? D’accordo, lui era uno scrittore abbastanza famoso nella cerchia di coloro che amavano le storie del terrore, e la ragazza sosteneva di apprezzare molto il genere e di voler imparare a scrivere. “Qualche racconto l’ho già scritto,” aveva detto. Naturalmente Mark s’era offerto di dare un’occhiata a quelle storie, però aveva pensato: una ragazza che scrive racconti dell’orrore invece d’andare in discoteca? Quello che aveva lasciato perplesso Mark era stato il tono vagamente inquisitorio della ragazza, che aveva velocemente cambiato argomento, passando dalla scrittura e i serial-killer alla vita privata di Mark. Sembrava interessarsi parecchio al fatto che sì, lui era stato sposato, ma per un breve periodo di tempo e molti anni prima, e che sua moglie lo aveva lasciato perché non sopportava la sua naturale predisposizione all’alcol e la scarsa attitudine ai rapporti sociali. No, non sapeva più nulla di sua moglie (che si chiamava Sandra), e non aveva figli.  

Certo, pensò Mark mentre sedeva alla scrivania con la macchina per scrivere davanti e un bicchiere nella mano destra, forse è normale che una donna s’interessi più ai sentimenti di un uomo che alla sua parte creativa. Quel che è meno normale è che uno scrittore abituato a manipolare i personaggi e la realtà, che plasma il mondo secondo le sue esigenze e, perché no?, anche la mente dei propri lettori, e che per di più ha una certa età e un aspetto rude, lasci che una ragazza di vent’anni s’avvicini tanto a lui da sfiorare la collisione.

Riuscì a smettere di pensare a Lynn e cominciò finalmente a scrivere quando ragionò che, con ogni probabilità, in quel momento la ragazza era in compagnia di qualche suo coetaneo e non ricordava nemmeno più il loro incontro.

 

***

 

Il Sonnambulo non è un assassino come gli altri, eppure ha l’aspetto di un uomo comune. Nessuno, vedendolo, direbbe: quello è un Assassino. Dentro di sé, però, il sonnambulo sa di non essere un uomo comune. È convinto d’essere il Male, d’essere stato mandato sulla Terra da Satana in persona per eliminare ogni traccia del Bene. In effetti, si muove come un essere sovrannaturale, e non ha bisogno di aprire porte o finestre per entrare nelle case delle sue vittime.

Non prova gusto ad uccidere, a spingerlo non sono l’odio o la follia. Semplicemente, sa che lo deve fare. Satana gli ingiunge di eliminare il Bene sotto forma di una determinata persona, e lui esegue, muovendosi sempre quando la luna è calata e il sole deve ancora sorgere. Non porta con sé alcuna arma, a uccidere sono le mani a forma di granchio, enormi, rosse e fiammeggianti come il fuoco dell’inferno; né si traveste in alcun modo. È sicuro che non lo prenderanno mai, perché il suo ruolo è quello di uccidere, fa parte dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, di qualcosa che sta molta al di sopra degli uomini.

Il Sonnambulo è un emissario di Satana. E Satana non permetterà mai che venga preso.

Mark smise di battere sui tasti e ricordò ciò che gli aveva detto Lynn. “Affermare che uno scrittore non può controllare la storia del suo romanzo una volta che l’ha ideato, non è una metafora per negare l’esistenza di Dio, e che l’universo non risponde ad alcuna legge se non a quella del caos?”

Lui s’era messo a ridere, e aveva aspirato una boccata dal mezzo sigaro. E rise ancora adesso, mentre ricordava quel momento. “Sei giovane,” le aveva detto. “Per questo vuoi trarre una verità da ogni pensiero. Io non ho affermato alcunché. Il mio è un semplice sospetto. Scrivere, e scrivere romanzi del terrore in particolare, è un atto misterioso. Spesso, mentre scrivo, ho la sensazione che a battere sui tasti non siano le mie dita. Che una forza sovrannaturale mi stia spingendo a farlo.”

Lynn lo aveva guardato con gli occhi che luccicavano. “Forse è per questo che i tuoi romanzi sono tanto paurosi. Non credi che dovresti scoprire se è davvero così? Se questa forza sovrannaturale esiste davvero?”

Probabilmente il motivo per cui Mark continuava a pensare a lei c’entrava relativamente con la sua bellezza, l’età e quel misto di ardore fanciullesco e carnalità che l’aveva sempre attratto in certe donne. Ciò che più gli era rimasto impresso era la serietà con la quale s’interessava alle parole di lui, agli argomenti che Mark considerava così distanti dalla realtà (buoni per uno scrittore che si perde in meditazioni inutili) e a cui invece Lynn sembrava attribuire un’importanza concreta.

“Non c’è nulla da scoprire. È qualcosa di sovrannaturale, te l’ho detto, o forse si tratta soltanto di una sensazione priva di fondamento. Ma se è un mistero, va lasciato mistero.”

Lynn s’era mostrata delusa, forse perché gli pareva assurdo che uno scrittore dell’orrore esprimesse una così scarsa partecipazione per un argomento che lei invece riteneva tanto affascinante. Lasciandosi, avevano promesso uno all’altra che si sarebbero rivisti. Mentre però Mark lo sperava senza darlo a vedere, Lynn s’era entusiasmata all’idea di rivederlo, ma in cuor suo non si faceva troppe illusioni. Uno scrittore famoso, aveva pensato, chissà quante cose avrà per la testa.

 

***

 

Invece Mark per la testa aveva soltanto Lynn. Di notte, poi, non ne parliamo. Piuttosto che trascorrere ogni ora a pensare a lei, senza riuscire a scrivere neanche una riga, preferì telefonarle, e al diavolo le conseguenze. Lynn gli disse che non si sarebbe mai aspettata che lui la chiamasse. “E un invito al cinema, te lo aspetti?” gli chiese Mark.

Naturalmente andarono a vedere un film dell’orrore e scoprirono che anche se Mark aveva più del doppio degli anni di Lynn, stavano bene insieme. Mark aveva sempre creduto che non fosse facile trovare una donna che amasse lo spaventoso, il sovrannaturale, il macabro, i mostri, e che non considerasse perlomeno strano (se non malato) un uomo che trascorreva gran parte del proprio tempo a immaginare e scrivere vicende terrorizzanti. Invece a Lynn non solo piaceva l’orrore, non solo provava anch’ella un indefinibile piacere a creare storie che facessero paura, ma con l’entusiasmo della principiante lo stava ad ascoltare per ore, senza stancarsi, e assorbiva ogni suo insegnamento.

Un giorno era tornata sull’argomento delle storie che si scrivono da sole. “Credo davvero che dovresti approfondire questa tua teoria,” gli aveva detto. “Scoprire il mistero che si cela dietro alla creatività umana. Potresti diventare il più grande scrittore, il più famoso, se ci riuscissi.”

“Sono già il più grande,” aveva replicato lui.

Ma Lynn era seria e lo fissava con trasporto. “Non è vero, e lo sai. Hai talento, e non lo sfrutti a dovere. Sempre a scrivere con quelle penne e con una vecchia macchina arrugginita. Produci poco, e così non sarai mai riconosciuto per quello che vali.”

Mark non s’era offeso per le parole della ragazza, né aveva ribattuto. Anzi, quello stesso giorno le aveva chiesto se voleva trasferirsi da lui, e Lynn aveva accettato, guardandolo però in maniera strana, come se stesse studiando un animale sconosciuto. E Mark non aveva potuto fare a meno di interrogarsi su quali pensieri s’agitassero dentro di lei.

 

***

 

Erano trascorsi circa tre mesi dacché vivevano insieme. Il romanzo intitolato “Il Sonnambulo” era uscito ormai da qualche settimana e, per dirla con l’ironia di Mark, non s’erano registrati assalti alle librerie di lettori divorati dalla febbre di procurarsene una copia. Lui non se ne stupiva e nemmeno poteva dichiararsi deluso: non era mai stato uno scrittore da centinaia di migliaia di copie vendute. Certo, questa volta era andata anche peggio del previsto, ma Mark non ne faceva certo un dramma. “Casomai cambierò genere,” ripeteva. “Così farò contento il mio editore.”

Chi la prese decisamente peggio fu Lynn. Tanto le stava a cuore la sorte di quel romanzo, che sembrava l’avesse scritto lei. Un giorno tornò a casa e disse che aveva ordinato un computer.

Mark era assorto nella lettura di un articolo del giornale. “Per chi?” le chiese distrattamente.

“Ma per te, no?”

Togliendo gli occhiali, Mark si voltò e la fissò corrucciato. “Non ho bisogno di un computer,” disse, e ripiegò il giornale.

“Sì che ne hai bisogno. Scrivi ancora con quella …” Lynn indicò la macchina per scrivere. “Con quella roba assurda.”

“È la mia macchina!” Per la prima volta da quando si conoscevano, Mark usò un tono alterato nel rivolgersi alla ragazza. “Ho scritto tutti i miei romanzi, con questa macchina. I primi racconti … tutto.”

Lynn gli si avvicinò e lo fissò dritto negli occhi. Poi prese le mani nelle sue. “Capisco quello che provi. Però non puoi continuare a scrivere con quei tasti che ogni tanto si bloccano. Ti deconcentrano, rallentano il tuo lavoro.”

“Cosa ne sai tu?”

“Lo so.”

Mark scrollò le spalle, staccandosi da Lynn ma senza la rabbia che avrebbe dovuto provare. “Sei una bambina viziata.”

“Lo faccio per te. Con un computer potrai scrivere più velocemente. E forse …”

“Forse cosa?”

“Una volta un mio amico mi disse che quando scriveva al computer, anche lui era uno scrittore o meglio, avrebbe voluto esserlo, aveva la sensazione che il computer scrivesse al suo posto. Per ciò mi colpì il tuo discorso sul mistero dello scrivere.”

“Che sciocchezze!”

Lynn sbuffò. “Immaginavo questo tuo commento. Ecco perché non te ne ho mai parlato. Possibile che uno scrittore che vuole rendere veritieri i fantasmi, poi non creda all’esistenza di fatti misteriosi?”

“Un aspirante scrittore che crede d’aver a che fare con un computer che scrive al suo posto non è un fatto misterioso,” sogghignò Mark. “È un’idiozia.” Poi aggiunse: “Anzi, è il sogno di qualsiasi aspirante scrittore.” Vedendo il volto rabbuiato di Lynn, l’abbracciò e sorrise. “Te l’ho già detto, cara: non è che io non creda ai misteri, è che preferisco se restano tali. Vedi, se alcune volte ho avuto anch’io l’impressione che le mie storie si scrivessero da sole, non per questo ho mai cercato di svelare l’arcano. Ho scritto tanti racconti sui fantasmi, ma sono racconti. Se sapessi che un castello è infestato da un fantasma, mi guarderei bene dal trascorrerci una notte. Comunque, se è per farti contenta, smetterò di usare la mia vecchia macchina per scrivere e passerò al computer.”

Lynn assentì con un sorriso.

 

***

 

Mark non avrebbe mai creduto che scrivere utilizzando un computer potesse avere dei vantaggi, ma dopo qualche settimana che lo utilizzava dovette ammettere che i vantaggi c’erano eccome. Poteva cancellare una frase in tre secondi, spostarne un’altra in quattro, correggere gli errori senza bisogno del bianchetto, andare molto più veloce (ebbene sì, Lynn aveva ragione) e concludere un romanzo in un paio di mesi, mentre prima ne impiegava come minimo sei o sette. Così, pochi mesi dopo l’uscita di “Il Sonnambulo”, Mark aveva consegnato all’editore un nuovo lavoro. O meglio: nuovo fino a un certo punto, perché Mark nonostante lo scarso successo del precedente aveva deciso di riproporre il personaggio dell’assassino sovrannaturale, demoniaco, scrivendo “Il ritorno del Sonnambulo”. L’editore non aveva potuto nascondere il proprio stupore, ma Mark lo aveva rassicurato dicendogli che questo seguito era molto meglio del precedente, più teso, più spaventoso, più realista, e che se non avesse avuto successo, allora avrebbe proprio dovuto chiudere baracca e burattini.

Infatti “Il ritorno del Sonnambulo” cominciò subito a vendere bene, anche grazie alle ottime recensioni, che peraltro non erano mancate nemmeno al romanzo precedente, e al passaparola tra gli appassionati del genere. Ma non erano soltanto gli appassionati ad acquistare il libro: il personaggio del Sonnambulo aveva colpito l’immaginazione anche dei lettori comuni, l’incisivo realismo con il quale Mark aveva svolto la vicenda e tratteggiato la figura dell’assassino satanico, molto più approfondito che nel prototipo, s’era stampato nella mente di tutti coloro che avevano divorato le pagine del romanzo.

Lynn s’era in un certo senso attribuita una parte del merito di quel successo. “Che ti dicevo? Avevo ragione o no quando sostenevo che il computer sarebbe servito?”

Certo, il computer era servito, e Mark sapeva che era servito molto più di quanto credeva la ragazza. Non le aveva mai detto, infatti, che in varie occasioni, mentre scriveva, gli sembrava che i tasti funzionassero autonomamente, e che in certi momenti gli era addirittura sembrato di cadere in una sorta di deliquio, in cui vedeva il Sonnambulo davanti ai propri occhi, e lo vedeva agire e commettere i suoi terribili omicidi come se esistesse veramente.

 

***

 

Com’era prevedibile, l’editore chiese a Mark di scrivere un altro romanzo con protagonista il Sonnambulo. L’essere diventato un autore di best-seller, l’idea che un gran numero di lettori attendessero l’uscita di un romanzo con le nuove gesta dell’efferato protagonista, tutto ciò non entusiasmava per nulla Mark; anche perché, in fondo, non aveva alcuna voglia di trovarsi di nuovo a tu per tu con il personaggio che aveva creato.

Ma l’editore e in seconda battuta Lynn, che non stava più nella pelle per il successo del romanzo (attendendo lei stessa con grande curiosità il seguito della vicenda), lo convinsero a iniziare “Il Sonnambulo è qui”. Mark decise però che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe scritto un romanzo con il Sonnambulo, e infatti ideò una storia che permettesse l’eliminazione finale del personaggio ad opera della protagonista, per creare la quale s’ispirò a Lynn.

Il Sonnambulo è la quintessenza del Male e vuole distruggere qualsiasi traccia d’innocenza, di candore, vuole far scomparire il Bene dalla faccia della Terra. Fiuta il Bene come un segugio e uccide chiunque ne sia portatore. Ma una fanciulla pura e idealista, una giovane che ha fiducia nell’umanità e crede in un futuro migliore, dopo una lunga scena finale finisce per avere la meglio su di lui.

La stesura del romanzo, com’era successo per il precedente, richiese un breve periodo di tempo. Le dita battevano sui tasti a una velocità incredibile, Mark ogni tanto posava lo sguardo su di esse e gli sembrava che appartenessero a un’altra persona. Quando però fu arrivato alla parte conclusiva, e cioè al momento in cui il Sonnambulo stava per cessare la sua esistenza malvagia, s’accorse che qualcosa non andava.

I tasti sembravano resistere alla sua pressione, e nel momento in cui cercò di chiudere il file, si rese conto che il computer rifiutava di eseguire la sua richiesta.

Se l’avesse raccontato a qualcuno, a chiunque, persino a Lynn, con ogni probabilità lo avrebbero preso per pazzo (no, forse Lynn non lo avrebbe preso per pazzo), eppure lui aveva la netta impressione che non si trattasse di un errore, derivato magari da un uso scorretto o dal cattivo funzionamento o da chissà cos’altro, no, era sicuro che il computer si stesse davvero rifiutando di chiudere e di salvare il file, quasi che avesse una volontà propria. Provò lo stesso brivido interno che aveva provato altre volte, in passato, ma ora si trattava di una sensazione molto più forte e spiacevole e, anche se alla fine era riuscito a salvare il documento, il tremore non se n'era andato, poiché Mark era terrorizzato dall’idea di avere creato qualcosa che ora stava sfuggendo al suo controllo.

 

***

 

Anche quella sera, verso le otto, si mise davanti al computer come faceva tutti i giorni a quell’ora. Da tempo aveva preso l’abitudine di scrivere la sera e la notte. Si sedette dunque, e accese il computer, anche se una parte di lui pensava che non avrebbe dovuto farlo, non avrebbe dovuto accendere il computer né tantomeno continuare a scrivere il romanzo. Lynn era uscita con un’amica e dunque la casa era silenziosa, niente voci provenienti dalla televisione né musica né Lynn che parlava al telefono o che canticchiava mentre era impegnata in chissà quale faccenda.

Mark aprì il file e subito gli saltò all’occhio una stranezza. Nel campo della proprietà v’era scritto …

… Autore: computer.

Strano, pensò. Era sicuro d’aver scritto il suo nome. Comunque, poteva essersi sbagliato. Aprì l’opzione Proprietà e vide che in effetti nel campo che indicava l’autore del file, era scritto: computer.

Cancellò e scrisse il proprio nome.

Tornò al documento e andò alle ultime righe che aveva scritto. Non ebbe bisogno di rileggerle per rendersi conto che tutta l’ultima parte del romanzo era diversa da come l’aveva ideata lui.

Decisamente diversa. Leggendola, Mark rabbrividì, constatando che il Sonnambulo sembrava agire indipendentemente dalla sua volontà. Lui voleva che il Sonnambulo fosse distrutto, invece nel capitolo si leggeva che il Sonnambulo aveva trovato il modo d’essere invulnerabile, e che aveva compreso che la ragazza poteva annientarlo, e che la stava cercando. Mark cominciò a scrivere, modificando la storia, ma quando fece per salvare la nuova versione, il computer non chiuse il file. Lo schermo s’oscurò e Mark udì uno strano bisbiglio che poteva provenire da qualsiasi luogo.

Ma era il bisbiglio che udivano ogni volta le vittime del Sonnambulo.

Sullo schermo comparve la scritta. Autore: computer.

Mark tornò al documento e vide che le sue modifiche non erano state salvate. Anzi, lesse che il Sonnambulo era ormai a pochi passi dalla casa dove abitava la ragazza.

Autore: computer.

 

***

 

Mark stava scrivendo un romanzo nel quale il Sonnambulo voleva uccidere la ragazza perché ella incarnava il Bene, ma nel romanzo che prendeva forma sotto il suo sguardo allibito l’assassino cambiava obiettivo all’ultimo momento. Giungendo nei pressi dell’abitazione, decideva di uccidere lo scrittore, perché era lo scrittore in quel momento il suo principale nemico. Era Mark che voleva scrivere una storia in cui lui alla fine sarebbe morto.

Per sempre. 

Mark capì che il Sonnambulo non era più soltanto un personaggio creato dalla sua immaginazione. O almeno questo era quanto stava accadendo nel romanzo.

Il personaggio diventava reale e uccideva il suo creatore.

Ma come può essere possibile? Mark scosse la testa, udendo ancora quel bisbiglio.

Che fosse possibile o no, la paura s’impadronì di lui, ghermì ogni suo pensiero, annientandoli uno dopo l’altro. L’unico che sopravvisse, inchiodato nel lobo frontale del cervello, ripeteva:

devi fare qualcosa, altrimenti il Sonnambulo ti ucciderà.

Qualcosa … sì … qualcosa … ma-cosa?

Provò la prima che gli sovvenne: spegnere il computer. Forse, pensò, interrompendo il prosieguo del romanzo, fermerò anche il Sonnambulo. Riuscì a chiudere il file, e a spegnere il computer.

Ma non a far cessare il bisbiglio. Che era sempre più vicino.

Sempre più vicino.

Ecco cosa significa cercare di scoprire i misteri, si disse Mark. Ecco cosa vuol dire tentare di svelare ciò che si nasconde dietro a ognuno di essi. Che i misteri ti si rivoltano contro. In un certo senso Lynn aveva ragione: non era poi così difficile scoprire qual era la strana forza che spinge uno scrittore a creare un romanzo. Le storie esistono di per sé, i personaggi si muovono autonomamente, e se lo scrittore vuole fermarli … bé, lo fa a suo rischio e pericolo.

Perché il Sonnambulo non voleva essere fermato.

 

***

 

Non c’era alcuna suspense in quella finzione divenuta realtà. Non era come nei romanzi. Non ci fu attesa.

Semplicemente, il Sonnambulo comparve nello studio. Proprio come nelle storie di Mark, aveva l’aspetto di un uomo normale, del tutto comune. Se non fosse stato per lo sguardo, e per le mani.

All’improvviso, Mark capì cosa doveva fare per fermarlo.

“Continuerò a scrivere di te. Non ti farò morire. Giuro che sarai il protagonista di tutti i miei romanzi, fino a quando vivrò. Io sono l’unico che può farlo, lo sai. Se mi uccidi, morirai anche tu. Nessun computer potrà darti un’anima. Solo io posso.”

Il Sonnambulo si fermò a pochi centimetri da lui, allungò una mano e lo sfiorò, continuando ad emettere il suo bisbiglio agghiacciante.

“Lo so, lo so che sei il Male, ma continuerò a scrivere le tue gesta, te lo giuro.”

Con un cenno del capo, il Sonnambulo fece capire a Mark che gli credeva.

Poi, scomparve.

Quando Lynn tornò a casa, trovò il computer staccato, e Mark che scriveva con la sua solita, vecchia macchina per scrivere. più lenta, certo, ma più sicura.

 

 

© 2002 – Bob Freed

 

 

 

Bob Freed

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