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BECKY scritto da Ivan Visini
Una piccola opera d'arte immersa nei pensieri sdraiata sul nostro letto tra enormi e morbidi cuscini in piuma d'oca. La luce che penetra dalle ante semichiuse. Non riesco a capire quale momento del giorno sia, potrebbe essere mattina come pomeriggio. Ma poco importa. C'è rumore fuori, ragazzini che giocano nel parco di fronte a casa, m'avvicino alla finestra e faccio in modo che il sole possa stravolgere l'ambiente di cui io sono solo sterile ornamento. Bang! Bang! Bang! Con il pollice e l'indice aperti simulo una pistola, forse farebbe troppo rumore però... meglio col silenziatore, e allora, che suono fa' un colpo di pistola in tal caso? Trovato. FFuck!... FFuck!... FFuck!... Divertente questo gioco... ma forse, come ogni cosa che faccio, prima o poi mi annoierebbe... è sempre così. Riporto le ante nella condizione iniziale e le ombre giocano con i riflessi sullo specchio dell'armadio. Sembrano tante spade che sezionano la luce, e fotone dopo fotone il pavimento si riempie di cadaveri iridescenti. Senza far rumore scendo in cucina, un caffè non me lo toglie nessuno, e già che ci sono preparo qualcosa anche per Becky. La stanza oltre le scale è grande e luminosa, merito delle porte a vetro che coprono l'intera lunghezza della parete che da' sul giardino... comunque preferirei ci fosse meno luce, immagino che non esista un
luogo eternamente immerso nella penombra, però. Mi avvicino alle tende e sciolgo i nodi che le trattengono ai lati, in modo che scendano morbidamente a coprire i cristalli, beh, così va meglio. L'ambiente si fa' più delicato al mio senso e io sono più felice. In un attimo la macchina del caffè mi chiama a voce alta, allora preparo il vassoio con qualcosa di buono che sicuramente la mia piccola peste divorerà in un nanosecondo. Non so' come riesca a far stare tutta
la roba che mangia in quel corpicino esile, sicuramente la comprimerà da qualche parte, ovvio... nulla si crea e nulla si distrugge... hm... Scendo le scale, salgo le scale, scendo le scale, salgo le scale, seguo le regole come se stessi seguendo un rituale magico che mi porterà al conseguimento d'un nuovo stato mentale: la stanchezza. Senza dar troppo peso a questa condizione porto la colazione in camera, Lei sta ancora sonnecchiando, allora senza far troppo rumore poggio il vassoio sullo scrittoio ed accendo lo stereo a bassissimo volume,
tanto per creare un'atmosfera migliore. The Cure liberano melodie nell'aria, come se fossero neri corvi imprigionati in una gabbia di fuoco, con la loro “If only tonight we could sleep”. Il giusto risveglio, col sapore della notte che lascivo
scorre ancora tra le papille gustative. Quindi mi avvicino al letto, e faccio scivolare la mano sulla schiena di Becky, piano piano... “Hey, piccola...” “Mmm... !?” “Fame?” “Hmm...” Mica male come risposte, hehe... è una delle cose per cui l'adoro, non è dolcissima? Mi siedo accanto a lei, sul letto, lentamente si gira verso me e con gli occhi semichiusi accenna qualcosa di simile ad uno stanchissimo sorriso, le poso un bacio sulla fronte, lei si mette seduta e sbadiglia... “Cos'è questo fracasso?” “Ragazzini nel parco...” “Vivi?” “Eh, beh... attualmente si, direi...” “Hm.” La colazione come previsto svanisce nel Nulla, sempre che il suo stomaco possa esser definito in questo modo, naturalmente. Ora s'è completamente ripresa, sembra che nutrirsi le abbia fatto svanire il sonno, completamente, gli occhi sono spalancati e lucenti e già si sta' alzando dal letto... “Che fai?” “Doccia!... vieni?” Sorride maliziosamente facendo un cenno col capo misto ad ammiccamento di conseguenza. “E' una proposta?” Lei si avvicina a me e mi mette le mani sulle spalle... “Vuoi una risposta vocale, o ti basta quella che ho intenzione di darti nella doccia???” “Ehmm... non parlo più!” L'acqua comincia a scrosciare spingendo un po' di vapore contro la ceramica delle pareti, e presto lo specchio mostra solo l'annebbiata visione di un ubriaco. I vestiti ricoprono il pavimento in ordine casuale, ed i primi baci non tardano ad arrivare. Lei ha una pelle talmente morbida da stupire, ed il suo profumo m'inebria mandandomi in estasi. Beh, però adesso toglietevi dai piedi, uscite dal bagno, uscite dalla mia testa, un po' di privacy perDio! Il ventilatore appeso al soffitto dondola come in bilico, mi chiedo se sono io sdraiato dal lato giusto della realtà oppure se è lui a trovarsi dalla parte esatta... mmm... è lui che dondola, o sono io con
tutto il mio mondo che dondoliamo? Mi sta venendo mal di testa, Becky non c'è, doveva lavorare stasera, e mi ha lasciato regalandomi un forte abbraccio ed un bacio da far venire un capogiro, dicendomi che tutto cambierà un giorno... non sarà
sempre così. Già, lo so'... cioè, io lo spero. Guardo la sveglia sul comodino. Mezzanotte. Non ce la faccio a stare rinchiuso qui, con uno scatto mi alzo e cerco dei vestiti da mettermi, qualcosa che non dia nell'occhio. Odio quando mi osservano. Esco con passo rapido da casa e passo davanti all'auto ma non ho voglia di guidare. Mi dirigo verso il locale di Becky a piedi, non resisto più, le prenderò le mani e le dirò di guardarmi negli occhi, che
devo parlarle, e le dirò che sono venuto a prenderla per andarcene lontani da questo schifo, per scappare da qualche parte, per cambiare vita... si le dirò così e me la porterò via, costi quel che costi. I neon fluo s'alternano ai lampioni ed una scia blu/viola/giallo precede i miei passi. Ecco, sono arrivato, sopra di me una scritta rossa, un lungo tubo luminescente scrive sul muro “Crazy Dolls”. E' il
posto. Il cristallo oscurato della porta d'ingresso riflette la mia immagine in perenne distorsione, o forse... sono realmente ciò che vedo... Entro e subito vengo avvolto da una digradante atmosfera fumosa che circonda non solo il mio corpo, ma anche la mia mente, annebbiandola, e costringendola a cibarsi di tossine psycho-evanescenti. Non vedo altro che luci colorate blinkeggiarmi davanti agli occhi, e mescolarsi nei riflessi dorato/jazz del sax solitario ben lontano dal palco. Mi aggiro tra i tavoli ma non vedo Becky, quindi proseguo verso il bancone del bar per chiedere informazioni al barman con il papillon, oddio... io odio il papillon... e chi lo porta. Mi ricorda tanto cresime/comunioni/matrimoni con tanto di parenti al seguito. Un uomo che porta quel... “coso” , dev'esser proprio disperato secondo me. Nel breve tragitto che mi separa dal mio futuro informatore incrocio indigeni dall'aspetto ambiguo, abbracciati a ragazze le cui grazie sono ben esposte e non lasciano spazio alla fantasia imponendosi con
arroganza davanti agli occhi, e non solo a quelli... L'essere umano vende se stesso in cambio di carta colorata a cui da' un valore inconcepibile, non trovo nulla di più sporco del denaro, anche igienicamente parlando, tutti lo maneggiano lasciando i propri
schifosissimi germi sguazzare nel sudore appiccicoso che viene rapidamente assorbito dalla carta stessa. E queste donne accettano che tali schifezze vengano infilate nei propri indumenti intimi, ben a contatto con la pelle; mi fanno pena. “Desidera?” Proprio nell'istante in cui questa domanda rituale viene verbalmente formulata, mi sento scivolare sotto la giacca braccia che cingono la mia vita fluidamente... mi giro e Becky mi guarda con dolcezza. “Amore, che ci fai qui?” E sorride. “Sono venuto a prenderti tesoro, non ce la faccio più, non sopporto più questa vita, non voglio che continui a lavorare qui. Ce ne andiamo, stanotte stessa, ovunque... non me ne frega nulla di cosa sarà il
futuro, né di come vivremo, perché certamente sarà meglio di ciò che sei costretta a fare.” I suoi occhi sono ora illuminati da un desiderio di vita che non possedevano fino ad un istante prima, e le sue mani mi stringono le braccia con forza quasi volesse assicurarsi che stesse vivendo la materiale
realtà, e non solo un sogno. “Oh, dici davvero? Io, io... non so' cosa dire...” “Non parlare, non ce n'è bisogno, vai a cambiarti e andiamocene immediatamente!” Dietro me s'avvicina un tipo basso e grassoccio sulla cinquantina, calvo e con il riflesso sudaticcio delle luci al neon far bella mostra sul cranio. “Hey! amico, se vuoi compagnia sono 50 pezzi all'ora, non me ne fotte un cazzo cosa fai con le mie troie, ma devi pagare.” Resto per un istante immobile guardandolo fisso negli occhi, becky mi stringe il bicipite sinistro con forza e mi strattona con l'intenzione di trattenermi, ma io sono immobile ed assottiglio lo sguardo come se
i miei occhi fossero la ghigliottina che giudicherà quell'uomo. “Troie?” “Certo amico, cosa credevi, che fosse? un'oratorio?” “Troie?” “Hey! Ma sei coglione o cosa? Tira fuori i soldi o vattene affanculo da qualche altra parte, e datti una mossa, perché LE MIE TROIE hanno del lavoro da fare. La fune che teneva in sospensione la ghigliottina venne istantaneamente mollata, senza rimorso, senza paura. SSSSHHH!!!! il sibilo della lama che scorre lungo le guide e... SSSSSZZZACK! “Troie... eh?” Mi avvicino a lui fino a sentire la mefitica produzione del suo corpo profanare le mie narici, poggio lentamente una mano sulla sua spalla sinistra e stringo con decisione senza mai distogliere lo sguardo dal
suo, e senza proferir verbo alcuno. Becky dietro me ha paura, lo sento benissimo. Mi dice di non farlo, non di nuovo, di non cedere, mi dice che ce ne andremo subito, senza neppure cambiarsi. Tutto inutile... la mia mano scivola lenta ad accarezzare la carotide del maiale, e con altrettanta delicatezza le mie dita iniziano a stringere con forza crescente quella gola sputa merda... lui si divincola, grida ma presto le
parole soffocano indecifrabili e muoiono sul nascere, il barista e altre persone corrono verso me, le donne gridano e scappano, ma le mie mani sono saldate a quella gola e non hanno nessuna intenzione di mollare la presa, in un batter di ciglio le dita penetrano e stringono le corde vocali di un corpo ormai senza più anima... ma forse, l'anima non risiedeva in questo putrido essere. ... Ciò che successe in seguito lo ricordo vagamente, qualcuno mi picchiava tra le luci annebbiate ed io disteso con la faccia schiacciata sul pavimento vedevo solo gli occhi del mio Amore annegare tra le lacrime,
mentre un'enorme peso sulla mia schiena mi bloccava il respiro. - Black Out - Sono tutti morti ormai, tutti tranne Becky che viene ogni giorno a donarmi un bacio ed un sorriso; dice che presto le cose cambieranno, che ce ne andremo da qui, che mi porterà via e vivremo felici insieme,
senza più soffrire, senza più dolore... io le credo, so' che sarà così, certamente. DEVE essere così. E quando se ne va, mi ritrovo come sempre a dondolare in mezzo a questa stanza rimembrando quel ventilatore da soffitto che osservavo nella vecchia casa dove io e Lei dividevamo l'aria. Adesso sono io quel ventilatore, ho rubato la sua realtà e l'ho fatta mia, ed ora appeso a testa in giù al soffitto oscillo sbattendo qua e là i pensieri contro
pareti di pallida gommapiuma.
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