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BEGHY

scritto da Massimo Ferrara

  

 

Questa notte molti hanno volato,

altri invece sono caduti.

 

Miami, mercoledì 10 maggio 2000

Buio, soltanto buio. Nero come la pece, freddo come la Morte. Questo era tutto ciò che gli occhi di John Lettich riuscivano a vedere.

Quel giorno la paura gli aveva soffocato nuovamente il respiro. Quando si era svegliato il suo cuore batteva ancora come un forsennato. Gli ci volle un po’ per capire il nesso di quella sua sporadica reazione.

Beghy era venuto di nuovo a trovarlo nel sonno e quella volta il terrore aveva preso il sopravvento su ogni parte del suo corpo.

Si toccò i pantaloncini blu chiari a strisce: erano completamente inzuppati. Se l’era fatta addosso. La fronte impregnata di sudore, le coperte completamente rovesciate e quella pozza di urina fetida proprio sotto le sue natiche erano le prove tangibili di una notte passata nelle viscere di un allucinante incubo.

Quella notte Beghy gli si era manifestato sotto un altro aspetto.

C’era una donna sul molo di un piccolo porticciolo: una stupenda ragazza con un lungo abito di seta bianca che vegliava come uno spettro ansimante.

Il luogo non gli era per nulla familiare e qualcosa, negli occhi di quella donna, lo aveva attratto terribilmente.

Il suo viso era di una limpidezza esemplare, quasi ipnotico: John non riuscì a distogliersi da quella bellezza…

Si avvicinò a lei senza indugi: il suo unico pensiero era quello di poterla vedere da più vicino.

Pochi passi furono sufficienti per trovarsi a una distanza assai ravvicinata. Ma, in quella frazione di tempo, John ebbe la sensazione che qualcosa stesse cambiando nel volto della donna… e, infatti, non si sbagliava. I suoi occhi verdi come il mare mutarono all’improvviso, diventando neri come il catrame. Il volto si deturpò in una grottesca maschera dalle profonde rughe e appestanti verruche sanguinose e, quando la sua bocca si spalancò come una molla a scatto, John capì di essere dentro un terribile incubo. Quegli orribili denti sporgenti simili a scaglie deformate lo avevano completamente paralizzato dal terrore e solo allora si svegliò di soprassalto.

Inutile negarlo. John Lettich non aveva più sonni tranquilli da quel maledetto giorno. Tentare di dormire per lui era ormai diventato impossibile, ora che conosceva le sorti del suo destino.

 

Giovedì 11 maggio – Ore 6.45

Tutto era diventato insignificante per John. Nulla ormai aveva più senso.

I dottori con lui erano stati molto franchi. Il suo cancro aveva un obbiettivo ben preciso: ucciderlo. Non c’era più nulla da fare ormai. Due, tre mesi al massimo e poi ogni cosa si sarebbe conclusa per sempre. Ora rimaneva soltanto quella sua terribile paura di morire.

John aveva dato un nome alla sua forma di male. Beghy non solo lo stava tormentando nella vita reale ma anche in quella immaginaria. Da qualche tempo i suoi sogni si trasformavano in allucinanti incubi.

Ho un grumo di carne malata e affamata che mi sta salendo su per la gola… e altro non farà che soffocarmi, pensò John deglutendo a testa bassa mentre passeggiava nelle prime ore del mattino.

“… senta… mi scusi…” Una sottile voce gli arrivò nelle orecchie, distogliendolo dai suoi tetri pensieri.

John si voltò e vide una ragazza in panne sul ciglio della strada, con l’auto in sosta e le quattro frecce in funzione.

Gli occhi della donna puntarono il volto del giovane con determinazione e senza timore.

“Mi scusi,” ripeté, “ho bucato una ruota: può darmi una mano, per cortesia?”

John inquadrò per bene la ragazza e, per qualche istante, il suo pensiero si portò al sogno dell’altra notte.

Non ne era del tutto sicuro ma, per un attimo, gli sembrò che la giovane fosse molto somigliante a quella apparsa nel suo ultimo incubo.

No, non è lei, pensò. Sembra il suo ritratto ma non può essere la stessa donna…

“S… sì certo,” rispose John, valutando la situazione e rimboccandosi le maniche.

 

Ore 7.20

“Non so proprio come ringraziarla,” mormorò la donna. “È stato davvero gentile da parte sua. Venga, andiamo al bar che le offro qualcosa.”

“L’ho fatto con piacere. Nessun problema, mi creda,” affermò John mentre si alzava in piedi. “E comunque adesso devo proprio andare…”

“Lasci almeno che le dia un passaggio. Dov’è diretto?,” insisté la giovane.

“Beh… io veramente… ma no, lasci stare: non vorrei disturbare…”

“Ma quale disturbo! È il minimo che posso fare… si figuri. Venga: ho delle salviette così si dà una sistemata.”

John guardò l’ora e, alla fine, decise di cogliere l’occasione offerta dalla graziosa sconosciuta.

 

Ore 7.30

La vecchia Ford imboccò la strada principale che portava al Center Hospital di Miami. Diana Morris, alla guida dell’auto, aveva avuto modo di conoscere più a fondo il giovane che le stava accanto. John Lettich non disse nulla del male che si portava dentro e così la sua malattia rimase un segreto.

“Il suo amico quindi è ricoverato qui?,” chiese Diana.

“Sì, esatto. Ha avuto un incidente qualche giorno fa…,” mentì John.

“Spero non sia nulla di grave,” sussurrò la donna.

“I medici hanno detto che se la caverà… ma è stato molto fortunato. Per un pelo non ci lasciava le penne.”

“Mi dispiace…”

“Non si preoccupi, una ventina di giorni e presto uscirà da questo ospedale.”

Ci fu un attimo di pausa.

“Senta…,” tentennò la giovane,  “…posso darle del tu?,” gli domandò con franchezza.

“Ma certo, nessun problema,” rispose John guardandola negli occhi e gustando il suo bel sorriso.

“Grazie, non sai quanto mi sia difficile ogni volta dare del lei a una persona che non conosco.”

“Sì, lo so. Ti capisco: anche per me è lo stesso.”

 

Ore 7.45

La Ford parcheggiò a pochi metri dall’ingresso del Center Hospital e Diana Morris spense il motore.

“Beh, io sono arrivato,” disse John. “Grazie di tutto, Diana: sei stata fin troppo gentile.”

“Vuoi scherzare? Se c’è una persona che deve ringraziare quella sicuramente sono io. Non so proprio come avrei fatto stamattina senza il tuo aiuto.”

“Oh, ma è stato un piacere per me…,” mormorò John in preda a un leggero imbarazzo.

“Senti…,” sussurrò Diana, “se ti va potremo anche uscire una di queste sere…”

“Si è fatto tardi,” mormorò John. “Lasciami il tuo numero di telefono: magari si potrebbe combinare qualcosa.”

“Oh, ma certo,” rispose Diana mentre, con le mani nel cruscotto, afferrò un blocchetto di fogli bianchi per appunti e una penna.

La donna abbassò lo sguardo per scrivere e John approfittò di quell’istante per scrutarla meglio. Non si era affatto sbagliato: Diana era una ragazza bellissima. I suoi lunghi capelli biondi slacciati con quel viso da favola e un corpo assai formoso lo avevano per un attimo folgorato.

Stai sognando John, perché non ti rassegni? Lo sai benissimo che davanti a te c’è qualcosa di assolutamente irraggiungibile… Hai forse dimenticato che tra non molto non esisterai più? Ti eri forse illuso che il tuo male avesse placato la sua fame? No John, Beghy non è per niente sazio… al contrario ha ancora fame… una terribile fame…

Quel pensiero gli arrivò come una folata di vento freddo, paralizzandolo dal terrore. John rabbrividì ed ebbe nuovamente paura.

“Ecco, ti ho messo anche il numero del mio cellulare così puoi chiamarmi quando vuoi.”

“Grazie Diana, ora devo proprio andare,” disse John scendendo dall’auto.

I loro occhi si incrociarono per l’ultima volta, poi Diana lo salutò facendogli segno con la mano.

 

Mentre John si avviava verso l’ingresso principale dell’ospedale la ragazza lo vide fermarsi a parlare con un infermiere.

La donna notò che i due evidentemente si dovevano conoscere: l’infermiere con la mano destra gli toccò una guancia mormorandogli qualcosa e subito dopo si abbracciarono.

Poi Diana vide l’uomo vestito di bianco imboccare il viale dell’ospedale e avvicinarsi a lei. L’infermiere gli passò proprio di fianco e la giovane, avendo il finestrino abbassato, sentì mormorare qualcosa dall’individuo.

“… povero John…,” riuscì solo a percepire la ragazza vedendo l’infermiere col capo chino in segno di desolazione passarle davanti.

Diana corrugò la fronte e, quasi sorretta da una dirompente perplessità, scese dall’auto per avvicinarsi all’uomo.

“Mi scusi,” esordì.

“Dica,” sorrise l’uomo guardandola dalla testa ai piedi.

“Lei conosce John, vero? Intendo quel giovane che ha salutato poco fa…”

“Si riferisce a John Lettich?,” domandò l’uomo.

“Beh, credo di sì: non so il suo cognome…”

“Sì, certo, e comunque non lo stavo proprio salutando,” rispose l’infermiere mentre il suo sorriso divenne tutt’a un tratto serio. “Quel ragazzo avrebbe bisogno di ben altro…”

“Cosa vuol dire?,” chiese la donna.

“Ma come, non è al corrente della sua malattia?”

“Malattia? Quale malattia? Noi ci siamo conosciuti questa mattina… A cosa allude?”

“Signorina, mi spiace darle una brutta notizia ma John Lettich ha un male incurabile…”

“Cosa?!,” irruppe Diana allibita.

“Sì, purtroppo è così. John ha un cancro allo stomaco e gli restano pochi mesi, ormai. I medici hanno fatto il possibile per curarlo ma non c’è più niente da fare per lui…”

Quella sconcertante verità entrò come una scheggia impazzita nella testa della donna.

Per un attimo tutto intorno a lei si oscurò improvvisamente e la sua sensazione fu quella di sprofondare in un abisso infinito.

John… Oh Gesù… perché non mi hai detto nulla?, pensò Diana mentre i suoi occhi brillavano di lacrime.

 

Venerdì 12 maggio – Ore 2.15

John Lettich, riverso nel suo letto, si dimenava tra le coperte: un nuovo incubo lo stava tormentando nel cuore della notte.

La donna nel porticciolo adesso aveva il viso di Diana Morris. Alle sue spalle un’essenza dai lineamenti deformati si innalzò all’improvviso, velata da un alone di nebbia spessa che aleggiava intorno a loro quasi volesse inghiottirli.

Cinque sottili artigli sbucarono da quella nuvola gassosa, posandosi silenziosamente su una spalla della figura femminile.

Qualcosa tra quella caligine si mosse e il polso di John all’improvviso venne avvinghiato da una sorta di arto putrescente che lo trascinò con forza fino a farlo voltare.

John sbiancò: davanti a lui un orribile volto coperto da squame spinose gli si avvicinò a pochi centimetri dalla faccia.

“Presto verrai nel mio regno, John, e sarai per sempre l’ospite di questa desolata perdizione,” ansimò l’essere.

 

John si svegliò col cuore in gola urlando di terrore. Si strinse tra le coperte e pianse per la disperazione. Un pensiero lo attraversò fulmineo, portandolo a meditare seriamente.

Perché non la fai finita adesso? Vuoi forse essere trascinato nell’infinita sofferenza che Beghy ha preparato per te? Guarda che quello non aspetta altro, John! Togliti dal mondo adesso, ora che hai la forza per farlo, o dopo sarà peggio… molto peggio…

“Nooooo!!,” urlò ancora John. “Oh, ti prego, Dio: aiutami tu… dimmi cosa devo fare…,” supplicò il giovane in preda alla disperazione.

Diana… Un altro pensiero gli arrivò percettibile come una chiara visione.

Si alzò dal letto e quasi istintivamente afferrò il pezzo di carta con l’appunto scritto dalla Morris.

 

Ore 2.35

Il telefono squillò inesorabilmente. Diana Morris per un attimo volle scacciare quel trillo forsennato che la stava disturbando ma poi, subito dopo, aprì gli occhi svegliandosi definitivamente.

La giovane, con le braccia rivolte al buio, cercò la cornetta e, involontariamente, fece cadere un bicchiere colmo d’acqua posato sopra il comò proprio vicino al telefono.

“Pronto?,” sussurrò ancora assonnata.

“Diana, sei tu?,” chiese la voce dall’altra parte.

“Sì, ma chi è a quest’ora di notte?”

“Sono John, John Lettich ricordi? Ci siamo conosciuti questa mattina…”

“Oh sì, John: ora ho riconosciuto la tua voce. Che succede?”

“Ti ho mentito questa mattina, all’ospedale. Non c’era nessun ricoverato…”

“Lascia stare, John: so già tutto. Ho saputo della tua salute…”

“Ma… come…”

“Per caso ho chiesto a un infermiere che usciva di lì e mi ha raccontato la storia… Mi dispiace, John… mi dispiace davvero… Proprio non so cosa dire o fare…,” mormorò lei.

“Puoi venire a casa mia adesso? Ti prego, ho bisogno di parlare con qualcuno…”

“Ma certo John, dammi l’indirizzo sarò lì a momenti.”

 

Ore 3.00

“Scusami Diana, non volevo mentirti, ma non sono riuscito a dirtelo… non potevo…,” disse John guardando la ragazza negli occhi.

“Non ti devi affatto scusare: è perfettamente comprensibile, John. Non ti preoccupare…”

“Ho paura, Diana… Ho maledettamente paura… Non c’è giorno che non passi a pensare se domani sarò ancora vivo…”

“Oh John,” si rammaricò Diana avvicinandosi al giovane disperato, “non fare così, ti prego: anche se può sembrare assurdo ti devi fare coraggio…,” gli disse, confortandolo con un intenso abbraccio.

“Grazie di essere qui, Diana, e perdonami se sono stato così invadente, ma…”

La giovane lo interruppe baciandolo con calore mentre, con la mano, gli toccava una guancia. John si rabbonì, lasciando in disparte ogni suo cattivo pensiero, e approfondì quell’intenso atto di affetto. La toccò ai fianchi per poi raggiungere e sfiorare i seni.

Le due figure si adagiarono sul letto, unendosi al reciproco calore. John e Diana si amarono profondamente, dimenticando per un breve momento ogni disperazione e angoscia.

 

L’estasi si acquietò e la fame per un attimo venne placata da una nuova entità. Beghy rantolò percependo quella forma benigna che lo stava distogliendo. Per la prima volta si sentì indifeso: la sua sensazione di immunità scomparve all’improvviso.

 

Ore 6.15

John era sveglio.

Al suo fianco Diana dormiva profondamente. Il suo corpo nudo veniva debolmente illuminato da un sottile raggio di luce bluastro che filtrava tra le tapparelle semichiuse.

Lettich andò in bagno e vi si chiuse dentro. Si bagnò la fronte, rinfrescandosi per bene la faccia, e nello stesso istante una fitta allo stomaco lo piegò in due, tanto che dovette accasciarsi e reggersi ai bordi del lavabo.

Quando il dolore scomparve, un conato involontario gli salì su per la gola e, alzandosi di scatto, riuscì a malapena a centrare il lavandino.

Una visione gli raggelò il sangue nelle vene: il grumo di sangue molliccio che aveva da poco rigurgitato si mosse all’improvviso, prendendo consistenza.

Il coagulo si materializzò in una sorta di orrenda faccia malformata che pareva avere gli stessi lineamenti di quella di Lettich.

“Ciao John…,” articolò quella cosa, “vedo che questa notte hai fatto faville con quella puttana…”

Il giovane sgranò gli occhi e, bloccandosi dal terrore, non mosse un solo dito.

“Non crediate che il vostro amore possa annientarmi… Ti ucciderò, John. Presto sarai solo un vecchio ricordo.”

“Noooo!,” gridò John all’impazzata. Istintivamente, il giovane si scagliò sui pomelli del lavabo e li aprì con forza fino a quando il getto d’acqua effervescente non portò via quell’orrenda entità.

La quiete tornò a regnare e John si guardò intorno.

Comincia così…, pensò. Sto morendo… Rabbrividì e, uscendo dal bagno, tornò a sdraiarsi nel letto.

 

Sabato 13 maggio – Ore 7.00

Diana, quella mattina, andò al lavoro. Nonostante l’impegno quotidiano che avrebbe dovuto in qualche modo distoglierla da oscuri pensieri, la sua mente non riusciva a cancellare la visione del volto disperato di John.

Se solo potessi fare qualcosa…, pensò. Un miracolo… solo un miracolo potrebbe salvarlo…

 

Ore 8.00

“Reagisci John, so che è difficile ma cerca di non abbatterti,” filtrò la sottile voce di Diana dal ricevitore.

“Vorrei che tu fossi qui,” sussurrò John con voce malinconica. “Quando ti vedo mi sento sempre così bene, riesco a distrarmi, a non pensare…”

“Tempo di sbrigare queste rognose pratiche e sarò da te. Vedrai che questo weekend non lo dimenticherai…”

“Oh Diana… sei così dolce… Perché la morte deve ingiustamente interferire col nostro rapporto?”

“La vita è strana, John: spesso sono più spine che rose… ma l’importante è non perdersi d’animo… bisogna reagire di fronte a certe evenienze…”

“Come posso lottare con qualcosa che ha già vinto in partenza? La mia vita si sta dimostrando ingiusta, Diana… perché le cose a cui maggiormente tieni non durano mai?”

“Non dire così, John… pensa soltanto a noi due… Io… io ti amo, John: farò di tutto perché tu sia felice, fino alla fine… succeda quel che succeda…”

“Non voglio che tu stia male per colpa mia… L’afflizione interiore che mi sto portando dentro è troppo immensa Diana… non voglio che tu ne soffra…”

John non riuscì a trattenere le lacrime e Diana se ne accorse.

“Non disperarti, John!,” esclamò all’improvviso. “Devi farti coraggio! Non puoi abbatterti così! Pensa al nostro rapporto, ai giorni che passeremo insieme: non mollare proprio adesso! Non devi!! Se il nostro destino ha voluto che ci incontrassimo vuol dire che un fine probabilmente ci dovrà pur essere, no? Non arrenderti! Non voglio!! Promettimelo!”

“Va bene,” disse John asciugandosi i lucciconi. “Torna presto… Ho bisogno del tuo calore… e grazie di esistere…”

“Ti voglio bene, John. So che è difficile, ma cerca di essere felice…”

“Okay,” mormorò Lettich.

“A presto.”

La comunicazione si chiuse e John ripose la cornetta.

 

L’entità si smosse all’improvviso: il suo baluardo si infranse definitivamente e la forza benigna gli fu subito addosso. La terribile lotta ebbe inizio e le prime gravi ferite riportate dall’essere indifeso lo costrinsero a fuggire lontano. Beghy, per la prima volta, ebbe paura.

 

Ore 23.00

Diana e John erano avvinghiati sul letto. L’impulso sentimentale era al culmine del piacere: quel rapporto duraturo fece scoprire loro nuove sensazioni. Diana, sotto di lui, si lasciò desiderare senza timore e John, in visibilio, venne avvolto dal suo candore.

Fuori, una pallida luna ancestrale sorvegliava indisturbata la città.

 

Domenica 14 maggio – Ore 3.00

Fu il sangue a svegliarlo. Copioso e vermiglio, gli era uscito dal naso nel cuore della notte.

John si alzò dal letto e con passo celere andò in bagno. Quando accese la luce gli venne un soffio al cuore. Guardandosi allo specchio vide la sua faccia sporca di rosso e, subito dopo, una contrazione muscolare alla base dello stomaco lo piegò dal dolore.

John cadde a terra e, per un breve momento, sentì un peso salirgli su per lo stomaco. Qualcosa nel suo corpo, con assurda rapidità, volle abbandonare il suo posto da tempo inviolato.

La luce del bagno a un tratto si spense: la lampada alogena si fulminò e le tenebre piombarono all’improvviso.

Il giovane avvertì lo spasmo estendersi fino alla gola e, solo quando capì che quella cosa gli stava uscendo dalla bocca, perse i sensi.

 

Ore 3.30

Un fruscio percettibile giunse alle orecchie di Diana e la giovane aprì gli occhi. Si volse di scatto e, non vedendo Lettich, si allarmò.

“John?,” chiese ad alta voce.

Non vi fu nessuna risposta.

“John, sei tu ?,” insisté Diana.

La giovane afferrò un indumento posato lì vicino e, una volta indossatolo, scese dal letto.

La stanza era in penombra: barlumi azzurrastri colpivano ogni angolo della camera. Diana, quasi spontaneamente, puntò lo sguardo a terra.

Sangue, pensò subito. Alcune tracce di liquido rappreso si diramavano in due direzioni: una verso il bagno e l’altra proprio sotto il letto.

 Un altro strofinio si udì proprio in quell’istante e Diana sobbalzò.

“John!!,” strillò con determinazione mentre si portava una mano al petto.

Attratta da una curiosità impulsiva Diana si piegò leggermente per guardare sotto il letto e, mentre si chinava, con le mani tirò su le coperte che carezzavano il pavimento.

La donna sgranò gli occhi: una pozza di sangue fresco, con delle fibre di tessuto mucillaginoso, si estendeva davanti a lei. Diana, rizzandosi di scatto, emise un lungo mugolio e, subito dopo, ciò che vide posato e ricurvo sopra le coperte del letto la paralizzò all’istante.

Un essere informe dalle carni scorticate si avvicinò alla donna impietrita dal terrore. “Diana,” proferì la cosa con verso rauco, “lurida cagna, non permetterò che il tuo uomo sfugga alla morte: non crediate che il vostro amore abbia avuto la meglio su di me… la partita è ancora aperta!”

La giovane venne invasa da una sensazione inspiegabile ma la sua mente, a stento, arrivò a comprendere ciò che era successo. Il cancro che John si portava dentro aveva preso misteriosamente consistenza, scacciato da una forma benigna nata dal loro amore: quello stesso amore maturato in così pochi giorni.

Diana scrutò meglio la stanza e disperatamente tentò di trovare una  possibile via di scampo.

“Cosa credi di poter fare, stupida puttana…,” sussurrò l’entità mentre si muoveva di qualche passo. “Preparati a conoscere la sofferenza.”

La donna con un balzo si lanciò sotto il letto e, prontamente, rotolò su se stessa per sfuggire all’essere. L’unico indumento che indossava si sgualcì, imbrattandosi di sangue e putridume.

Diana, una volta alzatasi, corse in cucina mentre l’entità alle sue spalle si avvinghiava a un suo polpaccio. I denti aguzzi di quella cosa immonda bucarono avidamente la tenera carne mentre il sangue zampillava all’impazzata.

Diana si accasciò a terra, andando a urtare contro una sedia; questa, rovesciandosi, cadde al suolo creando un baccano infernale.

“Lasciala stare, Beghy!,” tuonò John Lettich sulla soglia della porta.

Diana sgranò gli occhi: “John! Oh mio Dio, John!,” strillò a squarciagola in preda a un attacco    isterico.

Il ragazzo era una maschera di sangue e presentava delle profonde ferite su tutto il corpo.

“Adesso combattiamo ad armi pari, figlio di puttana!,” sbraitò John sventolando una mazza da baseball stretta tra le mani. “Fatti avanti, brutto stronzo!”

L’essere, accecato da un’ira dirompente, lasciò la presa, scaraventandosi sul corpo del giovane mentre questi sferrava un possente colpo prendendolo in pieno.

Frammenti di carne spappolata saltarono in tutte le direzioni e John, accanendosi sull’entità, prese a colpirla ripetutamente fino a quando non rimase che un’unica poltiglia di grumo imputridito.

“È finita,” sussurrò John abbracciando Diana, “è finita.”

Le due figure si strinsero teneramente e, baciandosi con passione, dimenticarono per sempre quell’orrendo incubo. Il Male fu annientato e la Morte, una volta tanto, sopraffatta mentre da qualche parte del mondo, nello stesso istante, un bocciolo di rosa si apriva liberando il suo immenso splendore.

 

 

copyright 2000 by Massimo Ferrara

 

 

  

    

   

Massimo Ferrara

Massimo Ferrara è nato a Torino nel 1972. Da sempre è appassionato sostenitore di horror, fantascienza, fantasy, manga e misteri in generale (ha un patrimonio di oltre 600 titoli originali in VHS).

Nel 1994 entra ufficialmente nel fandom e fonda, insieme all’amico James Garofalo, il club GHoST (Gruppo-Horror-Space-Torino), tuttora attivo. Nel 1996 collabora agli effetti digitali del lungometraggio di Massimo Sponza Incubi presentato in seguito al Cinema Giovani di Torino. Nel 1997 crea la fanzine Planet Ghost, che diventa ben presto una delle massime aspirazioni del club GHoST, al cui progetto vengono coinvolti anche diversi autori professionisti specializzati nel settore. Oltre a Planet Ghost ha prodotto diverse collane narrative tra cui: Le Nostre Tenebre, Visioni Infernali, Ultimi morsi, Sanguinarie Cenerentole, Torture Cerebrali, Altrove, Guru Meditation, Nebbia Purpurea (collana a fumetti), Paura, Le nozze alchemiche e Bizzarro Show.

Diversi suoi racconti sono apparsi sulle antologie collettive Pustole, Le Nostre Tenebre, Visioni Infernali, Torture Cerebrali, Storie Impossibili, Paura e Grande Macello.

Per la Rete, attualmente, gestisce e supervisiona il sito ufficiale del club GHoST (www.clubghost.it).

Linfa Vitale (www.clubghost.it/linfavitale) rimane per ora la sua prima antologia di racconti fanta-horror estremi.

 

  

 

 

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