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BAMBINI

scritto da Roberto Frini

  

 

Dalla zona del prato in cui si trovava, Ilvo riusciva a vedere solamente una parte di montagna, incorniciata dai rami degli alberi. Era venuto in quel luogo molte volte, da bambino e anche in altre occasioni. Ora però gli alberi erano cresciuti tanto da impedire una visione panoramica della catena montuosa e della valle sottostante.

Questo gli impediva di ammirare uno spettacolo naturale che l’aveva sempre affascinato; ovunque girasse lo sguardo, la vista gli era impedita.

Irritato, ripensò improvvisamente al tempo che passa, e al fatto che nulla è immutabile.

 

***

 

Tornando all’albergo, e appoggiandosi ad un bastone nodoso che ogni tanto agitava per aria parlando con se stesso, vide un bambino che s’avvicinava, procedendo sull’altro lato della strada sterrata. Era piccolo, ma piccolo di statura, fragile, più che piccolo d’età. Ilvo riconobbe in lui uno di quei bambini che, pur crescendo anagraficamente, e diventando adulti, non crescono mai fisicamente. Restando degli eterni bambini nelle gambe corte, nelle ossa minute, nei volti pallidi, nella pelle glabra e negli occhi spauriti.

Eppure cresceva, e i giorni che s’assommavano per quel bambino s’assommavano pure per Ilvo.

Il solo pensiero che il bambino presto avrebbe festeggiato un nuovo compleanno, e che poi avrebbe compiuto dieci, venti, trent’anni, gli faceva perdere la ragione.

Quanti anni avrebbe avuto lui allora? Probabilmente sarebbe stato già morto. I bambini sono il simbolo della vita futura, pensò, ma di quale vita? Della vita metafisica, della vita in senso lato, non certo della mia.

Riguardò il bambino mentre passava e gli parve di vedere se stesso a quell’età. Un’età che non sarebbe più tornata. Un ghigno rabbioso distorse l’espressione di Ilvo.

Quel bambino deve morire. Non deve crescere, non deve arrivare a trent’anni.

Con la scusa di fargli vedere dei funghi che aveva appena colto (quand’era piccolo, a lui lo incuriosivano sempre i funghi), attirò il bambino dietro ad un casolare di contadini, tra un albero che gettava un’ombra esile e una vasca piena d’acqua putrida. Davanti, vi era un ampio pendio d’erba luminosa. Si guardò intorno: non c’era anima viva. Nessuno lo avrebbe visto.

 

***

 

Il desiderio di solitudine e la malinconia impedivano ad Ilvo di allontanarsi dall’alta cima della montagna, dove viveva, per più di qualche giorno. Il suo tempo lo trascorreva vagando e isolandosi come un eremita, arrampicandosi e perlustrando ogni angolo di quei monti sempre sconosciuti, con il perenne desiderio di non pensare, poiché ogni pensiero lo faceva invecchiare un poco.

Era l’ora di cena quando giunse alla pensione. Salì in camera per ripulirsi e guardarsi allo specchio, perché temeva che il bambino, difendendosi, lo avesse graffiato, gli avesse lasciato dei segni sulla faccia e sul collo. Non trovò nulla. Tuttavia, sapeva che non mancava molto al giorno in cui l’avrebbero arrestato.

Quattro bambini uccisi, seppur nell’arco di sei anni, erano troppi persino per una provincia dove tutto procedeva con l’inerzia che contraddistingueva anche ogni suo abitante. Ilvo non aveva dubbi: quattro bambini uccisi sarebbero stati troppi ovunque. E nessuno, nemmeno il più miope e pigro dei funzionari, avrebbe permesso che il colpevole restasse impunito.

Ilvo la sapeva e ogni mattina, svegliandosi, si chiedeva: “Sarà oggi?”

Ma era tranquillo, tanto il tempo non avrebbe cessato di scorrere, che lui fosse libero o in prigione.

 

***

 

A cena Ilvo mangiò poco, perché la sera preferiva stare leggero, poi scambiò quattro chiacchiere al banco del bar, bevendo un punch al rum, con un suo coetaneo dalle lunghe basette e i baffi folti. Pur essendo nato lì, appartenendo alla generazione che usava coprire parte della faccia con una peluria generalmente rossiccia, ed essendo un uomo di montagna, Ilvo non rientrava nella categoria di coloro che sono poco avvezzi all’uso del rasoio. Da giovane sì, anche lui si sbarbava poco. Ma ora era sempre rasato alla perfezione, perché temeva che la barba e i baffi lo invecchiassero. Anche per questo, in paese, dicevano che era strano e mezzo matto.

Prima d’andare a dormire giocò a carte con alcuni forestieri, non vinse e parlò poco. Verso le undici giudicò che la giornata fosse ormai finita. Non era stata una giornata come le altre, e si sentiva stanco. Bevve un ultimo bicchierino per conciliare il sonno, salutò tutti e salì lentamente i gradini stretti e poco illuminati, tanto che bisognava stare attenti a dove si mettevano i piedi. Ma lui era un montanaro, c’era abituato.

Coricandosi, pensò che un altro giorno era terminato, e che nessun carabiniere s’era fatto vivo, anche soltanto per chiedergli dove si trovava e cosa stava facendo verso le quattro del pomeriggio. Probabilmente il cadavere non era stato ancora ritrovato, ma gli venne il dubbio che tra tutti i possibili sospettati (ammesso che ci fossero) lui forse era il meno sospettato di tutti. E chissà, i motivi magari erano gli stessi che avrebbero dovuto renderlo l’indiziato numero uno: viveva isolato, non aveva amici, era scorbutico, e parlava da solo, “come fanno i matti”.

 

***

 

Alla stessa ora, nello stesso paese ma a circa un chilometro di distanza, quattro bambini erano riuniti nel giardino di una villa, intorno ad un muricciolo di pietra. Poco distante, una fontana zampillava sotto la luce bianca della luna. Da un’altra parte del giardino, oltre una siepe ed un enorme castagno, provenivano le voci di un gruppo di adulti. Là era illuminato. Qui, invece, i bambini erano fermi nell’oscurità. Il più grande, che aveva undici anni, teneva sotto un braccio un pallone. L’unica bambina, di otto anni, stringeva tra le labbra un lungo stelo d’erba.

Fu lei a parlare. “Mio padre dice che gli spiriti esistono.”

“Seeh. Come gli Ufo. Se esistono, perché non li vediamo?”

Intervenne il più grande. “Una volta ho partecipato ad una seduta spiritica. Ero con mia sorella. Il tavolino a un certo punto ha cominciato a muoversi.”

Gli altri lo guardarono allibiti.

“Davvero?” chiese la bambina.

Palleggiando, il più grande annuì. “Facciamone una anche noi,” disse poi.

“Ma non abbiamo il tavolino.”

“Non ha importanza. Sediamoci in cerchio.”

Si sedettero e si presero le mani.

Il bambino più grande sospirò, chiuse gli occhi e disse: “Evochiamo lo spirito di Umberto.”

Umberto era un loro amico. Qualcuno lo aveva ucciso due anni prima, mentre andava a scuola.

“Concentratevi, e non rompete il cerchio. Chiudete gli occhi.”

Poco dopo, una folata di vento scosse i rami del castagno e in lontananza s’udì il latrare di un cane.

“Umberto, sei tu?” domandò la bambina, udendo dei passi leggeri e un respiro provenire da dietro la siepe.

Non era la luna che illuminava quel punto del giardino.

 

***

 

Ilvo non s’addormentò subito. La cosa non lo sorprese. Si sentiva inquieto, un pensiero che non riusciva a plasmare gli pulsava in un punto del cervello. Nel buio della mente vedeva una forma luminosa, lontana, di cui avrebbe voluto comprendere l’origine.

Quel pensiero, quella visione sfuggente non erano gli unici responsabili della sua insonnia. V’erano anche motivi più prosaici. Un cane che continuava ad abbaiare alla luna, un chiacchiericcio incessante sotto la finestra, il rumore di una ventola, porte sbattute e chiuse a chiave.

A un certo momento, quando stava cominciando a prendere sonno, sentì qualcuno che chiudeva le persiane del pianoterra.

Prima aveva udito un tuono echeggiare in lontananza, dietro le montagne, ora un secondo, fragoroso, esplose sopra il tetto. Sembrava un ruggito. 

Attraverso la finestra un lampo accecò lo sguardo di Ilvo. La luce del corridoio, che vedeva filtrare sotto la porta, si spense con un sibilo.

Il mondo intero precipitò nell’oscurità.

Ilvo pensò che un temporale, da quelle parti, dopo tanto che non pioveva, doveva per forza scatenarsi con la violenza di un uragano. Non c’era di che preoccuparsi. Ne aveva visti a centinaia. Uno dei cani dell’albergo prese ad abbaiare, unendosi all’altro, più lontano.

Ilvo si sistemò meglio sotto le coperte e chiuse gli occhi.

Un fulmine potente, devastante, mandò in corto circuito le valvole del suo cervello.

La forma luminosa s’era avvicinata, ora poteva distinguerne abbastanza chiaramente il contorno.

Era un ovale, e all’interno gli sembrava di notare una stella. Ma cos’era, un simbolo? O qualcosa di più concreto?

Aveva già visto da qualche parte quell’immagine, ma non ricordava dove. Un altro lampo squarciò persino il buio delle sue palpebre serrate. Il tuono che lo seguì proveniva dalle viscere della terra, e dava l’impressione di voler erompere e sventrare le fondamenta dell'albergo con la potenza di un terremoto. Ilvo questa volta fu costretto ad aprire gli occhi.

Da qualche parte proveniva una voce, ma era una voce che non riusciva a riconoscere. Non era di uno dei proprietari della pensione, li frequentava da anni, così come coloro che vi lavoravano. Il suo udito affinato da una vita di solitudine e di silenzio era in grado di capire che non si trattava nemmeno della voce di un villeggiante.

La voce che sentiva era fioca, lamentosa. Mormorava, più che parlare.

Eppure, nonostante il rumore della pioggia e del vento e il furibondo scatenarsi del temporale, non v’era altro che quella voce che riempiva i suoi timpani. Era lontana, o almeno così sembrava, ma sembrava lì, vicina a lui. Non sapeva come spiegarlo. La stava immaginando? Possibile.

Si alzò, cercando con le mani l’interruttore della lampada. Riuscì ad accenderla, ma un nuovo lampo la spense di colpo. Nemmeno dalla finestra filtrava un filo di luce.

Buio completo.

Aspettò per un periodo di tempo indefinibile, sicuro che prima o poi avrebbe captato i passi di qualcuno dei proprietari che, con una candela, venivano a soccorrere i villeggianti nelle varie camere. Invece non sentì nulla.

Anzi, no. Ad un certo punto udì nuovamente la voce, e questa volta era più vicina.

Non si trattava di un’impressione, non la stava immaginando.

La voce lamentosa era lì, dietro la porta della sua camera.

Il muggito del vento che entrava dalla finestra non poteva coprirla.

Ilvo però non riusciva a comprendere le parole.

Vide una luce muoversi, oscillare oltre la porta.

Senza sapere il perché, chiuse gli occhi. E subito riconobbe l’ovale con dentro la stella, di una luminosità accecante. Ricordò ogni cosa. Due anni prima. Era una mattina di fine ottobre. Lui stava tornando da una delle solite passeggiate in montagna. Aveva incontrato un bambino con la cartella sulle spalle. “Vai a scuola?” gli aveva chiesto. Il bambino aveva annuito. “Cos’hai sotto il braccio?”. Era un’insegna di metallo arrugginita, ovale, con al centro una stella quasi irriconoscibile. Anche la scritta era consumata. Scuola elementare di Stato. Repubblica Italiana. “L’ho trovata nel bosco,” gli aveva spiegato il bambino. … “Come ti chiami? … Umberto” … Avevano fatto un pezzo di strada insieme. Poi Ilvo s’era fatto dare l’insegna. Aveva attirato il bambino tra le fronde. L’insegna era consumata, e tagliente.

Molto tagliente.

 

***

 

La porta s’aprì all’improvviso. Sembrava che il furore del vento l’avesse divelta dai cardini. In un primo istante Ilvo vide solo una forma luminosa, poi la forma luminosa assunse dei contorni distinguibili.

Era una figura umana.

Era un bambino.

Era Umberto. Portava l’insegna sotto il braccio.

I suoi occhi erano spalancati in un’espressione allucinata. Aveva del sangue raggrumato sulla fronte e sul collo. Era bianco e le sue labbra esangui si muovevano appena.

Ilvo finalmente riuscì a capire cosa stava dicendo.

 “L’ho trovata nel bosco,” ripeteva.

l’ho trovata nel bosco.

Ilvo arretrò, ma non riuscì a muoversi molto. Le sue gambe erano paralizzate. Quegli occhi, gli occhi di Umberto, fissi su di lui, gli consumavano l’energia. Sentì le forze venirgli meno. Cadde a terra. L’ultima cosa che vide furono la braccia esili di Umberto che sollevavano l’insegna.

l’ho trovata nel bosco.

 

***

 

Poco più distante, nello stesso luogo, un bambino stava per addormentarsi nel suo letto. Un tuono lo svegliò, e lui si sollevò a sedere. Avrebbe voluto urlare, chiamare i genitori, ma non lo fece. Ripensò alla seduta spiritica, lui non credeva a quelle cose. Suo nonno gliel’aveva spiegato, una volta, ch’erano tutte sciocchezze. Eppure, poca fa, insieme ai suoi amici, aveva avuto paura.

Perché gli era sembrato di udirla davvero la voce di Umberto.

 

***

 

Il cadavere di Ilvo fu trovato verso le nove della mattina dalla donna che puliva le camere. La porta era chiusa a chiave.

Dopo aver bussato più volte, e aver chiamato ad alta voce, la donna delle pulizie con uno sbuffo d’insofferenza aveva aperto.

Era rimasta con la bocca spalancata, fissando Ilvo riverso ai piedi del letto.

Il medico legale aveva esaminato il cadavere e dichiarato che la causa del decesso era un attacco di cuore.

Per quanto strano potesse sembrare, con ogni probabilità a spaventarlo era stato il temporale.

 

 

Copyright 2001- Roberto Frini

 

 

  

    

   

ROBERTO FRINI

Roberto Frini è nato a Mlano. Il suo primo, vero racconto risale al 1991. Da allora ha scritto quattro romanzi (ma i primi due li considera delle prove), più di ottanta racconti, soggetti, sceneggiature, radiodrammi (per la Radio Svizzera Italiana) e testi teatrali.

Ha pubblicato l’antologia Show-Girl da combattimento per la Abastor Re:press e il racconto lungo Il Mercenario per le Edizioni G.Ho.S.T.

Ha inoltre partecipato alle raccolte Il legno, il mio amico (Abastor), Extreme - Torture Cerebrali e Paura (G.Ho.S.T.), Escrementi (Mongoloid) e alla prima antologia edita dalle Edizioni Guyal di Sfere (con 5 racconti).

Altri suoi racconti sono apparsi sulle riviste Lore, Subway, Nuovi mondi, Mongoloid (di cui è uno dei redattori), Anonima Gidierre e Ghost News (G.Ho.S.T.).

Ha inoltre scritto alcuni saggi sul cinema fantastico pubblicati dalla rivista Videodrome

Recentemente ha anche collaborato con la nota fanzine Planet Ghost (per conto delle edizioni G.Ho.S.T.)

Sempre per G.Ho.S.T. ha pubblicato l'antologia di racconti horror Schizzi di Sangue.

Attualmente sta lavorando al suo nuovo romanzo.

 

  

 

 

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