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LA BARA DI VETRO

scritto da Arthur J. Cochran

  

 

E i discepoli si radunarono intorno all’arcano diacono e tutti insieme si diressero verso la bara di vetro. All’interno della caverna un’aria gelida tagliava gli spazi bui come un rasoio. Echeggiavano le falde sotterranee ed il riverbero delle ombre diafane risaliva dal profondo. Passi lenti e pesanti. Senza incedere, abbarbicati a torce fumose, il nugolo di tuniche incappucciate raggiunse il centro della sala ovale incastonata tra rocce alcaline e stalattiti ghiacciate.

 La bara era in realtà un cilindro fatto d’acciaio e ricoperto da un vetro opaco, striato di nervature di ghiaccio. Un leggero manto di nebbia artificiale risaliva da essa e si disperdeva negli immensi ambienti come il respiro di uno spettro inquieto. La struttura spuntava per metà dalle rocce e toccava con la punta estrema la sommità di un masso che nascondeva i resti di calcolatori, arrugginiti e sfatti. Cavi flessibili sbucavano ovunque e scatole nere, argento e blu erano accatastate senza ordine negli spazi circostanti. L’arcano diacono alzò un braccio e voltò il capo verso i suoi discepoli. Ritornò a fissare il cilindro e poi proseguì recalcitrante. Lui stesso non aveva mai visto un oggetto simile, né tanto meno un luogo come quello. Gli esploratori avevano già rinvenuto altre spoglie degli Antichi. Ma nulla in confronto a ciò che vi era all’interno della caverna. Quando gli uomini avevano fatto ritorno al villaggio, nel cuore della notte, con strani oggetti tra le mani, strumenti dalle strane forme e dall’aspetto insolito, tutti erano rimasti meravigliati. Gli Anziani avevano voluto quella spedizione al di là delle colline; il mastro diacono aveva sempre dissentito, ammonendoli che era un peccato, un sacrilegio, che il passato doveva rimanere sepolto. Ma poiché i saggi avevano deciso che così fosse ancora, aveva voluto portare con sé i suoi discepoli, perché fossero loro a visitare la tomba degli Antichi. Klaus, il mastro diacono, esile e dal volto tumefatto, osservò con il suo unico occhio centrale gli anfratti costellati di oggetti dall’apparenza aliena. Osservò ogni cosa, collassando ogni volta: le meraviglie degli Antichi erano incastonate tra massi e detriti. Vi era una tale infinità di cose che non avrebbero avuto il tempo di guardare tutto. D’un tratto alcuni massi si mossero ed il gruppo di discepoli si raccolse stretto in cerchio, brandendo le torce. Klaus si portò le mani scheletriche al volto per coprirsi la vista.

<<Qued esto reclamo>>proruppe spaventata la sua voce

<<Qued esta antica terra>>trasalìì nel silenzio assordante che seguì. I suoi discepoli erano visibilmente atterriti.

Avrebbe voluto ritornare sui suoi passi e far rientro tra le sicure mura del villaggio dietro la collina, ma gli Anziani volevano sapere ed egli non avrebbe potuto far ritorno a mani vuote.

<<Quid follie killere me>>biascicò a bassa voce, maledicendo i vecchi attempati che lo attendevano bramosi di sapere.

Klaus soppresse gli istinti e le voci interiori che lo volevano fuori di lì, e si costrinse a raggiungere il cilindro che sembrava attenderlo alla fine del suo cammino.

 Vieni, sono qui dentro!             La voce lo percosse: un ronzio strano. Un’armonia metallica. Qualcosa si mosse. Uno sfiato di nuvole artificiali risalì dalla superficie della bara.  Ve ne erano altri di cilindri; essi erano per metà sepolti nel terreno friabile e per l’altra seppelliti tra massi e ingombranti ombre d’acciaio.    

<<Quid venite cunteme>> mormorò al gruppo di discepoli che si erano prostrati in religioso silenzio.

Klaus raggiunse il cilindro. Dinanzi alla sua vista, lo specchio corroso da stille ghiacciate nascondeva qualcosa. Un involucro pesante, d’acciaio e ghiaccio. Un frammento del passato.

Tiratemi fuori di qui!  La voce lo percosse di nuovo come una stilla di ghiaccio pungente.

Vi erano molti altri cimeli all’interno della grotta. Qualsiasi monile sarebbe andato bene agli Anziani. Avrebbero ballato e banchettato per tutta la notte e forse anche per quella seguente. Aprite la camera criogenica! Erano solo voci, frammenti incomprensibili alle orecchie del mastro arcano. Klaus rimase perplesso e la paura lo sommerse. Che fossero gli dei a parlare? Gli dei che custodiva nel tabernacolo al tempio d’acciaio?

Tiratemi fuori da qui!

<<Esto porti villago>>disse, rivolgendosi ai discepoli, attoniti e straniti. La voce l’avevano udita forte e chiara, anche se nemmeno una foglia s’era levata in volo. Era riecheggiata tra le cavità delle loro menti obnubilate dalla paura.

I discepoli si affrettarono a raggiungere il sarcofago metallico. Alcuni tolsero i detriti, altri i massi più consistenti. Ben presto la bara scivolò verso sinistra e poi verso destra per atterrare morbidamente in posizione orizzontale. Qualcosa al suo interno si mosse.

Tiratemi fuori. Fa freddo.

Presero ad imbrigliarlo con delle funi.

<<Strate sarcobara! Strate, strate>> incitò il mastro arcano.

Quando il cilindro fu ben assicurato, i discepoli si misero in fila indiana e cominciarono a tirare verso l’uscita della grotta. Klaus, li seguì con lo sguardo fino a che non furono usciti. Rimase ancora tra le rocce con una fiaccola tra le mani e dopo essersi genuflesso dinanzi ai resti del passato, si voltò e corse fuori.

Dopo tre giorni e tre notti di cammino, fecero ritorno al villaggio di palafitte e casupole di argilla.  Gli Anziani vollero essere informati di ciò che Klaus ed i suoi discepoli avevano visto e poi fu la volta del sarcofago d’acciaio e del suo contenuto. Esso, durante il tragitto si era completamente disfatto della gelatina d’acqua che fino ad allora l’aveva imbrigliato in una morsa glaciale. Una scritta rossa sul dorso della struttura riportava:

                                                            HYPERMAT – MODULO IPERSONNO – 2039

La lingua degli Antichi era ancora un mistero e Klaus si limitò a dire che si trattava di un sarcofago al cui interno un antico era rimasto “a dormire”. Al ché, gli Anziani parvero sgomenti ed eccitati.

<<Strate Antico da sarcobara!>> ordinarono.

Klaus obiettò dicendo <<Tres macabro, tres erro!>>

<<Strate Antico da sarcobara!>>ingiunsero senza appello.

Il mastro diacono diede ordine ai suoi discepoli di trasportare il cilindro oltre la porta di pietra fino alla sala ovale dell’adunanza di fronte al tabernacolo.

Gli uomini incappucciati allungarono le loro braccia deformi e putrescenti, afferrarono il sarcofago e lo trascinarono laddove era stato indicato dal loro padrone.

<<Erte vivo Antico?>>avevano domandato gli Anziani radunati in cerchio nella sala del giudizio.

<<No sapiente>>aveva risposto

Lasciatemi uscire da qui!

La voce era riecheggiata nei suoi pensieri. Si sentì smarrito dinanzi agli occhi degli Anziani. Che cosa volevano sapere? Che cosa? Si domandò, mentre pensava al corpo dell’Antico sepolto nella bara.

Che cosa volevano farne di lui?

<<Imbalsa mastro arcano! Imbalsa Antico. Esto reliquia passata>> tuonarono le loro voci all’unisono

Imbalsamare il corpo? Quale follia! Si sentì mancare. Avvertiva una strana sensazione di impotenza. La sua incoscienza sapeva qualcosa che non riusciva a comprendere. Aveva l’impressione che qualunque cosa vi fosse all’interno del sarcofago, qualunque cosa fosse, essa era viva!

<<Imbalsa!>> disse il mastro saggio anziano. Era vecchio ed il suo volto era simile a quello di uno scarafaggio. La vecchiaia lo aveva deteriorato. Klaus si guardò le mani: artigliate e viscide. La metamorfosi sarebbe continuata sino alla fine. La loro razza di mutanti non ricordava per nulla il passato nascosto nella bara di vetro. I suoi pensieri andarono al tabernacolo. Le scritture e le immagini sepolte tra le pagine del rettangolo di carta fino ad allora erano state le uniche cose che aveva saputo sul mondo degli Antichi. Se avesse saputo decifrare quella lingua avrebbe letto l’edizione del 20 febbraio 2039 del TIME.

<<Imbalsa ora et attento essere>> vociferarono gli Anziani.

            Klaus diede ordine ai discepoli di condurre la bara oltre la sala dell’adunanza. Raggiunta la porta di pietra, avrebbero fatto il loro ingresso nella camera mortuaria dove strumenti affilati ed acuminati attendevano di essere utilizzati.

            Il gruppo di discepoli che sempre accompagnava il mastro diacono depositò la bara in un angolo oscuro della camera. Alcuni accesero i lumi e le torce fissate alle mura di pietra.  Poi fecero spazio a Klaus ed agli apprendisti che lo avrebbero assistito nell’imbalsamazione.

Un discepolo nel frattempo che i medici si preparavano al rito, ruppe la bara scolpendo il perplex del cilindro con una mazza ferrata. Quando la protezione superiore fu divelta, un secondo discepolo lo aiutò ad estrarre il corpo ancora parzialmente gelido. Per spalle e per gambe lo trascinarono sino al centro della camera mortuaria e quando ebbero raggiunta una lastra di pietra tagliata a forma di esagono allungato, lo adagiarono con estrema cura come se si trattasse per davvero di una reliquia.

 Poi i due discepoli si allontanarono per far ritorno nell’ombra che li avvolse come una spirale. Il mastro diacono ritornò sulla scena. Aveva dismesso gli abiti quotidiani per vestire quelli cerimoniali. Tutti i defunti erano stati imbalsamati tranne quelli dei ladri e dei violentatori che venivano sciolti in una soluzione acida e fatti percolare giù da un dirupo, lontano dal villaggio. Indossava una tunica viola arricchita da un copricapo di pellame piumato. Il suo occhio incavato quasi aveva timore di osservare da vicino il corpo perfetto di quell’Antico che a breve sarebbe divenuto un cimelio e nient’altro. Affiancavano il mastro diacano due adepti iniziati che lo avrebbero assistito. Essi, esili quanto il sacerdote, indossavano il cappuccio e lungo le braccia ossute portavano gli strumenti per l’imbalsamatura.

            Il corpo dell’Antico era teso per via del gelo che lo aveva avvinto per secoli, ma lentamente i muscoli facciali come quelli del resto del corpo stavano riemergendo dal letargo. Un umano comunque anziano, ibernato nel passato con la speranza di risvegliarsi in un futuro capace di comprenderlo e curarlo.

<<Anima cum pace homo>> pontificò il diacono Klaus, alzando le braccia verso la volta arcuata della camera mortuaria. Tra le mani ossute teneva una coppa ricavata da pietra pomice, ricolma di sangue, raccolto tra gli adepti. Con il rituale si purificavano i corpi dei sopravvissuti alla scura della morte.

<<Anima cum pace homo>> urlò questa volta, rovesciando il contenuto della coppa sulle carni semi congelate del primate.

            Gli adepti si prostrarono con un inchino, dinanzi al catafalco e dopodiché ritornarono accanto al loro maestro in attesa che egli fosse pronto per cominciare ad estrarre  le interiora dal corpo.

Dove sono ? Quando sono? Ehi fatemi uscire da qui!

Le palpebre dell’uomo si mossero impercettibilmente. Le membra si stavano lentamente rilassando, e presto egli avrebbe aperto spontaneamente gli occhi, rendendosi conto di dove fosse realmente.

            Il maestro diacono nel frattempo aveva preso i primi strumenti che gli sarebbero serviti per estrarre le cervella dal cranio del corpo. Avrebbe inserito due lunghi uncini acuminati attraverso le narici ed una volta raggiunta la cavità occipitale, avrebbe tirato con forza. Dopodiché il contenuto sanguinante sarebbe stato riposto in una speciale ampolla di vetro. Subitamente avrebbe preso ad incidere il petto sino al pube con bisturi taglienti. Estratte le interiora e riposte in un contenitore, avrebbe riempito l’interno del corpo con fango e paglia in modo da mantenerlo inalterato. Le fasi finali lo avrebbero portato ad ungere ogni parte con un liquido verdastro e nauseante che avrebbe mantenuto a lungo l’epidermide tirata e lucida, infondendogli un senso di vitalità. Per la felicità degli Anziani che avrebbero potuto osservarlo per sempre in una teca di vetro, giù nei sepolcri.

            Gli uncini erano stati riscaldati sul braciere che i discepoli avevano acceso in fondo alla camera mortuaria. Klaus li tenne per i manici legnosi e si apprestò ad asportare la sostanza cerebrale dalla cavità cranica dell’Antico.

Quando li immerse nella cavità nasale, le palpebre dell’uomo vibrarono e quando il mastro diacono spinse in profondità, il primate aprì gli occhi  ed il suo ultimo pensiero, guardando  il  volto  mostruoso  del  suo  carnefice, fu …

Tiratemi fuori da qui!

Ed il mastro diacono tirò.

 

 

  

    

   

Arthur J. Cochran

Siamo ancora qui e stiamo tutti bene. Almeno credo. Voi che ne dite? Dopo ciò che è accaduto in settembre, sembrava che il mondo potesse cambiare, ma non ancora abbastanza da poterci scambiare segni di pace veritieri. Prima ancora di parlare di libertà dovremmo cercare di essere liberi. A parte il mondo irreale e le mie illazioni, ho da annunciare qualche novità. Innanzitutto, una serie di racconti che compariranno sulla Rete in vari luoghi al momento imprecisati ed anche su carta canta(pulp dirà qualcuno). Potrebbe uscirne una raccolta, chi lo sa! Altra news: con tutta probabilità nel 2002 vi allieterò con due romanzi fantahorror che,( gli Dei mi scampino!) avranno ragion di vivere e di gareggiare in favolosi tornei intellettuali. Ma per quanto riguarda adesso…

…Quest’estate, durante un periodo di meritato riposo tra le verdeggianti montagne trentine, ancora congestionato dall’idea di porre fine ad un romanzo a metà strada tra la science fiction classica, il cyberpunk più innovativo ed il vecchio adagiante horror ,(anche splatter, perché no?), buttai giù alcuni racconti tra cui, uno dei miei preferiti fino ad ora, Bara di vetro per l’appunto. Attendo un Vs. gradito giudizio su quanto scrissi, una mattina, a seguito di domande incalzanti da parte della mia signora, in merito all’argomento “morte presunta” e a ciò che potrebbe accaderci se non accettassimo l’idea del trapasso definitivo.

  

 

 

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