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BELLA DI NOTTE scritto da Laura Panìco
Irina Domìgo avanzava altalenante nella folla come uno schizzo sbadato piombato qua e la sulla tela di un qualche pittore dilettante, dotato però dell’insensatezza di un qualsiasi sbaglio che la rendeva originale. In effetti se quella scenetta fosse stata un quadro, sarebbe stata di certo una fedele riproduzione tardo Ottocentesca tanto era folta quell’accozzaglia di umanità riversa nel mondo coi loro infiniti mille problemi. Signore e signorine ben sistemate o presto spose, operai pronti a gridare con gli occhi la loro indignazione contro le grandi rivoluzionarie macchine da lavoro; e poi ancora bambini urlanti sporchi di fuliggine in viso o ben puliti e curati, gentiluomini Dandy preoccupati e sorridenti. Il bianco e il nero del mondo. Tutto gettato nella bella penisola, giovane e calda di rinnovamento, effervescente di fronte al prospetto di una consolidata Unità costata parole e sangue ai cari avi. Lanciata, più veloce di una cannonata nel futuro. Irina Domìgo scorreva in quel quadro come il getto di una sorgente sicuro di congiungersi al mare dopo qualche tempo, quel posto le apparteneva, immersa com’era nei suoi ricordi e nella sua decadenza. Ancorata a uno stato che sapeva di non poter abbandonare, felice e torpida calpestava con le scarpe il calco dei suoi passi futuri, invisibili agli altri uomini, avanzando tessendo il cammino dinanzi a lei, una geometrica tela di ragno esistente probabilmente sin dal giorno della sua nascita. Grossolanamente tutto nella sua vita fino a quel giorno sembrava aver dovuto seguire un destino prestabilito. Intendiamoci, non che mancasse di forza caratteriale, ma alle volte non sapeva proprio definire quella strana sensazione dentro di sé simile al montare della marea che si alza e tutto travolge. Pochi uomini saprebbero dire cosa si prova a sentirsi una conchiglia trasportata dall’oceano, ma Irina Domìgo aveva questa consapevolezza. Era ancora una ragazza, il Secolo del Cambiamento l’avrebbe definita già “giovane donna” se avesse avuto la facoltà della parola. Ma chi lo dice che in fondo il Tempo non ne ha?! Nessuno tra il perpetuarsi della folla avrebbe mai pensato all’incredibile incrocio genetico che aveva trovato espressione nel mogano dei suoi capelli, colore che, nel secolo avvenire sarebbe stato rincorso artificialmente nelle profumerie e nei supermercati da teen ager e donne urlanti. Colore forse del tutto sprecato su una ragazza abbastanza sciatta, bruttina, slavata, magra sino a rasentare la malattia; era rigorosamente Italiana da più di quindici generazioni, eppure il suo aspetto sembrava tradirla per un fenotipo abbondantemente nordico, diciamo anglosassone. Come ogni cosa a questo mondo evochi un ricordo, o un sapore, o una sensazione, o una visione di vite precedenti, ebbene, Irina Domìgo non evocava niente, e non c’era niente che escludesse il fatto che in quel momento non stesse camminando su un altro pianeta, poiché nessuno sembrava accorgersene. TERRORE E’ una parola a tinte forti, lo so. Ma se ci si è abituati da anni, la stessa emozione può con la forza del tempo scolorire come una camicia lavata troppe volte con la candeggina; purtroppo non era il caso della piccola Irina che, fuggendo quasi ogni notte come una lepre consapevole di essere votata al martirio si faceva largo tra tachicardia e nubi di aria rarefatta che le schiacciavano il petto impedendole di respirare. Era una corsa quasi folle la sua, nera come è nera la fine di una strada chiusa, cieca e ottusa creatura del suo viaggio senza ritorno, che si ripeteva. Ogni notte. Non gli erano concesse nel suo Incubo le doti della calma e della lungimiranza, forse le era stata data dal destino l’opportunità di entrare in contatto, almeno di notte, con l’arcaico istinto di sopravvivenza e di incorporarsi alla tremula futura carcassa della vittima del sanguinario predatore. Il Lupo le si buttava dietro ormai da tempo, da quando il suo corpo era ancora quello acerbo di una bambina. Poi erano passati gli anni, prima quelli dell’inconsapevolezza, poi quelli tormentati dell’adolescenza e infine l’equilibrio, la pacificazione. Almeno apparente. Il corpo della Bestia non era cambiato, invece. Ci si poteva perdere ad ammirare il nero lucidissimo del pelo che data la sua appariscenza sembrava il risultato ben riuscito di una costosa cura di bellezza veterinaria, una lunga distesa sbrilluccicante e dall’apparenza morbida. Scuro, grande. Da lontano l’ammasso pauroso di nero…solo quello. Era sicuramente il colore dominante ma non per questo sarebbero passate in secondo piano le iridi giallo-verdognole VIVE, doveva avere la vista acuta l’Animale…almeno questo era quello che la signorina Domìgo pensava da sempre.
IL LUPO E’ UN ANIMALE SLANCIATO, PUR NON AVENDO L’AGILITÀ DEL FELINO. SIMBOLICAMENTE PARLANDO GLI SONO ATTRIBUITE VORACITA’ E PREPOTENZA.
Non si sa quanti metri nell’ignoto avesse percorso la gonna toccando a malapena il terreno. Era una gonna color canapa…un caso Irina? Quel tenue tessuto la sbalzava ancor più nel suo limbo, come se quel giorno NIENTE ma proprio NIENTE fosse destinato al caso. Il bianco sacrificale del vestito e della sua pelle, della sua pelle e del suo vestito. E tutto aspetta, in silenzio, di essere raggiunto. Di giorno o di notte, non ha importanza. Trascurando per l’ennesima volta questo miserabile particolare la beneamata (da tutti ovviamente, e come non amare un così delicato animo in un corpo tanto sgraziato?!) Irina, volgeva le sue ore di sole nella Biblioteca pronta a chiudersi lì; consapevole che buona parte di quel sole non le spettava di diritto…il sole e la luce, la luce e il bello e il chiaro della sua carnagione che rifuggiva la luce. UN gradino DUE gradini TRE gradini QUATTRO gradini CINQUE gradini – ora l’ombra era più prominente e ricoprendola a sufficienza le donava almeno in quell’istante il benessere dell’illusione di aver trovato un posto nell’ambiente circostante. Fu ricoperta quasi immediatamente dagli sguardi anonimi degli ignavi che popolavano quella sala e di lei rimase un fotogramma della durata di un istante nelle loro menti…se solo avessero saputo cos’è un fotogramma! La signora Coriati la salutò dignitosamente, riconoscendo il suo scarno volto, e con la familiarità che le apparteneva la signorina Domìgo si sedette al quinto tavolo davanti la finestra. C’erano parecchi posti liberi intorno all’angolo attorno al quale la ragazza era solita RIFUGIARSI e ogni volta trovava quella grande lastra di legno pesante vuota. La avvertì come SUA e con i polpastrelli delle dita sfiorò le insenature profonde che appartenevano a quel tavolo in noce, riconoscendole, come per salutarlo e per ringraziarlo, perché dopotutto, quello spazio apparteneva solo a lei. Come il suo incubo. LO SENTIVA SBAVARE. Lo sentiva bramarla, volerla, mangiarla, divorarla, sbranarla. Quel mostro le era alle costole e AVEVA FAME. Irina lo sapeva ma le fragili gambe da bimba erano giovani…e stanche. Aveva già avvertito la sua presenza davanti al portone di casa e ora che correva in cerchio attorno alla meravigliosa villa in stile Liberty lo avvertiva ancora di più. Chissà per quale oscuro motivo sentiva i suoi passi ancorati a terra, incapaci di seguire una traiettoria diversa, MAMMA MAMMA MAMMA MAMMA MAMMA MAMMA AIUTO AIUTO AIUTO AIUTO AIUTO.
Come nei migliori incubi ovviamente provò ad urlare, ma non produsse alcun suono. Le labbra si schiudevano, anzi si aprivano e si spalancavano, il risultato era il tremendo niente. Ne un’invocazione, un grido, un pianto. Assolutamente niente. Eppure il terrore che aveva dentro era grande, forse anche troppo rispetto a quello che avrebbe dovuto provare una bambina, NO NOOO Si ribellò con tutta l’energia e la passione dei suoi anni migliori. Ma fu inutile. La stanchezza sopraggiungeva, l’animale sembrava ancora vigoroso, come se niente avesse potuto scalfirlo. Ne la notte, ne il tempo. Irina trovò miracolosamente il modo di roteare gli occhi e li diresse verso la selva boscosa recitando una preghiera. La Natura è vigile, la Natura ci protegge e ci chiama. Aveva sentito dire una volta.
HA CORPORATURA SLANCIATA, TESTA E MUSO ALLUNGATI, ORECCHIE ERETTE, ARTI ROBUSTI.
Decise di consultare un vecchio tomo: un miscuglio di etologia e zoologia reduce dalla tanto declamata epoca Illuminista. Non che avesse una esagerata fede nelle raziocinanti e lineari spiegazioni sul mondo naturale, ma quando un equilibrio si trova a vacillare si comincia a correre per rifugiarsi nelle radici del mondo, e quelle sorpassate teorie avevano il potere di cullare la mente e di farla assopire. Lesse per tutto il pomeriggio, lesse fino a che anche il sole la abbandonò stanco di starla a guardare. Cominciò ispezionando il mondo degli anfibi, dei cetacei, per poi passare a quello degli insetti che reputava particolarmente interessanti vista la laboriosità di alcune specie. Ma il focus della sua ricerca era centrata sui canidi. Buttò così un’occhiata compiuta ai mammiferi in generale per poi addentrarsi nel ramo degli incroci genetici più familiari fino alla speciazione, alle gerarchie, ai branchi.
IL LUPO POPOLA LA PENISOLA ITALICA PREVALENTEMENTE NELL’APPENNINO CENTRALE E MERIDIONALE, ANCHE SE GLI ESEMPLARI STANNO LENTAMENTE DIVENTANDO OGGETTO DI ESTINZIONE.
Scossa dall’impeto altero della voce della signora Coriati che la invitava ad alzarsi Irina si trovò costretta a chiudere frettolosamente il tomo e a riporlo sullo scaffale in basso. Non ci voleva quell’interruzione ora che la conoscenza stava arrivando... la conoscenza. Sentì il corpetto leggermente allentato e rifletté sulla necessità di rinnovare il suo guardaroba primaverile appena le finanze di un suo ipotetico futuro marito glielo avrebbero permesso. Non aveva molta scelta, a malapena due o tre corteggiatori, ma in cuor suo si sentiva lusingata. Anche ricevere l’attenzione di un solo uomo l’avrebbe fatta sentire meglio, a dire la verità qualsiasi sguardo incrociasse il suo non per puro caso le provocava piacere. E ringraziava tutti per quegli istanti di importanza che le venivano concessi gratuitamente ogni giorno, c’era una stella nel suo esile e sgraziato corpo, che viveva ogni ora la primavera del giorno. CINQUE gradini QUATTRO gradini TRE gradini DUE gradini UN gradino – aria notturna e brezza serale arrivarono contemporaneamente baciandole il viso nella sua totalità; non era una bella cosa che una signorina si trovasse in giro da sola a quell’ora di sera, sicuramente qualcuno l’avrebbe notata e le voci GIRANO anche in una grande città ma questo era uno degli ultimi pensieri che vagava nella mente di Irina, intorpidita. Talmente tanto inebetita che non si accorse nemmeno che col tacco dello stivaletto sinistro aveva intoppato il vestito – e la sua marcia – provocandosi una storta al ginocchio. Quasi non se ne rese conto quando il busto e le mani andarono a scontrarsi contro la dura pavimentazione. Un paio di mani grandi e forti afferrarono il corpicino della piccola sollevandola da terra, inspiegabilmente e a una velocità fortissima, mentre la scena cruenta si consumava. Nessuno dei personaggi di quell’incubo si sarebbe mai chiesto come può un UOMO correre così tanto, ma al momento non c’era tempo per pensarci. Ciò che passa nella mente vigile e pregnata di terrore quando qualcuno ti toglie il peso dei tuoi arti è cosa difficile da stabilire. Irina tornò indietro: coi mesi, cogli anni fino a uno stadio post-natale e si sentì in una culla. Il conforto provato in quel momento era impagabile e lei non lo avrebbe mai barattato per niente…forse col tempo in modo da allungare l’istante fino a farlo diventare eternità. Ma non c’era tempo. L’uomo roteò vorticosamente compiendo un’ellisse di circa 180 gradi e scattò più veloce del vento, Irina lo riconobbe: era il signore che abitava la baracca da giardiniere vicino alla sua villa. Trovò persino il tempo di guardarlo ammirata per una frazione di secondo prima di capire che si era materializzato un oggetto vicino alla disastrosa orbita: un grande vaso per piante. Il tour nelle forti braccia era finito e lui adagiò cautamente il suo corpo asciutto nel vaso intimandogli di restare lì nascosta. Il suo viso era seriamente preoccupato, si raccomandò di non far uscire da quel vaso ne un respiro ne un sibilo…altrimenti il MOSTRO l’avrebbe sentita. E sbranata. Ma il mostro ha un fiuto infallibile e una vista fenomenale – ragionava in silenzio Irina tra se e se – mentre il suo corpo reagiva irrazionalmente alla situazione sprofondando sempre di più nel vaso, via via assottigliandosi fino a diventare parte di quel coccio ridicolo.
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Ormai non si udiva più niente. Ne un urlo, ne un passo, ne un ringhio, ne un lamento, ne un respiro. Ci si poteva perdere nel nulla più totale. Le membra della bambina immobili si erano definitivamente incorporate al grande vaso, fino a diventare una cosa sola. Ora vibravano all’unisono. Irina sapeva ancora di esistere, pur non respirando. Avvertendo solamente la voce dei suoi pensieri. Ma pensava. Ed esisteva. Di questo ne era sicura. Ad occhi chiusi, rantolando, bisbigliò mentalmente ed insistentemente un’altra preghiera: GIORGIA. Era il nome della sua amica, sin dal primo giorno di scuola. Le aveva unite l’innocenza dell’infanzia e fu l unico nome che poteva in quel momento placare lievemente il suo terrore. Era un grido disperato alla comunità. Perché c’erano altre persone intorno a lei, ne era sicura. E pensò cautamente al da farsi dal segreto della sua tomba. Arrancando cercò di rimettere in riga la sua spina dorsale e più o meno lentamente ci riuscì, accusando anche una certa sgradevolezza visto l’imbarazzo solitario della situazione, cosa che magistralmente intaccava il pudore di ogni qualsivoglia giovane donna del sud. La notte ormai dominava il mondo e le cose, la luce solare si era temporaneamente spostata nella parte antistante del globo e non sarebbe più tornata, almeno per una grande manciata di ore. Quasi nessuno si trova a riflettere sul fatto che ogni volta che la luce scompare sarebbe doveroso porgergli un ipotetico addio visto che non tutte le vite resistono fino alla festa dell’alba, qualche volta il respiro si spezza. E il cuore si ferma. Questo Irina lo sapeva bene e di quell’oro benediceva ogni istante, quando poteva con la fierezza di un Capo Apache onorava il momentaneo commiato diurno; quel giorno non era stato possibile. I muri della Biblioteca avevano occluso i bagliori rosati della fresca giornata autunnale, impedendole il rituale saluto. Provò nostalgia per quel arrivederci mai detto e se ne fece rapidamente una ragione, come si confà a ogni giovane donna che brami di entrare un giorno a far parte almeno della classe medio-borghese. Rimise in riga anche i suoi pensieri. Riprese a camminare ma ne la strada, ne le vetrine, ne le case ne i monumenti riprendevano forma nel quadro. I colori erano sfumati, la nettezza partiva forse da quasi subito, sbattè gli occhi e si fermò. Riprese e li sbattè altre volte. Erano passati alcuni minuti quando realizzò il fatto che il suo corpo non aveva meta: si era diretta nella direzione opposta da dov’era situata la sua casa, il grado di oscurità si era stabilizzato ma lei lo sentiva avanzare sulle sue spalle. Un grande volto rossastro la scrutava alto nel cielo: era una splendida luna, enorme, che quella sera brillava fulgida dei suoi quattro quarti di totalità. La guardava come una meravigliosa mantide, una seducente e felina figura femminile pronta a dare la vita, o la morte. Affrettò il passo, ma i deboli raggi si riflettevano ancora sulla sua schiena, allora si rese leggera come una farfalla, i suoi tacchi a malapena sfioravano il terreno in un veloce susseguirsi. Si rese conto ben presto che non c’era angolo della città, nascondiglio o tugurio che la potesse riparare dalla luce della luna. Allora il panico si impadronì vorticosamente di lei, quel panìco che involontariamente l’accompagnava già da piccola nelle tristi ore notturne, e i suoi polmoni si gonfiarono, e il suo cuore scoppiò quasi, e il suo grido era reale, e l’ululato nella sua mente no. I gridi e gli ululati formavano una melodia dissacrante ed antica. A poco a poco la sua spina dorsale prese nuovamente ad incurvarsi per opera di rapide e febbrili scosse, un singhiozzo stroncato le partiva dallo sterno per poi morire nel nulla circostante. Ritmicamente le sue pupille presero a muoversi, a ingrandirsi e rimpicciolirsi; sia il quadro che il mondo ora erano dotati di una connotazione spasmodica. La sua corsa era costellata ora da piccoli sbalzi, sussulti, tentennamenti, contrazioni. Il suo piede aderendo alla fissa continuità terrena calpestò un ramo. La sua corsa era ulteriormente rallentata da rovi spinati che le tenevano incagliato il vestito di raso rosa, le mani delicate da futura Signora Domìgo subivano continuamente lesioni più o meno leggere dovute all’assurda boscaglia circostante. Si trovò improvvisamente sommersa da una natura crudele e fitta, il tutto intorno a lei ora bramava quell’esile struttura corporea. Ne un suono di cicala, ne uno sbatter d’ali ne un fruscio. Tutto stava aspettando. Incapace ormai di pensare sia a se stessa che agli altri, l’automa della signorina Domìgo si dirigeva ora con diretta inconsapevolezza nella fitta foresta. I pensieri ormai da tempo immemore non aleggiavano più nel suo corpo stanco e avvilito. Il chiarore notturno si posò per l’ultima volta sui suoi occhi straziati, e poi dolcemente l’abbandonò, cedendola alla caverna nella quale era entrata. Ne un rumore ancora, ne più un fruscio. Il Padrone ti ha voluto, egli ti brama, da sempre, e tu oggi sei diventata la sua sposa. Egli è Padrone del tempo e nel banchetto nuziale onorerà le tue carni.
(copyright by Laura Panìco)
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