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LA BESTIA DENTRO scritto da Mirko Paganelli
Quella notte l’aria era calda e vivace in tutta la città. Sebbene l’estate fosse ormai lontana, le stelle contribuivano ad illuminare l’animo saturo di freddo di ogni anima che vagava solitaria. Quella notte l’aria era bianca, fuori dalle fauci increspate e iraconde. Il buio passava quindi dalle alte dimore e dalle antenne tecnologiche, agli anfratti di acciaio dei sottosuoli. Dagli enormi parcheggi in cemento, ai sanatori bianchi e morenti. La città quella notte, avrebbe ospitato nuove sensazioni di timore, di paura, di sollievo e di angosciosa felicità. Quando l’animo è caldo, non importa più nulla a nessuno. Dall’alto guardiamo ora al basso e notiamo il solitario uomo della notte che da tempo vaga nei dintorni delle dimore ospedaliere. E’ di media statura, col corpo ricoperto da un cappotto pesante e una sciarpona immensa che gli copre quasi tutto il volto, in parte anche gli occhiali. Ha capelli lunghi fino a sotto le orecchie, tirati indietro da mani invisibili. Sono castani e lievemente mossi. Non vediamo, poiché coperto dalla stoffa, un pizzo caprino degno dei più folkloristici satiri mitologici. Gli era cara la città millenaria, sotto le cui fondamenta premevano una moltitudine di vite sofferenti, sebbene ci vivesse da poco tempo. Il suo arrivo era avvenuto pochi mesi prima, dalle terre dell’Est Europa. Noi non amiamo etichettare le fonti e le lapidi, ma così il fato talvolta richiama. Richiama dalle lontane lande a noi. La penisola culla dell’arte e della cultura più antica. L’antico regno sorto su pilastri marmorei di cultura vergine, dove le antiche chiese vomitavano sangue ed eresia. Dove i castelli e le fortificazioni sprigionavano a suon di falconetto ire mai viste prima. Le ire della sovrana, che un tempo fece della nostra città un vanto ribelle invidiabile ai più. Ma oggi le cose sono cambiate. Ben poco ci interessano gli avvenimenti di una storia che più non è. Ben poco è il valore di eventi la cui origine non può essere rivelata da arcani misticismi di orrore. Questo era in realtà. Da sempre, dall’origine dei tempi, la città ha architettato giochi e scherzi per le creature ospiti. Niente di universale, forse solo un alambicco di incudini forgiate per il divertimento di tutti. E fu così che la città chiamò a sé il solitario, che ora vediamo vagare attorno ai sanatori malati e febbricitanti. Dimenticate gli urbanismi terra terra delle comuni rappresentazioni di ogni genere. I sanatori della città erano qualcosa ad un livello superiore. Qualcosa di sotterraneo e mai visto. Forse solo per noia. Dietro al padiglione principale del sanatorio regnavano diversi parcheggi intercalati da smilzi boschetti. Era autunno e le foglie si guardavano sugli alberi come si calpestavano per terra. Era autunno e il solitario, con la pancia appesantita dal freddo, vagava dentro la città come un granello di pece. Il solitario arrivò nei pressi dei parcheggi dove diverse macchine erano posteggiate. Non si cura di esse e prosegue. Entra in un cancello di poca rilevanza e una piccola discesa di cemento lo porta in uno spazio interno circostante agli alti palazzi laterali. Sembra come dentro a qualcosa di molto infimo. Le pareti sono scrostate, degradanti. Ai bordi si congiungono in caotiche geometrie, grossi tubi di acciaio. E poi ventole enormi e cabinotti di latta per il riscaldamento. Lo lasciamo proseguire lento, per tornare un attimo indietro. Abbiamo notato, infatti, che nel parcheggio non tutte le macchine sono vuote. Notiamo una autovettura, in linea d’aria di fronte al cancello, lunga e nera, con dentro due figuri un poco infreddoliti. Il primo, al posto di guida, conserva un aspetto serioso, con la sua statura alta, i capelli corti tirati indietro e il suo vestire lungo e perfetto. E’ conservatore, e guarda avanti, dietro a quegli occhiali con la montatura sottile. L’altro è scomposto, quasi steso nel sedile, con le gambe arroccate nel cruscotto. Il suo sguardo è di uno che ha già bevuto parecchio e il cappuccio che ha tirato sin sopra agli occhi, tenta di nasconderlo. Il giubbotto di pelle è non troppo scuro e il solo guanto nero che porta, è infilato nella mano destra. Per questo, era chiamato il “Guanto”. Una coppia stravagante e giovane, dopotutto. - E adesso N? Dove andiamo? - - Andiamo a casa a dormire… - Probabilmente una delle frasi più futili per i nostri amici della notte. Era risaputo, “N”, così era chiamato il tipo serioso, era piuttosto casatiello e dormiglione nel profondo. Non vi era sera di scorribanda che non proponesse sovente una ritirata degna di un perfetto ghiro. Cosa curiosa, era che il suo atteggiamento mutava radicalmente proprio quelle notti in cui, per qualche arcano motivo, era il suo compare a volere battere in ritirata causa previa stanchezza. Erano quelle notti in cui N, che era anche il proprietario della vettura, obbligava brutalmente il Guanto a seguirlo nelle sue peripezie. Erano le notti in cui il Guanto puntualmente si addormentava. - Sai, è un periodo strano per me… - iniziò Guanto. - Perché? Cosa ti è successo… - - Mah…Mi sembra che vada tutto in modo negativo, niente donne, niente fama, niente divertimento… - - … - - …E sembra che vada avanti da molto tempo. A volte cerco di autoconvincermi che è finito…Ma poi per qualche motivo mi ritrovo sempre e guardare il nero che ho dentro. – - Capisco… - lo sguardo di N era sempre rivolto in avanti, come fosse in attesa. - E che ne pensi ? – Guanto invece guardava in alto, là dove il soffitto dell’auto si confondeva a metà con la stoffa del cappuccio che gli copriva la testa. - Bèh, anch’io ho avuto un periodo del genere… - - Ah sì? E com’è finito? - - Non è ancora finito… - Tristi sviluppi di una notte che sembra come le altre. La città stenta a regalare notti tutte uguali. - Cacchio… - proseguì Guanto – Sai, talvolta mi sento di una crudeltà assurda…la sfogo con tutta la foga possibile, e quello che mi rimane dopo è solo un triste pentimento… - I due continuano la loro permanenza nell’auto, forse in attesa di qualcosa che deve arrivare, o forse di qualcosa che è già arrivato. Nelle lontane terre dell’Est qualcosa catturava il solitario. Una ricerca di qualcosa che lo opprimeva dall’inizio dei tempi. Qualcosa di mastodontico, di antico come il mondo. Qualcosa con le fauci fredde e rabbiose, qualcosa che poteva sanare la sua sete di meraviglia. Nel banco di legno, la finestrella lunare illuminava costantemente le carte sparse, gli appunti disordinati, le piantine delle decine e decine di città antiche, i libri marroni con la croce a sette punte incisa sopra, le penne d’oca, le pergamene, i dizionari. Quel qualcosa avrebbe catturato il suo cuore, per sempre. Era quella pedina del gioco che lo avrebbe appagato. Una ricerca durata una vita. Poi una notte la città lo chiamò. Forse per gioco. Lo chiamò e improvvisamente ebbe tutto dipinto nella mente. Fece i bagagli e improvvisamente tutto acquistò senso. Tutto tornò. Al solitario quella notte i conti tornarono. A differenza di Elven, a lui, ora, i conti tornavano. Sbatté violentemente il portone di casa, per recarsi nella terra dell’arte e della cultura. La terra delle cattedrali fredde e alte, la terra dei monasteri e dei frati antichi. Si voltò un’ ultima volta indietro, e il grosso nove inciso sul legno della porta era come se gli gridasse “Vai! Che aspetti dotto essere solitario? Vai!”. Scese allora i larghi gradoni di pietra e andò. Lasciò la dimora che per anni lo aveva ospitato. Lasciò il bancone da lavoro che ora dormiva. Dormiva ospitando i tempi pieni di ragnatele in cui il solitario aveva studiato. Dormiva insieme ai ragni, e ai papiri. Nel banco di legno, la finestrella lunare illuminava costantemente le carte sparse, gli appunti disordinati, le piantine delle decine e decine di città antiche, i libri marroni con la croce a sette punte incisa sopra, le penne d’oca, le pergamene, i dizionari. I dizionari, ed i tanto ricercati libri di paleontologia. - Oh, N guarda quello! - Dallo specchietto retrovisore, i due videro una vettura sfrecciare sulla strada, con un tizio che sporgeva dal finestrino. La sua sagoma passò veloce e le uniche parole, sebbene urlate, che riuscirono a capire furono: “Tu! Sì tu, bastardo! Voglio te!”. E con un rombo la macchina passò e se ne andò. - Con chi diceva ? - - Mah… - fu la preponderante risposta. E’ la gioventù che impiega il suo tempo in scorribande notturne e giochi violenti e senza senso. Questo ed altro nella notte. Guanto ricorda bene i tempi recenti della sua vita. Tempi in cui, catturato dalla più pesante ira, scaraventava fiotti di sangue contro chi gli stava davanti. Erano i fiotti della bestia, che lui covava dentro. Tenerla buona costava molta fatica. Questione di un attimo, per poi sprofondare nelle viscere della tristezza. Dopo poco, ecco un’ombra passare a lato della macchina nera. Era un uomo lievemente ricurvo, forse a causa del freddo. I due videro il corpo camminare lento di spalle, con fare tranquillo, ma noi sappiamo che dentro a quel vestito il corpo del solitario era quanto più infervorato. Il cortiletto era uno spiazzo tranquillo, freddo tuttavia. Si trovava nella parte posteriore dei grandi padiglioni che costituivano i sanatori. I muri ne erano l’ultimo perimetro. La latta dei sifoni caldi faceva da cornice alla moltitudine di tubi grossi e rilucenti. Erano arrotolati lungo tutte e quattro le pareti delle mura. Probabilmente andando avanti si sarebbe arrivati ad un arco che avrebbe decretato l’uscita. Nella parete di destra, del fogliame si insinuava tra i muri in modo lineare. A sinistra i tubi arrivavano ad un alto silo che occupava tutta la rientranza che la struttura procurava. Dietro al cilindro sporco e arrugginito, si venivano a creare una rete di scale di ferro che, a zig-zag, portavano ad un terrazzo sviluppato in orizzontale, e di cemento. Un terrazzo ed una porta d’acciaio. Era lì dentro che probabilmente il solitario errante era diretto. Statico, guardò quello spazio così confortevole, inserito in quella meravigliosa atmosfera notturna. I due giovani, N e Guanto, appostati come sentinelle dal nulla, adoravano quell’aria così calda ma al contempo così irta e distruttiva. Una quiete rotta da un fascio di fari e da uno stridio di ruote sul cemento. Uno sguardo e, di fianco a loro, dalla parte del Guanto, si era fermata una macchina. Qualche processo mentale, un flash e alla mente dei due sovvenne il ricordo della vettura che poco prima era sfrecciata dietro di loro, emettendo litanie quasi incomprensibili. - E questi chi sono? – disse N. Il tizio al volante aveva capelli estremamente lunghi e neri. La sua faccia non si allontanava molto da quella di un qualsiasi barbone accasciato al suolo dopo una notte di alcool. Le gambe del compare s’issarono attraverso il finestrino per far sbucare fuori dalla vettura il resto del corpo. Era proprio colui che poco prima gli aveva gridato contro. Robusto, alto, barba incolta, un giubbotto di pelle nero e due occhi infossati all’estremo. - Aahh… - fu il gemito che emise il nerboruto, come se avesse appena ingurgitato un preparato di fanghiglia fresca e dissetante. Probabilmente erano due cacciatori in cerca di cibo o di gloria. E’ dura sfamare la bestia dentro. Soprattutto nelle notti fredde quando la carne gela ancora prima di essere imboccata. Ed erano lì, con sguardi affamati più che mai, che rantolavano e biascicavano quale parola qua e là. Guanto guardò appena i rozzi, ed in molto svogliato. Non gliene fregava molto di più che una semplice partita a scacchi. - Magari sono cacciatori… – - Non dire stronzate, i cacciatori non esistono… - E’ dura trattenere la fame quando essa ti pervade le viscere. Molto dura. E crepitavano, attendendo solo il momento per agire. Erano intolleranti al tatto, questo lo si capiva. - Te l’ho mai detto che odio gli scacchi? - disse Guanto. Si lisciò lentamente la mano coperta ed un ultimo sguardo cadde senza voglia davanti a lui, sul cruscotto, dove ora ai suoi occhi compariva un uncino da macello dalle proporzioni esorbitanti. Una nuvola di vapore usciva ora dalla grata proprio sotto i piedi del solitario, che era eretto proprio davanti al terrazzo. Guardandolo dal basso all’alto, in quel circolo freddo, al centro dello spiazzo dietro ai sanatori, provò una strana emozione di appagamento. Quella sensazione che si prova poche volte nella vita. La città lo aveva chiamato e ora doveva ascoltarla. Un rantolo. Da dentro l’acciaio della porta qualcosa si mosse. Si mosse l’acciaio, come se qualcosa volesse uscire. Trepidazione nell’animo del piccolo uomo dell’Est. La bocca sudata da quella sciarpa troppo grossa. Il corpo caldo ed in attesa. La parte nera e dimenticata dei sanatori ospitava qualcosa di ancestrale e di molto antico, qualcosa che al solitario piaceva. Qualcosa che cercava da molto tempo. La porta di acciaio sbattè più violentemente. E il rombo questa volta si infilò in tutti gli anfratti di quei luoghi. Un brivido percorse il solitario che bramava, ora ogni secondo di più, il nero. Quelle dimore ospedaliere dovevano celare qualcosa. La città lo aveva chiamato. Improvvisamente da un sistema di tubi uscì un getto di vapore caldo che coprì la zona circostante. Ora vapore acqueo ingombrava più che mai la visuale. Il tempo per un altro violento fragore proveniente dall’interno, che sembrò lacerare la porta di acciaio, e il vapore andava già diradandosi. Il solitario indietreggiò agitando le mani per riuscire ad intravedere qualcosa. E qualcosa vide. Il vapore mostrò uno squarcio nella parte superiore della porta. Un grande squarcio nero. Un sibilo, e il nero si riempì. Quello che vide il solitario fu un occhio infossato e rugoso che velocemente passava e spariva. Molte cose quella notte passavano e sparivano. E come era andato, tornò, dalla parte opposta. Un occhio che faceva da cornice ad una squamatura verdastra molto scura. Un occhio malvagio, tendente al rossastro. Rosso come i tramonti che regnando nella Rocca della sovrana durante le estati della città millenaria. Strani gorgheggi ora, dall’interno. Lo sguardo del solitario era attonito, con una scintilla di felicità ed appagamento. E immobile osservava, quell’occhio che ora c’era ed ora spariva, più volte in un solo istante, accompagnato dal fruscio del pesante corpo che si muoveva dietro la porta. Occhi che si guardavano. Gli occhi semicoperti del Guanto erano molto rossi, dentro. Molti bulbi nella città sono vivi. Troppi forse per i nostri cuori sgretolati. Una parete irta di sangue che crepita ossa appuntite può ospitare ben più malvagità. Oppure no… Vediamo il solitario avvicinarsi, nella più totale armonia. Pochi passi, lenti. Dal basso guarda quell’altezza spropositata che è la vittoria, la congiunzione di quello che per una vita ha cercato. L’equilibro di quella situazione ora fa sì che il solitario quasi sorrida, da sotto la sciarpa. Qualche fiato di troppo ed ecco le lenti degli occhiali appannarsi dalla passione. Ed ecco un fragore. Secco, rimbomba nel cortiletto di cemento. Vediamo una nuvola di vapore uscire dalla porta squarciata. Il solitario non fa neanche in tempo a realizzare, che la squamosa bestia sporge il suo enorme muso fuori dalla nube di vapore. Un’ancestrazione millenaria. Gli enormi titani che dominavano il tutto all’inizio del tutto, e ancora molto prima. Le fauci gelide e gli occhi maligni. Pochi movimenti caotici del volto, e l’armonia fu totale. Pochi attimi, e pesanti catene di ferro braccarono il collo venoso della bestia, che venne ricondotta violentemente all’interno. Qualche gemito e dalla nube s’intravidero due robusti sanatori con giacche bianche abbottonate da un lato che trattenevano saldamente i ferri del mestiere. Un attimo, e la nube scompaginata rivelava solo una porta di acciaio con un varco nero al centro. Silenzio. Il pensiero del solitario era tutt’uno, ora. Quello che desiderava era stato per un attimo a pochi metri di altezza da lui. Ignote sarebbero state le conseguenze. Ignoto sarebbe stato lo stato d’animo del solitario. Silenzio. Silenzio, e qualche passo che si allontanava dalle zone dietro ai sanatori. Percorriamo il cancello, gettando uno sguardo al cielo. Niente luna, questa notte. Torniamo a guardare in basso e i parcheggi ci donano la loro bellezza ancora una volta. Velocemente arriviamo là dove Guanto e N stanno vivendo. Notiamo le due macchine affiancate, quella di N e quella dei cacciatori. - Penso sia meglio andare, ora… - dice N. - Dove?… - - Mah, non di certo a casa…Stanotte sono in piena euforia… - sogghigna. Guanto sale in macchina lievemente disgustato, stessa cosa fa N, ma senza disgusto. L’uncino riposto sul cruscotto è imbrattato di sangue. L’animo di Guanto lo è ancora di più. Con una secca sgommata la macchina nera si allontana da quei luoghi. Quei luoghi così concreti, quella notte, così infidi ma così aperti e caldi. Una curva e i parcheggi riversarono la vettura sulle nere strade notturne. Guanto diede un ultimo sguardo dallo specchietto retrovisore. Il solitario camminava lentamente sotto le stelle. Più in dietro, i due corpi lacerati e sanguinei dei cacciatori, dormivano scomposti sopra al tettuccio della macchina. Un ultimo sguardo ai bulbi. Una cosciente meraviglia e gioia. Due anime così simili, avevano visto la bestia, quella notte. Due occhi così rossi. Basta un solo sguardo dal cuore per avvertire la bestia. La città millenaria aveva partorito, quella notte. “…E il giorno dopo rimane solitudine, rimorso per quello che hai fatto e che non avresti voluto fare. Rimane questo ed un calderone di vomito…” pensò Guanto e si addormentò.
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