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IL BICCHIERE DI CAPODANNO

scritto da Claudio Beni

 

 

La neve cadeva lenta e silente.

L’uomo la guardava cadere da dietro il vetro appannato anch’egli lento e silente nei gesti, lo sguardo perso verso quei fiocchi bianchi e ovattati che si ammassavano uno sull’altro sul davanzale.

Si portò il bicchiere alla bocca e si bagnò appena la lingua, lasciando il whisky filtrare dalle labbra socchiuse, poi si allontanò dalla finestra per tornare alla sedia che poco prima occupava.

Appoggiò il bicchiere sulla scrivania di noce antico e lo sguardo sulla ragazza bionda che vi sedeva di fronte.

-          Nevica….-

La ragazza annuì con un cenno del capo.

Frugò nervosa la borsetta sotto lo sguardo serio dell’uomo, afferrò una sigaretta e la strinse forte tra le labbra poi con mano nervosa l’accese, aspirandone con avidità il fumo azzurrino.

L’uomo non più giovane e tuttavia ancora di bell’aspetto guardò il grande orologio appeso alla parete.

Nel silenzio irreale della villa si udiva distinto l’inesorabile e sempre uguale ticchettio.

-          Tra poco sarà mezzanotte….-

L’uomo portò di nuovo il bicchiere alla bocca.

La ragazza lo scrutò intensamente.

Il volto bello, reso cupo dalla penombra, parve intimidire per un attimo le certezze dell’uomo.

Ella si alzò e si avvicinò al fuoco del camino, lo ravvivò ed aggiunse legna.

L’uomo, dai lunghi capelli bianchi, osservò con cupidigia quello che la corta gonna, china com’era,non riusciva a nascondere.

-          Sei sempre bella….-

La donna, passando sotto una grande foto in bianco e nero dell’uomo in divisa da gerarca fascista, non rispose, lo guardò con disprezzo, si rialzò e si avvicinò alla bottiglia   lasciata sul tavolo, la prese e ne versò tanto da riempire il bicchiere fino all’orlo, poi ne ingurgitò la metà abbondante e quando l’ebbe finito batté forte il tumbler sul tavolo.

Poi tornò a sedersi di fronte alla scrivania e si accese un'altra sigaretta.

Tic, tac, tic, tac….

Il grande orologio scandiva il tempo che passava in quella casa lontana dal mondo,circondata dal bosco imbiancato e accompagnata dal verso dei gufi, ultimo rifugio di quell’uomo antico assediato dal tempo che tutto cambiava.

-          Perché sei venuta sin qui? –

La bocca della ragazza si piegò in un sorriso sprezzante.

-    Per vedere la fine di un vecchio soldato in pensione, di un mercenario che ha ucciso per soldi e per soldi ha rubato nascosto da un idea…- 

L’uomo, dal viso abbronzato solcato da rughe profonde e da lunghi capelli candidi come la neve che cadeva, si alzò di scatto alterato e rosso di rabbia.

-          Chi sei tu? Chi sei per parlarmi in questo modo? Tu che non hai visto niente mentre io ho visto tutto, io che ho combattuto, amato e sofferto, nel riso e nel pianto conosciuto tutte le genti e i loro sentimenti e visto cose che tu nemmeno puoi immaginare.

Tu che non conosci Dio e non conosci Re…

Io che ho conosciuto più di un Dio e molti Re hanno pranzato alla mia tavola….-

L’uomo si erse in tutta la sua fierezza, lo sguardo acceso da un lampo di rabbia e il dito puntato verso colei che l’aveva costretto a questo scatto iracondo.

La femmina tacque, ma gli occhi brillarono di una luce sinistra.

S’avvicinò all’uomo e quando le fu ad un palmo dal viso.

-          Tu che hai violentato tua figlia ancora bambina….-

L’uomo arretrò….improvvisamente muto, lo sguardo fiero perse la sua luce, il braccio proteso si curvò, cercò la bottiglia e si versò ancora da bere.

Tic, tac, tic, tac….

Le lancette del grande orologio battevano i secondi, il rumore echeggiava per la casa tutta.

Nel silenzio glaciale che vi regnava, era il tempo che passava l’unica voce che si sentiva.

L’uomo si alzò, bicchiere nella mano s’avvicinò ancora alla finestra.

………….

-          Non è stata colpa mia…-

Sussurrò con un filo di voce e lo sguardo perso nel vuoto.

-          Tu…bambina solo negli anni, ma le tue fattezze i tuoi gesti…-

Gli occhi della donna fiammeggiarono carichi di rabbia e di odio.

-          Taci bastardo….da allora non sono più stata capace di avere un uomo, ti odio padre…-

Seguì un lungo silenzio da parte di entrambi.

Padre e figlia seduti uno di fronte all’altro,divisi da una scrivania di noce antico….da mezzo secolo di tempo passato.

Mezzanotte arrivò, l’orologio batteva i dodici rintocchi fatali.

I rintocchi fecero trasalire l’anziano uomo che con un gesto distratto urtò il bicchiere mezzo vuoto.

Il bicchiere ondeggiò sull’orlo del tavolo indeciso se restare a servire quell’uomo o  buttarsi nel vuoto per la morte più bella e sognata….in frantumi a capodanno…

Scelse la morte più bella e mentre l’uomo cercò di salvargli la vita, con dispetto, quando già lo toccavan la punta delle dita, si buttò giù nel vuoto spandendo nell’aria l’odiato liquore e con enorme fracasso salutò il nuovo anno schiantandosi ai piedi di quella giovane donna.

Tic, tac, mezzanotte suonava.

Il vecchio guardò la giovane figlia, si alzarono insieme uno di fronte all’altro.

-          Perché dopo tanti anni sei venuta fin qui? –

Nessuna risposta, solo una smorfia sprezzante.

Frugò la borsetta sotto lo sguardo serio dell’uomo, afferrò la pistola, la strinse forte tra le dita…….poi sparò su quell’uomo attempato.

Un colpo, due colpi, tre….quattro

L’uomo chinò la testa sul mento e mentre un rivolo di sangue gli usciva dall’angolo della bocca si accasciò sulle ginocchia.

Guardò ancora quel volto di rara bellezza, sorrise e cadde disteso ai piedi della donna.

La ragazza rimase immobile con la pistola puntata su quel corpo steso a terra.

Per lunghi minuti l’unico rumore in quella casa fu il suo

respiro affannato,  accompagnato dall’incessante e monotono tic tac dell’orologio.

E fu così finché il trillare del telefono non la tolse dal torpore.

Si guardò intorno confusa, mentre il trillo diventava sempre più ossessivo e fastidioso.

Pistola in pugno scese in fretta le scale e giunta al portone  afferrò la maniglia, la spinse d’abbasso e tirò a se la pesante porta.

Si fermò sulla soglia, ansimante e stupita davanti alla calma e al silenzio di quei fiocchi bianchi che cadevan fitti danzando nella notte come farfalle, buttò la pistola ancora fumante che cadde sepolta in un mare di bianco.

Non c’era più luce negli occhi della giovane donna.

Lo sguardo spento e perduto, avanzò strascicando nel bosco in quella notte fredda d’inverno.

Stanca e assente si appoggiò con la schiena ad un albero e si lasciò scivolare seduta per terra.

Distese le braccia senza più forze, piegò la testa all’indietro e chiuse gli occhi….ben presto anch’essa scomparve nel bianco.

La neve cadeva e cadde per tutta la notte.

Stava albeggiando quando due grandi fari gialli illuminarono il viale che portava alla villa.

Le luci del potente fuoristrada si facevano largo a fatica tra la neve caduta abbondante.

Giunto davanti all’ingresso il motore si fermò.

La portiera si spalancò, un uomo giovane scese ed entrò nell’androne della villa attraverso il portone rimasto aperto, la luce era ancora accesa.

Salì le scale molto lentamente scrutando ogni angolo nascosto della casa, giunto al piano di sopra vide l’uomo a terra in un lago di sangue.

Le labbra si piegarono in un sorriso.

Continuò  per il corridoio fino alla camera da letto e calzati i guanti spostò un quadro che copriva una cassaforte a muro.

Il sorriso si fece adesso più largo, la mano s’infilò nelle tasche del giaccone di pelle che portava, prese le chiavi ed aprì la cassaforte.

A colpo sicuro s’impadronì di una busta gialla, lesse con attenzione i fogli che conteneva, poi richiuse la cassaforte, s’avvicinò al camino e diede alle fiamme il documento.

Quindi prese la bottiglia del whisky lasciata sulla scrivania, scese le scale ed uscì di nuovo nel cortile.

Dal finestrino del fuoristrada con gesto rapido e deciso fece volare la bottiglia al di là del vetro abbassato, tra i borsoni del bagagliaio, mentre le prime luci del giorno illuminavano il tetto della casa.

Stava albeggiando sulle colline imbiancate di neve.

Un cielo terso e sereno preparava il sorgere del sole.

E un sole rosso vermiglio spuntò all’orizzonte e allungò le ombre dei cipressi fin sulla valle.

La bellezza del giorno che nasceva si portò via gli orrori della notte.

 

 

 

 

Qualche mese più tardi, a primavera inoltrata, ufficio del commissario Montero.

-          Buongiorno, sono il notaio Barbieri avrei qualcosa da mostrarle…..-

L’uomo allungò una cartella al commissario che l’aprì e cominciò ad esaminarla con attenzione.

-          E’ un testamento….-

-          Si, è il testamento di Farolfi Pier Paolo ucciso la notte di capodanno….-

-          Farolfi…si, ricordo bene, ex combattente della repubblica di Salò, noto uomo politico…si ritirò a vita privata dopo essere rimasto implicato in tangentopoli, ma il caso è stato chiuso fu la figlia ad ucciderlo mi pare…-

-          Beh, commissario se avrà la pazienza di leggere questo documento, forse le verrà qualche dubbio, vede il signor Farolfi modificò il testamento, cancellò il figlio Gianluca e lo volse in favore della figlia che nominò erede unica. Ora,  io non capisco perché una donna giovane e bella appena nominata unica erede di una fortuna valutata in poco meno di cento miliardi di lire debba suicidarsi….-

-          E lei perché si presenta solo adesso? –

-          Sono stato malato commissario, la malattia mi ha tenuto lontano per mesi….-

Il commissario rimase dubbioso per qualche istante, poi rivolto al brigadiere.

-          Caputo vai a prendere il fascicolo del caso Farolfi…-

Poco dopo davanti al fascicolo aperto sulla scrivania.

-          Allora, la polizia fu chiamata dal figlio della vittima che arrivò alla villa la mattina dopo. Il corpo di Farolfi era a terra vicino alla scrivania con quattro buchi nella pancia. La pistola che sparò fu trovata nel cortile, apparteneva alla figlia Annarita Farolfi, l’arma era regolarmente denunciata. Annarita Farolfi giaceva nelle vicinanze, senza vita, morta assiderata e nessun segno di violenza sul corpo. Il riconoscimento del cadavere fu fatto dal fratello il quale aveva un alibi di ferro. Dagli esami fatti risulta che la morte di Pier Paolo Farolfi e della figlia risale a un’ora compresa tra mezzanotte e l’una circa, il fratello era ad una festa in città….e più precisamente al Golf Club.

      Numerosi testimoni ne hanno confermato la presenza

      fino a mattina, tra l’altro le indagini accertarono che fu

      la ragazza a sparare….Caso direi lapalissiano e quindi

      chiuso…-

-          E perché non è mai saltato fuori questo testamento che il dottor Farolfi, e lo so per certo, conservava gelosamente in cassaforte? –

-          Quando la cassaforte è stata aperta non è stato trovato nessun testamento….-

-          E quindi l’eredità è andata all’unico superstite, il figlio Gianluca….-

Il commissario Montero inforcò gli occhiali cerchiati d’osso di tartaruga.

-          Si…direi che le cose sono andate proprio così.

Della madre, cioè la moglie di Pier Paolo Farolfi, si sono perse le tracce.

Di nazionalità australiana, se ne andò l’anno scorso e tutti i tentativi di rintracciarla sono stati inutili. -

Il notaio Barbieri si alzò facendo spallucce.

-          Commissario faccia come vuole dopotutto il mio compito è finito qui, arrivederci…-

Il commissario Bruno Montero rimase solo e pensoso con le mani giunte davanti alle labbra e quel fascicolo aperto e steso davanti.

Poi si alzò, accese una sigaretta e cominciò a passeggiare su e giù per l’ufficio guardandosi le punte dei piedi, le spalle incurvate, ogni tanto si fermava e alzava lo sguardo al soffitto emettendo soffi di fumo azzurrino che restavano sospesi come nuvole sulla sua testa.

Poi con gesto deciso afferrò la giacca ed uscì.

 

La notte era calda.

Il commissario Bruno Montero guidava tranquillo la Fiat d’ordinanza per i tornanti che salivano la collina.

Fumava con calma, il gomito appoggiato al finestrino abbassato, ogni tanto sporgeva il braccio e buttava la cenere.

Fumava e guardava nello specchietto retrovisore le luci al neon della città che si allontanavano e diventavano sempre più piccole.

Davanti a se solo filari di cipressi e una dolce pendenza che metteva sonnolenza.

La notte era calda e l’aria sopita.

Le luci fioche dei rari lampioni parevano anch’esse ansiose di andare a dormire ad ogni alito di vento.

La radio suonava una vecchia canzone di Fred Buscaglione e Bruno Montero ne accompagnava il ritmo tamburellando con le dita il volante.

Giunto alla deviazione per villa Farolfi imboccò il viale che portava alla casa.

Sentì l’aria cambiare di colpo, un vento freddo e pungente lo costrinse a chiudere il finestrino.

Intravide tra gli alberi la villa in lontananza e per un attimo gli parve di vedere delle luci accese, ma una macchia di alberi gli negò la certezza e quando riapparve tutto era oscuro e il dubbio si sciolse.

Il cancello d’accesso era solo accostato, lo spinse e proseguì arrivando con l’auto fin davanti al portico della grande casa padronale.

Una bella luna appena velata, splendeva nel buio della sera.

Guardò le finestre, la fresca brezza che veniva dai colli agitava le lunghe tende di seta, che illuminate dalla luce bianca della luna si muovevano come fantasmi nella notte scura.

Una folata di vento improvvisa lo rese titubante, d’un tratto il rumore sinistro di una porta che sbatteva e si lamentava come un gatto in amore, ruppe il silenzio irreale della casa, un brivido  corse lungo la schiena.

Portò d’istinto la mano alla pistola, la strinse forte e poi  s’incamminò tra gli alberi seguendo il rumore della porta che sbatteva e cigolava.

La luce chiara della luna faceva riverbero sulle foglie mosse dal vento e mandava nell’aria riflessi argentati che rendevano inquieto il commissario Montero.

Era una notte strana, maledettamente strana  

Lo stormir delle fronde e il verso del gufo, accompagnavano il cammino del commissario per lo stretto sentiero e aumentavano il sottile stato d’ansia che da un po’ l’ aveva preso

Cattivi pensieri cominciarono a passargli per la testa.

I rami degli alberi che pendevano sul sentiero gli apparivano come mani protese a ghermire l’incauto viandante.

Il commissario sentì il cuore accelerare e una goccia di sudore gli scivolò sulla tempia.

Lo sbatacchiare continuo di quella porta cigolante era sempre più forte.

Ed ecco che apparve, quasi al confine della proprietà, un piccolo capanno, un ricovero attrezzi, probabilmente abbandonato da tempo e così isolato che forse era sfuggito anche al primo controllo di polizia.

La porta del capanno ondeggiava e picchiava con gran fracasso, mossa dal vento forte che si levava.

Il commissario entrò, cauto e guardingo, nella piccola capanna.

Ebbe un tuffo al cuore quando a stento evitò il volo goffo e lento di un paio di corvi, che se ne volarono via al suo arrivo.

C’era un odore strano.

I corvi, o forse qualche altro animale notturno e predatore, avevano raspato per terra e guardando bene si accorse che nell’angolo lontano la terra era smossa.

Cominciò a scavare dove la terra appariva più scura e rialzata.

Scavò con forza spingendo col piede e vangando con lena sotto la luce pallida di quella luna così grande e luminosa, fin quando qualcosa di orribile non fece la sua rivoltante comparsa.

Tra le zolle smosse, una mano scheletrica, ancora ornata da anelli e bracciali, apparve all’improvviso agli occhi del commissario.

Bruno Montero si fermò e per un attimo sentì chiudersi la bocca dello stomaco…. poi l’istinto di vomitare passò, allora si  chinò e continuò il lavoro con le sole mani.

Il vento si era alzato più forte.

La porta aveva ricominciato a sbattere e guaire in modo tale che pareva il lamento triste di un cane ferito.

La notte divenne più scura e la luna fu quasi coperta da sottile nubi allungate, ma il commissario non si fermò e a poco a poco, coi vestiti sudati fradici per la fatica e la tensione,  portò alla luce l’intero scheletro.

Vestiva ancora riconoscibili brandelli di eleganti abiti femminili.

Sul cranio era ben visibile una vasta frattura all’altezza della nuca, probabilmente un colpo molto forte dato con un pesante oggetto contundente. 

Si aiutò con la fiamma debole dell’accendino.

-          Maledizione deve essere sottoterra da almeno un anno…- 

Disse fra sé e sé e si ricordò della moglie del dottor Farolfi scomparsa da poco più d’un anno…

Pensò di chiamare Caputo e far venire la scientifica.

La raccapricciante scoperta aveva riaperto un caso chiuso forse troppo in fretta.

Uscì dal capanno e quasi inciampò in uno strano bastone foderato di pelle, l’asta cromata spezzata.

Era ossidato e ricoperto di erbacce.

Il commissario si piegò a raccoglierlo.

-          Sembra l’impugnatura di una mazza da golf…-

Guardò in alto il cielo stellato, il vento si era calmato e la porta non  sbatteva più.

S’accese un’altra sigaretta e tornò verso la villa avvolto nei suoi pensieri.

Aprì la porta usando una chiave universale e cominciò a salire le scale che portavano al piano di sopra, spinse più volte l’interruttore, ma la luce rimase spenta.

Avanzò strisciando lungo il muro aiutato dalla luce tenue della luna, i passi si fecero più lenti e silenziosi, quasi timorosi.

Nell’incedere lento e attento schiacciò qualcosa con la scarpa destra, un rumore di vetri rotti….allora prese l’accendino e fece luce.

Il commissario alzò il piede e vide a terra i resti di un bicchiere.

Lo guardò con attenzione, lo raccolse e lo rigirò alla luce dell’accendino, il bicchiere era sporco di blu e anche sulla moquette c’era una larga macchia bluastra.

Si ricordò allora di essere rimasto colpito dalle labbra blu della ragazza morta, ma i medici dissero che la causa fu il freddo e il successivo assideramento.

Era sicuro che il referto parlava di whisky bevuto, ma qui non c’era nessuna bottiglia di whisky.

Eppure si sforzò di ricordare, perché lui l’aveva vista quella bottiglia, ma ahimè dove?

Scese le scale col bicchiere rotto nelle mani…..non smetteva di guardarlo, quale whisky aveva mai questo colore?

Gli occhi s’illuminarono, si ricordò del caso Gracinshky…

Maledizione, arsenico….ecco che cos’era, arsenico, adesso si ricordò anche dove aveva visto la bottiglia di whisky, era nel bagagliaio del fuoristrada del figlio di Farolfi quando lasciò la villa, ma certo…

Il commissario uscì in cortile, guardò quella luna bianca e splendente e quella notte tornata calda ed amica.

Cercò nel taschino l’ennesima sigaretta.

La passò per tutta la lunghezza sotto le narici dilatate inalandone il profumo intenso, poi l’accese e ne aspirò il fumo con gusto e soddisfazione, quindi s’avvicinò alla radio di bordo…..

………………………………

-          Centrale, sono Montero…cercate Gianluca Farolfi, altezza un metro e ottanta circa, capelli castani sulle spalle, anni trenta, razza bianca….. ricercato per omicidio…-  

  

    

   

Claudio Beni

Ho pubblicato (autoprodotto) "Un caso bestiale" 1995, La Mandragora "Cuba libre" 1997, La Mandragora " El Tigre" 1999. Vengo dal settore umoristico, da tre anni mi dedico al noir.

Vivo e lavoro a Imola.

 

  

 

 

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