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IL BURLONE

scritto da Teresa Regna

  

 

La pioggia battente aveva spazzato via il freddo intenso degli ultimi giorni, ma la primavera pareva non aver ancora voglia di rallegrare la terra. Nuvole basse si raccoglievano ai margini del cielo, simili a crocicchi di persone intente a chiacchierare del più e del meno, per poi disperdersi in ogni direzione, portando con sé violenti scrosci di pioggia che flagellavano il terreno ricoperto di spighe verdeggianti. Sebbene il sole si affacciasse piuttosto di rado sui campi coltivati, il grano era arrivato già ad un’altezza soddisfacente, e in capo a pochi giorni sarebbe stato maturo.

La mietitura costituiva pur sempre una festa, ma era indispensabile che il tempo volgesse al bello. Alex Awsbury, protetto da un cappellaccio di paglia dalle falde abbassate, contemplava il suo campo con l’espressione di chi ha di fronte un autentico capolavoro. “Se pensate di farmela, non ci contate troppo!”, bofonchiò, rivolto alle nuvole che continuavano a scaraventare acqua sulla sua proprietà. “Appena il sole si farà vedere, il grano sarà buono da mietere”.

Uno scroscio più violento dei precedenti costrinse l’uomo a rientrare in casa. Scosse il cappello zuppo d’acqua fino a formare una pozza sul pavimento dell’ingresso. Se la sua povera moglie fosse stata ancora viva avrebbe dovuto subire i suoi rimproveri, ma viveva da solo, ormai, e poteva permettersi il lusso di sporcare ogni angolo della casa senza doversene pentire: la signora Courtney, che veniva da Coventry per fare le pulizie, non si azzardava quasi a parlare in sua presenza.

Alex era orgoglioso del suo campo di grano, del whisky di contrabbando che produceva in cantina, e delle sue mucche da latte. Era un ricco agricoltore, quasi obeso, che riteneva di avere avuto dalla vita tutto ciò che un uomo può desiderare. Incluso un nipote medico che non passava mai da quelle parti perché era troppo occupato, però non dimenticava di spedire al nonno una cartolina di auguri a Natale e una a Pasqua.

L’anziano contadino si era appena sistemato sulla sua sedia preferita, a dondolo, meditando se accendere o meno la pipa a quell’ora del mattino, quando un rumore improvviso lo costrinse a balzare in piedi, di scatto. La porta d’ingresso era stata spalancata, e aveva sbattuto con violenza contro la parete, provocando una lieve scalfittura nell’intonaco che ricopriva il massiccio e solido muro. Una figura robusta, provvista di un cappello di feltro a falde larghe, si stagliava sulla soglia, dando le spalle alla pioggia che continuava, imperterrita, a scrosciare.

“Hai deciso di scardinare la mia porta?”, urlò Alex, dirigendosi a larghi passi verso il visitatore.

“Può darsi”, urlò, di rimando, l’uomo. “Pagherai per lo scherzo che mi hai fatto, questa volta”.

Era noto a tutti gli abitanti della contea che Alex si divertiva a spaventare o importunare i vicini con una serie di scherzi a volte simpatici, altre volte semplicemente macabri. In pochi conoscevano il cognome dell’anziano contadino, Awsbury, in molti invece sapevano che il suo soprannome era ‘il burlone’. La sua specialità erano gli spaventapasseri dalle fattezze mostruose, ma non disdegnava cosucce come dipingere una staccionata a righe o a pois, oppure sigillare una stalla con un enorme catenaccio rugginoso. In genere, si faceva perdonare con un fiasco del suo whisky, che si diceva fosse in grado di risvegliare anche i morti . “Non so di cosa parli, John”, affermò, assumendo un’aria innocente e persino alquanto meravigliata.

“Vieni a vedere di persona, allora!”, ringhiò il vicino. Gli diede appena il tempo di indossare impermeabile e cappello prima di afferrarlo per un braccio, trascinandolo oltre la soglia di casa.

Il campo di John, come quello di Alex, era piuttosto vasto, per la maggior parte coltivato a grano. Lo delimitavano una staccionata regolarmente dipinta di marrone e una fila di alberi di pesco, alternata ad una di meli. L’acqua che veniva giù a secchiate dal cielo impediva all’uomo di scorgere quale stranezza fosse stata attribuita ad un suo scherzo, però continuava a seguire il vicino, senza parlare.

 

 

 

Quando arrivarono in una zona in cui gli steli di grano erano stati recisi, John sbottò “Ecco qui!”, indicando con un movimento del braccio sia l’area in cui si trovavano, che pareva una sorta di sentiero realizzato in mezzo al grano, che il resto del campo.

“Non capisco”, borbottò Alex, grattandosi il mento con un’unghia. “Di sicuro non sono stato io a tagliare il grano”.

“E allora chi è stato?”, incalzò il vicino.

“È uno scherzo stupido, e anche dannoso. Devi ammettere che, al massimo, i miei scherzi procurano un po’ spavento: non ho mai danneggiato nessuno”.

John, pensieroso, annuì. Se non l’avesse fatto, sarebbe stato un ipocrita. “Ma a chi può venire in mente di tagliare il mio grano prima della mietitura?”, chiese. “In varie zone del campo, per di più”.

“È accaduto questa notte?”, domandò il vicino burlone.

Peterson annuì di nuovo, mentre la pioggia diminuiva d’intensità. Il vento che spirava da est stava costringendo le nuvole ad allontanarsi.

“Hai sentito qualcosa? Un rumore insolito, uno schianto o altro?”.

“Soltanto la pioggia e il vento”, rispose l’uomo. Il suo sguardo si posava, alternativamente, sulle spighe non ancora mature e sulla porzione di terreno brullo che calpestava, come se inquadrare meglio i particolari della scena potesse aiutarlo a svelare il mistero.

“Non c’era vento, questa notte”, gli fece notare Alex.

“C’era, ti dico”, confermò l’interlocutore. “Mi sono svegliato verso le due, e ho sentito chiaramente il rumore del vento che soffiava forte. Pareva quasi un aereo tanto era veloce!”.

“Anch’io mi sono svegliato, per colpa della pioggia che mi disturbava, ma non ho sentito nient’altro. Se il vento fosse stato forte come dici, avrei dovuto accorgermene”.

“Sarà stata una raffica isolata”, ipotizzò John.

“Già, una raffica che soffiava solo sulla tua proprietà”.

“Intendi darmi del bugiardo?”. La voce dell’uomo era salita di tono. “Anche Annie l’ha sentita, e si è persino alzata. Ha detto di aver visto il vento piegare gli steli di grano fino a terra”.

“In questo caso, potrebbe essere stato il vento”. Alex non riusciva a trovare una spiegazione plausibile, perciò sparava a caso. Avrebbe detto qualsiasi sciocchezza pur di stornare i sospetti da se stesso.

Il padrone del campo si strinse nelle spalle. “Mi sembra improbabile”. Afferrò di nuovo il vicino per un braccio e lo condusse in un’altra zona priva di spighe. “Ce ne sono troppe. Sembra un sentiero costruito di proposito, non uno sradicamento causato dal vento”.

Alex ebbe un’intuizione improvvisa. “Le aree dove il grano è stato scavato formano un disegno?”, chiese.

Un ululato degno di un lupo uscì dalla bocca del vicino. “Non avevo pensato a questo. Credevo che fosse uno scherzo, non un cerchio nel grano”.

“C’è bisogno di un elicottero”, gli fece presente l’interlocutore. “Per constatare se è davvero un cerchio nel grano”.

Il rombo del velivolo copriva le parole del pilota. Il giovane compiva degli ampi giri, avvicinandosi sempre più al campo dei Peterson man mano che scendeva di quota. I due contadini che sedevano, stretti come acciughe, di fianco a lui, parevano aver perso la favella. Osservavano, muti e con gli occhi sbarrati, i cerchi concentrici che si stagliavano, nitidi, in mezzo al grano: erano sette, e il più interno formava una sorta di enorme punto. Come se l’ignoto ‘costruttore’ avesse voluto dire: qui termina la mia opera.

Il pilota concluse il suo discorso con una sconsolata affermazione. “Quindi, verranno anche qui”.

“Chi?”, si azzardò a chiedere Awsbury.

“Gli esperti di cerchi nel grano”, rispose il giovane. Fece ancora un altro paio di giri, poi si decise ad atterrare.

 

***

 

Il burlone rideva a crepapelle, soddisfatto per lo scherzo che aveva escogitato. Non avrebbe potuto riuscire meglio di così. Le mani strette sulla pancia prominente, le lacrime di allegria che rotolavano giù dalle guance paffute, veniva scosso da un tremito irrefrenabile. I suoi amici, che l’avevano aiutato ad attuare lo scherzo, ridevano insieme a lui.

“È stato bellissimo: una delle scene più divertenti che abbia mai visto”, disse un compagno leggermente più giovane di lui, afferrando la punta del suo cappello rosso e tirandola verso di sé, come se volesse prolungare il divertimento con un altro scherzo, questa volta ai suoi danni.

“Davvero magnifico”, gli fece eco una voce femminile.

“Eccezionale”, convennero gli amici, riunitisi per l’occasione, parlando quasi in coro.

“Grazie a voi, che avete lavorato con me per tutta la notte”. Il burlone, mai come in quel frangente, era propenso a riconoscere i meriti altrui, ed era di umore tanto gaio da attribuirne persino qualcuno ai compagni che l’avevano aiutato ad escogitare ed attuare il gustosissimo piano.

Il vocio per un attimo interrotto riprese, raggiungendo un picco così alto che il padrone di casa si vide costretto a pretendere il silenzio. “State buoni!”, esclamò. “Oppure nemmeno io riuscirò a sentire quello che dico”.

Gli amici zittirono, a poco a poco: forse l’annuncio che erano sul punto di udire era importante.

“Propongo di rifare lo stesso scherzo ai danni di qualche altro contadino”. Il volto arrossato dalle risate, la bocca atteggiata ad un ghigno beffardo, le mani che stringevano la giubba verde marcio, attese la replica dei suoi ospiti.

Il vocio riprese; la frase più spesso ripetuta era: “Voto per il sì”.

Poi le bocche si spalancarono per lo stupore, e le voci concitate tacquero di colpo: una luce fulgida, che pareva quasi compatta, aveva invaso il loro rifugio. Si spostava pian piano, frugando in ogni anfratto, mentre un ronzio persistente tormentava le loro orecchie. Quando la luce svanì, non vi era più traccia del burlone. 

 

***

 

Seduto accanto al tavolo della cucina, intento a scrivere, con estrema concentrazione, una lettera al nipote prediletto, il medico, Alex non si era nemmeno accorto che la signora Courtney era entrata. “Come va a Coventry?”, chiese. Non aveva interessi in comune con la domestica, per cui i loro argomenti di conversazione erano sempre gli stessi. “Tutto bene in famiglia?”. In genere, cominciava le brevi chiacchierate con la donna rivolgendole qualche domanda.

“Sì, certo”, si affrettò a rispondere l’anziana donna. Prima ancora di posare la borsetta e la giacca nell’apposito appendiabiti che faceva mostra di sé di fianco alla porta, sbottò “È accaduto anche a lei, signor Awsbury!”.

“Cosa dice?”. Il foglio sul quale la sua calligrafia grossa e irregolare si dipanava come una corda gettata a caso su un pavimento venne allontanato con un sospiro rassegnato: quella mattina la signora Courtney era in vena di conversare.

“Quelle figure... come si chiamano... i cerchi nel grano”, precisò la donna, chinando subito dopo la testa. Era così timida che aveva avuto bisogno di tutto il coraggio di cui disponeva soltanto per poter proferire una semplice frase, per di più ingarbugliata.

Alex calò un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare sia il foglio che la domestica, poi si precipitò fuori della porta d’ingresso come se avesse un fulmine alle calcagna. “Maledizione a chiunque l’abbia fatto!”, urlò, attirando l’attenzione di un paio di cornacchie che volavano appena al di sopra delle spighe ormai mature. “Ancora un paio di giorni e avrei iniziato la mietitura!”. Trasse un respiro profondo, allungò le mani per fermare il tremito convulso che le agitava, e si corresse “Comincerò la mietitura. Di quello che mi rimane”.

 

 

 

 

Proprio di fronte a lui si dipartiva un sentiero di terra brulla, che sembrava restringersi man mano che si inoltrava nel campo. Inoltre, i suoi piedi poggiavano su quello che pareva un sentiero parallelo, leggermente arcuato, di cui non riusciva a scorgere la fine.

Rientrò in casa e afferrò il telefono. “Pronto, Peterson?”. La furia che gli invadeva la mente gli aveva fatto dimenticare le buone maniere: non aveva ripetuto il numero appena composto, né salutato il vicino. Osservò con vago interesse la signora Courtney che riponeva i piatti sporchi nell’acquaio, e rispose a monosillabi alle domande dell’interlocutore. John era già al corrente che anche sul suo campo c’era uno di quei cerchi nel grano. “Credo che sia proprio un cerchio”, borbottò, dopo una decina di minuti. “Ho visto una curva. Ma c’è anche un disegno nel mezzo”. La proposta di noleggiare ancora una volta l’elicottero venne formulata dal vicino, e accolta con gioia da Awsbury.

All’ora stabilita, si incontrarono accanto alla staccionata che delimitava i confini delle rispettive proprietà. “È stata Annie ad accorgersene”, esordì Peterson, mentre attendevano l’arrivo dell’elicottero. “Quando è uscita per dare il pastone alle galline, ha notato qualcosa di insolito in lontananza, come se sul tuo campo mancassero delle spighe. Ha capito subito di cosa si trattava, senza alcun bisogno di guardare il disegno da vicino”.

“Da vicino non si vede un bel niente!”, gli fece notare Alex. “È da lontano che si capisce di quale disegno si tratta”.

Un rombo prolungato seguito da una folata impetuosa di vento annunciò l’arrivo del mezzo di trasporto che avrebbe permesso loro di ammirare il cerchio nel grano. Salirono a bordo senza fretta, salutarono il pilota, e si accinsero a continuare la loro conversazione.

“Sai, questa faccenda mi ha sempre incuriosito”, confessò John. “Però diventa tutto meno piacevole quando si tratta del tuo campo di grano, e buona parte del raccolto è svanito nell’aria”.

“Ancora un paio di giorni...”, sospirò, sconsolato, l’interlocutore. “È inutile disperarsi: non si può rimediare al danno”.

“E nemmeno sapere chi è stato a causarlo”.

“Già. Una faccenda piuttosto sgradevole”.

D’improvviso, i due contadini ammutolirono: il disegno si stagliava nitidamente sotto di loro. Un enorme cerchio ne racchiudeva uno più piccolo, dal quale si dipartiva una nutrita serie di raggi, che si allargavano a ventaglio prima di congiungersi con il cerchio più grande.

“Contiamo i raggi”, propose Alex. “Si tratta del mio campo: pretendo almeno di sapere esattamente cosa hanno disegnato”.

“Buona idea. Quando torneremo a terra, misureremo anche le distanze tra un raggio e l’altro e l’ampiezza dei cerchi”, gli fece eco il vicino. “Forse le misure sono simili a quelle del cerchio che è sul mio campo”.

Awsbury annuì, cominciando a contare con le dita. Si confuse, e ricominciò dal principio. Si confuse ancora, e bofonchiò “Bisogna trovare un punto di riferimento”.

“Fatto!”, annunciò, soddisfatto, John. “Ho contato trentanove raggi”.

“Ma come sei riuscito... “, cominciò l’interlocutore.

“Semplice: ho cominciato dal palo della luce a sinistra della tua casa”, lo interruppe il vicino. “Puoi provare a rifare il conto, tanto per essere sicuro”.

Dopo qualche secondo di silenzio assorto, Alex gli diede ragione. “Sono proprio trentanove. Ha qualcosa a che vedere con il cerchio nel tuo campo?”.

“No. Nel mio ci sono sette cerchi concentrici, di diametro variabile. Nessun trentanove, però”.

“Potrei fornirvi delle misure approssimative, a occhio”, si offrì il pilota. Pur essendo molto giovane, era già un esperto di volo, e calcolare l’altezza delle montagne o l’ampiezza delle pozze d’acqua faceva parte del suo mestiere.

 

 

 

Ottenuto l’assenso dei due contadini, snocciolò una serie di cifre che non sembravano loro molto  significative. “Potrei sempre sbagliarmi”, concluse.

Peterson estrasse un foglietto ripiegato in quattro dalla tasca dei pantaloni, e diede un’occhiata ai numeri che lo ricoprivano. “Non ci siamo”, affermò. “Nemmeno un numero simile a quelli del mio cerchio”.

“Faremo delle misurazioni accurate: forse scopriremo qualche cifra uguale o perlomeno simile”, propose Alex.

“Credo che sia una buona idea”, fece notare loro il pilota. “C’è già qualcosa di strano nei vostri cerchi: sono troppo vicini. Generalmente c’è una certa distanza tra un cerchio e l’altro, a meno che uno di essi non sia il proseguimento del disegno del precedente. Però non mi sembra il vostro caso”.

La perplessità rese le espressioni dei passeggeri quasi comiche; il pilota, mordendo le labbra per non scoppiare a ridere, si concentrò sui comandi e cominciò ad effettuare la discesa.

 

***

 

Un cilindro trasparente limitava i movimenti del burlone, il quale continuava a gesticolare concitatamente per attirare l’attenzione di colui, o coloro, che l’avevano catturato. Nei quasi cinquecento anni della sua vita non gli era mai accaduto niente che potesse anche solo essere paragonato all’esperienza che stava sperimentando. Un vortice di luce l’aveva risucchiato via dalla sua casa, il forte, sottraendolo alla vista degli amici con i quali stava chiacchierando; era stato sbalzato in aria, come se un forte vento avesse soffiato sotto i suoi piedi, e poi catapultato in un enorme oggetto attraverso un’apertura rettangolare.

Una volta scaraventato sul pavimento, era svenuto a causa dello spavento. Non aveva mai avuto paura di nulla e nessuno, prima di allora. Eppure al tremito convulso delle risate era subentrato, nel volgere di pochi istanti, il tremore diffuso che indica la paura. I brividi scuotevano il minuscolo essere fin nel profondo, mentre i suoi piccoli pugni chiusi tentavano invano di infrangere la barriera apparentemente fragile che lo isolava dal resto del mondo. Quando si decise a sollevare lo sguardo urlò, con voce gracchiante come quella di una cornacchia: il respiro gli si era mozzato in gola.

‘Salve. Il mio nome è Kr’p’, disse una voce nella testa del folletto. ‘Potresti essere tanto gentile da rivelarmi il tuo?’

“I miei amici mi chiamano Sigor”, rispose, recuperando a fatica la favella. I pensieri gli turbinavano nel cervello, simili al vortice che, pochi attimi o pochi secoli prima, l’aveva rapito.

L’essere altissimo, abbigliato di bianco, scosse la piccola testa che si trovava all’estremità del lungo collo, mentre la faccia che aveva al posto dello stomaco si contraeva, assumendo un’infinità di espressioni che nessun terrestre avrebbe saputo definire. La fessura posta sotto i due buchi paralleli si allargò. ‘Piacere di conoscerti. È questa l’usanza, vero?’.

Sigor annuì. Mentre si chiedeva se tutte quelle buffe trasformazioni repentine sottintendessero un sorriso rispose, compito “Piacere mio”.

‘Non hai bisogno di articolare i suoni con il tuo apparato di fonazione’, affermò la strana bocca di Kr’p. ‘Sono in grado di captare le onde che emette il tuo cervello’.

“Leggi nel pensiero, insomma”, borbottò il folletto. La sensazione di paura che aveva provato fino a poco prima era scomparsa: l’essere che l’aveva condotto fin lì sembrava amichevole e bendisposto. “Se non ti spiace, preferisco parlare”.

‘In questo caso, dirò ai miei compagni di aumentare l’erogazione dell’ossigeno per non danneggiare la tua fragile struttura corporea’. La faccia che spiccava sulla candida veste si allungò pian piano verso il cilindro che conteneva l’ospite, come se l’alieno volesse osservarlo con maggiore attenzione.

“Cosa respiri tu?”, chiese, in preda alla curiosità, Sigor.

 

 

 

 

‘Azoto e cianuro, mescolati ad una piccolissima quantità di argon’, gli rispose l’interlocutore. ‘Una mistura simile, per te, sarebbe letale’, annunciò, nel caso che l’ospite involontario non ne fosse al corrente.

“Grazie per la premura”. Nella voce del folletto era presente una nota ironica che non venne captata dall’alieno. Evidentemente, percepiva i pensieri ma non poteva intuire gli stati d’animo.

‘Mi piacerebbe sapere a quale specie appartieni’. Kr’p agitò un’appendice a forma di filamento, di colore azzurrognolo, appiccicandola al cilindro che conteneva l’interlocutore.

“A quella dei folletti”, affermò Sigor. “Si tratta di una specie molto antica e nobile. I miei antenati, un tempo, hanno governato la terra”, puntualizzò, con una punta di orgoglio nel tono che lo indusse a drizzare la testa ricoperta dal cappello rosso, a punta.

‘Intendi affermare che i tuoi antenati erano dei capi?’.

“Molto di più. Erano degli dei”.

La fessura che probabilmente era la bocca dell’alieno si distese nuovamente, fino a raggiungere i confini del mostruoso volto.

Offeso dall’atteggiamento dell’extraterrestre, Sigor espresse il suo disappunto sbuffando ripetutamente. “Cosa c’è di tanto divertente?”, urlò.

‘Sei un esserino piuttosto in gamba’, notò Kr’p. ‘Hai compreso almeno due delle centinaia di espressioni che la mia razza può assumere’. Staccò il tentacolo dal cilindro e lo avvicinò alla base delle minuscola testa. Quando una scintilla sprizzò dall’estremità dell’appendice, la portò alla bocca. ‘Sei anche in ottima salute’.

“Noi folletti siamo sanissimi, a meno che non incontriamo un prete sulla nostra strada”, gli fece eco il piccolo ospite.

‘Aiutami a capire, allora, perché degli esseri intelligenti e sani di corpo non sono affatto sani di mente’. L’espressione della faccia di Kr’p cambiò una trentina di volte nel corso di pochi istanti: forse intendeva denotare la sua perplessità, o soltanto sottolineare l’insulto con un atteggiamento appropriato.

“Matto sarai tu!”, sbottò, piccato, il folletto.

‘Non credo proprio’, lo contraddisse l’alieno. ‘A me non capita mai di danneggiare un essere senziente per puro diletto’.

La testa di Sigor si abbassò impercettibilmente, mentre la minuscole mani stropicciavano il bordo della giubba verde marcio. “Ti riferisci al cerchio nel grano che io e i miei amici abbiamo tracciato sul campo di Awsbury, vero?”.

La domanda retorica non comportava una risposta, per cui Kr’p proseguì ‘Oltre ad arrecare un danno al contadino che hai citato, sei riuscito anche a danneggiare la mia trasmissione di dati’.

“È stato del tutto involontario, credimi. Ma come diavolo avrei...”. Il folletto si interruppe: la comprensione si stava facendo strada, pian piano, nella sua mente. “Vuoi dire che i cerchi nel grano...”. Si grattò il mento, perplesso, in attesa della conferma dell’alieno.

Kr’p mosse un tentacolo in linea orizzontale: probabilmente, era il suo modo di annuire. ‘Costituiscono una maniera non invasiva per comunicare con i terrestri’, affermò. ‘Ogni figura contiene in sé un dato che ci riguarda’.

“Dal momento che siete perfettamente in grado di comunicare con noi, perché avete scelto un sistema tanto astruso?”, chiese Sigor.

‘Non riesci a comprendere le nostre ragioni, folletto? È davvero strano!’, esclamò l’alieno, muovendo la bocca a velocità folle. ‘Se i terrestri si rifiutano di credere all’esistenza dei tuoi simili, come reagirebbero se ci manifestassimo prima che siano pronti ad accettare la nostra?’.

Il minuscolo essere non poté fare a meno di annuire.

 

(copyright by Teresa Regna)

 

 

  

    

   

TERESA REGNA

Teresa Regna è nata a Casagiove (CE) il 23 aprile 1961 e risiede a Pietramelara (CE). Professoressa di inglese, critico letterario, collabora a svariate riviste ed è traduttrice per le Edizioni Universum.

 Sue poesie e racconti sono apparsi su numerose antologie e ha partecipato a numerosi premi letterari con risultati a dir poco lusinghieri, tra i quali un primo posto al premio “La Voce del Cuore” (1998), un primo posto al III° “Premio Nazionale di Narrativa” del Centro Studi Agorà (1999), e un primo posto al Concorso ‘I cantastorie del 2000’ (2002).

Numerose anche le sue pubblicazioni: i saggi Yesterday (Cultura Duemila Editrice, 1994) e Miticosmo (Il Foglio, 2002); le raccolte di poesie Neve all’alba (CLI, 1995) e Briciole di poesia (Il Museo della Poesia, 2000); i racconti Imperativo categorico (CLI, 1996), La congiura (Noialtri Edizioni, 2000), La torre della via (CLI, 2000) e la raccolta Ammazzare il tempo (Edizioni Il Foglio, 2002); i romanzi Il pettine e il flauto (Serarcangeli Editore, 2000), Tempo senza tempo (Il Grappolo, 2001) e La regina delle illusioni (Noialtri Edizioni, 2001).

Nel febbraio 2002 un suo racconto è selezionato per entrare a far parte dell’antologia Mondi possibili e impossibili. Il titolo è Cuore di pietra.

Un suo racconto, Il collezionista, è stato pubblicato nel 2002 sull’antologia I pionieri dell’anno 3000, edita dal Club GHoST.

Nell’autunno 2002 è uscito il suo primo E-book, 12 racconti di FS, dal titolo Tra cielo e terra, per la CORBEC, e nel Gennaio 2003 il secondo E-book, dal titolo Colori, per Imieicolori.

 

  

 

 

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