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LA COLLEGIALE

scritto da Virna Marcacci

 

 

Era il suo primo giorno, e si vedeva… dalla camminata incerta, dal modo che aveva di guardarsi intorno. Le sembrava quasi di avere cucito addosso un cartello con su scritto “Salve, mi chiamo Nadia Rinaldi, ed è la prima volta che mi allontano dal paese in cui ho vissuto per quindici anni…Il posto più distante in cui sono stata è la discoteca a sette chilometri da casa mia.  Purtroppo i miei sono in pieno divorzio e non hanno tempo di occuparsi anche dei miei casini, e così eccomi qua.”   

Il tassista l’aveva lasciata lì due minuti prima, scaricando tutte le valigie ai suoi piedi senza neanche offrirsi di portargliele fino al portone d’ingresso… cafone! Le guardò ammucchiate sul cemento. Erano quattro, particolarmente pesanti, e si dava il caso che alle dieci di quel mattino di inizio settembre facesse già caldo. L’idea di trascinarle arrancando su per i quattro scalini per poi depositarle davanti al portone d’ingresso del collegio non era delle più sorridenti. Ci mancava solo che iniziasse a sudare! Aveva posato il piede sul primo gradino, tenendo in equilibrio la prima valigia quasi all’altezza del naso per riuscire a tirarla su, quando sentì parlare.

-La signorina Rinaldi?-

Alzò la testa di scatto, ritrovandosi a fissare una donna alta e magra: aveva un tailleur grigio, occhi grigi, capelli grigi… persino l’espressione era grigia.

-Sì, sono io.-, la vide avvicinarsi a grandi falcate, e già le aveva tolto la valigia di mano senza il minimo sforzo. Poi si girò, facendo segno a qualcuno che era ancora all’interno dell’edificio. Ne uscì un ragazzo.

-Matteo, i bagagli della signorina nella sua stanza.- poi, voltandosi verso di lei, -Mi segua. Io sono la signorina Satti, la vicedirettrice del collegio. L’aspettavamo più di un’ora fa…-, accidenti, che tono di rimprovero!

-Purtroppo il mio aereo ha accumulato ritardo.-, ma l’altra le rivolse un’occhiata come per dirle che lei avrebbe dovuto prevedere una cosa del genere e fare ugualmente di tutto per arrivare puntuale.

-Mi segua.-

Percorsero corridoi, scale e file di porte tutte uguali, prima che la vicedirettrice ne aprisse una.

-Questa è la sua stanza.-. Lei si guardò intorno… niente di speciale, ma un po’ di poster alle pareti l’avrebbero migliorata.

-La dividerò con qualcuno?-. La faccia che fece la donna le diede l’idea di aver detto qualcosa di davvero scandaloso.

-Assolutamente no. Ogni alunno ha una sua stanza; questo migliora la capacità di concentrazione e il rendimento nello studio.-

Il ragazzo era entrato in quel momento appoggiando le sue valigie per terra. Gli sorrise per ringraziarlo, ma lui uscì subito come se non l’avesse neanche vista. Si strinse nelle spalle… forse i rapporti con le alunne erano vietati al personale.

-Nel caso in cui dovesse mancarle qualcosa me lo faccia sapere… Un’ultima cosa: il nostro direttore, il signor Sarti, ci tiene a conoscere personalmente i suoi allievi prima di ogni anno scolastico. Ha già ricevuto i gruppi degli alunni, ma farà un’eccezione anche per lei che si è iscritta all’ultimo momento. L’aspetta domani a casa sua. Sarà impegnato con la riunione annuale del comitato di rappresentanza, ma potrà dedicarle qualche minuto nel suo studio.-. La lasciò senza neanche darle il tempo di rispondere che fino a tre giorni prima quella del collegio era un’idea che non l’aveva mai minimamente sfiorata. Sospirò, chiedendosi se ci si poteva sentire più soli…

 

Aveva passato indenne il primo giorno di lezioni, e adesso si ritrovava a guardare la casa più imponente che avesse mai visto. Probabilmente ogni camera da letto aveva il suo bagno e il suo salottino privati… Beh, era inutile rimanere lì fuori a bocca aperta. Suonò il campanello.

Il maggiordomo che le venne ad aprire sembrava uscito da uno dei romanzi di Agatha Christie.

-Desidera?-

-Mi chiamo Nadia Rinaldi. Sono un’allieva del collegio, dovrei incontrare il signor Sarti.-

-Si accomodi.-. La fece entrare in un atrio che sembrava scavato in un unico blocco di marmo bianco. Il maggiordomo le fece strada per altri corridoi, altre scale, altre file di porte –una processione che le ricordò quella del giorno prima con la segaligna vicedirettrice- fino a farla entrare in quello che doveva essere il famoso studio e che si rivelò un’enorme biblioteca.

-Quanti libri!-, non era riuscita a trattenersi.

-Li colleziona il signor Sarti. Alcune edizioni sono molto antiche, ma nonostante questo li mette a disposizione degli allievi che vogliono approfondire gli autori che studiano.-

-Posso dare un’occhiata?-

-Naturalmente.-

Lui continuava a parlare… la signorina gradiva un tè o una spremuta? Chiese un succo di frutta, e intanto era già persa nei libri… li sfogliava, leggeva la trama, e alla fine ne scelse uno di Rivera Letelier. Il maggiordomo era rientrato e aveva posato il bicchiere sulla grande scrivania di fronte alla finestra. Lei lo spostò sul tavolino accanto al divano, si sedette… ma dopo due minuti aveva già sfilato le scarpe, si era stesa di pancia sui cuscini. Aveva storto un po’ il naso quella mattina, quando aveva scoperto che la divisa della scuola era modello marinaretta, giudicava le sue gambe un po’ troppo in carne per doverle mostrare più del necessario, ma adesso era davvero comoda. Non sapeva esattamente da quanto tempo fosse lì, i minuti erano stati scanditi al ritmo  delle pagine girate e delle sue gambe che si alzavano e si abbassavano… il bicchiere col succo di frutta era pieno a metà, dimenticato sul tavolino. Da qualche parte al piano di sotto, arrivavano il rumore ovattato di voci e il tintinnio dei bicchieri. I suoi occhi rincorrevano le parole sui fogli senza staccarsi un attimo. Era così concentrata, che per un attimo si chiese cosa ci fosse che non andava, perché d’improvviso si sentiva così nervosa. Poi avvertì, senza vederla, la presenza di un’altra persona nella stanza con lei… ed era sicura che non fosse il maggiordomo. Bella figura, farsi trovare così dal padrone di casa!

Si mosse appena, rossa di imbarazzo, con l’intenzione di mettersi a sedere e trovare il coraggio di guardarlo in faccia per chiedere scusa.

-No, sta’ ferma…- fu la voce, più delle parole, a bloccarla… come se glielo avesse chiesto con gentilezza, perché anche lei lo voleva, e non ordinato. Rimase immobile, con i battiti del suo cuore che le rimbombavano nelle orecchie, respirando dalla bocca socchiusa, guardando fisso davanti a sé. Le giungevano ancora le voci al piano di sotto, se avesse avuto davvero paura avrebbe gridato e l’avrebbero sentita… ma quello che lei sentiva adesso, misto al ronzio di mille api che impazzavano nelle orecchie, era il rumore di passi attutiti dal tappeto che si avvicinavano piano… e poi le dita che le sfiorarono un piede.

Le sfuggì quasi un urlo, non perché le avesse fatto male, non per la paura, ma per la tensione che le irrigidiva ogni muscolo. Sentiva tutto con un’intensità raddoppiata, quasi maniacale, come se non volesse perdersi nessuna sensazione.

Il suo peso, quando si sedette sul divano, la fece scivolare leggermente verso di lui. Rimasero così per attimi che le sembrarono lunghi ore… non riusciva a pensare a quello che le stava accadendo, riusciva solo a viverlo.

-Sei così bella…- ancora quella voce la staccò dalla realtà, con quel tono così caldo e vibrante che le fece chiudere gli occhi per poterlo godere fino in fondo. Le mani si poggiarono alle sue caviglie, e cominciarono a scendere lungo le gambe, dolcemente, lentamente. Le faceva capire che poteva fermarlo in qualunque momento, se davvero lo voleva… ma ormai la curiosità era troppo forte, e insieme alla curiosità tutte quelle strane sensazioni che avevano preso ad agitarlesi dentro, come se avesse avuto lo stomaco pieno di farfalle che svolazzavano. Le sembrava che quelle mani avessero la stessa leggerezza dell’acqua che le scivolava addosso quando faceva la doccia… seguivano vie invisibili rotolando trasparenti come gocce verso le ginocchia, e poi più giù, facendosi strada sotto la sua gonna. Non si mosse neanche quando le sentì oltrepassare l’elastico delle mutandine, solleticarle i riccioli scuri… Adesso era tutto solo bello, non c’era più neanche la curiosità a spingerla, e dietro gli occhi chiusi era tutta tesa a seguire quei movimenti, a preparare la sua carne a sentirli.

Una mano le scivolò sotto la pancia, sollevandola un po’, e lei appoggiò le gambe sul divano per darsi sostegno… una era finita di traverso sulle gambe di lui, ma anche quel contatto le piaceva. La sentì proseguire verso la schiena, tirare via la gonna, tornare sulle mutandine e poi di nuovo sotto. Trovarsi in quella posizione le dava una strana emozione, era totalmente esposta, e totalmente sottomessa…

Trattenne il fiato quando due dita trascinarono lo slip in basso, strinse di più gli occhi, e si accorse che se era arrivato il momento di chiedere di smetterla o di gridare, era quello… ma non lo fece. Semplicemente, iniziò a lamentarsi e a muoversi piano, mentre sentiva un dito entrarle dentro in quel modo che fino a quel giorno aveva usato solo lei, e poi due, calde e dure, muovendosi su e giù, bagnate adesso, avvolte dalla sua carne…

Un attimo dopo era sola… nessuno lì con lei, i suoi vestiti erano al loro posto, il suo cuore batteva normalmente. Non era successo nulla… Dal piano di sotto ancora quelle voci, e poi una, di donna, più alta delle altre: -Ci lascia già, signor Sarti?-

-Una mia allieva mi aspetta nello studio… Tornerò prima possibile.-

La sua voce… e poi quei passi per le scale… stava salendo da lei, era sempre più vicino. Sapeva cosa la aspettava, poteva far andare le cose diversamente, poteva riceverlo seduta… ma non si mosse. E mentre i passi entravano nella stanza, attutiti dal tappeto, chiuse gli occhi sorridendo…

 

 

 

Virna Marcacci

Ho 27, sono iscritta alla facoltà di lettere classiche di Bologna. L'occulto mi affascina incredibilmente, leggo Dylan Dog da quando avevo 11 anni e Clive Barker e Stephen King sono i miei idoli. Divoro i libri come i dolci e da vera horror girl sono una fanatica del metal (Pantera e Korn sono al vertice, per il momento).

 

  

 

 

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