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CAREZZE DALLA NOTTE scritto da Stefano Bovi
Era una notte fredda, e in quel bosco immerso nel mantello del buio il vento si faceva largo dolcemente, attraversando sinistri rami scheletrici e banchettando con i maligni riflessi degli occhi delle volpi. Il fruscio delle foglie era il malefico bisbigliare del bosco delle favole nere, e la luna piena bulimica continuava ad abbuffarsi di luminose stelle. L’uomo camminava lentamente, lo sguardo attento ad ogni minimo movimento del buio, il suo respiro affannoso, talvolta rami secchi che piombavano improvvisamente su di lui venivano prontamente scansati, i versi degli animali notturni erano per l’uomo grottesche risate di malefici folletti. Stringeva con la mano destra una pistola, continuava ad avanzare in quel labirinto di alberi, le radici enormi non fermavano il suo eterno camminare. Si fermò per un istante, guardò la luna e la sua ossessione tornò a molestare la sua anima. Doveva trovarlo, doveva trovare assolutamente quel feroce assassino… dopo aver ucciso l’ennesima vittima si era rifugiato in questo bosco fittissimo che come un malvagio suddito aveva accolto l’uomo nero, il bau-bau omicida e ora lo coccolava, lo nascondeva, lo proteggeva dalla polizia. La tensione bisbigliava dietro di lui, i suoi occhi guardavano quel luogo che sembrava orribile, subdolo, e che invece in passato lo aveva accolto con il suo calore, basta uno stato d’animo diverso o situazioni estreme e qualunque luogo a noi caro diventa ostile, trasuda pianto, incredibilmente ci appare opaco e lontano. Così era per lui, i ricordi delle gite con la sua famiglia con il sole che filtrava tra gli alberi, i suoi genitori e i suoi fratelli, le risa e i colori pastello dei suoi ricordi come se avesse vissuto in uno spot televisivo si scontravano con una realtà ben diversa, e quei ricordi così idealizzati del bosco vicino ad Ortisei venivano fagocitati da quello che ora stava vedendo, un bosco immerso nella notte che ospitava un assassino. La sua torcia illuminò un sentiero, sembrava proprio una di quelle strade che portavano ai rifugi, ad ogni passo un ricordo nasceva in lui, ogni piccolo particolare aveva per lui una gradevole familiarità, ma ora un obiettivo di morte era in lui e scacciava i sospiri di quel posto, doveva trovare quell’omicida, fermarlo,quei boschi meravigliosi non meritavano di ospitare simili creature, quel verde non doveva essere dipinto da un pennello intinto di sangue. Sussurri del vento notturno lo mettono in allarme, il suo istinto gli dice che oltre quegli enormi alberi alla sua sinistra c’è un’ombra dell’inferno, un uomo che anche il buio teme. Si avvicina senza far rumore, appoggiando la schiena ad un vecchio tronco, gocce fredde di sudore nascono sul suo viso, il cuore urla in frenetici battiti tutta la sua paura, la sua pistola è pronta a riscaldarsi con la carne. Improvvisamente qualcuno gli salta addosso, tenta di colpirlo con un pugnale che lo sfiora, andandosi a conficcare in un albero, facendolo sanguinare linfa. Spara, spara varie volte, e il rumore sordo dei proiettili zittisce il vento magico, spaventa la luna, invita il teschio della morte in quel bosco arcano. Istanti che durano mille anni, castelli dell’inconscio, fate del disgusto. L’uomo che aveva tirato il coltello cade a terra, morto. L’assassino feroce è morto, il buio forse è finito, il bau-bau è ritornato nei libri e rinascerà solo nei racconti di una nonna accanto al fuoco. L’uomo con la pistola si avvicina al cadavere, e con una fioca luce ricavata dal suo accendino legge la targhetta sulla giacca di quel corpo morto. C’è scritto “Detective Riccardo Stelvi”. L’uomo con la pistola rise appoggiato ad un albero, era stato divertente tramortire quel poliziotto che lo stava inseguendo nel bosco, dargli il suo pugnale e prendere la sua pistola, capovolgere i ruoli ed essere lui a dare la caccia alla polizia. Era stato divertente,ma ora il suo pugnale esigeva altro sangue, il bau-bau doveva ritornare nel suo antico ruolo. S’incamminò per il misterioso sentiero, la luna si nascose dietro ad una nuvola nera, stringeva con la mano destra il suo coltello, la lama bianca rifletteva gli sguardi delle civette, il vento veniva ferito da quell’affilatissima punta. Arrivò davanti ad una casa in legno, un”maso”, dalle finestre, oltre le tendine colorate con graziosi animaletti, intravedeva alcuni adulti e dei bambini vicino ad un grande camino che ridevano. In un’altra finestra una bambina dormiva beatamente in un enorme lettone. L’uomo rimase per un istante fermo, ad ascoltare le risa e i respiri degli animali della vicina stalla. Una civetta lo osservava annoiata su di un albero. Entrò nella casa, ponendo fine a quelle risate. Il sospiro del vento era soppresso dal rumore delle coltellate che penetravano nella carne. La luna continuava vigliaccamente a nascondersi. La notte non sarebbe mai finita.
RACCONTO SELEZIONATO (1 5° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001
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