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CASA scritto da Leithe Ruthven
La vita scorre sotto i miei polpastrelli. Muovo un’altra pedina fissandoti dritto negli occhi. Tu attendi e rispondi alla mossa. Il silenzio, su di noi. Poi una musica lontana, dalla strada. Qualcuno ci sta osservando, ne sento la vibrazione. È il mio turno, ma non ho la forza di muovere. Quel qualcuno mi sta osservando ed ha sentito che ci sono. Anzi, ci ha riconosciuti. Al di là delle pareti, nella strada, quel qualcuno è la musica che stiamo ascoltando. - Musica del pensiero, il verbo che si fa melodia. Attendi e lasciati confondere dal suo soffio. - Sono io. - Siamo noi. Continua a giocare, mia cara, non possiamo fermarci per così poco. Il tempo si dilata. Infinitamente. La musica aumenta, perché è la vera consapevolezza della presenza. Si avvicina, sento il suo soffio ancora più vicino. - Ci controlla. Lo temo. - La temo. La candela si muove. La candela nostra unica illuminazione. Le pedine scorrono sotto i miei polpastrelli. Continuo a studiare la tua ultima mossa, ma non ne aggiungo una successiva. La percezione di essere osservata mi ossessiona. La paura cresce, lo spirito tutto vibra. Lascio il tavolo e mi nascondo nell’angolo più scuro della stanza. - Torna indietro. Non può entrare. - Ma sa che ci siamo. - Anch’io ho paura, ma non può farci nulla. Scivoli sulla polvere del pavimento, nell’assoluta penombra, nell’inesistente luminosità. Arrivi al mio fianco, nel più scuro angolo della casa. Mi sono accucciata per essere lontano dalla presenza esterna. Ti siedi e guardi verso fuori. Tutto è buio, non si vede nulla, le pareti che ci circondano ci proteggono e celano. Sotto i nostri polpastrelli scorrono i fili dell’umana esistenza. E nessuno può venire a noi, come noi non possiamo andare da nessuno. Ma la presenza ci ha sentiti, la presenza dal suo regno di luce vuole incontrarci. - Leggimi qualcosa. - Non ci vedo. Poi non abbiamo libri. - Leggimi qualcosa dalla tua mente. - Ho troppa paura per farlo. Non parlare, potrebbe sentirci. - Ci ha già sentiti, ma i muri la separano da noi. Disegno a terra un cerchio. Nel cerchio vi inscrivo un quadrato, nel quadrato un cerchio. Tu cancelli. Disegni un’ellissi verticale, nell’ellissi un rettangolo, nel rettangolo una croce. - L’occhio. - Ci sta vedendo. - Non ci può vedere. Le finestre oscurate ci celano dal mondo esterno. Tutto, le porte, qualsiasi spiraglio è oscurato dal cemento e dai mattoni. E la presenza ci ha sentiti nel nostro nascondiglio. - Lei è della nostra stessa essenza. - Non è la prima. - No, è già passato qualcun altro. Come lei. Mi distendo sotto il tavolo ascoltando il soffio della presenza. Non ha intenzione di andarsene. È lì fuori e ci osserva. Mi sta facendo soffocare, voglio fuggire, ma l’unica fuga è nascondermi meglio, ancora più lontano. Tu sei dietro di me. Le tue mani si compenetrano con il mio corpo. - Non mi toccare. - Sai che non posso toccarti. - Nemmeno la presenza può vederci, ma non voglio che ci veda. Così non voglio che tu mi tocchi. Vai verso la parete dietro cui quel qualcuno ci sta percependo. Grido. Tu sorridi malefico. Tocchi la parete. Il tempo si dilata ancora di più. - Torna subito qui. - Non mi puoi imporre nulla. - Maledetto! - Io quanto te. Inizi a far scorrere la lingua lungo la finestra. Dietro ad essa cemento e mattoni. Dietro il cemento e i mattoni qualcuno che ci osserva. - VIVE. - Lascialo andare. - Non la lascio andare. È la mia sposa celeste. - Maledetto! - Io quanto te. Mi allontano portando con me la scacchiera. Sulla scacchiera i pezzi secolari che si muovono per tenerci compagnia. La vita scorre sotto i miei polpastrelli. Le mie dita scivolano sulle pedine impolverate. L’aria soffia dai tubi portando dentro nuova polvere e respiro per noi. - Voglio restare sola. - Non puoi, lo sai. - E’ ancora lì. Stai lì. - No, tu sei la mia sposa celeste. - Incoerenza. - No, lei è fatta della tua stessa essenza, della nostra stessa essenza. - Si muove? - No, è ferma davanti a noi, fuori sulla strada. Il tempo si dilata. Il soffio di qualcuno che ci sta osservando senza vederci continua a farmi soffocare. La scacchiera non si muove. I fili non si scompongono, non si spostano. Tu giri attorno, sopra un’unica mattonella. - Stai respirando il suo soffio. - La amo. - Ti odio. - Ti amo. - Smettila. Il tempo si dilata. L’aria penetra dai tubi e il soffio di qualcuno si sovrappone ad essa. Con il soffio la musica. Musica cerebrale, di una mente pensante. Nella mente vedo i miei pensieri e me ne stupisco. Scatto in piedi portandomi verso il muro. Sono ancora troppo lontana. Salgo al piano superiore. Eccolo lì il muro che mi divide dalla presenza. Mi ci avvicino. Tu dietro di me con la scacchiera tra le mani. - Poggiala di nuovo sul tavolo. Riiniziamo subito. - Cos’è subito? Il tempo si dilata. Nell’assoluta mancanza di esso. La parola sorta dalle mie labbra non è di mio possesso. Attraverso la parete con il desiderio. Quella parola proviene dall’esterno, dallo sconosciuto. - E’ una ragazza. - No, è un ragazzo. - E’ una ragazza. Questa volta. - Sono uguali. - Siamo uguali. Torno a sedermi al tavolo. Tu di fronte a me, guardandoci negli occhi. C’è ancora qualcuno fuori, e ci ha percepiti. Noi facciamo lo stesso. Dietro le pareti, dietro il cemento, dietro l’oscurità. Qualcuno dalla strada sta ad osservarci senza vederci. - Sa che ci siamo. - Noi sappiamo che c’è. - Perché è qui? - Perché siamo qui? Muovo la regina nera avanti di una casella. La presenza scompare. Sento un improvviso e devastante senso di mancanza nel mio spirito. Mi blocco guardandoti. - Stai piangendo. - Lo so. - E’ andata via. - L’hai mandata via tu. - Non dovevo muovere? - Noi dobbiamo e basta. E’ la regola. - Finiamo di giocare? - Iniziamo a giocare? Guardo verso la parete, ma non la vedo. La candela balla nel buio e la sua luce illumina a malapena noi e la scacchiera. - Qualcuno tornerà. - Lo sai, non serve ripeterlo. - La regina darà lo scacco al re. - Il re darà scacco alla regina. - Troppo tardi? - Assieme. - Non è possibile. - E’ nelle nostre mani. - Quali? La vita scorre sotto i miei polpastrelli. - Cos’hai? - Guardavo la casa con le finestre e le porte murate. - Quale? Rallenti per guardare meglio fuori dal finestrino. - L’abbiamo appena superata.
RACCONTO SELEZIONATO (19° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001
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