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LA CASA SULL'ORLO DELL'ABISSO

scritto da Roberto Zago

 

 

Quella che segue è la fedele trascrizione delle ultime pagine, le più pregnanti al fine dello scopo che mi sono preposto, di un diario personale che ho ritrovato su una delle sponde del piccolo affluente del fiume Tevere che prende vita dal monte Urbino.

Non è stato per me facile decifrare gli scritti di un inchiostro ormai quasi completamente dilavato dall'azione dell'acqua e i segni sconnessi delle ultime annotazioni redatte con mano incerta e tremante, ma quello che è iniziato come un gioco si è presto trasformato in qualcosa di ben diverso.

Un diario personale, ripeto, e non uno scritto di pura fantasia, che ho ritenuto mio assoluto dovere portare alle coscienze di quanti lo leggeranno attraverso il mio lavoro.

Possa la luce della verità dissolvere le tenebre del mistero.

 

     Venerdì 6 agosto 1999

Tutto procede nel migliore dei modi, e le valigie per le meritate ferie sono già pronte e disposte ordinatamente in un angolo della mia camera da letto.

Domani mattina, Marta e io partiremo alla volta dell'Umbria per trascorrervi un paio di settimane di tutto riposo in un ambiente tra i più incontaminati e per visitare le misteriose e affascinanti tracce del popolo etrusco.

Per oggi non ci vedremo, avendo deciso di trascorrere queste ultime ore ancora in città con le rispettive famiglie, ma per supplire a questa mancanza ci siamo sentiti al telefono almeno tre volte, per mitigare la lontananza e per assicurarci che nei nostri preparativi non vi fosse alcuna disattenzione.

Ormai è sera, e dalla sedia del salotto su cui sono seduto lancio uno sguardo verso la porta a vetri che dà sul terrazzino e, oltre ad esso, sul corso sotto casa. Vedo il caotico traffico transitare lento, come un infinito serpente dalle mille scaglie luminescenti, e penso che tra meno di ventiquattr'ore non sarà altro che un lontano ricordo.

Dato che, se tutto procederà come previsto, a maggio del prossimo anno Marta e io ci sposeremo e che il lavoro non ci permetterà altri periodi di libertà fino a estate 2000, queste saranno le nostre ultime ferie da single.

 

     Sabato 7 agosto 1999

Questa mattina il sole è sorto luminoso per accompagnare la nostra partenza, e i suoi caldi raggi sembrano il prologo di una perfetta vacanza.

Il viaggio in autostrada è stato confortevole seppur monotono, allietato solamente dai programmi della nostra stazione radio preferita.

Verso mezzogiorno abbiamo fatto una breve sosta al ristorante di un autogrill in cui siamo riusciti a gustare un discreto pranzo, poi abbiamo ripreso subito il nostro viaggio.

Finalmente, nelle prime ore del pomeriggio, siamo entrati nei lussureggianti territori dell'Umbria, con le sue vallate e i suoi monti ricoperti da una vegetazione tra le più selvagge e rigogliose, avvicinandoci sempre più al casello che ci avrebbe consentito di lasciare la grigia via che stavamo percorrendo ed entrare in quella visione quasi anacronistica, almeno per chi è stato da sempre abituato all'urbanizzazione dilagante delle grandi città.

Dopo meno di due ore siamo arrivati a Perugia e con il supporto di uno stradario abbiamo raggiunto il "Piccolo Principe", l'albergo presso il quale avevamo prenotato già da più di un mese.

Il viaggio, anche se non abbiamo incontrato né un traffico sostenuto né il temuto ingorgo al casello, si è fatto comunque sentire e così le nostre velleità di novelli esploratori sono state rimandate a domani.

Abbiamo disfatto i bagagli e fatto una doccia ristoratrice. La sera, la cena che ci è stata servita è stata ottima, poi abbiamo deciso di chiudere la giornata in maniera tranquilla, optando per una commedia brillante in un vicino cinema.

 

     Domenica 8 agosto 1999

Dopo una notte di sonno la stanchezza di ieri è completamente scomparsa e nella rilassatezza che l'ambiente è riuscito a offrirmi persino la colazione, che normalmente non faccio mai, mi è parsa come un dovere irrinunciabile, confortato in questa nuova convinzione da aromi e sapori che stimolavano palato e narici.

Verso metà mattina abbiamo visitato la cattedrale di S. Lorenzo e circa un ora più tardi il palazzo dei Priori, sede della Galleria nazionale dell'Umbria, in questo periodo aperto al pubblico anche di domenica mattina in virtù del grande afflusso turistico.

Quando ci siamo incamminati nuovamente per le vie di Perugia non erano ancora le undici e un quarto e l'occhio di Marta è caduto su di un piccolo negozio di alimentari aperto nonostante la festività.

Ho visto il suo sguardo accendersi e mi sono chiesto quale pensiero potesse esserle balenato in mente. Mi ha proposto di acquistare del cibo, porchetta e altri prodotti tipici del luogo, e di pranzare all'aperto in un qualche spiazzo verde fuori città.

L'idea mi è sembrata buona e così, dopo meno di venti minuti, mi sono ritrovato al volante dell'auto.

Abbiamo imboccato la strada per Gubbio, senza una meta precisa ma semplicemente alla ricerca di un luogo appartato e invitante nel quale fermarci.

All'altezza di Bosco ho svoltato a sinistra, nella direzione in cui un cartello segnaletico indicava Umbertide, ma abbiamo capito che se volevamo realmente trovare ciò che ci eravamo prefissi dovevamo cercare un percorso che abbandonasse le classiche vie di percorrenza.

Dopo pochi chilometri ci siamo immessi in una stradina di montagna che ci è apparsa sulla destra. Mi sono sentito come se stessimo lasciando il ventesimo secolo per ritrovarci all'improvviso immersi nell'incontaminata vegetazione del Medioevo.

Mi è venuto in mente "non ci resta che piangere" e mi è scappato un sorriso, Marta se n'è accorta e me ne ha chiesto il motivo. Quando gliel'ho spiegato ha sorriso anche lei.

Verso le dodici e trenta abbiamo iniziato a sentire i morsi della fame, ma il territorio appenninico non ci consentiva ancora di trovare uno spiazzo sufficientemente ampio e piano che potesse permetterci di  fermarci.

Ho detto a Marta che sarebbe stato meglio tornare indietro, ma lei ha insistito e così abbiamo continuato nonostante il percorso che stessimo seguendo fosse divenuto ormai quasi del tutto indistinguibile dal resto del territorio che ci circondava.

Sopra di noi alcune nubi avevano timidamente iniziato a velare la volta del cielo.

Ad un tratto la vegetazione ci ha impedito di proseguire. Era chiaro come fossimo i primi da chissà quanto tempo a essere giunti sin lì, e mi sono sentito uno stupido ad aver rischiato le sospensioni in un'impresa così priva senso.

Mi sono arrabbiato con Marta per la sua ostinazione a volere continuare e abbiamo iniziato una piccola discussione, dato che non voleva ammettere di esserci trovati in quella situazione per colpa sua.

Sono sceso dall'auto per calmarmi e troncare il discorso e mi sono inoltrato per un breve tratto nel bosco. Se non lo avessi fatto non avrei mai visto la casa.

Sono tornato indietro e ho chiamato Marta. Ci è apparso subito chiaro come fosse da tempo abbandonata.

Quando ci siamo avvicinati abbiamo tentato di sbirciare all'interno ma inutilmente, dato che sorprendentemente non vi sono finestre di alcun tipo. Allora ho colpito la porta con un calcio e siamo entrati.

La vegetazione ormai ha cinto la casa d'assedio, ma al suo interno non è ancora riuscita a entrare.

Uno spesso strato di polvere ricopriva ogni cosa, compresi i mobili e le suppellettili, tutti ancora al loro posto.

I muri sono di solida pietra, la costruzione è a un solo piano e con il tetto in legno. Annessa vi è una piccola torre priva di un'entrata esterna. Due stanze in tutto: una più grande che fungeva da cucina e studio assieme e uno stanzino con una specie di letto. Poi la piccola legnaia, ancora con la legna accatastata.

Ho provato a sfondare anche la porta della torre, ma incredibilmente ha resistito oltre ogni mia aspettativa.

Marta mi ha fatto notare che nonostante il lungo abbandono non c'erano ragnatele né segni evidenti di tarlatura nei mobili. Effettivamente è molto strano.

Sui tavoli e sulle scansie numerosi moccoli di candela, più o meno consumati. Senza finestre erano indubbiamente l'unica fonte di illuminazione, oltre al fuoco del camino.

Superata la sorpresa, ci siamo ricordati di avere fame e abbiamo deciso di mangiare a lume di candela nella casa, dato che il terreno impervio avrebbe reso lo stendersi all'aperto troppo scomodo.

Tolta un po' di polvere e con una bella tovaglia sulla tavola, la casa è sembrata tornare a nuova vita, quasi come se tutti questi anni di abbandono non fossero mai esistiti, inoltre

 

     Stesso giorno

Marta e io abbiamo fatto l'amore stesi sul plaid. È stato fantastico. Si è avvicinata mentre stavo scrivendo il diario  in un attimo di riposo subito dopo il pranzo.

Non avevo provato mai nulla di simile prima d'ora, è come se i sensi fossero stati in qualche modo acuiti dalla particolarità del luogo, più "vivi" e "profondi" che mai. Non credo di poterlo realmente descrivere ma è stato davvero fantastico.

 

     Stesso giorno

La casa si sta rivelando più interessante del previsto.

In uno dei cassetti di uno scrittoio abbiamo rinvenuto una sorta di diario personale, un po' come questo che sto scrivendo, ma la cosa più sorprendente sono le date riportate.

Non riesco ancora a crederci ma l'anno segnato all'inizio di ogni annotazione è il 1253 e la lingua utilizzata il latino. Senza alcun dubbio autentico.

L'autore, nonché ultimo probabile proprietario della casa, pare essere stato un certo Joannes Climacus.

Abbiamo trascorso tutto il pomeriggio su quei fogli ingialliti leggendo quanto più possibile.

Ammetto che senza l'aiuto di Marta non ci avrei capito nulla, ma per fortuna il latino era la sua materia preferita al classico e così è stata in grado di decifrare almeno il senso di quanto scritto.

A quanto pare l'autore era considerato un alchimista in odore di eresia, una specie di stregone che da quello che ho capito ha più volte rischiato il rogo e che poi è stato "esiliato", in questa costruzione.

Una volta alla settimana gli venivano portati cibo e acqua da un incaricato con apposita delega pontificia, e questo era il solo contatto con gli estranei che gli fosse stato concesso pena la condanna alle "fiamme purificatrici", come eufemisticamente veniva definito il rogo.

Sembrava risentito in maniera particolare con il Papa dell'epoca, Innocenzo IV, e molti sono i riferimenti alla sua "bolla ad extirpanda" con la quale il Pontefice autorizzava la tortura come metodo procedurale per gli interrogatori.

Sono spesso citate molte opere, come il "De occulta philosophia" di Cornelio Agrippa, la maggior parte delle quali Joannes afferma di possedere. Nonostante le abbia cercate, non le ho trovate. (Che siano nella torre?)

Da quello che abbiamo capito dai suoi appunti, era certamente un pazzo visionario, ossessionato dall'occulto e da ciò che attraverso esso avrebbe potuto ottenere.

Tra un po' torneremo a Perugia, ma porterò il diario di Joannes con me. Forse può avere un qualche valore commerciale.

 

     Stesso giorno

È accaduto un piccolo contrattempo. L'auto è sembrata avere dei problemi di accensione e non ne ha proprio voluto sapere di mettersi in moto. Inoltre le sottili nubi di questa mattina si sono trasformate in densi strati carichi d'acqua e poco dopo ha iniziato a diluviare.

Abbiamo nostro malgrado dovuto rassegnarci a trascorrere la nottata nella casa, dato che fuori non ha ancora smesso di piovere e la sera è già calata.

Per fortuna ci sono abbastanza candele per non rischiare di rimanere al buio più completo. Mi chiedo che tipo d'uomo dev'essere stato Joannes per vivere in un luogo come questo.

Frugando in uno dei cassetti più piccoli dello scrittoio ho trovato la chiave della torre. Sono entrato con Marta sperando di trovare chissà quali tesori nascosti e invece era completamente vuota. Un unico ambiente circolare di circa quattro metri di diametro e un pentacolo rosso iscritto in un cerchio disegnato sul pavimento di pietra. Nessuna traccia dei libri cui aveva accennato Joannes.

Ormai sono quasi le dieci e trenta di sera e fuori non ha ancora smesso di piovere, domattina vedrò di far partire la macchina.

Una cosa strana. Quando ho bloccato la porta con il pesante tavolo della stanza, mi sono accorto di come fosse stata chiusa dall'interno, dato che la chiave era ancora al suo posto nella toppa della serratura. Che spiegazione dare dato che nella casa non abbiamo trovato né botole né tantomeno alcuno scheletro?

Il letto sembra ancora robusto e in grado di reggere il nostro peso e le coperte appaiono in buone condizioni. Non può essere quello di Joannes, eppure, intarsiate nel legno del poggiatesta, ci sono le sue iniziali.

Per questa notte dormiremo sul plaid che abbiamo steso sopra le lenzuola dopo aver dato loro e al materasso una bella spolverata.

Ora sarà bene che vada a dormire perché le emozioni di oggi e la fioca luce delle candele paiono avermi stancato oltremisura. Marta dorme già da un'ora.

 

     Lunedì 9 agosto 1999

Questa mattina il cielo è ancora coperto, ma almeno ha smesso di piovere.

Il sonno non mi ha portato alcun riposo, ma anzi pare avere provato ulteriormente il mio fisico. Anche Marta ne ha risentito, non l'ho mai vista così stanca e debilitata prima d'ora.

Ho dato un'occhiata alla macchina, ma non sono riuscito a metterla in moto né ho compreso quale sia l'inconveniente.

Sembrerebbe un problema alla batteria, eppure l'ho acquistata nuova poco prima di partire per le ferie ed è impossibile che sia già scarica.

Forse questo luogo mi ha reso un po' paranoico, ma mentre ero all'aperto mi è parso di essere osservato. Non appena avremo risistemato tutte le nostre cose cercheremo aiuto con il telefonino sperando che in questa zona ci sia abbastanza segnale, altrimenti ci aspetterà una bella camminata.

 

     Stesso giorno

Siamo costretti in casa!

Quando stavamo tornando alla macchina per prendere i cellulari siamo stati affrontati da un branco di lupi. Erano sei o sette, il manto nero come la notte, che ci hanno obbligato a tornare sui nostri passi.

Marta è molto spaventata e, non mi vergogno ad ammetterlo, anch'io.

Nonostante i nostri ripetuti tentativi loro sono sempre la, tra noi e l'auto. Forse è stata una mia impressione, ma mi è sembrato che il loro unico intento fosse quello di impedirci di abbandonare la casa, dato che accennavano una reazione solo nel momento in cui ci apprestavamo a raggiungere la macchina. Non possiamo fare altro che attendere e sperare che se ne vadano.

Ho sempre creduto che fossero animali schivi, timorosi del contatto con l'uomo, eppure questi hanno un qualcosa nel loro sguardo che mi fa pensare a quanto di più selvaggio e violento possa esistere in natura. Perché sembrano accanirsi in questo modo verso di noi?

Ho di nuovo bloccato la porta con il tavolo, eppure so che sono ancora là, silenziosi e in attesa come sempre.

 

     Stesso giorno

Sono passate diverse ore, ma loro sono sempre lì fuori.

Marta è appena andata a sdraiarsi sul letto ed è già caduta in un sonno profondo. Per un po' sono riuscito a distrarla facendole terminare la traduzione del diario di Joannes.

Finalmente abbiamo capito l'oggetto delle sue ricerche: la pietra filosofale. La leggendaria pietra in grado di tramutare ogni metallo in oro, il sogno proibito di tutti gli alchimisti medioevali.

Sosteneva di avere compreso l'impossibilità di raggiungere un tale scopo attraverso una qualsiasi manipolazione degli elementi presenti in natura e di avere perciò intrapreso l'unica altra via possibile per ottenere un tale risultato, e cioè la stregoneria, il dominio delle forze occulte.

Il suo contrasto con la Chiesa del tempo fu dovuto proprio a queste sue ricerche, considerate dal clero "diaboliche e blasfeme".

Nei suoi scritti vi sono annotate le sue frustrazioni dovute agli insuccessi ottenuti e alla scarsa efficienza di alcuni uomini, presumibilmente contrabbandieri, con i quali era entrato in contatto dopo il suo esilio e che eseguivano le sue richieste di nuovo materiale e di libri proibiti.

Si diceva certo di come gli spiriti fossero particolarmente sensibili alle energie liberate dagli uomini attraverso sacrifici rituali o durante atti sessuali, e che grazie a esse fosse possibile obbligarli a manifestarsi sul piano materiale.

 

     Stesso giorno

Mi sono addormentato, eppure mi sento più svuotato di prima… di come mi sia mai sentito. Questa situazione è davvero devastante per me e per Marta. Ho controllato ancora una volta. Loro sono sempre in attesa. Marta seguita a dormire.

L'unica mia distrazione è continuare a scrivere di Joannes alla fioca luce della bugìa che ho posato al centro del tavolo, poco oltre il mio diario.

Ad un certo punto il tono dei suoi scritti ha un drastico cambiamento, diviene quasi trionfalistico, esaltato (7 dicembre 1253).

Nei suoi deliri, forse dovuti all'assunzione di un qualche tipo di sostanza allucinogena, sostiene di essere stato in grado, grazie alla sua scienza, di evocare un "essere oscuro" di grande potere e di più grande malvagità.

Attraverso esso si diceva certo di potere raggiungere la realizzazione del suo sogno.

La volontà del demone si sarebbe rivelata però troppo forte, Joannes sarebbe riuscito ad accrescere a dismisura le proprie conoscenze occulte ma non a ottenere la pietra filosofale.

Parla di una "porta dai cinque cardini" in grado di aprire la via verso altri mondi. (Si riferisce forse al pentacolo della torre?).

Poi la sua decisione di incatenare il demone e di vincolare il suo stesso spirito nelle mura della casa per farne il proprio servo.

Schiavo della pazzia, Joannes afferma di esservi riuscito per mezzo di un inganno, ma negli appunti dei giorni seguenti la sua esaltazione pare scomparire del tutto. Sostiene di avere compreso di aver fatto uno sbaglio nell'incatenare una creatura così potente e di essere stato maledetto dalla "cosa" a una consunzione lenta e dolorosa.

L'ultima annotazione porta la data del 21 dicembre 1253, in cui Joannes scrive di aver deciso di eludere la maledizione fuggendo quel giorno stesso attraverso la "porta dai cinque cardini" e prendendo con sé le fonti del suo sapere. (Allude forse ai libri citati nel diario?)

Mi accorgo che lo stress di queste ore ha reso la mia scrittura incerta e tremolante, inoltre sono troppo stanco per continuare e gli occhi mi si chiudono. Forse è meglio riposare ancora per un attimo.

 

     Stesso giorno

Gli ansimi di Marta mi hanno svegliato di soprassalto. Quando l'ho raggiunta l'ho trovata con gli occhi quasi fuori dalle orbite e la bocca spalancata come se stesse annaspando per trovare un po' di aria.

Mi sono seduto vicino a lei cercando di farle coraggio e confortarla, ma quando ho posato la bugìa sul tavolino accanto al letto ho sentito il sangue gelarsi nelle vene.

Non so più cosa pensare, mi sembra di impazzire. Di stare vivendo un incubo dal quale non so destarmi.

Non riesco a spiegarlo, ma è come se la vita la stesse lentamente abbandonando… ci stesse lentamente abbandonando.

I suoi capelli corvini si sono venati di bianco, stanno incanutendo come quelli di una vecchia e sul suo viso sono comparse rughe che non avevo mai visto prima.

Mi ripeteva, tra un ansimo e l'altro, di avere avvertito una "presenza" strisciarle lungo il corpo, penetrarle in qualche modo al di sotto dei vestiti e adagiarsi sul suo petto "strappandole" lentamente l'aria, svuotandole polmoni e anima. Tutto come in un sogno, senza la possibilità di muoversi o urlare. Diceva di non aver mai provato una simile angoscia, un tale senso di abbandono, come se qualcuno ti bloccasse la testa sotto il pelo dell'acqua e sorridesse guardandoti annegare.

L'ho fissata senza la forza di dire una sola parola, mentre le sue mani si aggrappavano con disperazione alle mie. Poi non ce l'ho più fatta a fissare il suo viso da giovane vecchia e l'ho stretta con tutta la forza che sono riuscito a trovare.

Siamo rimasti così, in silenzio, piangendo e cercando di consolarci a vicenda. Il suo corpo tremante mi ha dato una sensazione di dolore infinito.

Le ho fatto bere una sorsata d'acqua e le ho promesso che presto ce ne saremmo andati da questa casa maledetta, poi per evitare che potesse specchiarsi le ho preso di nascosto il make-up che porta sempre nella borsetta.

Ora è qui, poggiato sul tavolo accanto alla bugìa e ipnotizza il mio sguardo con l'immagine di un uomo la cui giovinezza è ormai solo un ricordo.

I lupi continuano a sorvegliarci e io mi sento troppo stanco e troppo vuoto per poterli affrontare.

Non avremmo mai dovuto venire sin qui.

 

     Martedì 10 agosto 1999

L'HO SOGNATO. Il mondo di quella cosa mi è apparso in sogno!

Ho visto il pianeta alieno di quell'essere, immerso in una notte malata e senza fine, tarlata da costellazioni innaturali e maligne.

Ho osservato cortei di dinoccolate creature oscillare lascivi in una cacofonia perversamente ammaliante di flauti e cembali… HO VISTO CIO' CHE UN TEMPO ERA JOANNES. Mio Dio! Come posso descriverlo?

Non riesco ancora a liberarmi dalla sensazione di avere i loro sguardi puntati su di me, e questo fatto gela la mia anima come mai avrei ritenuto fosse possibile.

Ora so che oltre le nostre certezze esistono "presenze" che è bene non destare, zone d'ombra che l'uomo deve fuggire e temere più del peggiore dei mali.

Non sono pazzo e questa testimonianza ne è la prova. Oggi fuggirò da questo luogo in cui è ancora intrappolata l'essenza della "cosa" evocata quasi settecentocinquant'anni fa e porterò i due diari con me quale testimonianza della verità che si cela oltre l'ignoto.

Non posso portare con me Marta, non ha più le forze per muoversi dal letto che fu di Joannes, e mi sento male a lasciarla sola nell’abisso nel quale siamo precipitati, ma non ho scelta.

Forse, una volta raggiunta Perugia, qualcuno potrà prendersi cura di lei… di me.

Forse.

 

 

 

Roberto Zago

Sono nato a Verona il 07/06/1968, città in cui risiedo tutt'ora e in cui ho conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, professione che ho messo in pratica presso una ditta di trasporti, ma non mi sono fatto mancare nemmeno la fabbrica.

Ho "scoperto" la passione per la scrittura piuttosto tardi, solo pochi anni fa, quando decisi di dedicarmi alla stesura di un progetto piuttosto impegnativo. Almeno rispetto ai racconti che sono solito scrivere per diletto.

Venne così alla luce il mio romanzo intitolato "DEI", che dopo una lunga serie di contatti epistolari con diverse case editrici, è stato pubblicato a metà del 2000 da "L'Autore Libri Firenze".

Ritengo che Internet rappresenti una via privilegiata di comunicazione, ed è per questo motivo che recentemente ho aperto un mio sito Internet all'indirizzo: http://digilander.iol.it/robertozago 

Attualmente sono impegnato nella stesura di un secondo romanzo che, spero, possa presto vedere la luce.

I racconti restano comunque la via più veloce per esprimere il proprio estro creativo, alla portata anche di chi ha poco tempo da dedicare allo scrivere, e un ottimo mezzo per farsi conoscere. L'importante è provarci e dare il meglio di sé.

 

  

 

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