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CENTAURI, COME BACK! scritto da Fabio Marangoni
Runnin’ deep inside my veins, Burnin’ deep inside my veins It’s poison I don’t wanna break these chains Poison Alice Cooper, Poison
Non è sempre facile fare un’autopsia. Se state pensando al senso di nausea o allo svenimento che può provocare in qualche animo sensibile la vista di vasi sanguigni e sangue blu, che non ha niente a che vedere con ridondanti titoli nobiliari, vi state sbagliando. Non è questo che intendo dire. Il problema è che alle volte i vostri «clienti», e permettetemi loro malgrado, senza nulla togliere al vostro alto grado di preparazione professionale e al sudato tirocinio presso l’obitorio della cittadina natia, sono poco collaborativi. E come si può dargli torto: a chi di voi piacerebbe essere nudo e disteso su un freddo tavolo di marmo come un quarto di vacca mentre uno ti tagliuzza puntandoti un faro in faccia? Specie se siete ancora vivi. Chissà se se l’è mai chiesto l’uomo col camice bianco che sta attraversando adesso il corridoio passando davanti a noi. In tanti anni di onorata carriera di casi come li chiama lui professionalmente, ne ha visti tanti, e non si impressiona più di niente. E’ vent’anni che si vede arrivare di tutto sopra quel tavolo lindo: gente carbonizzata, volata giù dal sedicesimo piano o fulminata dall’aspirapolvere, per non parlare di vittime di pazzi omicida o di quelli sottoposti a regolamento di conti, si fa davvero fatica a mettere insieme i pezzi per renderli simili a com’erano in vita; quante volte a ringraziato Iddio per l’invenzione della foto tessera e di Charli, il “pittore” lo chiama lui, altroché i maghi degli effetti speciali, dovrebbero dargli l’Oscar a uno che con un po’ di cotone, quattro matite e del fondotinta fa certi miracoli. Bella seccatura il turno della sera commenta a voce alta prendendosi un caffè macchiato al distributore, la nuova caposala carina che ha adocchiato ultimamente è di riposo e non c’è nemmeno Dan in portineria con cui passare le ore a commentare la partita di football o le misure dell’ultima figliola assunta in infermeria. Tocca lavorare oggi. E allora è meglio iniziare subito e non pensarci su troppo. Il suo ufficio, se così si può chiamare una stanza tinteggiata di verde pastello con al centro un banco di marmo bianco con una cornice scavata intorno per lo scolo dei fluidi corporei e nessun quadro alle pareti - se si esclude il gagliardetto impolverato regalatogli da una sua ex anni fa, è in fondo al corridoio a sinistra, sull’altro lato c’è un bagno e nelle stanze prima le celle frigo e l’archivio della medicina legale. Mentre passa oltre le varie targhette e i “vietato l’accesso al personale non autorizzato” incontra due vecchie conoscenze. «Salve dottore» - gli rivolge il primo tirandosi dietro il lettino seguito dal compare. Sono Bobby e Sam, i due portantini dell’ospedale. «Buongiorno ragazzi» - fa passandogli accanto uno e l’ultimo, un rosso lentigginoso, commenta: «Si affretti dottor Spiegel, non vorrà perdere un cliente!» e ride superandolo con la barella vuota. Lui di rimando agita soltanto una mano nell’aria e apre la porta alla sua sinistra. Difficile non invidiare gli ospiti che se ne stanno comodamente alloggiati nella camera accanto dentro le centoventi celle frigo a -4°C; il caldo ha prosciugato da giorni anche l’ultima goccia d’umidità rimasta nella terra e a poco serve essere in una stanza mezza interrata quando le finestre sono a filo del marciapiede di cemento ed è inutile aprirle, in quanto ne entrerebbe solo un soffione di vento tropicale da soffocarvi all’istante. Meglio concentrarsi sul lavoro e non pensarci. Da una scossa al ventilatore che si è fermato con il rischio di fargli prendere un gran brutto torcicollo e si prepara i ferri. Mentre si aggiusta i guanti bianchi - e ha tutta l’aria di un incipriato lacchè in gran spolvero - dà un’occhiata al tavolo davanti a sé. Roba grossa oggi pensa valutando la mole che sta sotto il lenzuolo verde. In effetti non si sbaglia di molto. Poi va verso lo stereo e si calca le Scheneider sulle orecchie. PLAY. “Rienzi”- l’Overture è un impercettibile adagio... Va a confondersi con il tintinnio degli strumenti lucidi nella vaschetta pronti per essere impugnati e guidati con la solita precisione e fermezza. ...si alzano i fiati a più riprese... Toglie il lenzuolo e scopre il volto: maschio bianco, corporatura robusta, molto robusta... annota sul blocco... calvo, con barba, altezza 1.90 circa con un tatuaggio sull’avambraccio destro... Adesso è un crescendo... Lo scopre fino alla cintola rivelandone la pancia e la causa presumibile del decesso... “Cristo” si lascia sfuggire nel bel mezzo dell’opera di Wagner quando vede sei colpi di proiettile nel torace grossi come noci. FORWARD. Parte “Lohengrin”. Inizia a incidere sotto la trachea, tra le due scapole, scodinzolando la testa come un bambino sotto le note della sua ninna-nanna preferita; nessuno lo può vedere o sentire lì sotto e si lascia sfuggire qualche sospiro mentre affetta il bikers lì disteso - perché è sicuro che si tratti di uno di quei tipi con gilet di cuoio, Harley e gargarozzi puzzolenti di birra lagër giorno e notte, in tanti anni di lavoro sa riconoscere anche il lavoro dei suoi «clienti» - quando ritrae la testa schifato. E’ un trionfo, il «trionfo» dell’eroe... Mortadella marcia. Inconfondibile. Lo stesso odore di quando apre il frigo e si accorge di aver lasciato il tonno e le uova della settimana prima su un bel vassoio da portata; viene da dentro, dalla sua pancia, come se fosse marcio o avesse mangiato tanta di quella roba da far scoppiare l’intestino pieno di feci... Si aggiusta il bavaglio e torna di fianco al tavolo. ...”Lohengrin”? Non lo so, ma il dottor Spiegel, l’esimio chirurgo, il «nostro» eroe arturiano armato di bisturi e soluzioni acide, non lo sente più, è troppo impegnato a trattenere un conato di vomito e a correre verso il lavabo dopo l’ennesima fuoriuscita di un liquido organico giallognolo sotto il suo naso. Non avrebbe sentito comunque. Lo scroscio dell’acqua e la musica uniti insieme ai suoi pensieri confusi lo tengono troppo impegnato, mentalmente assente da quello scantinato dell’ospedale, che certo non farebbe mai caso al leggero svolazzo di un lenzuolo o al carrello con i ferri rovesciarsi alle sue spalle.
Bob Taminsky e Richard Freddi sono fermi sul ciglio della statale per Bassora intenti ad ascoltare distrattamente la radio di servizio. L’uno sembra impegnato a giostrare da una mano all’altra passando per il volante un doppio cheeseburger con salsa e salamino straripanti da ogni dove, il cestino delle patatine e una coca ghiacciata, l’altro lo guarda sbuffando poi si volta dalla sua parte stirandosi sul sedile dall’auto pattuglia. Sono le dieci del mattino e quel tratto di strada è ancora poco trafficata in quanto nonostante si colleghi direttamente alla vicina città gli è preferita da molti la nuova e più moderna bretella autostradale a quattro corsie per ogni senso di marcia servita a puntino di autogrill, aree di servizio e motels: un vero paradiso dell’automobilista insomma. Così i due agenti del quinto distretto aspettano il solito ragazzotto sprovveduto sfrecciare oltre le sessanta miglia orarie sotto i loro nasi o la signora tiratissima restata in panne. Nemmeno il sole è dalla loro. Richard Freddi è un tipo esile e fulvo e se ne sta da un’ora ormai con il braccio penzoloni dal finestrino con la manica arrotolata fino al gomito. Ha tutta l’aria di uno che si sente un pollo sullo spiedo a cottura lenta e invece di colare del gustoso grasso è il sudore a imperlargli la delicata fronte; tutt’altri pensieri invece sta facendo il collega seduto al suo fianco, il tenente Taminsky, o «Bobby-Buba» come lo chiamavano i colleghi per i modi da orso, in effetti non sbagliano, la divisa gli va perennemente stretta ogni tre mesi e continua a metter su chili su quel fisico corpulento che in gioventù era stato quello di un apprezzato giocatore di rugby nella squadra cittadina ma che adesso riusciva solo a lasciare le sue impronte unte sul volante oltre che evidenti tracce di grasso intorno al colletto della camicia. Tutto il suo interesse si concentra sul cestino colmo di bastoncini dorati che stringe fra le mani tanto che sembra non accorgersi o patire minimamente il caldo africano che invece sta rendendo nervoso il giovanotto al suo fianco che continua a lamentarsi di una serie di cose che nemmeno sente. - «Che c’è?» - gli fa senza girare la testa dalla sua parte per farlo stare zitto. - «Mi chiedi che c’è?! Non lo senti che caldo che fa qua dentro Cristo! Te ne stai lì con quel dannato hamburger cazzo mentre io...» E Blablabla. Bobby non gli bada neanche. Bobby l’orso sopporta e stringe più forte l’hamburger. E’ abituato a vedersi assegnare i pivelli lui e a trasformarli nel «braccio violento della legge», sentendosi un po’ Gene Hackman che così poco gli somiglia. Ma perché cazzo non si è comprato un panino e una coca anche lui al fastfood almeno non rompeva le palle? Perché? Niente turbe Bob, mangia e stai calmo. Almeno avessi ascoltato il “pivello” seduto accanto per una volta e avessi parcheggiato l’auto al riparo del cartellone pubblicitario delle Highland Beer venti metri più avanti non lotteresti con i bottoni della camicia aprirsi sullo stomaco e la macchia di sudore estendersi sotto il doppio mento, con le gocce cadere dalla fronte scura e le mani impegnate con patatine e altro asciugare qua e là andando a pulirsi poi sui pantaloni, almeno avresti il culo nell’unica macchia d’ombra nel raggio di quattro miglia, almeno. ...certo se avessi parcheggiato là adesso non si creperebbe di caldo qua dentro... e te l’avevo detto poi dico che ti costava eh? Niente...» Non ha smesso un attimo. Un istante solo. La testa di Bob Taminsky è tornata al suo posto dentro la scatola cranica del suo legittimo proprietario e sembra essersene accorta solo ora. Sta prendendo coscienza, ecco tutto. Cotta a puntino come la patatina unta che Bobby tiene fra le dita. «Se non la pianti subito - è una bomba-carta lanciato sul cofano della macchina o un’esplosione atomica nel mezzo del Tennessee o qualcosa di peggio... La pattuglia ondeggia e due facce bianche si voltano a guardare. «Cristo, vagli dietro!» Fa in tono di comando Richard Freddi. L’altro non pensa neanche a zittirlo che già la Ford balza in carreggiata dietro la polvere sollevata dalla moto. Non si parlano, l’uno impegnato a guidare l’altro impettito nel sedile di fianco. Figlio di puttana, figlio di puttana. Ma per una volta - almeno - sono d’accordo. Gli sono dietro. Alle costole, come direbbe Bobby-Buba. Poi Mr.Menefregodellesessantamigliaorarie si ferma. E loro dietro. «Vado io» - Va pure pivello. L’agente Richard Freddi non è certo la prima volta che ha a che fare con tipi del genere. Nossignori. Cinquecento ore in servizio di pattugliamento e ne ha visti piagnucolare tanti di questi «duri» minacciando il sequestro della loro adorata motocicletta e una notte al fresco. Scende dalla macchina e va’ verso di lui. Per un attimo prova un senso di esitazione, come di ripugnanza ad avvicinarsi oltre a quell’individuo che gli volta le possenti spalle coperte solo da un gilet di pelle. Un timore dei tempi della scuola. Di quando chiamato alla lavagna percorreva i dieci metri fino alla cattedra come un condannato alla sedia elettrica. La stessa sensazione. Di disagio e di paura. Sente mancare tutta la sua sicurezza a pochi passi dal fermato e si dà una drizzata sistemando la divisa e il distintivo. Non deve aver paura. Ha una pistola. Non può aver paura. «Dove andava così di fretta amico?» L’uomo in sella non ha staccato gli occhi dalla strada davanti a lui. Solo adesso gira la testa. Piano. Guarda chi pronuncia quelle parole e non stacca le mani dal manubrio. Porta un paio di occhiali neri del tipo avvolgenti che abbracciano la sua testa priva di capelli mentre sotto le narici due lunghi baffi grigi si perdono nella barba. Bobby guarda la scena vista mille volte dalla macchina. Libretto di circolazione, veicolo senz’altro rubato, una multa per eccesso di velocità che non gliela leva nessuno: le solite noie insomma. Ma qualcosa sembra andare storto. Qualcuno non ha seguito il copione. Forse quell’incosciente l’ha provocato e quello non c’ha più visto prendendolo per il colletto. O molto peggio. Freddi vede alzarsi la montagna di muscoli e birra seduta di fronte a lui e senza avere il tempo di fare un passo indietro si sente sollevare da terra come un ottovolante. Una mano lo tiene alzato per la gola a mezzo metro da terra. «Mettilo giù! Mettilo subito giù!» E’ la voce di Bobby. Il suo collega è in piedi di fianco alla macchina pistola in pugno puntata verso il gigante barbuto che lo tiene appeso in aria come un salame. Incomincia anche a non riuscire più a respirare. Muove la bocca come un pesce tirato fuori dalla vasca prima di morire. A quel punto Bob capisce e spara. Due colpi. Tre. Quattro. Tutti a segno. Cinque. Un caricatore intero scaricato nella pancia di quel mostro. Richard, «Ricky», sente il primo sparo poi i sensi si ovattano; le grida di Bobby e il colpo gli giungono sordi, come lontani, in un altro mondo e in un altro luogo, e solo la testa calva davanti agli occhi e quel braccio ipervitaminizzato gli dicono che non è un sogno, che quel formicolio che lo prende da sotto la testa fino alla punta dei piedi non è stanchezza ma il sangue che si è fermato intorno al suo collo, alla sua gola, chiuso da quelle dita mostruose. Finché il gigante non crollò in terra e con lui il corpo scomposto e livido dell’agente Freddi accanto.
Sono le sei e mezza di sera e c’è il cambio turno ai piani del Central Hospital. Infermiere e caposala sono impegnate a scambiarsi gli ultimi pettegolezzi dietro le porte aperte degli armadietti, tra una risata e un veloce cambio d’abito. Sotto non c’è più nessuno. Il dottor Spiegel lavora fino a tardi e nessuno ci fa più caso ormai. Fa orari strani, entra ed esce quando vuole senza rendere conto a terzi. Tanto a nessuno sarebbe venuto in mente di andarlo a disturbare mentre lavora là sotto, nessuno che lo conosce bene e sa che vuole esser lasciato solo con i suoi «clienti», come li chiama lui. Nessuno di quelli che lo hanno sentito urlare. Quando si gira e vede di fronte il corpo che un attimo prima steso sul tavolo non reagisce neppure. Non ha mai visto niente di simile. Un caso di morte apparente certo, come no, un caricatore di una Beretta completo scaricato tra polmoni e cuore, abbastanza per condire di salsina rossa le pietanze di tutto l’ospedale e questo non è morto. Niente affatto. Lo guarda fisso, ebete, come se non lo vedesse veramente. Si fa più vicino ma senza fretta, come se sapesse che tanto di lì il dottorino non si sarebbe mosso. Già preso. K.O. tecnico. Partita chiusa. Di fronte a quella copia negativa del Babbo Natale Coca-Cola ignuda e con un colorito vicino a quello di una muffa alimentare, Hunter Spiegel non muove una ciglia. E’ inghiottito dentro quella bocca che lui stesso gli ha creato sotto la gola. L’ugola palpitante. Schiuma acqua verde come una fontana tossica. Capisce tutto adesso, ha l’impressione di essere sempre stato parte di quella cosa autonoma, viva di umor proprio, di azioni e pensieri distanti dal suo involucro; un bozzo che non diventerà mai farfalla ma che di suo è già predatore e preda insieme, gozzo marcio e pura altissima vocalità. E’ voce. Voce silente del trapasso. Sospiro di vento e poco più.
Sopra Ether Bliss sta passando dalla portineria a ritirare alcune cartelle da Gilbert, la guardia. Quando vede comparire dall’ascensore il dottor Spiegel accompagnato da un omone che ha tutta l’aria di essere uno di quei centauri dei film lo saluta come sempre non badando troppo all’andatura claudicante seppure un po’ insolita per un uomo come lui, così preciso e salutista. Storge il naso sentendo il puzzo di marcio che emana la strana coppia. Quando i due superano la guardiola quasi trattiene un urlo. Dal camice del dottore spunta qualcosa e una macchia rossa va estendendosi sempre di più dietro la nuca. Gilbert sbiancato afferra il telefono. Fuori, davanti all’ingresso dell’ospedale, due moto li aspettano mentre l’agente Richard Freddi piuttosto pallido sistema la sua divisa per nascondere l’ematoma sul collo prima di mettere in moto la sua Harley.
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