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CHICLE Y MARUJA

scritto da Vru

 

 

Alle 4:34 del mattino il cagnolino è triste perché Maruja muore, la stazione è desolata.

 

Atrio della stazione.

Un uomo moro cammina guardandosi attorno con atteggiamento altamente sospettoso. I folti baffi neri s’intonano perfettamente alla carnagione olivastra. Entra un ragazzo nero con un cappello da baseball, urta con la spalla la porta automatica dell’ingresso. L’altro si avvicina, emettendo un verso gutturale. Si guardano per un lasso di tempo da eroina. Il più anziano retrocede, tira fuori una lingua gigantessa, tipo rana; striature di bava avvolgono il malcapitato. Lo tira a se, lo assapora emettendo un sibilo acuto da rettile. Il cappello del malcapitato cade lentamente al suolo, l’impressione di consapevolezza sul volto scompare, lasciando spazio ad un sorriso pacifico dall’occhio vitreo. Mentre lo inghiotte, l’aggressore lascia cadere una lacrima che scende lungo il viso impassibile. Si massaggia la pancia e scompare nei meandri della struttura. La creatura che mangia di notte è infinitamente triste perché si nutre d’umani; preferisce gli esseri soli, socialmente trascurabili.

 

Binario n°4.

Un cane di piccola taglia, solitaria presenza nella stazione guarda un giovane sconvolto che dorme sulle gambe della sua ragazza. La quale, nervosamente, accende una sigaretta dietro l’altra. Lo guarda e gli accarezza il volto.

L’uomo con i baffi sale lentamente le scale, decide momentaneamente di mangiare solo lui, lei guarda terrorizzata.

Il cane di lei mostra i denti al mostro.

Il cane si chiama Chicle e lei Maruja e fuggono uniti dall’insolito destino, i loro occhi anelano pace e pietà. La luce del neon gli conferisce un aspetto notevolmente surreale.

I lunghi capelli neri ondeggiano, nei piercing si riflette l’immagine dell’inseguitore.

Prendono al volo quello delle 5.10.

 

Binario n°3

Il treno parte.

Chicle si accuccia e dorme accanto a Maruja.

Il rumore all’interno del vagone le rimbomba nel cervello come un martello pneumatico. Accarezza il suo dolce ed inseparabile cagnolino.

Come se la vita la avesse abbandonata, si sente vuota. Umiliata dal mondo di merda in cui è sopravvissuta negli ultimi mesi.

Non capisce se quello che ha visto, è successo effettivamente. Si guarda i piedi, si rende conto che nella fretta a lasciato le scarpe. Indugia nell’osservarsi gi arti inferiori. Com’è cambiata. I piedi sporchi, non curati, ricorda da quanto non si lava, non mangia, non si pettina, non si compra una bella maglia. Indugia perché e troppo stanca anche per riposare. Pensa che ormai non si ama più. La bianca pelle, le dita affusolate; conclude pensando che si deve comprare delle scarpe, delle belle Adidas come quelle della pubblicità che gli piaceva tanto.

Scalza ed affamata si addormenta dopo pochi minuti.

 

Ore 6.

Il controllore apre la porta se la prende con il cane, discutono del biglietto. Le guarda i piedi disgustato, ma non disdegna di puntare la scollatura da cui traspare il seno. Lei si copre.

E’ multata e definita una pezzente.

Il timore di essere inseguita la porta ad ispezionare l’ambiente. Nel corridoio osserva spaventata l’interno dei singoli scompartimenti, si sporge è nota gambe affusolate. Guarda ulteriormente risalendo dalle cosce al volto. L’espressione della tipa gli è familiare. Ciocche bionde che donano una sorta di regalità forse mai vista, la catturano.

 

Ore 6:30.

La stazione di Bologna muta aspetto con l’arrivo dei pendolari. Camminando si ferisce ad un piede, sanguina. I passanti le lanciano tremende occhiate, come se fosse lei il mostro.

Giace inerme nel rosso denso in un angolo del piazzale interno, di fronte ai telefoni. Accanto a Chicle che noin si sente bene, ha il naso asciutto il respiro affannoso.

Vorrebbe chiedere aiuto, non ha soldi o amici. Piange in silenzio; gli stupidi piccioni la guardano affamati.

Chicle in un barlume di coscienza ringhia agli estranei. Due tipi, le parlano con accento straniero, forse slavo. Le intimano di essere carina e disponibile; spaventata cerca di ignorarli. Le attenzioni dei due si fanno più insistenti.

La bionda che ha visto sul treno, la trascina via, la salva. Corrono verso i bagni. Il cane stremato le segue zoppicando, perde sangue dalle orecchie. Maruja le rivolge delle domande e si accorge dell’inquietante particolare, la persona che le sta vicino sembra trasparente; passa attraverso una lattina poi un pacchetto di sigarette. Presa dall’orrore urla, nessuno la sente. Cerca di fuggire e la presa attorno al braccio si stringe. L’incubo sembra giunto al culmine, la sua ragione vacilla pericolosamente. Si apre il baratro della follia, l’oscuro gorgo dell’oblio le spalanca un placido sentiero.

 

La ragazza muore di nuovo alle 6:34

Si sente chiamare ripetutamente, si gira e nota, con stupore, le grandi ali della donna. Ricorda improvvisamente di avere amato l’angelo della morte che l’ha salvata. La certezza del legame le dilania il cervello con l’intensità assoluta di una verità inspiegabile. Tutto di lei appartiene a quell’essere. I due sguardi si incontrano e si uniscono, si baciano intensamente, le loro lingue si toccano e si fondono, voluttuosi e spirituali sospiri si susseguono, tornano ad essere un’entità unica. Scompaiono amandosi lentamente nella luce scura che emana il loro sentimento, non terrestre, ma tenebroso.

Il piccolo cane cessa di respirare e con lui svanisce l’esistenza della sua padrona. L’aveva amata tanto da portarla con se, da Prato a Bologna, in un’ultimo viaggio in treno, per sentire l’amore della sua vita che lo accarezzava, lo coccolava. Chicle era morto convinto di essere vicino a Maruja che lo aveva lasciato due ore prima. L’ultima follia di un essere così profondamente legato ad un altro da seguirlo oltre la ragione. Oltre quella che noi definiremo “realtà”.

Lontano, distante un’infinità di sentimento, il turco decide di porre termine alla sua condizione mangiandosi.

 

 

 

Vru

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