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CHRISTMAS CAROL

scritto da Umberto Bertani

 

 

“Le locuste, a vederle, sembravano cavalli

bardati per la guerra. La loro faccia era come

un viso d'uomo. Avevano capelli lunghi

e denti simili a quelli dei leoni.

Il fruscio delle loro ali era come il rombo

di carri da guerra che vanno all'assalto

trascinati da molti cavalli.

Le loro code, con il pungiglione,

erano come code di scorpione.

A capo delle locuste c'era un re, l'angelo

del mondo sotterraneo. Il suo nome in ebraico è "Abbadon",

che per noi vuol dire: sterminatore.”

                                                                                Giovanni.

                                                                                Apocalisse 9:7/11

 

 

My fear hunts me down

capturing my memories

 

24/12/1999

11.50 p.m.

 

La goccia di sudore si apre la strada lungo la mia schiena scivolando lenta verso il bordo dei pantaloni della divisa stirata alla perfezione da mia moglie. Non dovrei sudare, non esiste motivo per sudare a venti gradi costanti con quindici per cento d’umidità filtrata dal sistema di condizionamento dell’edificio federale.

Eppure in piedi di fronte alla cabina racchiusa da spesse lastre di plexiglas corazzato le gocce si moltiplicano e sembrano insetti impazziti che ballano sulla mia pelle.

Li sento alle mie spalle, li sento sedere, sento il rumore tipico delle sedie trascinate sul pavimento, sollevatele cazzo! Sento l’odore dei dopobarba da quattro soldi, sento il frusciare dei bloc notes.

L’aria è pervasa dall’odio dei loro pensieri, ascolto il parlottare sommesso di chi entra in chiesa o di chi si appresta ad assistere ad un’esecuzione, la notte di natale, la vita, la morte.

Sono colui che darà l’ordine, chiamatemi come volete, boia, carnefice, esecutore, responsabile del braccio della morte. Il governo degli Stati Uniti d’America mi paga per togliere di mezzo i reietti, coloro che non possono essere recuperati e mi paga per farlo nella maniera più pulita e veloce possibile, senza dubbi, senza ripensamenti.

Osservo il timex d’acciaio, è l’ora e puntualmente dalla porta che collega la camera dell’esecuzione al braccio della morte fanno il loro ingresso cinque uomini, quattro di loro sono armati, portano una colt python, un robusto sfollagente e spray mace agganciati al cinturone nero.

Il quinto uomo è racchiuso in un bozzolo di nylon ad alta resistenza, catene ai piedi e alle mani, quasi di peso viene fatto avanzare dai quattro secondini che non gli staccano gli occhi di dosso neanche per un istante.

Il mostro è qui.

Tutto, assolutamente tutto sbagliato, nella mia gloriosa carriera ho supervisionato quindici esecuzioni, uomini che se ne vanno piangendo, parlando sottovoce, semi addormentati dai tranquillanti, chiedendo perdono ai parenti delle vittime, occhio per occhio figliolo occhio per occhio…, il mostro sorride.

Tutto sbagliato, nessun detenuto viene fatto sedere nella camera a gas chiuso in una camicia di forza antistrappo, incatenato da un‘attrezzatura di contenimento medioevale, trascinato da uomini che tengono una mano sul calcio della pistola pronti a farla finita in meno di un secondo al minimo accenno di resistenza attiva o passiva.

Ma lui è il mostro, il primo, forse l’ultimo, alfa, omega, e sorride.

Non è alto, non è basso, non ha grossi muscoli che gli gonfiano la pelle bianchiccia, non ha tatuaggi, non è rasato a zero, non urla quando si esprime, non ha cercato di suicidarsi durante i sei mesi di permanenza nel braccio della morte. Ma sorride e sento distintamente che rabbrividiscono alle mie spalle appena sentono il trascinare delle catene sul pavimento, sollevale cazzo!

Sbagliato quello che vedo mentre lo fanno sedere senza sforzo sulla sedia di ferro verniciato, nessuno è riuscito ad evitare che accadesse, l’uomo che tutti chiamano il mostro ha conficcato i denti ben curati nelle labbra e nella lingua facendo scaturire un piccolo torrente di sangue che gli ha completamente imbrattato il mento, il collo e tutta la parte anteriore della camicia di forza.

Nessuno ha potuto evitare che mentre il cappellano del carcere impartiva la sua benedizione il mostro si mordesse a sangue e si riempisse la bocca fino ad averne abbastanza per spruzzarne addosso al religioso, fino a rendere illeggibili le pagine del breviario strette tra le mani fradice di sudore.

Sorride e una lama d’acciaio comincia a farsi strada tra le mie costole fino a raggiungere il cuore, fino a fargli perdere qualche colpo, fino a farmi saltare un paio di respiri, perché so già che sta per parlare e darei qualsiasi cosa per non ascoltare le sue parole.

 

The frontier of loss

they try to escape across the street where

Jesus stripped bare

 

Lame di luce sciabolante danzano sulla moltitudine di corpi schiacciati davanti all’enorme palco dove i componenti del gruppo sparano bordate di decibel senza sosta.

Judas Priest è il loro nome, sono gli unici e riconosciuti profeti di una musica selvaggia che va ben oltre il limite della pura cattiveria. Elargiscono semplicemente quello che la folla

domanda loro, sferzate di energia pompate dall’adrenalina del sistema linfatico, la possibilità di relegare in una buia caverna il potere sovrano del raziocinio, il desiderio di seguire in tutto e per tutto l’animale che aspetta ringhiando in fondo al cuore di tutti noi.

Almeno trentamila seguaci di questo strano culto si sono radunati all’interno della struttura, per urlare, scatenare la carne in scontri selvaggi, sostenere ed incoraggiare i neri sacerdoti dell’heavy metal, celebrare un torrido sabbah di droghe a basso costo fino a stordire ogni barlume di luce umana dai loro occhi.

I cinque componenti del gruppo attaccano un pezzo velocissimo e subito la folla, il mob, risponde con un pauroso ondeggiare di corpi che segue fedelmente il tempo imposto dal martellare della sezione ritmica, gli occhi dei fan accorsi da ogni parte del paese si chiudono all’unisono mentre un violento lampo di magnesio esplode al centro del palco, causando un’ulteriore incremento della fumosità dell’atmosfera della sala gremita in ogni dove.

Il mostro sorride.

Immobile al centro della bolgia sente il potere fluire lungo le mani grassocce e si sorprende a notare la corposa erezione che gli gonfia i pantaloni neri.

È bastato un vago gesto all’indirizzo dei poliziotti all’ingresso, gli sguardi che si fanno vitrei, assenti, il mostro che varca indisturbato i cancelli, la folla che si scosta inconsapevole del coyote che guadagna il centro del corrall, le pecore perse in un delirio di emozioni drogate, sintetiche.

Scosta lentamente l’impermeabile grigio, cinquanta dollari uomo! Cavolo un affare…, sente sotto le dita asciutte le fibre polimeriche delle impugnature compatte e sorride.

Estrae.

Si sorprende ad assaporare la perfezione di tutto ciò, ringrazia mentalmente per l’onore che gli viene concesso, lacrime roventi gli solcano le guance e la risata troppo a lungo repressa sgorga gioiosa mentre rovescia all’indietro la testa.

La prima scarica di calibro nove falcia i corpi davanti a lui, alla luce dei riflettori grossi fori slabbrati appaiono sulle schiene dei giovani, dozzine di spruzzi rossastri inondano i corpi che per un lungo interminabile istante stentano a credere a quello che sta avvenendo intorno a loro. Il mostro si sofferma ad osservare traboccante di gioia prima di riprendere il tiro sulla folla.

I proiettili vaganti trapassano la carne con una facilità estrema, una ragazza viene raggiunta al cranio e i bulbi oculari esplodono all’esterno andando a schiacciarsi contro il giubbotto di pelle di un uomo che nota solo uno spruzzo di liquido tiepido sul collo.

Abbassa il tiro e una moltitudine di colonne vertebrali viene spezzata all’istante, i corpi cadono contorcendosi in pose assurde, gli intestini fuoriescono dalle cavità devastate dall’acciaio triplo zero, la folla improvvisamente si rende conto del predatore e di non avere nessuno scampo.

Accade in un attimo.

Il mob prende il sopravvento, un altro mostro reclama la sua parte di sangue e la ottiene con sorprendente facilità, il panico devasta le ultime speranze di coloro che provano a mettere in salvo la loro misera esistenza. In un solo terribile attimo come folgorati da un’unica scarica ad alto potenziale le menti si uniscono, comprendono cosa sta avvenendo e prendono l’unica decisone possibile, scappare.

Osserva, le creature in fuga cadono sotto i colpi dei fucili d’assalto quasi senza rendersene conto, i corpi si ammassano verso l’uscita causando un intreccio di carne sanguinante, corpi contro corpi, membra a confondersi con altre membra, urla a perdersi con altre urla e sopra tutto gli odori del sangue, della paura e degli intestini liberati negli spasmi finali della morte.

Quattrocento morti vengono trascinati via alla fine della notte nei sacchi neri della morgue, quattrocento anime vagano senza sosta nell’inferno degli assassinati solo per essere preda di un nemico ancora più orribile, più definitivo.

Prima di svanire si china lentamente e raccoglie il Tributo.

 

And raped the spirit he was supposed to nurture

In the name of my in the name of my

 

L’entrata del palazzo di vetro è illuminata a giorno, trattenute a stento da cordoni di robuste guardie del corpo e poliziotti in divisa, due ali di folla urlante accolgono l’andirivieni di lussuose limousine e macchine sportive.

I corpi fasciati da abiti da sera raggiungono l’ingresso del palazzo di vetro distribuendo smaglianti sorrisi che spiccano sulle pelli perfettamente abbronzate.

Scolpite dalla chirurgia plastica e dalle ore trascorse in lussuose palestre le creature si preparano a ricevere la consacrazione della loro perfezione durante una delle più importanti serate mondane dell’anno.

Le luci accolgono, accarezzano, scivolano sulle curve perfette dei loro corpi mentre attraversano l’ingresso perfettamente consapevoli dell’invidia generata dal potere che emanano.

Il mostro osserva felice.

Si avvicina all’ingresso stretto nel suo vestito da quattro soldi, hei uomo cavolo sembri proprio un sacco di patate hahahahaahha….., entra con passo deciso scivolando tra le maglie del servizio di sicurezza, nessuno vede, non c’è un rapido scattare di corpi allenati, nessuno si frappone tra lui e la festa che sta per cominciare, gli sguardi ridiventano vitrei, si perdono veloci oltre le sue buffe spalle ricurve, a cercare il vero pericolo.

Entra e subito è attratto dalle creature femmina.

Corpi, solo corpi a perdita d’occhio, seminudi, gesti aggraziati, sguardi carichi di desiderio malcelato, vere e proprie calamite per un predatore come lui.

Ancora una volta avanza al centro della sala e sceglie, fremendo di gioia assassina, rabbrividendo per il calore che sente salirgli dalla schiena verso il collo sudato, leccandosi le labbra mentre piccole gocce di bava giallastra gli sporcano la cravatta sintetica.

Sceglie.

La ragazza è splendida, porta un abito che le lascia scoperte le spalle e buona parte del corpo in un tripudio di pelle luccicante di olio profumato. Si muove con la grazia di un cigno fendendo la folla come un delfino tra le onde.

Recita come solo lei sa fare, distribuisce sorrisi, sfiora leggermente coi seni eretti il petto degli uomini a cui concede un breve abbraccio, assapora la loro eccitazione mentre li guarda negli occhi e legge la loro lussuria mal repressa.

Il mostro sorride.

Scivola accanto a lei come un cobra e le sfiora la pelle del fianco in un unico movimento fluido, la ragazza si gira e il suo sguardo muore all’istante, la voce le scava nella mente un’eco di torture infinite, il mostro beve avido attraverso il blu degli occhi della creatura e in uno spaventoso microsecondo se ne impadronisce.

Lentamente osserva la camera mentre la ragazza si siede sul letto tenendo lo sguardo assente puntato verso un buio universo di dolore, grosse lacrime le solcano le guance arrossate, sta per perdere l’anima e il mostro ha fatto in modo che ne fosse consapevole.

Si avvicina ed estrae l’oggetto scintillante che ha tenuto premuto alla schiena infilato nei pantaloni. Con un rapido movimento taglia le spalline che tengono il vestito, i seni della ragazza vengono alla luce mentre le lacrime raggiungono le morbide curve e scivolano verso il ventre piatto come dotate di vita propria.

La ragazza alza lo sguardo e finalmente vede…

L’urlo si alza acuto, il mostro brandisce il pugnale dentellato e comincia il suo lavoro con puntiglio. Con un rapido fendente le squarcia la bocca carnosa scavando parte del naso che vola sul pavimento coprendo la moquette di una curiosa emulsione rossastra. L’urto spinge la ragazza sul letto e il predatore le è addosso in un attimo. Con la mano sinistra le impugna un seno mentre la destra affonda la lama grondante appena sotto la spalla, il movimento di ritorno squarta il corpo fino all’altro seno che viene tagliato in due di netto dalla sezione tagliafili della lama. L’uomo lascia la presa con la mano e si concentra sugli occhi della vittima, quel blu mare deve essere messo a tacere. Quando il coltello da combattimento arriva al cervello le nero orbite ormai vuote si riempiono di sangue scuro che si rovescia sul lussuoso copriletto di seta italiana.

La bestia osserva il suo lavoro, la ragazza scalcia dando vita ad uno strano balletto scomposto, con decisione aggredisce l’inguine asportando buona parte del sesso, poi mentre il corpo finalmente si immobilizza compie l’ultimo atto inchiodandolo al materasso e lasciando sporgere dal ventre della vittima solo l’impugnatura di metallo brunito.

Il mostro svanisce.

 

Their wings banging and burning

On through endless nights

 

L’asfalto è costellato di buche tanto che le poche macchine che si trovano a dover percorrere il tratto di strada sono costrette a continue correzioni della direzione.

Lungo il marciapiede grossi ciuffi d’erba fanno capolino tra i lastroni di cemento grezzo, i negozi hanno pesanti grate alle vetrate, ma quello che davvero lo fa sorridere è l’espressione della gente.

La stragrande maggioranza dei passanti e composta da neri vinti dalla vita, relitti che trascinano la loro misera esistenza stivando dentro carrelli di supermercato arrugginiti. Come sempre nessuno lo degna di un’occhiata, nessuno vede il pericolo, nessuno sente l’odore della bestia.

Il mostro è in caccia il ghetto cerca di sopravvivere, ma non potranno più esistere vere e proprie giornate dopo quello che sta per succedere. Un alcolizzato cade sul selciato davanti al predatore, con un ghigno sottile lo scavalca, i loro occhi si incrociano e l’ubriaco vede finalmente l’infinito, il buio del suo corpo ridotto ad una macchina in putrefazione. Cerca di strisciare lontano mentre un urlo strozzato gli muore in gola, dio mio uomo che diavolo di occhi che hai potresti incenerire un camion dei pompieri ehehehehehe, l’ubriaco riesce a raggiungere l’oscurità familiare di un vicolo e si abbandona ansimante contro un cumulo di rifiuti.

Il predatore ha già smesso da un pezzo d’interessarsi a lui, ha nelle narici l’odore penetrante di qualcosa a lui poco familiare, qualcosa che lo attira come una droga potentissima, vede e capisce cos’è.

Innocenza.

Tre bambini giocano con un lercio pallone da football al centro della strada, due bianchi e un nero, le loro urla salgono nell’aria gelida perdendosi tra le facciate delle case diroccate. I cuccioli scimmiottano le pose degli assi dell’NFL  improvvisando balletti da touchdown tra le macchine che, quando se li trovano davanti, danno aria alle trombe dei clacson causando le urla dei passanti stretti nei loro cappotti da quattro soldi pieni di rattoppi.

Si avvicina felice pregustando una giornata memorabile, si accorge distintamente dell’alito dell’Angelo che lo pervade di potere ancora una volta, sarà un’ottima giornata. Quasi a voler ascoltare le sue preghiere i due bambini bianchi si allontanano lasciando il nero solo col pallone, il piccolo canta la canzoncina di un famoso spot, il mostro si avvicina col sole alle spalle, devi sempre sconcertare il tuo nemico.

Si è divertito a preparare questo curioso stratagemma per giorni, ha goduto della semplicità dell’idea, ha sorriso osservando per ore la sua creazione, non ne aveva un reale bisogno ma si è semplicemente divertito a farlo.

Quando è a un passo estrae la caramella dalla tasca e la tende in avanti facendo bene attenzione a non sembrare minaccioso.

Il cucciolo lo osserva incuriosito, osserva la carta colorata, probabilmente sono mesi che la sua lingua tenera e rosea non sfiora un dolce, il predatore si accoscia e allarga il viso grassoccio in un sorriso disarmante, quel tipo di sorriso che vuol dire se non ti vedrò masticare la mia caramella mi metterò a piangere proprio qui, davanti a te.

Il bambino esita, l’espressione dell’uomo sta per mutare in furia pura quando con uno scatto la piccola manina marrone afferra la caramella con l’agilità di una donnola.

In un attimo l’involucro si perde nell’aria gelida che soffia rendendo il cielo ancora più terso, il cucciolo mastica con forza socchiudendo gli occhi in un piacere unico e dimenticato.

Sorride, la dose di antistaminico potenziato sta per fare il suo dovere, solo questione di attimi. Il potere ora è fortissimo, il bambino comincia farfugliare, lentamente si abbandona sul terreno.

Solleva il bambino con facilità e se lo appoggia su una spalla, non ci sono urla preoccupate, nessuno strillo di donna, nessun richiamo di un poliziotto.

Perché lui è il mostro e prima ha un lavoro da sbrigare.

Il vicolo al centro del quartiere è perfetto, ha studiato con cura il luogo, il centro del dolore, l’unione di tutte le paure, tutti i muri del pianto di questa blasfema bolgia di animali sacrificabili.

Sorride perché è così VICINO al compimento della sua vita, al trionfo di un tutto fatto di urla e di paura, a un crescendo perfetto, la massa, la generatrice di vita, la vita appena sbocciata.

Tutto così esatto, perfetto.

Abbassa lo sguardo sul piccolo, è l’ora. Si china a raccogliere il sacchetto del market che gli ha fornito gli strumenti adatti, il bambino si muove lentamente sul terreno ingombro di rifiuti e piccole creature venute da ogni parte per assistere all’atto finale.

La bestia si avvicina e fa scorre una mano delicata intorno al fragile collo, quasi con la grazia di una madre apprensiva, poi, con forza solleva il bambino innanzi a sé tenendolo alto col braccio teso. Le creature sciamano nel vicolo, attirate da un richiamo che fa appello al più primordiale dei loro istinti, la sete di sangue.

La luce che arde negli occhi del mostro si fa più selvaggia, senza compiere il minimo sforzo appoggia il piccolo contro la palizzata che ricopre l’intero piano terra del palazzo. Ora il piccolo è sveglio e grossi lacrimoni cominciano a rigargli le guance paffute, la bestia assapora l’attimo e inizia il lavoro.

Fa salire il bambino sopra un grosso cassonetto stracolmo di rifiuti maleodoranti e gli fa allargare le piccole braccia ossute contro il legno scheggiato, poi agisce.

Alla prima martellata il grosso chiodo da falegname penetra nel polso delicato come nel burro fuso, il bambino non sente dolore, non è ancora ora, prima il lavoro va ultimato.

Il sangue comincia a raccogliersi ai suoi piedi le creature fremono impazienti.

Dopo avere inchiodato anche l’altro braccio si appoggia al corpo del bambino godendo del sangue caldo che pompa con forza fuori dalle orrende ferite che squarciano i polsi.

Leva le malconce scarpe da basket e compone i piedini nelle giusta posizione poi bagnandoli di lacrime di gioia dà un unico colpo secco che trafigge entrambe le caviglie, sì ora è quasi tutto pronto, si allontana di qualche metro dall’orrenda composizione e osserva la sua opera pregustando il tocco finale, poi pesca nelle tasche della giacca intrisa di sangue un’affilata lama chirurgica, torna verso il bambino inchiodato e gli scosta la t-shirt con calma.

La pelle di una delicata tonalità beige lo fa fremere di piacere e la precisa incisione a ipsilon sembra nascere sul corpicino dotata di vita propria.

Ora è il momento, mentre un torrente di sangue si scatena la mente del bambino è liberata e l’urlo sale alto perdendosi nel buio cavernoso del vicolo.

Il mostro contempla la perfezione di tutto ciò e comincia a spogliarsi per ultimare il suo compito, quando rimane a torso nudo si avvicina al piccolo che nel frattempo è precipitato in una pietosa incoscienza, sente lo sterminato sciame di blatte che cominciano a salirgli lungo le gambe e immerge le braccia nel corpo afferrando quello che gli spetta con uno strappo secco. Gli insetti ormai sciamano lungo il suo torace come un fiume in piena e le braccia servono da ponte verso il ventre squarciato che in un attimo brulica di voraci predatori.

Il pasto ha inizio.

Il mostro svanisce.

 

Forever awake he lies shaking and starving

Praying for someone to turn off the light.

 

Il panciuto sergente della polizia metropolitana sputa fuori in un accesso di tosse strozzata la ciambella alla crema che sta masticando con avidità.

L’uomo è coperto di sangue da capo a piedi, in apparenza non è armato ma porta con sé una busta di carta di k-mart se è possibile più fradicia di lui.

Si avvicina lentamente al bancone del commissariato e sorride sereno mentre il tempo sembra ghiacciarsi intorno a lui.

Con la coda dell’occhio il poliziotto vede altri agenti estrarre le pistole e puntarle tremanti verso il piccolo uomo ma la scena si svolge a rallentatore come se il tempo stesso si rifiuti di credere a quello che sta per succedere, perché niente potrà essere più come prima.

Il mostro appoggia lentamente il sacchetto davanti all’attonito poliziotto mentre l’attimo continua dilatarsi all’infinito. Indietreggia e si inginocchia mentre molte mani si chiudono sul suo corpo, vede la testa del sergente che lentamente si piega sopra il sacchetto, vede il suo viso farsi grigiastro, lo vede mentre si porta una mano alla bocca e soffoca il conato che gli rovina il ricordo di un’ottima colazione.

Mentre la bestia sorride ormai incatenata, il sergente fa scivolare dalla carta con un rumore molle che capisce lo perseguiterà per il resto della vita, gli occhi, il sesso e il cuore dell’Uomo.

La risata si leva alta nel silenzio della stanza, trattenuto a stento dagli agenti il Figlio si lascia trasportare dalle convulsioni che lo scuotono, ora finalmente l’ultima parte della Messa può avere inizio, gioite e rendete gloria all’Angelo piccole creature perché vostro è il regno del caos, perché è per voi che il sacrificio sta per avere inizio.

 

Born of a broken man but not a broken man

Born of a broken man never a broken man

 

Parla ma la sua voce non ha niente di umano, lo so, lo vedo, lo sento nel profondo della mia anima, sento un intero esercito di scorpioni che mi attanagliano le viscere, e barcollo sotto il peso di quello che la mia mente si rifiuta di accettare.

 

“Questa è la notte della creazione, questa è la notte della vostra dannazione, perché ancora una volta state per compiere il sacrificio supremo.

Ancora una volta state per cibarvi dell’agnello, ma non vedete, non potete vedere perché siete bestie ed è giusto che le vostre anime siano preda del Padre.”

Li sento mormorare sconcertati, li sento accavallare le gambe nervosamente, li sento passare le lingue mollicce sulle labbra aride, non capiscono, perché, cosa dice quest’uomo?

“Sì, godete di questo momento, godete perché siete testimoni della fine, godete perché state consegnando fiduciosi il vostro destino nelle mani del signore delle locuste, io sono il Figlio e voi siete i carnefici della vostra stirpe.”

Il piccolo uomo seduto sul metallo verniciato rovescia la testa all’indietro mentre le guardie escono in fretta dalla camera a gas, la porta viene sbarrata ma anche attraverso le spesse lastre trasparenti l’urlo si alza fragoroso.

“PADRE! PADRE! ACCOGLI LA MIA ANIMA! ORA IL TUO DISEGNO E’ COMPIUTO! SOLO ORA PUO’ ESSERE FATTO IL TUO REGNO SULLA TERRA!”

Il piccolo uomo torna a volgere lo sguardo verso la platea che ormai si agita nervosamente

“…E NUTRITI DELLE LORO ANIME DANNATE, FINO ALLA FINE DELL’ETERNITA’.”

I suoi occhi si accendono di una luce abbagliante, posso distintamente vedere le fiamme alzarsi all’interno delle iridi incendiate, finalmente capisco e decido di agire. Mi scaglio verso l’agente che controlla l’immissione delle pastiglie di cianuro nella bacinella ai piedi del condannato, ha già appoggiato le dita sul pulsante, si appresta fare il proprio dovere, alza la testa e mi vede arrivare come una furia, leggo la paura nei suoi occhi, l’urlo mi esce strozzato “Nooooooooooooooo..fermooooooooooo….non deve succedere di nuovooooo…lui è il Figlio, lui è il Figlioooooooooo”.

Ma mentre sto per arrivare ai comandi una spallata mi fa rotolare contro la parete e sento distintamente il rumore dei servomeccanismi che fanno scendere il cianuro nella camera.

Mentre il gas si sprigiona alzo gli occhi e vedo l’espressione del viso del secondino che mi ha fermato, uno sguardo vitreo, assente.

È la fine, dalle finestre l’eco di una tempesta in arrivo si fa sempre più forte, tuoni assordanti squassano l’aria immobile.

L’ultima Messa è compiuta, consegnamo le nostre anime nelle mani di colui che le brama da sempre, solo il giorno della Natività poteva avere la sua vittoria, con un sacrificio è cominciata la lotta, con un sacrificio finisce.

Il mostro china la testa in avanti, l’Anticristo muore sotto i miei occhi, rimango sdraiato privo di ogni energia, mentre la tempesta si fa più forte, abbiamo perso, abbiamo perso e non abbiamo mai avuto una sola possibilità.

Ora, solo ora tutto ha inizio.

 

They try to escape across the street where

Jesus stripped bare

 

 

 

 

Umberto Bertani

Mi chiamo Umberto Bertani sono nato a Milano 37 anni fa, scivolo dentro una vita abbastanza normale, divoro parole da sempre e mi piace restituire un po' delle emozioni provate leggendo. ho cominciato scrivendo su un blocco a quadretti e ora batto sui tasti ma la voglia di arrivare alla fine di un racconto è sempre la stessa, una specie di prurito che non ti abbandona.

La fantascienza, l'horror, il technothriller, il giallo puro, sono i generi che sento più miei, così come il rock è la musica della mia vita, per il resto...scrivo, tutto qui.

 

  

 

 

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