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CHRISTMAS CAROL scritto da Umberto Bertani
“Le
locuste, a vederle, sembravano cavalli bardati
per la guerra. La loro faccia era come un
viso d'uomo. Avevano capelli lunghi e
denti simili a quelli dei leoni. Il
fruscio delle loro ali era come il rombo di
carri da guerra che vanno all'assalto trascinati
da molti cavalli. Le
loro code, con il pungiglione, erano
come code di scorpione. A
capo delle locuste c'era un re, l'angelo del
mondo sotterraneo. Il suo nome in ebraico è "Abbadon", che
per noi vuol dire: sterminatore.”
Giovanni.
Apocalisse 9:7/11 My
fear hunts me down capturing
my memories 24/12/1999 11.50
p.m. La
goccia di sudore si apre la strada lungo la mia schiena scivolando lenta verso
il bordo dei pantaloni della divisa stirata alla perfezione da mia moglie. Non
dovrei sudare, non esiste motivo per sudare a venti gradi costanti con quindici
per cento d’umidità filtrata dal sistema di condizionamento dell’edificio
federale. Eppure
in piedi di fronte alla cabina racchiusa da spesse lastre di plexiglas corazzato
le gocce si moltiplicano e sembrano insetti impazziti che ballano sulla mia
pelle. Li
sento alle mie spalle, li sento sedere, sento il rumore tipico delle sedie
trascinate sul pavimento, sollevatele cazzo! Sento l’odore dei dopobarba da
quattro soldi, sento il frusciare dei bloc notes. L’aria
è pervasa dall’odio dei loro pensieri, ascolto il parlottare sommesso di chi
entra in chiesa o di chi si appresta ad assistere ad un’esecuzione, la notte
di natale, la vita, la morte. Sono
colui che darà l’ordine, chiamatemi come volete, boia, carnefice, esecutore,
responsabile del braccio della morte. Il governo degli Stati Uniti d’America
mi paga per togliere di mezzo i reietti, coloro che non possono essere
recuperati e mi paga per farlo nella maniera più pulita e veloce possibile,
senza dubbi, senza ripensamenti. Osservo
il timex d’acciaio, è l’ora e puntualmente dalla porta che collega la
camera dell’esecuzione al braccio della morte fanno il loro ingresso cinque
uomini, quattro di loro sono armati, portano una colt python, un robusto
sfollagente e spray mace agganciati al cinturone nero. Il
quinto uomo è racchiuso in un bozzolo di nylon ad alta resistenza, catene ai
piedi e alle mani, quasi di peso viene fatto avanzare dai quattro secondini che
non gli staccano gli occhi di dosso neanche per un istante. Il
mostro è qui. Tutto,
assolutamente tutto sbagliato, nella mia gloriosa carriera ho supervisionato
quindici esecuzioni, uomini che se ne vanno piangendo, parlando sottovoce, semi
addormentati dai tranquillanti, chiedendo perdono ai parenti delle vittime,
occhio per occhio figliolo occhio per occhio…, il mostro sorride. Tutto
sbagliato, nessun detenuto viene fatto sedere nella camera a gas chiuso in una
camicia di forza antistrappo, incatenato da un‘attrezzatura di contenimento
medioevale, trascinato da uomini che tengono una mano sul calcio della pistola
pronti a farla finita in meno di un secondo al minimo accenno di resistenza
attiva o passiva. Ma
lui è il mostro, il primo, forse l’ultimo, alfa, omega, e sorride. Non
è alto, non è basso, non ha grossi muscoli che gli gonfiano la pelle
bianchiccia, non ha tatuaggi, non è rasato a zero, non urla quando si esprime,
non ha cercato di suicidarsi durante i sei mesi di permanenza nel braccio della
morte. Ma sorride e sento distintamente che rabbrividiscono alle mie spalle
appena sentono il trascinare delle catene sul pavimento, sollevale cazzo! Sbagliato
quello che vedo mentre lo fanno sedere senza sforzo sulla sedia di ferro
verniciato, nessuno è riuscito ad evitare che accadesse, l’uomo che tutti
chiamano il mostro ha conficcato i denti ben curati nelle labbra e nella lingua
facendo scaturire un piccolo torrente di sangue che gli ha completamente
imbrattato il mento, il collo e tutta la parte anteriore della camicia di forza.
Nessuno
ha potuto evitare che mentre il cappellano del carcere impartiva la sua
benedizione il mostro si mordesse a sangue e si riempisse la bocca fino ad
averne abbastanza per spruzzarne addosso al religioso, fino a rendere
illeggibili le pagine del breviario strette tra le mani fradice di sudore. Sorride
e una lama d’acciaio comincia a farsi strada tra le mie costole fino a
raggiungere il cuore, fino a fargli perdere qualche colpo, fino a farmi saltare
un paio di respiri, perché so già che sta per parlare e darei qualsiasi cosa
per non ascoltare le sue parole. The
frontier of loss they
try to escape across the street where Jesus
stripped bare Lame
di luce sciabolante danzano sulla moltitudine di corpi schiacciati davanti
all’enorme palco dove i componenti del gruppo sparano bordate di decibel senza
sosta. Judas
Priest è il loro nome, sono gli unici e riconosciuti profeti di una musica
selvaggia che va ben oltre il limite della pura cattiveria. Elargiscono
semplicemente quello che la folla domanda
loro, sferzate di energia pompate dall’adrenalina del sistema linfatico, la
possibilità di relegare in una buia caverna il potere sovrano del raziocinio,
il desiderio di seguire in tutto e per tutto l’animale che aspetta ringhiando
in fondo al cuore di tutti noi. Almeno
trentamila seguaci di questo strano culto si sono radunati all’interno della
struttura, per urlare, scatenare la carne in scontri selvaggi, sostenere ed
incoraggiare i neri sacerdoti dell’heavy metal, celebrare un torrido sabbah di
droghe a basso costo fino a stordire ogni barlume di luce umana dai loro occhi. I
cinque componenti del gruppo attaccano un pezzo velocissimo e subito la folla,
il mob, risponde con un pauroso ondeggiare di corpi che segue fedelmente il
tempo imposto dal martellare della sezione ritmica, gli occhi dei fan accorsi da
ogni parte del paese si chiudono all’unisono mentre un violento lampo di
magnesio esplode al centro del palco, causando un’ulteriore incremento della
fumosità dell’atmosfera della sala gremita in ogni dove. Il
mostro sorride. Immobile
al centro della bolgia sente il potere fluire lungo le mani grassocce e si
sorprende a notare la corposa erezione che gli gonfia i pantaloni neri. È
bastato un vago gesto all’indirizzo dei poliziotti all’ingresso, gli sguardi
che si fanno vitrei, assenti, il mostro che varca indisturbato i cancelli, la
folla che si scosta inconsapevole del coyote che guadagna il centro del corrall,
le pecore perse in un delirio di emozioni drogate, sintetiche. Scosta
lentamente l’impermeabile grigio, cinquanta dollari uomo! Cavolo un affare…,
sente sotto le dita asciutte le fibre polimeriche delle impugnature compatte e
sorride. Estrae. Si
sorprende ad assaporare la perfezione di tutto ciò, ringrazia mentalmente per
l’onore che gli viene concesso, lacrime roventi gli solcano le guance e la
risata troppo a lungo repressa sgorga gioiosa mentre rovescia all’indietro la
testa. La
prima scarica di calibro nove falcia i corpi davanti a lui, alla luce dei
riflettori grossi fori slabbrati appaiono sulle schiene dei giovani, dozzine di
spruzzi rossastri inondano i corpi che per un lungo interminabile istante
stentano a credere a quello che sta avvenendo intorno a loro. Il mostro si
sofferma ad osservare traboccante di gioia prima di riprendere il tiro sulla
folla. I
proiettili vaganti trapassano la carne con una facilità estrema, una ragazza
viene raggiunta al cranio e i bulbi oculari esplodono all’esterno andando a
schiacciarsi contro il giubbotto di pelle di un uomo che nota solo uno spruzzo
di liquido tiepido sul collo. Abbassa
il tiro e una moltitudine di colonne vertebrali viene spezzata all’istante, i
corpi cadono contorcendosi in pose assurde, gli intestini fuoriescono dalle
cavità devastate dall’acciaio triplo zero, la folla improvvisamente si rende
conto del predatore e di non avere nessuno scampo. Accade
in un attimo. Il
mob prende il sopravvento, un altro mostro reclama la sua parte di sangue e la
ottiene con sorprendente facilità, il panico devasta le ultime speranze di
coloro che provano a mettere in salvo la loro misera esistenza. In un solo
terribile attimo come folgorati da un’unica scarica ad alto potenziale le
menti si uniscono, comprendono cosa sta avvenendo e prendono l’unica decisone
possibile, scappare. Osserva,
le creature in fuga cadono sotto i colpi dei fucili d’assalto quasi senza
rendersene conto, i corpi si ammassano verso l’uscita causando un intreccio di
carne sanguinante, corpi contro corpi, membra a confondersi con altre membra,
urla a perdersi con altre urla e sopra tutto gli odori del sangue, della paura e
degli intestini liberati negli spasmi finali della morte. Quattrocento
morti vengono trascinati via alla fine della notte nei sacchi neri della morgue,
quattrocento anime vagano senza sosta nell’inferno degli assassinati solo per
essere preda di un nemico ancora più orribile, più definitivo. Prima
di svanire si china lentamente e raccoglie il Tributo. And
raped the spirit he was supposed to nurture In
the name of my in the name of my L’entrata
del palazzo di vetro è illuminata a giorno, trattenute a stento da cordoni di
robuste guardie del corpo e poliziotti in divisa, due ali di folla urlante
accolgono l’andirivieni di lussuose limousine e macchine sportive. I
corpi fasciati da abiti da sera raggiungono l’ingresso del palazzo di vetro
distribuendo smaglianti sorrisi che spiccano sulle pelli perfettamente
abbronzate. Scolpite
dalla chirurgia plastica e dalle ore trascorse in lussuose palestre le creature
si preparano a ricevere la consacrazione della loro perfezione durante una delle
più importanti serate mondane dell’anno. Le
luci accolgono, accarezzano, scivolano sulle curve perfette dei loro corpi
mentre attraversano l’ingresso perfettamente consapevoli dell’invidia
generata dal potere che emanano. Il
mostro osserva felice. Si
avvicina all’ingresso stretto nel suo vestito da quattro soldi, hei uomo
cavolo sembri proprio un sacco di patate hahahahaahha….., entra con passo
deciso scivolando tra le maglie del servizio di sicurezza, nessuno vede, non
c’è un rapido scattare di corpi allenati, nessuno si frappone tra lui e la
festa che sta per cominciare, gli sguardi ridiventano vitrei, si perdono veloci
oltre le sue buffe spalle ricurve, a cercare il vero pericolo. Entra
e subito è attratto dalle creature femmina. Corpi,
solo corpi a perdita d’occhio, seminudi, gesti aggraziati, sguardi carichi di
desiderio malcelato, vere e proprie calamite per un predatore come lui. Ancora
una volta avanza al centro della sala e sceglie, fremendo di gioia assassina,
rabbrividendo per il calore che sente salirgli dalla schiena verso il collo
sudato, leccandosi le labbra mentre piccole gocce di bava giallastra gli
sporcano la cravatta sintetica. Sceglie. La
ragazza è splendida, porta un abito che le lascia scoperte le spalle e buona
parte del corpo in un tripudio di pelle luccicante di olio profumato. Si muove
con la grazia di un cigno fendendo la folla come un delfino tra le onde. Recita
come solo lei sa fare, distribuisce sorrisi, sfiora leggermente coi seni eretti
il petto degli uomini a cui concede un breve abbraccio, assapora la loro
eccitazione mentre li guarda negli occhi e legge la loro lussuria mal repressa. Il
mostro sorride. Scivola
accanto a lei come un cobra e le sfiora la pelle del fianco in un unico
movimento fluido, la ragazza si gira e il suo sguardo muore all’istante, la
voce le scava nella mente un’eco di torture infinite, il mostro beve avido
attraverso il blu degli occhi della creatura e in uno spaventoso microsecondo se
ne impadronisce. Lentamente
osserva la camera mentre la ragazza si siede sul letto tenendo lo sguardo
assente puntato verso un buio universo di dolore, grosse lacrime le solcano le
guance arrossate, sta per perdere l’anima e il mostro ha fatto in modo che ne
fosse consapevole. Si
avvicina ed estrae l’oggetto scintillante che ha tenuto premuto alla schiena
infilato nei pantaloni. Con un rapido movimento taglia le spalline che tengono
il vestito, i seni della ragazza vengono alla luce mentre le lacrime raggiungono
le morbide curve e scivolano verso il ventre piatto come dotate di vita propria. La
ragazza alza lo sguardo e finalmente vede… L’urlo
si alza acuto, il mostro brandisce il pugnale dentellato e comincia il suo
lavoro con puntiglio. Con un rapido fendente le squarcia la bocca carnosa
scavando parte del naso che vola sul pavimento coprendo la moquette di una
curiosa emulsione rossastra. L’urto spinge la ragazza sul letto e il predatore
le è addosso in un attimo. Con la mano sinistra le impugna un seno mentre la
destra affonda la lama grondante appena sotto la spalla, il movimento di ritorno
squarta il corpo fino all’altro seno che viene tagliato in due di netto dalla
sezione tagliafili della lama. L’uomo lascia la presa con la mano e si
concentra sugli occhi della vittima, quel blu mare deve essere messo a tacere.
Quando il coltello da combattimento arriva al cervello le nero orbite ormai
vuote si riempiono di sangue scuro che si rovescia sul lussuoso copriletto di
seta italiana. La
bestia osserva il suo lavoro, la ragazza scalcia dando vita ad uno strano
balletto scomposto, con decisione aggredisce l’inguine asportando buona parte
del sesso, poi mentre il corpo finalmente si immobilizza compie l’ultimo atto
inchiodandolo al materasso e lasciando sporgere dal ventre della vittima solo
l’impugnatura di metallo brunito. Il
mostro svanisce. Their
wings banging and burning On
through endless nights L’asfalto
è costellato di buche tanto che le poche macchine che si trovano a dover
percorrere il tratto di strada sono costrette a continue correzioni della
direzione. Lungo
il marciapiede grossi ciuffi d’erba fanno capolino tra i lastroni di cemento
grezzo, i negozi hanno pesanti grate alle vetrate, ma quello che davvero lo fa
sorridere è l’espressione della gente. La
stragrande maggioranza dei passanti e composta da neri vinti dalla vita, relitti
che trascinano la loro misera esistenza stivando dentro carrelli di supermercato
arrugginiti. Come sempre nessuno lo degna di un’occhiata, nessuno vede il
pericolo, nessuno sente l’odore della bestia. Il
mostro è in caccia il ghetto cerca di sopravvivere, ma non potranno più
esistere vere e proprie giornate dopo quello che sta per succedere. Un
alcolizzato cade sul selciato davanti al predatore, con un ghigno sottile lo
scavalca, i loro occhi si incrociano e l’ubriaco vede finalmente l’infinito,
il buio del suo corpo ridotto ad una macchina in putrefazione. Cerca di
strisciare lontano mentre un urlo strozzato gli muore in gola, dio mio uomo che
diavolo di occhi che hai potresti incenerire un camion dei pompieri ehehehehehe,
l’ubriaco riesce a raggiungere l’oscurità familiare di un vicolo e si
abbandona ansimante contro un cumulo di rifiuti. Il
predatore ha già smesso da un pezzo d’interessarsi a lui, ha nelle narici
l’odore penetrante di qualcosa a lui poco familiare, qualcosa che lo attira
come una droga potentissima, vede e capisce cos’è. Innocenza. Tre
bambini giocano con un lercio pallone da football al centro della strada, due
bianchi e un nero, le loro urla salgono nell’aria gelida perdendosi tra le
facciate delle case diroccate. I cuccioli scimmiottano le pose degli assi
dell’NFL improvvisando balletti
da touchdown tra le macchine che, quando se li trovano davanti, danno aria alle
trombe dei clacson causando le urla dei passanti stretti nei loro cappotti da
quattro soldi pieni di rattoppi. Si
avvicina felice pregustando una giornata memorabile, si accorge distintamente
dell’alito dell’Angelo che lo pervade di potere ancora una volta, sarà
un’ottima giornata. Quasi a voler ascoltare le sue preghiere i due bambini
bianchi si allontanano lasciando il nero solo col pallone, il piccolo canta la
canzoncina di un famoso spot, il mostro si avvicina col sole alle spalle, devi
sempre sconcertare il tuo nemico. Si
è divertito a preparare questo curioso stratagemma per giorni, ha goduto della
semplicità dell’idea, ha sorriso osservando per ore la sua creazione, non ne
aveva un reale bisogno ma si è semplicemente divertito a farlo. Quando
è a un passo estrae la caramella dalla tasca e la tende in avanti facendo bene
attenzione a non sembrare minaccioso. Il
cucciolo lo osserva incuriosito, osserva la carta colorata, probabilmente sono
mesi che la sua lingua tenera e rosea non sfiora un dolce, il predatore si
accoscia e allarga il viso grassoccio in un sorriso disarmante, quel tipo di
sorriso che vuol dire se non ti vedrò masticare la mia caramella mi metterò a
piangere proprio qui, davanti a te. Il
bambino esita, l’espressione dell’uomo sta per mutare in furia pura quando
con uno scatto la piccola manina marrone afferra la caramella con l’agilità
di una donnola. In
un attimo l’involucro si perde nell’aria gelida che soffia rendendo il cielo
ancora più terso, il cucciolo mastica con forza socchiudendo gli occhi in un
piacere unico e dimenticato. Sorride,
la dose di antistaminico potenziato sta per fare il suo dovere, solo questione
di attimi. Il potere ora è fortissimo, il bambino comincia farfugliare,
lentamente si abbandona sul terreno. Solleva
il bambino con facilità e se lo appoggia su una spalla, non ci sono urla
preoccupate, nessuno strillo di donna, nessun richiamo di un poliziotto. Perché
lui è il mostro e prima ha un lavoro da sbrigare. Il
vicolo al centro del quartiere è perfetto, ha studiato con cura il luogo, il
centro del dolore, l’unione di tutte le paure, tutti i muri del pianto di
questa blasfema bolgia di animali sacrificabili. Sorride
perché è così VICINO al compimento della sua vita, al trionfo di un tutto
fatto di urla e di paura, a un crescendo perfetto, la massa, la generatrice di
vita, la vita appena sbocciata. Tutto
così esatto, perfetto. Abbassa
lo sguardo sul piccolo, è l’ora. Si china a raccogliere il sacchetto del
market che gli ha fornito gli strumenti adatti, il bambino si muove lentamente
sul terreno ingombro di rifiuti e piccole creature venute da ogni parte per
assistere all’atto finale. La
bestia si avvicina e fa scorre una mano delicata intorno al fragile collo, quasi
con la grazia di una madre apprensiva, poi, con forza solleva il bambino innanzi
a sé tenendolo alto col braccio teso. Le creature sciamano nel vicolo, attirate
da un richiamo che fa appello al più primordiale dei loro istinti, la sete di
sangue. La
luce che arde negli occhi del mostro si fa più selvaggia, senza compiere il
minimo sforzo appoggia il piccolo contro la palizzata che ricopre l’intero
piano terra del palazzo. Ora il piccolo è sveglio e grossi lacrimoni cominciano
a rigargli le guance paffute, la bestia assapora l’attimo e inizia il lavoro. Fa
salire il bambino sopra un grosso cassonetto stracolmo di rifiuti maleodoranti e
gli fa allargare le piccole braccia ossute contro il legno scheggiato, poi
agisce. Alla
prima martellata il grosso chiodo da falegname penetra nel polso delicato come
nel burro fuso, il bambino non sente dolore, non è ancora ora, prima il lavoro
va ultimato. Il
sangue comincia a raccogliersi ai suoi piedi le creature fremono impazienti. Dopo
avere inchiodato anche l’altro braccio si appoggia al corpo del bambino
godendo del sangue caldo che pompa con forza fuori dalle orrende ferite che
squarciano i polsi. Leva
le malconce scarpe da basket e compone i piedini nelle giusta posizione poi
bagnandoli di lacrime di gioia dà un unico colpo secco che trafigge entrambe le
caviglie, sì ora è quasi tutto pronto, si allontana di qualche metro
dall’orrenda composizione e osserva la sua opera pregustando il tocco finale,
poi pesca nelle tasche della giacca intrisa di sangue un’affilata lama
chirurgica, torna verso il bambino inchiodato e gli scosta la t-shirt con calma. La
pelle di una delicata tonalità beige lo fa fremere di piacere e la precisa
incisione a ipsilon sembra nascere sul corpicino dotata di vita propria. Ora
è il momento, mentre un torrente di sangue si scatena la mente del bambino è
liberata e l’urlo sale alto perdendosi nel buio cavernoso del vicolo. Il
mostro contempla la perfezione di tutto ciò e comincia a spogliarsi per
ultimare il suo compito, quando rimane a torso nudo si avvicina al piccolo che
nel frattempo è precipitato in una pietosa incoscienza, sente lo sterminato
sciame di blatte che cominciano a salirgli lungo le gambe e immerge le braccia
nel corpo afferrando quello che gli spetta con uno strappo secco. Gli insetti
ormai sciamano lungo il suo torace come un fiume in piena e le braccia servono
da ponte verso il ventre squarciato che in un attimo brulica di voraci
predatori. Il
pasto ha inizio. Il
mostro svanisce. Forever
awake he lies shaking and starving Praying
for someone to turn off the light. Il
panciuto sergente della polizia metropolitana sputa fuori in un accesso di tosse
strozzata la ciambella alla crema che sta masticando con avidità. L’uomo
è coperto di sangue da capo a piedi, in apparenza non è armato ma porta con sé
una busta di carta di k-mart se è possibile più fradicia di lui. Si
avvicina lentamente al bancone del commissariato e sorride sereno mentre il
tempo sembra ghiacciarsi intorno a lui. Con
la coda dell’occhio il poliziotto vede altri agenti estrarre le pistole e
puntarle tremanti verso il piccolo uomo ma la scena si svolge a rallentatore
come se il tempo stesso si rifiuti di credere a quello che sta per succedere,
perché niente potrà essere più come prima. Il
mostro appoggia lentamente il sacchetto davanti all’attonito poliziotto mentre
l’attimo continua dilatarsi all’infinito. Indietreggia e si inginocchia
mentre molte mani si chiudono sul suo corpo, vede la testa del sergente che
lentamente si piega sopra il sacchetto, vede il suo viso farsi grigiastro, lo
vede mentre si porta una mano alla bocca e soffoca il conato che gli rovina il
ricordo di un’ottima colazione. Mentre
la bestia sorride ormai incatenata, il sergente fa scivolare dalla carta con un
rumore molle che capisce lo perseguiterà per il resto della vita, gli occhi, il
sesso e il cuore dell’Uomo. La
risata si leva alta nel silenzio della stanza, trattenuto a stento dagli agenti
il Figlio si lascia trasportare dalle convulsioni che lo scuotono, ora
finalmente l’ultima parte della Messa può avere inizio, gioite e rendete
gloria all’Angelo piccole creature perché vostro è il regno del caos, perché
è per voi che il sacrificio sta per avere inizio. Born
of a broken man but not a broken man Born
of a broken man never a broken man Parla
ma la sua voce non ha niente di umano, lo so, lo vedo, lo sento nel profondo
della mia anima, sento un intero esercito di scorpioni che mi attanagliano le
viscere, e barcollo sotto il peso di quello che la mia mente si rifiuta di
accettare. “Questa
è la notte della creazione, questa è la notte della vostra dannazione, perché
ancora una volta state per compiere il sacrificio supremo. Ancora
una volta state per cibarvi dell’agnello, ma non vedete, non potete vedere
perché siete bestie ed è giusto che le vostre anime siano preda del Padre.” Li
sento mormorare sconcertati, li sento accavallare le gambe nervosamente, li
sento passare le lingue mollicce sulle labbra aride, non capiscono, perché,
cosa dice quest’uomo? “Sì,
godete di questo momento, godete perché siete testimoni della fine, godete
perché state consegnando fiduciosi il vostro destino nelle mani del signore
delle locuste, io sono il Figlio e voi siete i carnefici della vostra stirpe.” Il
piccolo uomo seduto sul metallo verniciato rovescia la testa all’indietro
mentre le guardie escono in fretta dalla camera a gas, la porta viene sbarrata
ma anche attraverso le spesse lastre trasparenti l’urlo si alza fragoroso. “PADRE!
PADRE! ACCOGLI LA MIA ANIMA! ORA IL TUO DISEGNO E’ COMPIUTO! SOLO ORA PUO’
ESSERE FATTO IL TUO REGNO SULLA TERRA!” Il
piccolo uomo torna a volgere lo sguardo verso la platea che ormai si agita
nervosamente “…E
NUTRITI DELLE LORO ANIME DANNATE, FINO ALLA FINE DELL’ETERNITA’.” I
suoi occhi si accendono di una luce abbagliante, posso distintamente vedere le
fiamme alzarsi all’interno delle iridi incendiate, finalmente capisco e decido
di agire. Mi scaglio verso l’agente che controlla l’immissione delle
pastiglie di cianuro nella bacinella ai piedi del condannato, ha già appoggiato
le dita sul pulsante, si appresta fare il proprio dovere, alza la testa e mi
vede arrivare come una furia, leggo la paura nei suoi occhi, l’urlo mi esce
strozzato “Nooooooooooooooo..fermooooooooooo….non deve succedere di
nuovooooo…lui è il Figlio, lui è il Figlioooooooooo”. Ma
mentre sto per arrivare ai comandi una spallata mi fa rotolare contro la parete
e sento distintamente il rumore dei servomeccanismi che fanno scendere il
cianuro nella camera. Mentre
il gas si sprigiona alzo gli occhi e vedo l’espressione del viso del secondino
che mi ha fermato, uno sguardo vitreo, assente. È
la fine, dalle finestre l’eco di una tempesta in arrivo si fa sempre più
forte, tuoni assordanti squassano l’aria immobile. L’ultima
Messa è compiuta, consegnamo le nostre anime nelle mani di colui che le brama
da sempre, solo il giorno della Natività poteva avere la sua vittoria, con un
sacrificio è cominciata la lotta, con un sacrificio finisce. Il
mostro china la testa in avanti, l’Anticristo muore sotto i miei occhi,
rimango sdraiato privo di ogni energia, mentre la tempesta si fa più forte,
abbiamo perso, abbiamo perso e non abbiamo mai avuto una sola possibilità. Ora,
solo ora tutto ha inizio. They
try to escape across the street where Jesus
stripped bare
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