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CIBO

scritto da Emiliano Maramonte

 

 

Vagando nella notte, Elia Mattiolo s’imbatté in una casa di campagna spettrale.

   La sua Daewoo Matiz era andata in panne senza un motivo plausibile e non aveva voluto saperne di ripartire. Il motorino d’avviamento aveva emesso tre lamentosi raspii, poi più nulla.

   Anche il cellulare lo aveva abbandonato. Mentre Elia attendeva una risposta dal soccorso stradale, l’antipatico aggeggio aveva decretato bip bip (batteria scarica) ed era spirato.

   La statale era deserta. Non passavano macchine da chissà quanto. L’ambiente circostante aveva l’aspetto di una valle sterminata colma d’inchiostro di china. Un rubizzo quarto di luna, in equilibrio sul profilo tagliente di una collina, irrideva il mondo promettendo di portarsi via l’ultimo lucore.

   Soltanto la danza di luce di una candela dietro una finestra aveva ridato a Elia un po’ di speranza. E ora stava bussando alla porticina di legno marcio. I colpi echeggiarono nel silenzio come tonfi di un teschio sull’asfalto. Nessuno venne ad aprire.

   “Questo tugurio è disabitato” constatò Elia. “La candela? E chi se ne frega.”

   Accese la torcia elettrica che aveva preso dal cruscotto e fece scorrere il cerchio luminoso sulla superficie della porta. La maniglia era arrugginita e profonde crepe longitudinali solcavano il legno come violente ferite da taglio.

   “È un deposito” ipotizzò Elia, “oppure la dimora abbandonata di extracomunitari…”

   Provò a sbirciare attraverso i vetri lerci della finestrella, ma non vide altro che il chiarore impastato della fiammella che disegnava ombre flaccide sul mobilio. Non c’era nessuno che potesse aiutarlo.

   Di fronte all’ennesima beffa del destino, si domandò se per caso non fosse vittima di un maleficio. Da alcuni giorni, infatti, le cose non andavano bene: il giornale per cui lavorava stava registrando un pauroso calo di vendite, e Elia intravedeva lo spettro del licenziamento. Inoltre, il direttore editoriale aveva deciso di mandarlo a Parma per la presentazione del libro di un autore esordiente.

   - Al diavolo la presentazione – inveì tra sé e sé. In quel momento avrebbe voluto essere in qualunque altro posto, magari in una piazza affollata di gente.

   In qualunque altro posto, ma non là.

   Lanciò un’occhiataccia alla sagoma della sua macchina e commentò: – Vatti a fidare dei coreani. – Sbuffò seccato e fece per spostarsi verso la statale, con la speranza che prima o poi gli abbaglianti di un’auto avrebbero affettato la notte.

   Udì uno scatto di serratura e si voltò. La candela si era spenta.

   La porta si aprì. Stridendo.

   Elia trattenne il fiato. Il lamento dei cardini sembrò non terminare mai. Istintivamente arretrò di un passo e puntò la torcia oltre il suo naso. Quando la porta si fu spalancata, il fascio luminoso si assestò su un ovale bianchiccio. Occhi sgranati, labbra esili, denti snudati.

   Elia soffocò un urlo.

   Lo sconosciuto sulla soglia, una massiccia presenza corvina profilata sullo sfondo, si schermò gli occhi con le mani e tuonò: - Spegni quell’affare!

   L’esclamazione lo colpì come una fucilata. Elia si lasciò sfuggire la torcia dalle dita e schizzò via impaurito.

   Le gambe guizzarono seguendo una volontà propria. Ma poi a un tratto qualcosa arrestò la loro corsa. Elia inciampò su una robusta radice seminterrata e cadde faccia a terra. L’urto gli diede la visione di un cielo lampeggiante colmo di stelle in continuo movimento. Il dolore prese a irradiarsi dal volto e si diffuse in tutta la testa.

   In quei momenti non riuscì a pensare a niente. Esistevano solo lui e la sofferenza. Restò immobile a desiderare d’affondare in una corrente di sollievo.

   Dopo un tempo che parve una vita intera, Elia si disse che doveva rialzarsi. Che cosa ci faceva disteso tra le foglie secche e umide come un ceppo di legno abbandonato? Tirò alcuni profondi respiri e riacquistò il controllo del corpo. Si massaggiò il naso, si strinse le tempie tra le dita, si accertò che il peggio fosse passato, poi si guardò indietro. Vide che la torcia era ancora là dov’era caduta, ma del fantasma nessuna traccia.

   Quella storia aveva molti lati negativi, troppi forse, ma almeno un’anima l’aveva trovata.

   Si fece coraggio e s’incamminò verso la casa. Raccolse la torcia e badò a tenere il cerchio di luce ad altezza ragionevole. – Signore? C’è nessuno? – chiamò con voce lievemente rauca.

   Il silenzio era più inquietante di quanto non fosse l’oscurità. Elia non amava né l’isolamento né la solitudine. Se per forza di cose si fosse trovato a vivere in una baracca come quella, prima o poi avrebbe preso in considerazione l’idea del suicidio.

   - Signore? – insistette Elia, attraversando la soglia con estrema circospezione. – Mi scuso per prima. Non era mia intenzione…

   L’angelo delle tenebre si condensò davanti ai suoi occhi. Era una presenza incombente ed enorme, come il peggiore dei deliri. E in cima al nero, ancora quella testa calva e bianchiccia. - Mi hai bruciato gli occhi – ansimò lo sconosciuto. – Soffro molto. – Avanzò un poco e ogni muscolo del corpo di Elia s’irrigidì.

   - Sono mortificato… E’ succ… - Un groppo duro come basalto gli si incastrò nella gola. Elia deglutì dolorosamente. – E’ successo per caso – riuscì a dire.

   Lo sconosciuto era davvero imponente. Forse era alto uno e novanta, e forse sotto il manto tenebroso nascondeva una struttura muscolare molto sviluppata, ad ogni modo incuteva terrore viscerale. – Hai commesso un grave errore venendo qui – disse. La frase suonò come un’esortazione ad andarsene via subito.

   - Ho bisogno d’aiuto. La mia macchina s’è guastata qui vicino – spiegò Elia con tono inquieto.

   A un tratto l’uomo in nero si mostrò più disponibile. Sulle sue labbra prese forma un faticoso sorriso. – Come posso aiutarti?

   Elia restò interdetto per qualche secondo, ma l’ansia e l’agitazione s’allentarono un po’. Si sentiva più leggero adesso. – Se lei potesse farmi fare una telefonata…

   Una folata di vento particolarmente dispettosa irruppe dall’entrata e investì il manto dell’uomo in nero. Elia puntò istintivamente la torcia. Ciò che vide lo sconvolse.

   Il corpo dell’uomo in nero era quasi del tutto cosparso di bende macchiate di sangue rappreso. Il alcuni punti la stoffa non aderiva alla pelle, lasciando così intravedere lacerazioni e ferite gravemente infette. Per un secondo Elia avvertì un disgustoso puzzo di decomposizione.

   L’uomo in nero s’affrettò a richiudere il manto poi assunse un’espressione arcigna. – Posso aiutarti. Chiudi la porta e vieni con me.

   Elia non ci pensava neanche. Avrebbe rinunciato volentieri alla telefonata pur di assicurarsi una fuga sicura da quell’essere macabro. – Grazie comunque – si congedò, pressato dall’urgenza di filare via.

   - Non è così semplice – dichiarò l’uomo in nero con aria truce. Poi ci fu uno spostamento repentino. Elia non ebbe neppure il tempo di gridare. L’uomo in nero lo aggredì con impeto animalesco. Rovinarono insieme sul pavimento, intrecciati in una soffocante comunione mortale. Elia tentò un’inutile reazione. Il panico distorceva la percezione della realtà. Lo sconosciuto era molto più forte di lui. Lo teneva fermo, e si preparava a commettere chissà quali crudeltà.

   - Lasciami, schifoso! – proruppe Elia, in un rigurgito di rabbia.

   L’uomo in nero serrò ancor di più la sua stretta d’acciaio. Poi avvicinò al collo della preda la sua faccia da pazzo. Denti appuntiti balenarono tra le labbra smorte. La saliva li rendeva lucidi come coltelli ben arrotati. La lingua saettava impaziente di gustare un prelibato pasto. – Devo mangiarti – biascicò l’uomo in nero. – Altrimenti muoio.

   Elia comprese appena il significato di quelle parole. Non riusciva a muovere neppure un muscolo. Prima di soccombere all’incontenibile forza stritolante dell’aggressore, compì un gesto disperato. Sollevò il braccio e puntò la torcia dritta negli occhi dell’uomo in nero. Questi, accecato, si proiettò all’indietro e si raggomitolò nel suo manto stringendosi la faccia e strepitando dal dolore.

   Mentre riprendeva fiato, Elia si rendeva conto che il terrore si tramutava in ira cieca. Non capiva perché, ma era come se quell’impulso fosse sempre esistito in lui. L’istinto vitale reagiva in maniera uguale e contraria alla minaccia appena scampata. Elia si scagliò contro il mostro e cominciò a colpirlo senza controllo, la torcia una terribile arma di distruzione. Quando si fu placato, si allontanò e si abbandonò esausto sul pavimento. L’uomo in nero rantolava e si muoveva convulsamente.

   “Che cosa ho fatto”, trasecolò Elia con orrore. Ma l’uomo in nero non era morto. Aveva ancora forze sufficienti per attaccare la seconda volta. In pochi secondi si rialzò, come se avesse ricevuto una scarica elettrica, e si avventò contro Elia. Stavolta l’aggressione non lasciava speranze.

   L’uomo in nero affondò i denti nella carne della preda. Il mondo di Elia si frantumò. Le ultime cose che vide furono due pupille color inferno infisse da qualche parte nel buio catramoso.

 

****

 

   Riaprì gli occhi con immensa difficoltà. Le palpebre sembravano incollate ai bulbi oculari. Si sentiva anormale, come se fosse stato esiliato da se stesso. Aveva la bocca arida, la gola in fiamme, e si accorse che respirava male. Il braccio era un focolaio di dolore interminabile.

   La luce del giorno tardava ad arrivare, ma per fortuna il buio non era più insidioso e avvolgente come prima.

   Nell’aria vibrava un rumore sordo di parti viscide in movimento. Quando la vista si schiarì, Elia notò il brutale morso sul braccio destro. Una gran quantità di sangue ruscellava verso l’avambraccio sgorgando da uno squarcio del bicipite.

   Si sentì mancare. Un conato di vomito prese vita da un spasmo dello stomaco. Poi la sua attenzione fu attratta dalla presenza di una creatura repellente e deforme. Aveva l’aspetto di un bambino i cui arti fossero stati sostituiti con i tentacoli di una piovra. Se ne stava adagiata sul cadavere dell’uomo in nero, la testa sepolta tra le carni putrescenti.

   Il puzzo che lo investì era nauseante. Elia ebbe un altro conato che gli pompò bile acida su per la gola arida.

   La creatura era intenta a cibarsi dei resti del suo ospite. Elia era sotto shock, ragionava con estrema lentezza. Si sforzò di alzarsi e qualcosa sotto di lui emise un sonoro scricchiolio. La creatura smise di masticare e si girò dalla sua parte.

   La testa era ancora più rivoltante del tronco. I lineamenti erano tutti sbagliati: la bocca non sembrava una bocca, il naso si distingueva appena tra i rigonfiamenti rugosi delle guance, gli occhi erano due fessure storte sporche di nero.

   Elia cominciò a piangere, il suo corpo ne aveva bisogno. La creatura agitò i tentacoli e si mosse verso di lui. Quando fu abbastanza vicina gli trasmise mentalmente alcune immagini.

   L’uomo in nero, che obbediva a una volontà non sua e acconsentiva a farsi addentare giorno dopo giorno.

   La creatura, che appariva triste per la morte della sua fonte di cibo.

   La creatura, che crepitava di risentimento.

   Elia recepì le immagini, ma si rifiutò di afferrarne il senso. Sapeva solo che la sua corsa finiva lì.

   La creatura riprese a trasmettere. Ora c’era…

   Elia, che obbediva a una volontà non sua e si faceva mordere senza opporre resistenza.

   E la creatura, che lo avvinceva ai suoi appetiti.

   Gli occhi del mostro si riempirono di magma spiraleggiante e Elia si sentì colonizzare da invisibili appendici aliene.

   A un tratto scoprì di avere fame.

 

 

 

luglio 2001

  

  

 RACCONTO SELEZIONATO (3° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001

 

     

 

 

EMILIANO MARAMONTE

Nato a Lucera (Fg) il 13 febbraio del 1974, l’Autore comincia a scrivere sin da bambino e non smette più. Ma solo dal 1989 in poi si dedica alla narrativa con impegno crescente. Dopo una decina di racconti e due romanzi che non ha mai fatto leggere a nessuno, nel 1996 un suo lavoro breve viene segnalato al Premio Alien per racconti di fantascienza. Da quel momento comincia a pubblicare su riviste on-line e cartacee. A metà del 2000 esce la sua prima antologia personale, “Ragione e Caos”, presso l’editrice Prospettiva. “I Volti dell’Ignoto” è il suo secondo libro. Attualmente si dedica anche alla poesia e sta scrivendo un altro romanzo.

Inoltre è laureando in giurisprudenza, ma è un astronomo mancato. L’astronomia è la sua più grande passione da sempre, a cui affianca l’informatica (e Internet), l’ufologia, la lettura, il calcetto e la TV.

 

  

 

 

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