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IL CREATORE

scritto da Paolo Dondossola

 

 

“Dovresti essere già morto da almeno due settimane, idiota!” disse ansimando la sagoma scura che si presentò sulla soglia del mio ufficio, dopo aver spalancato la porta con una tale violenza da farmi temere che si sarebbe staccata dai cardini. Aveva l’aria di uno che si era fatto a piedi tutti e dodici i piani che bisognava salire per giungere nello studio.

         “Prego?” domandai con studiata indifferenza, mentre con la mano destra aprivo il cassetto della scrivania in cui custodivo il revolver.

         L’uomo avanzò verso di me, spostandosi dall’ingresso infestato dalle ombre alla luce ambrata della lampada da tavolo. “Lascia stare la calibro 38 e stammi bene a sentire”, rispose accasciandosi sulla sedia proprio di fronte a me.

         Mi domandai come diavolo potesse sapere quale fosse il tipo di pistola che avevo in dotazione, sebbene si tratti di un’arma abbastanza comune. Nondimeno, dato che negli ultimi tempi la mia vita era stata piuttosto movimentata, presi ugualmente il revolver e lo posai delicatamente sulla mia coscia destra, come un gatto addormentato.

         “Temo di non aver compreso il suo nome”, dissi fissandolo direttamente negli occhi, come per sfidarlo, e studiando attentamente i lineamenti del suo volto.

         Non lo conoscevo, ma aveva un’aria famigliare. Di statura media, doveva essere più o meno sulla cinquantina, con i radi capelli bianchi che un tempo erano stati probabilmente neri e gli occhi neri come il petrolio che luccicavano di spietata intelligenza. Era decisamente appesantito, e aveva una ciambella di adipe attorno alla vita tipica del birraiolo incallito.

         “Il mio nome non ha alcuna importanza”, rispose mentre si detergeva il sudore dalla fronte con un fazzoletto malconcio. “Ciò che conta in questa fottuta faccenda è che tu mi stai rovinando tutti i piani, per cui ti conviene levarti di mezzo alla svelta”.

         “Per caso ‘levarti di mezzo’ è un eufemismo per invitarmi a sparire, levare le tende, o cos’altro?” domandai con una finta punta di interesse nella voce. Cominciavo a pensare che quel tizio fosse appena fuggito da una suite statale con le pareti imbottite. Forse si trattava di qualcuno che avevo fatto arrestare anni prima; per questo il suo volto flaccido e paonazzo non mi era nuovo.

         “Ti sto dicendo che il tuo contratto è scaduto, amico. La prossima volta che qualcuno ti si parerà davanti con una pistola in mano, lascia che ti faccia secco, e poi cambia aria, oppure…”

         Sollevai di scatto la mano destra e posai la calibro 38 sulla scrivania, proprio sotto il cono di luce della lampada, in modo che quel pazzo potesse comprendere che in quell’ufficio non lavorava un santo. Contratto? Morire? Cambiare aria? Che cazzo stava blaterando? Stavo cominciando a perdere la pazienza. “Ehi, amico, sei sicuro di non aver sbagliato indirizzo? Lo psichiatra è tre piani più sotto…”

         “Ascoltami attentamente, coglione”, sbraitò l’omone spruzzando saliva. Sobbalzò sulla sedia e si fece più sotto, per nulla intimorito dalla pistola sulla scrivania, che da gattino addormentato si era nel frattempo trasformata in un crotalo pronto a colpire. “Tu non esisti, non sei mai esistito. Sei soltanto il frutto della mia immaginazione, hai capito? Io sono il tuo Creatore!”

         Quel tizio era uno spasso. Decisi che l’avrei ammazzato senza farlo soffrire. Intrecciai le dita sulla scrivania e assunsi un tono cospiratorio. “Ascoltami bene tu, straniero. Se hai letto con attenzione la targhetta di bronzo attaccata alla parete…”

         “Non ho bisogno di leggere nessuna fottuta targhetta”, inveì il decerebrato spalancando gli occhi a tal punto da farli apparire come due uova al tegamino. “L’ho inventata io!”

         Ignorai garbatamente la sua rimostranza e proseguii. “Su quella targhetta c’è scritto: Jack Warden. Investigatore Privato. Questo, amico, significa che Lo Scemo Del Villaggio abita da un’altra parte. Per cui ti conviene levarti dalle palle, o sarò costretto ad aggiungere un po’ di piombo in quella tua stramaledetta zucca vuota.”

         Improvvisamente, il volto di quell’uomo si rasserenò, come se gli fosse apparso un arcangelo ad annunziargli il lieto evento. Si rilassò contro lo schienale, provocando un cigolio di protesta da parte della sedia, e mi sorrise. Era il sorriso agghiacciante di un genocida di fronte a una fossa comune. “Premi il grilletto”, disse semplicemente, intrecciando le mani dietro la testa.

         “Cosa?”, domandai completamente sbigottito.

         “Avanti, premi quel fottuto grilletto. E poi vedi di lasciarmi parlare senza più rompermi le palle.”

         Era entrato nel mio ufficio da non più di tre minuti, ma era già finito in cima alla mia personale classifica delle Persone-detestabili-che-devo-eliminare. Ero arcistufo dei suoi enigmi. E poi era stato lui a stuzzicarmi.

         Con un gesto che ormai mi era abituale, afferrai la pistola, la puntai contro quel muso suino – che si trovava a meno di due metri da me – e feci fuoco.

         Non avevo minimamente pensato al sangue e alla materia cerebrale che si sarebbero sparse sulla tappezzeria e, forse, sulla parete, ma non avevo nemmeno immaginato che potesse succedere ciò che accadde. Cioè niente.

         L’uomo era ancora là, seduto sulla sedia, col suo ghigno da assassino e la sua mole da orso pasciuto.

         Mi sollevai di scatto, facendo ribaltare la mia comoda poltrona in pelle, e scaricai tutti i colpi sull’imponente figura che mi stava davanti. Un fumo azzurrognolo mi offuscò momentaneamente la vista, e un intenso odore di cordite mi pizzicò le narici. Ma il bastardo era ancora vivo, fiero come una sequoia in mezzo a un esercito di bonsai, e con un sorriso tanto storto e sottile da apparire come la cicatrice liscia provocata da una lama.

         Portai la pistola all’altezza degli occhi e la contemplai con lo stesso disgusto con cui si può guardare la propria donna quando si scopre che ti ha tradito con tutti gli esseri viventi dell’isolato, cani inclusi.

         “Posso parlare, adesso?” chiese educatamente lo straniero invitandomi, con un ampio gesto della mano, ad accomodarmi sulla poltrona.

         Con riluttanza, sistemai la poltrona e mi sedetti, gettando a terra la calibro 38, ormai più inutile di un apriscatole nelle mani di un bradipo. “Era caricata a salve, non è vero?” chiesi, cercando di convincere me stesso più che il mio interlocutore. “In qualche modo sei riuscito a sostituire le pallottole. È per questo che sapevi dove la tengo.”

         “Niente affatto” mi rispose, mostrando una chiostra di denti ingiallita dalle sigarette o da una pessima igiene orale. “Le pallottole sono vere, almeno nel tuo mondo, ma su di me non hanno alcun effetto.”

         “Chi cavolo sei?” domandai stancamente. Mi faceva male la testa, come se la superficie del mio cervello fosse stata trafitta da migliaia di spilli.

         “Te l’ho già detto. Io sono il tuo Creatore.”

         “Ma cosa cazzo significa?” piagnucolai prendendo la testa tra le mani. Non volevo perdere il controllo, ma avevo l’impressione di essere scivolato in un incubo dal finale terrificante.

         “Tu non sei Jack Warden, investigatore privato. Il tuo vero nome è George Snow, e sei un attore”, disse trascinando la sedia verso la scrivania.

         “Davvero? E tu chi sei, Orson Welles fresco di rasatura e di ritorno dall’oltretomba?” risposi con sarcasmo.

         “No, ovviamente”, dichiarò con candore. “Io mi chiamo Leslie Donaldson e sono uno sceneggiatore televisivo. Cinque anni fa ho ideato una nuova serie di telefilm incentrata sulle vicissitudini di un investigatore privato…”

         “Il sottoscritto, suppongo”.

         “Appunto”, confermò Donaldson, o come diavolo si chiamava. “Jack Warden. Investigatore privato. Un uomo tutto d’un pezzo, un misantropo dai modi duri, rude con le donne e spietato con i nemici.  Abbiamo scelto te perché mi somigli come un gemello… be’… vent’anni e venti chili fa”, aggiunse.

         Scrutai quel volto con maggiore intensità. Non potevo credere a simili sciocchezze… tuttavia… c’era qualcosa negli occhi di quell’uomo che mi mozzò il fiato, qualcosa che potrei definire consapevolezza. Ora compresi il motivo per cui quel volto fosse così famigliare. Era come guardarsi in uno specchio che forniva la propria immagine con una proiezione temporale nel futuro. Era semplicemente assurdo e grottesco come un racconto di Edgar Allan Poe.

         “Per cinque anni è andato tutto a meraviglia”, proseguì l’uomo che voleva rubarmi la vita. “Gli indici di ascolto erano più che lusinghieri e le aziende si scannavano letteralmente pur di accaparrarsi uno spazio pubblicitario durante la messa in onda del telefilm. Ma negli ultimi mesi le cose sono cambiate. Sono tempi duri per i duri. Così, abbiamo deciso di terminare la serie…”

         “…Facendomi uscire di scena”, conclusi per lui.

         “Niente di personale. Abbiamo modificato la sceneggiatura in modo che qualcuno ti ammazzasse nell’ultima puntata. Ma la situazione ci è sfuggita di mano. Per qualche strano motivo, ti sei calato completamente nella parte e hai dimenticato chi sei veramente. George, questa vita è tutta una finzione, e lo spettacolo è finito”.

         Che cosa fareste se qualcuno bussasse alla vostra porta e vi annunciasse che la vostra vita non è reale, che siete solamente il frutto dell’immaginazione di un altro? Non vi passerebbe per la mente l’idea di sradicargli la testa dal collo?

         Ripensai agli ultimi quindici giorni, e ai sei attentati ai quali ero miracolosamente sopravvissuto. Per sei volte mi ero trovato a fissare la Morte nelle sue orbite vuote, ed ero sempre riuscito a scansare i suoi colpi di falce. Evidentemente, non era la prima volta che avevo dovuto affrontare qualcuno disposto ad accorciarmi la vita alle dimensioni di un mozzicone di candela, ma le rivelazioni di Donaldson, ora, gettavano una luce nuova su quei fatti. Gli eventi che avevo vissuto assumevano una grigia sfumatura di ineluttabilità, come se la cappa opprimente del destino fosse sempre lì, pronta a schiacciarmi. “I killer che ho fatto fuori… vorresti farmi credere che…”

         “Si, George”, dichiarò con un vigoroso gesto di assenso del capo. “Quei killer agivano secondo il copione. Devi renderti conto che la serie è terminata. Devi tornare alla tua vita.”

         “Quale vita? Io non possiedo altra vita all’infuori di questa”, ringhiai alzandomi di scatto e prendendo a camminare intorno alla stanza. “Io sono un investigatore privato. Questa è l’unica cosa che so fare…”

         “No, George, ti sbagli…”

         “E piantala di chiamarmi George! Io sono Jack Warden, hai capito? Jack Warden!”

         Donaldson si alzò in piedi e mi fronteggiò. Fu a quel punto che mi resi conto che qualcosa, in lui, stava cambiando. Mi sembrava dimagrito di almeno dieci chili in un solo colpo, e i capelli stavano riacquistando l’antico colore nero. Di più, le parti di cranio scoperte si stavano riempiendo di una fitta peluria scura, simile a lanugine.

         E allora compresi. Si stava calando nella parte. La mia parte.

         Il mio corpo fu attraversato da schegge di ghiaccio che mi gelarono il sangue. “Tu non stai raccontando balle”, riuscii a gracchiare. “Questa è pura finzione…”

         “Si, questo non è il mondo reale. Tu non sei altro che un prodotto commerciale, ad uso e consumo dei telespettatori. E ora sei scaduto!”

         Il sudore freddo e il senso di gelo che mi attanagliava il cuore furono asciugati da una colata di odio che eruppe come lava incandescente. Io non ricordavo nulla. Per quanto ne sapevo, quella era sempre stata la mia vita. Ero cresciuto in quella città, con due genitori meravigliosi che erano stati assassinati da un teppista quando ancora frequentavo il liceo. Era per questo che avevo scelto di fare l’investigatore privato. Per vendetta. “Ma io ho dei ricordi! La mia famiglia, l’infanzia, la mia prima ragazza… tutto!”

         “Sono solo degli innesti. In realtà tu non possiedi un passato, e se è per questo non hai nemmeno un futuro. Non capisci che sono solo dei cliché? Ho creato qualcosa che potesse dare un senso al tuo personaggio: i genitori ammazzati, l’odio mai represso, una discreta passione per la bottiglia e una anche più accesa per le donne, un cupo senso dell’umorismo, i modi di fare decisi e la pistola facile… era il giusto mix per piacere sia al pubblico maschile che a quello femminile. Ma ora pare che i gusti siano cambiati. C’è una specie di bucolico ritorno al passato, o qualcosa del genere. Sembra che stiano tornando di moda i vecchi valori, anche se a dare un’occhiata al mondo là fuori mi pare proprio che di vecchio ci sia soltanto il lerciume. È per questo che il tuo personaggio non funziona più. Sei superato. Ti sostituirò per qualche puntata con Michael Taggart, e se le cose andranno bene faremo una serie incentrata sul suo personaggio.”

         “Michael Taggart?” domandai. Taggart faceva l’investigatore, proprio come me, ma qui si fermavano le cose che avevamo in comune, sebbene non lo conoscessi da molto. Era un tipo troppo perbene, per il lavoro che faceva. Non usava mai la pistola, e preferiva la razionalità e il dialogo. Era sposato – sua moglie era un’altra cosa che avrei voluto condividere con lui – e aveva due marmocchi. Per chiudere la triste lista, era pure astemio. “Quell’untuoso figlio di puttana non sarebbe capace di trovare nemmeno il suo buco del culo con una torcia in mano!” sibilai.

         “Però piace alle famiglie. È garbato, intelligente, pulito, ha una vita equilibrata e non dice sconcezze.”

         “Non è colpa mia se mi hai fatto così”, lo apostrofai, sfidandolo.

         “Hai ragione. Non è colpa tua. Ma ognuno è figlio del suo tempo, e il tuo tempo è esaurito.”

         “No…” sussurrai. Mi voltai e, appoggiandomi all’intelaiatura della finestra, contemplai la città che si stendeva di fronte a me. Improvvisamente i grattacieli, le case, le automobili e le persone, tutto quel mondo mi sembrava più alieno di un paesaggio marziano, come se mi fossi svegliato da un sonno profondo soltanto per scoprire che il mio incubo peggiore si era realizzato davvero.

         Donaldson fece due passi verso di me. “Stasera lascerai l’ufficio alle nove, come da copione, e andrai alla Black Tavern per un cheeseburger e una birra. Ti concedo un ultimo pasto”, disse con il tetro divertimento di un boia. “Quando uscirai, imboccherai il viottolo laterale per dirigerti verso casa tua. Lì qualcuno ti starà aspettando; ti sparerà a bruciapelo e tanti saluti al caro estinto. Così tornerai ad essere George Snow, l’attore. Se fai il bravo, ti prometto una parte nella prossima serie…”

         “Chi mi ammazzerà?” volli sapere. Mi sembrava una domanda pertinente, come direbbe Perry Mason.

         “Questo non ha importanza. È una comparsa. Nessuno vedrà il suo volto.”

         In quell’istante mi venne da pensare quanto sia strana la vita, al di qua e al di là del vetro, quella reale e quella fittizia, sempre che esita la differenza. Trascorriamo l’esistenza arrabattandoci come possiamo, tentando di rimanere a galla e cercando disperatamente di trovare un senso e uno scopo che ci diano la giusta dignità e ci facciano guadagnare il rispetto del prossimo, spesso stupidamente convinti di poter vivere in eterno. Poi, in un giorno qualunque, una persona qualsiasi, una comparsa, decide che la tua vita è giunta al termine. Un ubriaco che sbanda a tutta velocità e finisce contro la tua auto. Un pazzo che entra con un mitragliatore Uzi in un McDonald’s sparando sulla folla mentre sei in coda alla cassa. Un’infermiera distratta che ti somministra il farmaco sbagliato. Così cala il sipario e gli spettatori se ne vanno. Ma io non volevo morire. Né in senso fisico, né in senso figurato.

         Mi girai nuovamente verso il mio creatore… e vidi me stesso! Lui spiccò un salto all’indietro e sbottò: “Cosa diavolo sta succedendo?”

         Spostai lo sguardo verso lo specchio che era appeso ad una parete. Quella che vidi fu un’immagine di me stesso così come sarei stato di lì a vent’anni: capelli grigi e radi, volto flaccido, una corporatura appesantita dall’alcol e dalla noia. I bottoni della camicia erano esplosi all’altezza della pancia prominente. Ero Leslie Donaldson. Per quanto bizzarra e irreale, quella situazione mi piacque. Adesso i ruoli si erano invertiti. “Dov’è finita tutta la tua baldanza, brutto stronzo? Sei ancora convinto di voler morire, investigatore Warden?”

         “Io non sono Jack Warden…”

         “Oh, è vero, quasi lo dimenticavo. Tu sei George Snow, l’attore. Come ci si sente a non avere un’identità propria? Ti piace? Trovi davvero così eccitante sentirti dire che la tua vita non è reale?”

Mi fissò come un toro infuriato pronto a caricare. “Ora basta con le stronzate”, farfugliò. Era impaurito, ma mortalmente pericoloso. “Rivoglio la mia vita, e la rivoglio subito!”

Donaldson si lanciò con inaspettata velocità contro di me, ma il mio mestiere non ammetteva disattenzioni, nemmeno in una situazione come quella. Lo scansai senza problemi, ma lui non riuscì a fermare in tempo la sua corsa. Sfondò la finestra e piombò sull’asfalto come un sacco di patate, dopo un volo di quasi quaranta metri attutito soltanto dalla tenda di un ristorante cinese.

Tutto era avvenuto in un lampo. Mi accostai con circospezione alla finestra, cercando di non essere notato dal nugolo di persone che si era radunato intorno al mio alter ego, sebbene l’altezza da cui osservavo la scena fosse notevole. Donaldson-Warden-Snow giaceva in un lago di sangue, mentre la folla accorreva come un esercito di formiche. Nel vento freddo che irrompeva nell’ufficio, udii distintamente le sirene di un’ambulanza che si avvicinava e quelle della polizia. Meglio tagliare la corda.

Scesi con l’ascensore e uscii dall’ingresso principale, fermandomi davanti ai curiosi che assiepavano la strada. Mi avvicinai cautamente al corpo facendomi largo con discrezione. E fu a quel punto che qualcuno urlò che l’uomo era ancora vivo. Ma come poteva essere possibile? Anche se quello era un mondo di finzione, il volo era stato autentico, non c’erano stati cumuli di materassi a proteggerlo; l’urlo di terrore di Donaldson mi riempiva ancora le orecchie. Sfondai il muro umano e mi ritrovai a contemplare me stesso quasi morto sul selciato di una strada.

Allora ebbi l’illuminazione.

Se Donaldson si era impossessato della mia esistenza, io avrei potuto prendere il suo posto nella vita reale. In quel modo avrei avuto un lavoro, una casa, una parvenza di felicità, magari… Del resto non ricordavo di essere mai stato George Snow l’attore…

Così tornai al di qua del vetro e mi sostituii a Donaldson. Nessuno si è mai accorto della differenza. Nemmeno sua moglie.

Devo ammettere che questo mondo ha il suo fascino, ma anche la sua buona dose di scocciature. Il sesso è semplicemente meraviglioso: credo di non aver mai provato niente di simile nell’altra vita e anche le piccole gioie quotidiane, come il cibo, una bottiglia di birra o una partita a tennis con gli amici, hanno un sapore e una consistenza maggiori. Sono autentiche. Tuttavia, ci sono aspetti decisamente meno affascinanti e di cui avrei preferito non fare la conoscenza: il mio fegato pulsa dolorosamente a causa degli abusi di alcolici; provo un fastidioso bruciore ogni volta che devo pisciare e temo che la mia prostata si sia ingrossata come un ananas. Sto provando a smettere di fumare, ma Dio com’è difficile!

In quanto a Donaldson-Warden… be’… è in stato di coma, ed è tenuto in vita da un respiratore. E’ una sorta di vegetale, la cui esistenza è alimentata da continue fleboclisi. Gli indici di ascolto sono tornati su livelli più che accettabili. Gli spettatori amano il dolore. Michael Taggart lo ha sostituito, promettendo che avrebbe scovato i colpevoli di quel terribile delitto, e questo garantisce un interesse costante da parte del pubblico. Così la serie continua senza intoppi.

Ma forse un giorno avrò pietà per lui e staccherò il respiratore. Forse deciderò che ha sofferto abbastanza e che è arrivato il momento di concedergli il riposo eterno. Forse lo farò quando gli indici di ascolto cominceranno a calare sensibilmente. Ma per ora mi godo lo spettacolo. Dopotutto, io sono il Creatore.

 

 

 

Paolo Dondossola

Mi chiamo Paolo Dondossola, sono nato a Treviglio (BG) il 28 luglio 1972 e abito a Fara Gera D'Adda (BG).

Ho frequentato il Liceo Linguistico presso l'Istituto Facchetti di Treviglio, ottenendo il diploma nel 1992 col voto di 46/60. Dopo il liceo, per qualche mese, in attesa del servizio militare, ho fatto il procacciatore pubblicitario per un settimanale di annunci economici.

Il 19 maggio 1993 sono partito per il servizio militare. Ho svolto il C.A.R. presso la Caserma "Spaccamela" di Udine, e successivamente ho prestato servizio presso la Caserma "Ugo Polonio" di Gradisca d'Isonzo". Mi sono congedato il 5 maggio 1994 con i gradi di Caporale Maggiore.

Durante quell'anno avevo pensato di tenere un diario quotidiano, ma il pensiero di quei giorni interminabili mi pesava come un macigno. Niente diario, ma in compenso ho cominciato a scrivere racconti. Niente di speciale: soltanto patetici esercizi di stile che però mi hanno aiutato a fuggire dalla realtà (comunque mai tanto tragica o insopportabile). E' stato un anno importante soprattutto perché ho maturato l'idea di continuare gli studi, ritrovando la volontà che avevo un po' smarrito nel tempo.

Nell'ottobre 1994 mi sono iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Milano (Statale), con indirizzo internazionale-storico. Lo scorso 15 giugno mi sono laureato con una tesi in Filosofia Politica (con votazione finale di 106/110) dal titolo "Fantascienza, Politica e Libertà". Il lavoro è piaciuto molto, tanto è vero che ho scritto un articolo tratto dalla tesi che, al momento, è al vaglio della Prof.ssa Itala Vivan, docente di Lingua Inglese presso la mia università. L'articolo verrà pubblicato il prossimo anno sulla rivista accademica "Culture". Ho inviato, su richiesta, una copia della tesi a Liliana Maniscalco, la responsabile di Amnesty International che si occupa del Progetto Omelas, e una copia a Sergio Fanucci, dell'omonima casa editrice.

Dallo scorso 16 agosto lavoro a Milano come operatore telefonico presso l'azienda Teleperformance, ma il mio desiderio è quello di fare il redattore - o il coordinatore redazionale - in una casa editrice. Dal novembre 2000 allo scorso 22 febbraio ho svolto uno stage presso la casa editrice Iperborea, svolgendo compiti redazionali (stesura di comunicati stampa, correzione bozze e impaginazione) e attività di lettore in italiano, francese e inglese, scrivendo anche alcune schede di lettura.

Nel 1996 ho cominciato a partecipare molto sporadicamente ai concorsi letterari, ma la poca fiducia mi ha sempre trattenuto dal "buttarmi nella mischia". Comunque, quest'anno, un mio racconto - Il Creatore - ha ricevuto una segnalazione da parte della giuria del Premio Lovecraft. Ho partecipato anche al Premio Alien, e ho inviato qualche brevissimo racconto a Sergio Fanucci per la sua rivista "Futuro News".

Al momento lavoro, scrivo racconti, spedisco curriculm a destra e a manca, leggo romanzi e saggi, e sto mettendo insieme i personaggi e le vicende di un romanzo thriller ("à la Koontz", se mi permettete…) che, spero, possa presto vedere la luce.

 

  

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