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IL CRISTALLO

scritto da Paolo Dondossola

 

 

Ecco, un’Ombra d’orrore si leva

Entro l’Eternità! sterile e sconosciuta,

Chiusa in se stessa e a tutto ripugnante. Che Demone

Ha formato questo vuoto abominevole, questo

Vacuo che abbrividisce l’anima?

 

WILLIAM BLAKE

 

  

 

 

Chiuso a chiave nella propria camera da letto, con una sedia incastrata sotto la porta a ostruire ulteriormente il passaggio, Matteo premette con forza le mani contro le orecchie e infilò la testa sotto il cuscino, cercando di sfuggire alle urla di rabbia e agli insulti che si stavano scambiando sua madre e il suo patrigno.

         Era sempre la solita storia. Ogni qual volta si ubriacava, Michele – questo era il nome dello sciagurato che sua madre si era scelta come compagno dopo la morte di suo marito Gianni, il padre di Matteo – diventava terribilmente scontroso e violento. Il suo volto trasfigurava in un’orribile maschera di odio e risentimento, gli occhi si trasformavano in due fessure rosse e gonfie, la voce assumeva un tono strascicato, petulante e querulo, con una costante nota di minaccia nei confronti dell’interlocutore di turno, e le mani sfuggivano sistematicamente al controllo del suo cervello obnubilato dall’alcol, riversandosi sui malcapitati che, nella maggior parte dei casi, erano proprio Matteo e sua madre, Francesca.

         Da due anni, ormai, l’uomo viveva con Matteo e sua madre, rendendo pressoché impossibili le loro esistenze. Michele e Francesca si erano conosciuti in uno squallido bar di periferia soltanto un paio di mesi dopo la morte di Gianni, e Matteo, nonostante la sua giovane età, aveva compreso piuttosto in fretta che la scelta di sua madre era stata dettata dalla disperazione e dalla paura di rimanere sola per il resto della propria vita piuttosto che da un reale sentimento d’amore.

         Bastò poco tempo affinché Francesca si rendesse conto di aver commesso un tragico errore. Michele celava, dietro un’apparente normalità, una natura crudele. Era meschino, bugiardo, subdolo, violento persino nell’intimità, e dissimulava tutti i suoi difetti dietro una postura costruita con un notevole autocontrollo. Nondimeno, il whisky annullava completamente i suoi freni inibitori, facendo affiorare in superficie il mostro abietto che sapeva sapientemente tenere a bada quand’era sobrio.

         Dal canto suo, il piccolo Matteo aveva conosciuto presto l’umore mutevole del patrigno.

Una sera, circa un anno e mezzo prima, Michele si trovava in cucina a trangugiare Jack Daniels direttamente dalla bottiglia. Fumava distrattamente una Marlboro, e l’aria era satura dell’odore acre del fumo della sigaretta. Francesca faceva il turno di notte presso la fabbrica chimica in cui lavorava da quindici anni. Matteo stava giocando con il modellino di una Ferrari telecomandato, simulando con la voce il rumore roboante del motore. Faceva correre la vettura lungo il corridoio e attraverso le stanze. A un certo punto, fece sterzare la macchina in cucina a tutta velocità e l’alettone anteriore del modellino cozzò direttamente contro il piede nudo di Michele.

«Che cazzo fai, piccolo bastardo?» disse l’uomo scattando in piedi su gambe malferme. Muovendosi, Michele urtò con un braccio la bottiglia di whisky, che si rovesciò sulla tovaglia incerata che copriva il tavolo. «Guarda cosa hai fatto, brutto figlio di puttana!» esclamò.

«Scusa, Michele», disse Matteo, mortificato. «Non l’ho fatto apposta.»

Ma Michele sembrava non udirlo nemmeno. I suoi occhi si spostavano dal piede colpito alla bottiglia ancora rovesciata sul tavolo. Alcune gocce ambrate avevano raggiunto il bordo e cadevano sul pavimento di piastrelle, ticchettando debolmente.

Michele raccolse la Ferrari di Matteo e la contemplò come fosse un oggetto arcano. Con la mano libera sfilò la sigaretta dalla bocca e scrollò la cenere nell’abitacolo della vettura. Poi il suo sguardo si posò su Matteo. «Sei un piccolo, inutile moccioso», disse con voce impastata. «Non fai altro che creare danni e guai. Non conosci disciplina. Tuo padre era un buono a nulla…»

«Lascia stare mio padre», rispose Matteo con rabbia. «Non nominarlo nemmeno. Tu non vali neanche un’unghia di mio padre!»

«Davvero?» chiese Michele.

E subito, senza riflettere un attimo, scagliò il modellino contro il piccolo. La macchina sfiorò Matteo all’altezza della tempia sinistra e si frantumò sul pavimento alle sue spalle. Il contatto era stato sufficiente a provocargli una ferita superficiale di circa tre centimetri: non sanguinava, ma bruciava come il taglio di un coltello.

Non contento del risultato, Michele si sfilò la cintura dei jeans e si gettò sul figliastro. Matteo si catapultò lungo il corridoio, cercando di raggiungere la propria camera da letto, ma fu raggiunto quasi subito.

Il patrigno agguantò il piccolo per il collo, facendolo crollare al suolo. Dopodiché cominciò a fustigarlo sulla schiena, sulle braccia, sul capo e sulle gambe, scaricando tutta la rabbia sul povero bambino.

Raggomitolato in posizione fetale, Matteo urlò a Michele di smettere, cercando, nello stesso tempo, di proteggere il volto da quelle violente sferzate. Implorò il patrigno, gli promise che non l’avrebbe più rifatto, ma Michele sembrava preda di un’estasi infernale. Con gli occhi sbarrati fissi nel vuoto, e un orribile ghigno sul volto, muoveva ritmicamente la cintura con scatti convulsi del braccio, come un giocattolo a molla impazzito.

All’epoca, Matteo aveva solo dieci anni.

Da quel giorno, le violenze si erano ripetute quasi con macabra quotidianità. A nulla valevano le parole di conforto di sua madre, o i tentativi di far rinsavire il proprio compagno. Quando finalmente Francesca aveva deciso di sbarazzarsi di quel cumulo di merda ambulante, la situazione si era fatta ormai irreparabile. Michele era entrato nella loro vita, e non aveva alcuna intenzione di uscirne. Così, anche Francesca aveva finito per conoscere sulla propria pelle l’ira incontrollabile che si impadroniva del suo uomo ogni volta che cedeva alle illusorie lusinghe dell’alcol.

Ora, nel nascondiglio rassicurante del suo letto, Matteo fissava la maniglia della porta.

Da circa un paio di minuti le grida erano cessate, sostituite dal pianto sommesso di sua madre. Matteo non sapeva se Michele l’avesse di nuovo picchiata, ma era quasi certo che, entro sera, avrebbe scoperto un altro livido sulle sue braccia o sul suo volto. Un’altra scusa da inventare per i vicini.

La maniglia si abbassò.

Matteo trattenne il respiro.

«Hey, piccolo, sei lì dentro?» domandò Michele.

Matteo non rispose.

«Apri la porta, piccolo», disse l’uomo strattonando con forza la maniglia. La sedia incuneata sotto la serratura tremava sotto gli scossoni di Michele. Poi le spallate si fecero più decise. L’uscio si incurvò pericolosamente sotto i colpi violenti del patrigno. «Ti ho detto di aprire, brutto stronzo!»

La paura scosse Matteo, che balzò giù dal letto, spalancò la finestra e si calò fuori della stanza. La casa era distribuita su un unico piano. Matteo fuggì attraverso il giardino proprio mentre la porta della sua camera andava in frantumi e Michele irrompeva nella stanza scansando faticosamente la sedia.

Matteo corse a perdifiato fuori della proprietà, lungo la strada semideserta e ingombra di sacchi di spazzatura. Giunto a un incrocio, svoltò a destra e continuò a correre nonostante fosse certo che Michele non l’avesse inseguito. Era troppo ubriaco persino per reggersi in piedi.

In prossimità di un enorme spiazzo di erba incolta incorniciata da una rete metallica mezzo arrugginita, Matteo si fermò per riprendere fiato. I polmoni bruciavano e il cuore picchiava con insistenza contro la piccola gabbia toracica. Il busto chino in avanti, le braccia tese sulle ginocchia e le gambe leggermente piegate, tentava di immagazzinare quanto più ossigeno poteva.

A un tratto, notò un baluginio proveniente dal lato opposto della strada, in mezzo all’erba alta che infestava il bordo interno del marciapiede.

Matteo si avvicinò, come attratto da un magnete invisibile. Probabilmente si trattava del riverbero provocato dal sole basso del tardo pomeriggio su un pezzo di carta argentata o su una moneta di scarso valore, ma la curiosità e la fantasia lo indussero a credere che potesse trattarsi anche di un oggetto prezioso, magari un anello.

Quando si inginocchiò per osservare meglio, Matteo non credette ai propri occhi.

L’oggetto che riluceva era un esaedro di cristallo purissimo, che raccoglieva i raggi del sole e li trasformava, al proprio interno, in un caleidoscopio di colori simili a quelli dell’arcobaleno.

Affascinato da quell’incredibile spettacolo, Matteo allungò una mano titubante verso l’oggetto, e scoprì che emanava un debole calore, forse a causa del sole.

Poi il cristallo parlò.

CIAO!

Matteo, sorpreso, barcollò all’indietro e rovinò sul selciato del marciapiede. I palmi delle mani sfregarono sull’asfalto, e minuscoli sassolini vi rimasero appiccicati sopra. Guardò a destra e a sinistra, tentando di decifrare il punto da cui era provenuta la voce.

Lungo il viale non c’era nessuno.

HO DETTO “CIAO”! ripeté l’oggetto. COME TI CHIAMI?

Sconcertato, Matteo si avvicinò nuovamente all’esaedro. Quand’era più piccolo, aveva letto moltissime storie di specchi parlanti, animali che potevano discutere con gli uomini e altra roba simile, ma pensava che fosse tutto confinato nel mondo fantastico delle favole.

«Io… io mi chiamo Matteo. Tu… puoi…» mormorò il bambino, deglutendo a fatica. «Tu puoi… parlare?»

MA CERTO CHE POSSO! rispose il cristallo. LO TROVI TANTO STRANO?

«Be’… certo!» esclamò Matteo.

SUVVIA! CHISSA’ QUANTE FAVOLE AVRAI LETTO DA BAMBINO…

«Era proprio quello che stavo pensando», disse Matteo con una punta di eccitazione nella voce.

LO VEDI? MA DEVI SAPERE UNA COSA: LE FAVOLE ATTINGONO SEMPRE DALLA REALTA’.

«Davvero?»

CERTAMENTE, affermò l’oggetto. LA FANTASIA DEGLI UOMINI PUO’ SOLTANTO DARE FORME DIVERSE E BIZZARRE A CIO’ CHE GIA’ ESISTE IN NATURA.

«Da dove vieni?» domandò Matteo.

IO VENGO DA UN MONDO OSCURO E LONTANO. ECCO PERCHE’ RISPLENDO. NON AVEVO MAI VISTO IL SOLE, E ORA LO ACCOLGO CON GIOIA DENTRO DI ME.

«Sei un alieno?»

BE’, ammise il cristallo, IN UN CERTO SENSO SI’. QUESTO MONDO NON MI APPARTIENE. IO SONO QUI PER UNA MISSIONE.

«Una missione?» domandò Matteo, incuriosito.

SI’. IL MIO COMPITO E’ QUELLO DI DIVORARE IL MALE CHE C’E’ NEL MONDO. CI SONO TANTE, TROPPE PERSONE CATTIVE SU QUESTA TERRA CHE NON MERITANO DI VIVERE PERCHE’ NON FANNO ALTRO CHE DARE DOLORE E DISPIACERE AL PROSSIMO. MI CAPISCI?

Gli occhi di Matteo si illuminarono. «Sì». La sua mente andò subito a Michele. Come sarebbe stata la sua vita e quella di sua madre senza quell’essere meschino intorno?

IO POSSO RISOLVERE IL TUO PROBLEMA, disse il cristallo, come se potesse leggergli il pensiero. MA PER AGIRE OCCORRE CHE TU ESPRIMA IL DESIDERIO.

Matteo ci pensò per alcuni istanti. La sua mente di bambino, aperta, fiduciosa, gli impediva di scorgere l’orrore che poteva celarsi dietro quella promessa. «Io desidero che tu faccia sparire il mio patrigno, Michele. Lo desidero più di qualsiasi altra cosa», recitò il piccolo.

BENE, sentenziò il cristallo. ORA PORTAMI DA LUI.

Matteo raccolse l’esaedro. Era tiepido al tatto. Tenendolo tra le mani, si incamminò verso casa.

Quando arrivò, trovò sua madre in cucina stesa a terra a ridosso del forno. Matteo fu talmente spaventato che quasi lasciò cadere a terra il cristallo. «Mamma!» urlò.

Francesca era semisvenuta. I lunghi capelli neri le coprivano parte della faccia. L’altra metà mostrava un occhio gonfio e bluastro, il labbro spaccato. Perdeva sangue dal naso.

Matteo si accosciò e abbracciò sua madre. «Che cosa ti ha fatto?» disse singhiozzando.

«Che bel quadretto familiare», esclamò Michele alle loro spalle.

Matteo trasalì. Scattò in piedi, col cristallo in mano. Aveva la vista leggermente appannata a causa degli occhi lucidi di paura e rabbia. Nondimeno, vide distintamente il patrigno davanti a sé con la cinghia in mano. Teneva un’estremità avvolta intorno alla mano destra. L’altra, quella che terminava con la fibbia, pendeva verso il pavimento come un serpente morto.

«Vuoi giocare al domatore di circo?» domandò Michele.

«No», rispose Matteo duramente. «Tu non farai più male a nessuno», continuò mentre appoggiava a terra il cristallo. «Né a me, né a mia madre.»

«Oh, cavolo, me la sto facendo sotto dalla strizza…»

MATTEO! esclamò il cristallo.

«Chi ha parlato?» disse Michele. «Chi c’è in casa?»

VOLTATI MATTEO! QUALUNQUE COSA ACCADA, TU NON DEVI GUARDARE. HAI CAPITO?

«Sì», rispose Matteo. Si inginocchiò, abbassò il volto sulla spalla di sua madre, chiuse gli occhi e l’abbracciò.

Michele, forse convinto di essere in preda ad allucinazioni da sbornia, ritrovò coraggio e oltrepassò il tavolo che lo separava da Matteo e Francesca. Rimase piuttosto sconcertato quando vide lo strano oggetto posato sul pavimento. «Che razza di roba è questa?»

Michele si avvicinò al cristallo con l’intenzione di scaraventarlo via con un calcio. Nondimeno, l’esaedro mutò improvvisamente colore, diventando nero come roccia lavica…

…E si trasformò.

«Che cazzo…»

In pochi secondi, il cristallo nero si liquefece in parte, diventando simile al petrolio. Con uno strano gorgoglio interno, l’oggetto cominciò a ribollire, aumentando a dismisura la propria massa. La parte superiore, ancora solida, si dilatò e si allungò, prendendo una vaga forma caprina.

Michele, sopraffatto dall’orrore, era incapace di eseguire il minimo gesto, mentre l’oggetto, infernale e amorfo, cominciava ad assumere una forma piuttosto distinta.

Crescendo in altezza e dimensione, come una fontana nera sgorgata direttamente dai pozzi dell’inferno, il macabro abominio solidificò definitivamente.

Michele lo guardò con occhi sgranati dal terrore.

Era alto circa due metri e mezzo, con un tronco tozzo e gibboso, quattro estremità tentacolari che sembravano la fanciullesca stilizzazione di due braccia e due gambe, una protuberanza mostruosa dotata di corna in sostituzione del volto, con due braci incandescenti invece degli occhi e uno squarcio enorme spalancato sul nulla al posto della bocca.

Quell’essere era una voragine, nient’altro che un buco nella realtà che accedeva a un’altra dimensione, un luogo di tenebra da cui giungevano, ovattate dalla distanza, centinaia di migliaia di voci dolenti che straziavano l’anima. Voci umane.

Voci che Michele avrebbe preferito non udire.

«Che… cosa… sei?» biascicò Michele.

IO SONO IL MALE ASSOLUTO, disse il mostro con un’eco cavernosa. SONO IL PRODOTTO DELL’ODIO DEGLI ESSERI UMANI, IL RISULTATO DI OGNI ATROCITA’, DI OGNI SOPRAFFAZIONE, DI OGNI VIOLENZA PERPETRATA A DANNO DI QUALCUNO. SONO CIO’ CHE GLI UOMINI HANNO CREATO IN MIGLIAIA DI ANNI DI INCOMPRENSIONI, DI GUERRE, DI LOTTE PER IL POTERE O PER LA SEMPLICE SOPRAVVIVENZA.

Michele ascoltava a bocca spalancata.

Anche Matteo stava ascoltando, ma era tuttavia incapace di voltarsi.

MI NUTRO DEL MALE CHE ALEGGIA IN OGNI ANGOLO DELLA TERRA, continuò l’abominio. SIETE COSI’ STUPIDI… SIETE VOTATI ALL’AUTODISTRUZIONE, E NON VE NE RENDETE NEMMENO CONTO!

Mentre parlava, allungò le protuberanze superiori verso Michele e lo afferrò con una forza sovrumana.

Michele piagnucolò qualcosa di indecifrabile, ma fu sufficiente a procurare brividi di terrore a Matteo.

Il mostro fece pressione ai lati delle spalle di Michele, spezzandogli le scapole. Gli frantumò le costole, che penetrarono nei suoi polmoni, riducendolo a un ammasso sanguinolento.

Matteo, paralizzato da un terrore cieco, era avvinghiato a sua madre, ancora svenuta. Avrebbe voluto tapparsi le orecchie, ma aveva bisogno del rassicurante contatto della mamma. Udì lo schiocco secco delle ossa di Michele che si spezzavano, il rumore delle membra ridotte a brandelli, il gorgoglio viscido della cosa mentre fagocitava i resti del patrigno, ruminando come una bestia immonda.

Quando calò il silenzio nella cucina, Matteo ebbe ancora più paura. I rumori familiari, come il ronzio del frigorifero, lo stillicidio del rubinetto o il ticchettio del timer del forno, gli facevano rizzare i peli della nuca.

Alla fine, l’essere parlò.

VOLTATI, MATTEO.

«Non voglio», disse il ragazzino.

IO TI ORDINO DI VOLTARTI, ripeté l’abominio.

Matteo scosse il capo, rimanendo sempre avvinghiato alla madre. «Ti ho sentito», esclamò. «Tu non sei buono. Sei cattivo! Uccidi le persone!»

NO, rispose la cosa che, solo un’ora prima, era stata uno splendido esaedro di cristallo. TI SBAGLI. SONO LE PERSONE CHE SI UCCIDONO TRA LORO. IO VIVO DI TUTTO QUESTO, MA NON INTERVENGO MAI PRIMA DEL DOVUTO.

«Io non ti credo!» urlò il bambino, soffocando i singhiozzi nel collo della madre. «Sei tu che ci fai diventare cattivi!»

E’ UN PECCATO CHE TU LO CREDA. VOLEVO CHE DIVENTASSI IL MIO ALFIERE.

Matteo attese alcuni istanti prima di parlare. «Che cosa vorresti dire?»

VOGLIO CHE TU SIA IL MIO FEDELE SERVITORE. HO BISOGNO DI QUALCUNO CHE ESPRIMA IL DESIDERIO PRIMA DI AGIRE.

«No», mugolò Matteo. «Non credevo che fosse così…»

ORA BASTA! tuonò il mostro. TU MI APPARTIENI. SE NON MI OBBEDIRAI, UCCIDERO’ TUA MADRE!

Nell’udire quelle parole, Matteo ebbe un sussulto. Si staccò da sua madre, si alzò e si voltò. Il mostro di tenebra lo sovrastava. «Io non sarò mai il tuo servitore», disse Matteo con coraggio. «Io volevo solo che Michele se ne andasse, perché era crudele con me e con la mamma. Non volevo che morisse…»

SI’ INVECE. TU DESIDERAVI CHE MORISSE. E’ SOLO CHE L’ODIO VI RENDE CIECHI E INSENSIBILI. QUANDO LA RABBIA SI IMPADRONISCE DI VOI, PERDETE L’USO DELLA RAGIONE, CEDETE FACILMENTE AGLI ISTINTI PIU’ INFIMI E ABIETTI. E A QUEL PUNTO, QUANDO ARRIVO IO, E’ ORMAI TROPPO TARDI PER PORRE RIMEDIO.

«Io non voglio che altra gente muoia!»

SPIACENTE, PICCOLO. LA GENTE MORIRA’ SEMPRE, IN UN MODO O NELL’ALTRO.

Poi, il mostro si distese su Matteo e Francesca come la violenta onda provocata da un maremoto, risucchiandoli in un abisso senza ritorno.

 

Seduta su una panchina nel parco, Monica meditava una terribile vendetta nei confronti della propria famiglia.

Odiava suo fratello Pietro. Da quando era venuto al mondo, tre anni prima, non aveva fatto altro che procurarle un sacco di scocciature. Col suo arrivo in famiglia, Monica aveva perso la completa attenzione di mamma e papà, i quali le riservavano soltanto pochi minuti la sera, prima di andare a letto. Tuttavia, anche quando sembrava che l’ascoltassero, i loro sguardi affettuosi erano sempre rivolti al figlio più piccolo, oppure erano troppo indaffarati nelle faccende domestiche e riuscivano solo ad annuire distrattamente.

Monica si sentiva sempre più spesso come un giocattolo fuori moda. Aveva solo dodici anni, ma fumava già da qualche mese. Aveva cominciato quasi per gioco, sperando di attirare l’attenzione su di sé. Eppure sembrava che fosse stato eretto un muro tra lei e i suoi genitori. Era trasandata nel vestirsi, studiava poco e non rispettava più gli orari stabiliti. Nondimeno, suo padre e sua madre non la degnavano nemmeno di un rimprovero.

A pensarci bene, Monica detestava anche loro.

Si sentiva come una barca cui avessero tagliato gli ormeggi e che ora si trovava in balia di un mare in tempesta.

Li odiava tutti, e voleva vendicarsi. Sognava di ucciderli.

Mentre rimuginava su quei nefasti pensieri, notò uno strano lucore intermittente sotto le fronde verdi di un abete.

Monica si alzò dalla panchina e attraversò lo spiazzo d’erba ben curata. Si infilò sotto le fronde basse dell’abete e si inginocchiò sul tappeto di aghi. Rimase completamente sbalordita quando si rese conto di quanto fosse meraviglioso l’oggetto che aveva scoperto.

CIAO! esclamò il cristallo. COME TI CHIAMI?

 

RACCONTO SELEZIONATO (7° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001

 

 

PAOLO DONDOSSOLA

Mi chiamo Paolo Dondossola, sono nato a Treviglio (BG) il 28.07.1972 e abito a Fara Gera D’Adda (BG). Faccio il consulente marketing presso un’importante società di Milano.

Il 15 Giugno 2000 mi sono laureato alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano (Statale) con una tesi di Filosofia Politica dal titolo: “Fantascienza, Politica e Libertà”, attualmente pubblicata a puntate sulla rivista mensile “Ghost News”.

Ho realizzato un articolo incentrato su questo lavoro (intitolato “Fantascienza e libertà: gli archetipi letterari e il valore della diversità”) che verrà pubblicato la prossima primavera sulla rivista accademica “Culture”.

Ho realizzato un'antologia di racconti, intitolata Tra Ombra e Luce, pubblicato dalle Edizioni GHoST.

Ho partecipato a diversi concorsi letterari, tra cui quelli banditi dalla rivista “Futuro News” della Fanucci Editore, il Premio Lovecraft e il Premio Alien. Uno dei miei racconti, Il Creatore, ha ricevuto una menzione dalla giuria del Premio Lovecraft nell'edizione del 2001, è stato pubblicato sulla rivista telematica “Delos” (n. 70), sulla rivista "Ghost News" e sul sito Internet www.clubghost.it. Altri racconti sono in attesa di essere pubblicati sulla rivista "Strane Storie" e sul sito Macabroshow.

 

  

 

 

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