|
|
|
home cinema narrativa musica arte misteri articoli interviste link archivioghost news forum album produzioni info |
|
IL DIO NELL'ALCOVA scritto da Elvezio Sciallis
Ci sono zone della Liguria di Ponente nelle quali il tempo non sembra scorrere normalmente, valli scoscese e coperte da castagni nelle quali le ore si impastano come melassa, lente ed insensibili alle meraviglie del ventunesimo secolo. La volta del bosco s’incurva sui sentieri poco definiti e il terreno sprofonda improvvisamente in conche umide che ospitano torme di zanzare e salici ritorti. Sono vallate scarsamente popolate e i pochi che si ostinano ad abitarle perpetrano antichi riti e usanze anomale, impermeabili all’invincibile flusso del progresso. Da tempo frequentavo quei luoghi munito di una buona attrezzatura da campeggio e macchina fotografica: ero riuscito a strappare un ottimo contratto con la più importante rivista del settore e dovevo ora completare una serie di servizi sull’entroterra e il folklore dell’estremo ponente ligure, veri e propri reportage illustrati con tanto di commento scritto, una splendida occasione per isolarmi dalla città e vivere in completa simbiosi con la natura. Avevo dedicato i due giorni iniziali a girovagare per le frazioni e i paesini, cercando di rubare qualche immagine, un casolare caratteristico o qualche volto particolarmente significativo, magari anche una o due foto in bianco e nero, contadini accanto ai loro attrezzi e classici simili, espedienti che funzionano sempre, specialmente se si sgrana la stampa e la si rende antica… Già in quei primi istanti, a contatto con ottantenni curvi negli orti e poco disponibili a farsi ritrarre, cominciai ad avvertire un sottile senso di inquietudine, quasi di straniamento. I posti che visitavo, rigorosamente a piedi, erano di solito piccoli aggruppi di case disposte lungo un’unica via, poche delle quali abitate persino in agosto inoltrato. Quel che rimaneva della chiesa locale era di solito situato lontano dal “centro” del borgo, poco più di una cappella disadorna, nella quale l’odore dei fiori marcescenti prevaleva su ogni altro. I vecchi si radunavano per la petanque, una variante del normale gioco delle bocce, in qualche sterrato vicino al paese, segnando punti, vittorie e sconfitte senza quasi aprire bocca, i cappelli bisunti ben calcati sulla testa a proteggerli dal sole pomeridiano. Le pensioni d’anzianità, qualche soldo messo da parte tempo addietro e le sporadiche cure dei parenti tengono in vita queste comunità, il cui unico punto di contatto con le città più grandi della riviera veniva fornito dalle scarsissime incursioni verso il mare sulla corriera o sull’auto dei figli in visita, magari per recarsi in banca, dal medico o per le spese indispensabili. Sono zone di riti dal senso dimenticato, spesso tramutatisi in abitudini e superstizioni. Negli orti si usa appendere fasci di ossa di pollo quali macabri spaventapasseri, sui davanzali le vecchiette tengono minuscole statuine di argilla, raffiguranti donne opulente e di notte lasciano dei piattini di latte fuori dalla porta: se interpellate diranno che servono a tenere tranquilli gli sfarfugli, sorta di spiritelli assimilabili alle varie creature silvane sebbene dotati di indole molto più malvagia. Quando si stendono i pomodori a seccare al sole bisogna seppellirne alcuni come offerta simbolica a qualche entità ctonia e in quel che rimane delle chiese si possono spesso notare anche ferri di cavallo e strani simboli tracciati a carboncino. Sono residui psichici, eccedenze rituali filtrate attraverso il tempo e private di senso e contesto, ma ancora radicate e vive in alcune zone, vere e proprie oasi faunistiche per il soprannaturale, destinate a recedere e scomparire con il progressivo incedere degli anni. In pochi giorni utilizzai una trentina di rullini, ciò nonostante mi sentivo nervoso e insoddisfatto, incapace di catturare la reale essenza di quel che notavo: gli spiriti del luogo sembravano non impressionabili su pellicola. Decisi di avviarmi verso il fitto dei boschi, speranzoso di riuscire a far meglio con la seconda parte del mio reportage, quella che riguardava la flora e la fauna tipici di questa fetta di mondo. Abituato ad accamparmi da solo, a passare la notte nella mia fidata tenda monoposto, ben presto riuscii a scrollarmi la tensione di dosso, l’occhio riprese a funzionare in perfetta sincronia con la mia Nikon e presi ad accumulare materiale di diverso genere: da una famiglia di cinghiali intenta a scavare vere e proprie trincee in un prato ad un mirabolante intreccio di vipere semiaddormentate sotto un intrico di cespugli e roveti, dalle poiane ai ricci, sembrava quasi che il bosco si muovesse all’unisono per fare sfoggio di sé stesso di fronte alla camera. Ormai al mio terzo giorno in giro per quella che non sapevo nemmeno più se essere Italia o Francia, ero sul punto di dichiararmi soddisfatto, quando decisi di esplorare un’ultima vallata prima di rientrare nella civiltà. La zona era ricca di anfratti naturali e nel fondo stretto e buio scorreva un incerto torrente. L’acqua era fredda e gelida, scarsa la luce solare che riusciva a filtrare attraverso la copertura delle fronde. Nello stesso istante in cui mi voltai per abbandonare il fondovalle e cercare un posto più a sud, udii il lamento. Proveniva da nord, lungo il pendio, fra il pianto e il salmodiare, si percepiva a stento frammisto al mormorio delle acque. Presi a scalare velocemente il pendio, arrancando sulle foglie marce e le chiazze di muschio, il suono sempre più vicino… Le ombre giocavano scherzi anomali, scivolai due volte prima di giungere in cima ad un avvallamento e da lì mi fu chiara l’origine delle grida: una catapecchia dal tetto sfondato, oppressa da alcune querce che, crescendo, erano riuscite a distruggerne in parte le fondamenta con le imponenti radici. Le assi dei muri erano ammuffite e gonfie di umidità, e l’intero luogo odorava di foglie morte e salnitro. Entrai urlando ma, non appena i miei occhi si abituarono all’oscurità, mi azzittii completamente schiacciato dall’orrore di quel che vedevo.
Quel poco che rimaneva dell’interno era una stanza di circa cinque metri per cinque, le tavole del pavimento ormai divelte e marcite, del tutto disadorna. In un angolo un cumulo di paglia ed erba sporca, dall’insopportabile fetore di feci e avanzi in decomposizione. La parodia di un essere umano, magrissimo e seminudo, sporco, molto simile ai reduci dai campi di concentramento, era legato al collo con una catena fissata al muro. Si reggeva a stento in ginocchio, sembrava pesare nemmeno una trentina di chili e, gemendo sommessamente, protendeva le mani verso la parete ove era appeso un oggetto che nella penombra non riuscii a distinguere. Dovetti avvicinarmi per capire che si trattava di una sorta di maschera. Scolpita nel legno, i tratti distorti e alienanti, ricordava un incrocio fra quei tipici idoli africani e una folle rappresentazione de “L’Urlo” di Munch. Aveva una parrucca di riccioli neri e, nella bocca, mi sembrava di scorgere alcuni denti. Il prigioniero cercava di alzarsi per raggiungere il feticcio, non accorgendosi della mia presenza. Quando mi chinai per soccorrerlo dovetti reprimere un conato di vomito alla vista delle piaghe, della carne in suppurazione e del terribile stato di denutrizione. Si trattava in realtà di una donna che mi lanciò un’occhiata allucinata, priva di speranza. Cercai di tranquillizzare la poveretta, che appariva terrorizzata e rifiutava di bere acqua dalla mia borraccia; mi volsi a cercare qualcosa per rompere la catena, un masso o un ramo robusto per fare leva sul gancio fissato al muro… La donna continuava a gemere, a premersi le mani sulla bocca o a levarle verso l’idolo ed io comprendevo, per la prima volta, cosa potesse significare sentirsi osservato. Vagavo in giro per la stanza, annichilito dal panico e dal terrore quando scorsi, fra due assi nel terreno, vicino all’ingresso, una grossa chiave. La provai sul lucchetto, senza riuscire a pensare ai motivi della sua prigionia, senza speculare sui suoi possibili carcerieri e ad un loro eventuale ritorno. Era visibilmente fuori di sé, urlava parole senza senso e, con ulteriore orrore, notai che si strappava i pochi denti rimasti. Lo scatto della serratura sembrò ridestarla per un secondo dall’incubo, si volse verso me e mi fissò con uno sguardo acquoso e calmo, sereno. Tentò di parlarmi, di sussurrare qualcosa ma improvvisamente cedette, crollando al suolo. Guardai cupamente la maschera e spiai verso la porta, prima di chinarmi per controllarle le pulsazioni. Ero in un bagno di sudore e un senso d’oppressione, solo in parte psichico, mi ottenebrava le reazioni ed il corso dei pensieri. -------- Ora comprendo tutto. Comprendo ma non posso spiegarvi, non potrei in cento anni. La donna è morta nello stesso istante in cui l’ho liberata. Ho volto lo sguardo verso il totem e i pozzi neri dei suoi occhi mi hanno svelato un mondo nuovo. Un universo fatto di un piacere estatico irrinunciabile e di doveri precisi e assoluti. Devo pulirla, lucidare la sua splendida superficie legnosa, pettinarle i riccioli, pregare insieme a lei, per lei, con lei! Mi sono serrato la catena al collo e poi ho gettato via la chiave, lei (ma non ha un sesso in realtà, penso che la donna morta la percepisse come un lui…) mi ha consigliato di farlo, alle volte, rari momenti di sconforto, può capitare di desiderare la libertà e, senza la catena, potrei commettere sciocchezze. Sarebbe ingiusto scappare. Quando l’accarezzo lei mi dona estasi superiori ai miseri orgasmi che ho sperimentato fino ad ora. E non ne sono mai sazio. Anche lei, non è mai sazia. La pulisco, l’accudisco, mormoro interminabili nenie. Alle volte mi ferisco e verso il sangue dentro quell’oscena cavità che è la sua bocca. Mi nutro delle pochi avanzi rimasti nello zaino, bevo l’acqua che cade per terra quando piove… E’ sporca, da alcuni giorni soffro di diarrea, ma non importa, non mi tolgo nemmeno i vestiti. Quando canto, quando prego per lei… Non potreste mai capire, mai… Lei ha bisogno di me, non potrebbe esistere senza me. Presto, molto presto finiranno le scorte di viveri, e i continui tagli che mi infliggo, i continui orgasmi che mi scuotono contribuiscono ad affamarmi e stancarmi… Lei mi sussurra di approfittare del corpo della ragazza: ormai è in decomposizione, è carne tenera, dovrebbe essere digeribile… Io ancora non so, vorrei aspettare… magari quando non potrò proprio più reggere… Se mangio con parsimonia posso far durare ancora un po’ le scatolette… ma lei sembra indispettita, preferirebbe che mi nutrissi in altri modi, dice che è tradizione, consuetudine, che il guardiano si cibi del suo predecessore… Ed in fondo, non può avere un gusto tanto brutto, no?…
F I N E
A god in alcove Go and look for the dejected once proud Idol remembered in stone aloud Then on coin his face was mirrored Take a look it soon hath slithered To a fractured marble slab Renunciation clad His nourishiment extract from his subjects That mass production profile He’s a God in an alcove Once he spread the rain So they dreamt in vain Once he spread the wheat Had made garlands for his feet Until the lily poet of our times Horizoned on the line Love became the in theme then Opposing fakers thrice by ten Don’t perceive his empty plea That redundant effigy He’s a God in an alcove Take in view his empty stool What’s left in satin cool Clawing adornment for his crimes They saw they had to draw the line So thhey sent him far away To a little alcove All alone He’s a god, a God Now i am silly Silly, silly, silly, silly Peter Murphy/Bauhaus “A god in alcove” LP “In the flatfield” 4AD 1980
RACCONTO SELEZIONATO (9° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001
|
|
home cinema narrativa musica arte misteri articoli interviste link archivioghost news forum album produzioni info |