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DALL'ALTRA PARTE

scritto da Roberto Zago

 

Dopo gli ultimi controlli, tutto era risultato a posto. Ero pronto a partire.

Il più ambizioso progetto di tutta la storia dell'umanità stava per compiere il primo passo di un cammino che mi avrebbe portato a conoscere i più intimi segreti dell'universo.

Un biglietto di sola andata, certo, ma ogni cosa ha il suo prezzo ed io ero ben lieto di essere stato scelto tra molti altri candidati.

Ero l'uomo ideale e con i requisiti giusti: niente genitori, niente famiglia, laurea in ingegneria spaziale conseguita a pieni voti e primo in graduatoria al corso per astronauti dell'Agenzia Spaziale. Nessuno avrebbe pianto la mia scomparsa, e come ricompensa per la mia opera a favore della scienza il perenne ricordo presso tutti i popoli della Terra e un bel capitolo nei libri di storia. La sola, vera forma di immortalità che era data conoscere.

Tutto cominciò circa dieci anni fa grazie ad un rivoluzionario progetto realizzato da due scienziati giapponesi che li portò al Nobel per la fisica tra il clamore dell'opinione pubblica mondiale.

Grazie alla loro opera erano state poste le basi per la realizzazione di un motore ad annichilazione ad alta efficienza. Imbrigliando l'enorme energia liberata dell'interazione materia-antimateria i viaggi al di fuori del sistema solare non sarebbero più stati un sogno irrealizzabile.

L'unico svantaggio è costituito dagli enormi investimenti necessari che hanno obbligatoriamente imposto la scelta di una singola missione su cui concentrare gli sforzi.

Alla fine, come sempre accade, furono le scelte politiche ad imporre il proprio peso sul piatto della bilancia. Venne scelto il più ambizioso ed eclatante tra i progetti presentati: la discesa nel maelström cosmico, nell'abisso più nero e inconoscibile del creato, quell'aberrazione del cosmo nota con il nome di buco nero.

Naturalmente la scelta di un equipaggio umano non era stata contemplata sin dall'inizio, fu… diciamo un optional che si aggiunse in un secondo momento in seguito ad una mia richiesta formale, presentata direttamente al presidente dell'Agenzia, di prendere parte alla missione.

Non so bene neanch'io quale fu il motivo che scatenò la mia decisione, qualche volta nella mia mente si insinua l'inquietante sensazione che la colpa sia dei troppi fumetti letti da bambino sulle avventure di Flash Gordon, ma la cosa più strana fu che ben presto la mia domanda non fu l'unica a dover essere vagliata.

Ricordo le parole di un cronista che in un lungo servizio dedicato alla missione mi aveva paragonato ad un agnello sacrificale. Mi trovavo a casa, sprofondato nella poltrona di pelle nera davanti al televisore a festeggiare con alcuni amici gli ultimi giorni che avrei trascorso insieme a loro. Stavo giusto bevendo un sorso di birra quando sentii quelle parole e quasi mi andò di traverso la sorsata quando scoppiai in una risata tanto mi suonarono ridicole, ma quando mi voltai verso gli altri non vidi alcun sorriso.

Ho concluso solo da poche ore il discorso alla nazione tra una miriade di telecamere e di flash, seguendo un copione preparato da qualche abile consigliere presidenziale e infarcito di richiami al dovere e al sacrificio per il bene della scienza e della stessa umanità.

Tutte belle parole, ma non ho potuto fare a meno di chiedermi se l'autore le avrebbe scritte ugualmente nel caso in cui fosse stato lui il prescelto per innalzare la bandiera di così nobili ideali.

Ogni tanto portavo lo sguardo in direzione della folla assiepata oltre il perimetro riservato ai giornalisti, ma nei loro occhi non scorgevo altro che l'eccitazione per ciò che altri avrebbero compiuto. Nessuna pietà, nessun dispiacere per una vita che si sarebbe persa nei freddi spazi siderali.

Terminato il discorso, gli ultimi controlli di routine per una rapida verifica delle mie condizioni generali in un silenzio quasi irreale, un'ultima preghiera con il cappellano della base e finalmente il rituale della vestizione.

Ora niente ha più importanza, così come non ne hanno avute le manifestazione di protesta dei gruppi pacifisti contrari alla presenza di un uomo in una simile impresa.

Sono seduto davanti alla consolle di comando e lancio un'occhiata veloce al pannello dell'orologio atomico di bordo. Segna le 21.17 del 15 marzo 2053.

Poco sotto c'è il display di un altro orologio per il calcolo del tempo su scale non relativistiche. Per ora la data è la stessa.

"Tutti gli apparati di bordo sono completamente funzionali. Nessun mal funzionamento riscontrato così come in accordo con l'unità centrale di terra".

"Molto bene, Norma". Norma è il nome che ho dato affettuosamente al sistema di intelligenza artificiale a reti neurali deputato al controllo della nave spaziale. Per alleviare la mia solitudine, la sua immagine appare sullo schermo con il viso di una stupenda ragazza dalla voce suadente.

"Hai controllato le gabbie criogeniche?", le chiedo con una certa apprensione.

"È tutto in regola, non c'è nulla di cui ti debba preoccupare".

Certe volte Norma mi inquieta. Mi appare così umana da spingermi a chiedermi se non abbiano nascosto una vera donna da qualche parte.

Sorrido e mi volto verso l'apparato di ibernazione di cui avrò presto bisogno. Sebbene il viaggio si svolgerà a velocità prossime a quelle della luce richiederà comunque diverse decine di anni di tempo per essere portato a termine.

Almeno per me qui sull'astronave. Sulla Terra saranno passati infatti più di trentamila anni, dato che l'obbiettivo è il super massiccio buco nero posto al centro della Via Lattea.

Per un attimo il pensiero di un simile abisso temporale mi paralizza, ma poi ritrovo la calma e cerco di immaginare quale sarebbe stata la reazione di Einstein se fosse stato al mio posto.

La relatività è davvero dura da accettare per una mente così abituata alle basse energie come la nostra.

Sullo schermo per le comunicazioni sento la voce famigliare del direttore della missione e mi giro nuovamente verso il quadro comandi.

"Come ti senti?"

"Beh, sono stato anche peggio", rispondo con un mezzo sorriso per cercare di sdrammatizzare la situazione.

"Sai, ancora non mi sono abituato del tutto all'idea… tra pochi giorni sarai già uscito dal sistema".

Sento che sta cercando di farmi coraggio. "Giusto il tempo di terminare la fase di accelerazione".

"Gli strumenti qui non indicano alcuna anomalia, sta procedendo tutto alla perfezione".

"Confermo. Se il tempo non si mette a fare i capricci tra poco la Terra avrà un abitante in meno".

"Tutti noi siamo molto fieri del tuo lavoro. Questa impresa aprirà la strada a nuove conquiste".

Non dico nulla perché non c'è nulla da dire.

"Va bene, diamo il via alle danze", aggiunge dopo un breve attimo di pausa, mentre le procedure per il lancio stanno lentamente giungendo al termine.

Controllo ancora una volta le spie sulla consolle. Tutto in regola.

Avverto una leggera vibrazione quando il conto alla rovescia giunge allo zero e sento la pinta dei motori ausiliari spararmi verso il cielo.

Sul grande visore davanti a me vedo le sottili nubi farsi sempre più vicine. Non è una visione diretta, ma mediata da una serie di telecamere ad altissima definizione.

In pochi minuti l'atmosfera non è che un ricordo e il mio corpo inizia a perdere peso. Attivo il visore posteriore e vedo la Terra nella sua fragile interezza.

Avvio la sequenza per il distacco dei serbatoi che sono serviti per la spinta iniziale e dico a Norma di procedere all'accensione del motore ad annichilazione e alla spinta di rotazione necessaria per simulare un ambiente a gravità terrestre.

Un po’ alla volta il mio corpo riprende peso e posso togliermi le cinture di sicurezza che mi saldano al sedile.

Gli strumenti non segnalano alcuna disfunzione. Tutto sta procedendo per il meglio.

Il piano di volo prevede un passaggio ravvicinato a tutti i pianeti da Giove sino a Plutone e lo sgancio di una sonda per ognuno di essi, poi via verso la meta con i sofisticatissimi strumenti di bordo intenti a raccogliere dati sullo spazio esterno e inviarli sulla Terra sin quando le distanze permetteranno una chiara ricezione da parte dei centri di ascolto.

Un ultimo saluto agli uomini della base, un addio sentito, e poi chiudo il collegamento dato che il ritardo del segnale presto renderà impossibile qualsiasi dialogo.

"Norma, apri la gabbia numero uno".

"Non preferisci restare sveglio sin quando non lasceremo il sistema?", mi chiede con la sua solita voce suadente.

Esito per un momento. In effetti è quello che avevo preventivato di fare, ma, ora, nella solitudine la mia mente non riusciva a pensare ad altro che all'abisso che avrei dovuto affrontare.

"No. Aprila", rispondo avvicinandomi al cilindro criogenico.

La parte frontale, trasparente, si apre con un leggero sbuffo d'aria e io mi sdraio al suo interno sistemando i sensori per la rilevazione dello stato di salute sulle tempie e sui polsi.

"Spero che il tuo riposo sia piacevole".

"Svegliami se ci saranno dei problemi", mi raccomando, anche se so che Norma lo avrebbe fatto comunque.

"Non temere".

La gabbia si chiude e lentamente sento gli occhi farsi pesanti mentre sprofondo nell'oblio.

 

Un senso tremendo d'amaro in bocca e le palpebre che stentano ad aprirsi. Per alcuni minuti cerco di svegliare la mente dal torpore e da una leggera nausea che sembra non darmi tregua.

Con il passare del tempo la vista riacquista efficienza e noto le luci soffuse della cabina, poi il cilindro si apre e posso uscire. Mi ricordo solo all'ultimo momento dei fili dei sensori e quasi rischio di strapparli. L'illuminazione aumenta d'intensità in maniera graduale.

"Ben svegliato", mi saluta Norma. "Come ti senti?".

"Come dopo un ora di autoscontri con me come paraurti".

"Considerata la lunga ibernazione, i tuoi parametri sono del tutto ottimali".

Ogni movimento mi provoca un dolore tremendo alle articolazioni e mi serve un'eternità per raggiungere la consolle. Mi lascio cadere sul sedile e riprendo fiato.

Immediatamente il mio sguardo si porta sull'orologio di bordo indicante le 13.04 del 21 febbraio 2096, poi come spinto da una forza superiore porto la mia attenzione più in basso e vedo la cruda verità del secondo orologio con l'ora e la data che avrebbe visto un abitante della Terra, ammesso che ancora qualcuno ne calpestasse il suolo: 04.52 del 22 novembre 36717.

Cerco di reprimere il senso di panico che mi sta cogliendo e il respiro si fa pesante.

A quanto pare Norma pare essersi accorta del mio malessere. "So che questo è un momento difficile, ma sapevamo sin dalla partenza ciò che sarebbe successo".

Mi volto di scatto. "Cosa credi di sapere! Sei solo una macchina, non un essere umano… forse l'ultimo rimasto nell'intero universo…".

Norma tace, ma sul monitor il suo viso assume un'espressione triste. "Lo so perché anch'io sono l'unica della mia specie".

Non so cosa rispondere, ancora una volta la sua umanità mi ha colto alla sprovvista. Ma com'è possibile parlare d'umanità in una macchina? La testa mi scoppia e non ho alcuna voglia di pensare a simili argomenti.

"Scusami", le dico cercando di riorganizzare le idee.

"Non ti preoccupare, non mi sono offesa".

Il visore centrale è spento. Durante il mio lungo sonno non sarebbe stato di alcuna utilità, ma solamente un'inutile spreco di energia. Traggo un profondo respiro e dico a Norma di azionare le telecamere.

Ciò che vedo mi paralizza e per un attimo vengo colto dal terrore, poi, lentamente, riacquisto il controllo ma non riesco a distogliere gli occhi dal monitor.

Davanti a me vedo la porta del Nulla, un'immensa illusione nera di centinaia di miliardi di volte la massa del Sole al di là della quale regna l'incomprensibile singolarità centrale.

Alla mente mi riaffiora come per incanto un verso di un'opera studiata sui banchi di scuola di un poeta vissuto centinaia di anni prima della mia nascita, quando nel suo immaginario viaggio giunse sino alle porte dell'Inferno e vi lesse una scritta: "…lasciate ogni speranza, voi ch'intrate".

"Hai calcolato il suo raggio di schwarzschild?", chiedo con un filo di voce.

"Certamente. Corrisponde a circa novecentocinquanta miliardi di chilometri", risponde Norma, con la sua voce che pare non tradire emozioni.

"Sembra una distanza enorme, ma non è nulla considerata la sua massa".

"Se alcune delle teorie più accreditate sono corrette, essendo un buco nero in rotazione con una massa simile, forse l'anello della sua singolarità centrale è la porta per altri universi".

"Sei il computer più strano con il quale mi sia mai capitato di parlare".

"È naturale, le mie reti neurali sono molto simili alle tue", mi fa notare, mentre sul visore la sua immagine sembra accennare un sorriso.

Avverto una breve scossa, poiché l'astronave è penetrata nel campo d'azione delle forze di marea che distorcono la struttura stessa dello spazio-tempo.

"Hai paura?".

Norma non risponde, poi secca una domanda. "Perché hai voluto venire?".

"La spinta dell'ignoto, suppongo. E qualcuno sarebbe comunque stato scelto. In caso di un tuo mal funzionamento sarebbe servito un nuovo controllore per i piani di volo… e una vita qualsiasi è più sacrificabile di un prototipo del tuo valore".

La cabina resta immersa nel silenzio e io non posso fare a meno di ammirare gli enormi anelli di accrescimento con i luminosi ammassi di gas sprofondare nel Nulla simili a cortei in festa.

Fuggire è inutile, non credo ci sia più abbastanza energia per lasciare il gorgo nel quale siamo entrati… e poi per andare dove?

L'orizzonte degli eventi è sempre più vicino e con esso la porta dell'ignoto. Presto non sarò che un ricordo… o forse il pioniere di avventure al di là delle nostre stesse possibilità di immaginazione in nuovi universi.

Se esiste un dio, in ogni caso, la mia morte non sarà la fine di tutto.

In un modo o nell'altro, presto sarò davvero dall'altra parte.

   

 

 

 

Roberto Zago

Sono nato a Verona il 07/06/1968, città in cui risiedo tutt'ora e in cui ho conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, professione che ho messo in pratica presso una ditta di trasporti, ma non mi sono fatto mancare nemmeno la fabbrica.

Ho "scoperto" la passione per la scrittura piuttosto tardi, solo pochi anni fa, quando decisi di dedicarmi alla stesura di un progetto piuttosto impegnativo. Almeno rispetto ai racconti che sono solito scrivere per diletto.

Venne così alla luce il mio romanzo intitolato "DEI", che dopo una lunga serie di contatti epistolari con diverse case editrici, è stato pubblicato a metà del 2000 da "L'Autore Libri Firenze".

Ritengo che Internet rappresenti una via privilegiata di comunicazione, ed è per questo motivo che recentemente ho aperto un mio sito Internet all'indirizzo: http://digilander.iol.it/robertozago 

Attualmente sono impegnato nella stesura di un secondo romanzo che, spero, possa presto vedere la luce.

I racconti restano comunque la via più veloce per esprimere il proprio estro creativo, alla portata anche di chi ha poco tempo da dedicare allo scrivere, e un ottimo mezzo per farsi conoscere. L'importante è provarci e dare il meglio di sé.

 

  

 

 

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