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DAI RACCONTI DI UNO PSICOPATICO scritto da Emanuele Palmas
Sento bruciarmi il fuoco nelle vene. Devo uscire di qui al più presto. Uscire di casa, correre nei campi alla luce chiara della luna, correre nella nera terra, morbida, profonda, umida. L'erba alta che mi bagna i pantaloni e sento i vapori della brina che mi inseguono nel buio, nel freddo. Ho bisogno di correre più forte che posso. Mi devo sfogare. Ho bisogno del sangue. E cerco a mani nude nella terra. Ho gli occhi assatanati e il sorriso maligno riflette i raggi sinistri della luna non ancora al suo primo quarto. Flebile e sottile nel cielo vede la mia parte oscura senza vedere la sua. E’ buffo. Ma mi devo sfogare. Ho bisogno del sangue. Continuo a scavare feroce nella terra. Qualsiasi cosa che sia viva. Qualsiasi cosa. Appena qualcosa si muove, lenta o veloce l'acchiappo e me la mangio. Con disgusto. Con piacere. Qualsiasi cosa, verme o blatta. Mi importa sentire lo schifo. Ma manca il sangue. E vedo all'ombra del pero qualcosa che si muove. Spero sia un topo. Mi alzo di scatto. Ho sete di sangue. Lo inseguo. Non so cos'è, ma ne ho voglia. Lo inseguo. Mi fugge. Non riesco ad acchiapparlo. Osservo un ramo. Mi accanisco su di esso e riesco a strapparlo dalla pianta madre. Ho già perso troppo tempo. Inseguo la bestia. Se mi fuggisse impazzirei dal dolore per la perdita della preda. Sono una bestia. Voglio mangiarmi il topo con tutta la violenza e il disgusto che posso provare. Sono la bestia. Mi avvicino e la colpisco, la stordisco. Non perdo un attimo. Tiro fuori le poche unghie che ho e con violenza provo ad inciderle il collo per soffocarla, che so, me lo dice un po’ l'istinto, un po’ l'anatomia. Devo ucciderla in qualche maniera. La mordo. E' viva e calda. Godo. Il sangue. Mi sembra tantissimo. Stasera ho fatto merenda penso. Rido di gusto. Rido solo nel freddo buio della notte. La mia prima merenda. Vado verso casa. Sono soddisfatto. Sono sporco come un maiale. Penso che al ritorno devo lavarmi. Mi viene da vomitare. Ho i conati. Ma non vomito. Sarebbe una sconfitta. Rientro in casa. Non mi interessa lavarmi. Sto troppo male. Ripenso a quella bestia che si muoveva, alla mia ferocia, a io che sembro più un animale che altro. I miei lunghi capelli neri tengono del fango. Mi da fastidio. Ma ho la febbre. Lo sento. Sto male, non mi ricordo l'ultima volta che sono stato così. Mi piego in due di lato, nel letto. Mi metto sul lato sinistro. Chiudo gli occhi. Prego. Dormo un poco, ma sono in uno stato febbrile tale che mi viene paura. Vado in bagno. Lì mi accorgo che ho le unghie sporche di terra. Ripenso alla blatta. Al suo guscio. Ho i brividi. Torno a letto. Penso solo a dormire. Ho bisogno di un aiuto. Tiro fuori il necessario per una bella dormita. Chetamina o Ero? Vado di eroina. La chetamina la usano per i cavalli. L' ho provata una volta sola. Mi aveva dato una botta tale che non riuscivo più ad alzare la testa nemmeno di un millimetro. Ed era rimasta lì. Più di mezza bustina. Prendo una dose di eroina. Vado in vena. Mi prende subito bene. Mentre infilo l'ago nel giusto punto penso che sono pazzo a farmi ora che sto così male, ma si vive una volta sola. Bisogna provare tutto o no? Bisogna provare tutto nella vita. Magari anche la morte. Sì, la morte nella vita. E poi il gusto libertino di essere degli irresponsabili, dei tossici, si dei drogati… Sì perché sono un drogato, sono un tossico, sono un ubriacone, violento, un porco… Sono io l'eccesso. Sono io. Penso due secondi a mamma e papà. Penso a mia sorella. Penso alla mia ragazza. Penso e poi non penso più. A nulla. Nulla.
Emanuele Palmas Capitolo Primo-Racconti di uno psicotico
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