“Ignachi, tesoro, non devi dar fastidio agli animali se loro non ne danno a te”
Queste parole Ignachi le aveva sentite almeno mille volte durante il periodo della sua infanzia. Ma, in veritá, non avevano mai toccato più di tanto quel ragazzino di 10 anni.
Quando la madre, Sonya, una casalinga di campagna, non lo marcava stretto, ne approfittava subito per molestare gatti, cani e polli. Alla tenera età di sei anni era già un professionista in
“queste arti”: sferrava loro, regolarmente, sonori calcioni oppure li sottoponeva a fitte sassaiole ed altro ancora. Al peggio non c’era mai limite. Ma il bambino presentava pure uno stuolo di punti sul gluteo destro del suo sedere… Quello era il ricordo dell’incornata di una vacca che si era stufata delle violente percosse che Ignachi le infliggeva con un nodoso e nerboruto bastone.
La madre, disperata ed oberata di lavoro fino al midollo, doveva badare anche all’altro
figlio, un discolo di soli due anni… Non poteva di certo trascorrere la sua giornata tipo stando attaccata alle costole del perfido Ignachi. Inoltre c’era anche da considerare il fatto che suo marito Duncan, il padre di Ignachi, lavorava in città presso il canile comunale e tornava a casa soltanto per i fine settimana. La povera donna era sola…
Quando il “pater familias” faceva ritorno, di solito, si portava dietro la carne dei cani.Tutto faceva brodo... Il figlio maggiore riusciva a sentire il suo arrivo grazie all'odore rancido
dei cani e e del fetido sangue secco incrostato sui suoi vestiti.
Subito dopo veniva rigorosamente celebrato il grande e solenne rituale del pranzo al cospetto dell’intera famiglia. Quando erano tutti e quattro seduti attorno al tavolo, l'uomo brandiva
solennemente il coltello da cucina. Il silenzio si faceva palpabile, si materializzava come fosse un rito ecclesiastico, un arcano mai svelato. Con un urlo che non sembrava avere nulla di umano, assestava un feroce colpo di lama sulle mani della sua sposa e dei suoi figli che, inesorabilmente, andava a causare loro un copioso sanguinamento. Il piccolo non riusciva a resistere alle lacrime. Finiva sempre per
abbandonarsi ad un puerile, ma comprensibile, pianto, così che la madre era sempre costretta a zittirlo porgendogli il ciuccio. Ignachi adorava guardare quel liquido rosiccio scorrere lungo la sua mano, proprio mentre sorseggiava la sua bibita preferita. Naturalmente del buon vino rosso sangue…
“Non ci sará Succubo né Angelo che possa rapirci... Il nostro sangue é unito per sempre, e tale resterá... Nessuno potrá mai dividerci. Grazie al Fratello
Coltello saremo salvi dal peccato. Siamo noi i figli di padre Adamo, purificati da ogni peccato,” gridò Duncan, flagellandosi con un taglio sul corpo per ogni frase pronunciata. Poi tacque, e con un movimento becero, ma sicuro, prese a lanciare per tre volte il coltello contro il tavolo, sempre sullo stesso punto. Al centro dello stesso!
Solo in quell’istante, i commensali cominciarono a mangiare, esattamente, quando l’animo di ognuno era già stato svuotato dalla più piccola scoria del Male.
Quel fine settimana sembrava un po' diverso dagli altri. I tappeti di casa erano vecchi ed usurati.
Sonya aveva chiesto al marito Duncan di ripararli. O di sostituirli con altri nuovi…
“Vedró cosa posso fare,” rispose. “Forse una piccola opera di restauro …Ma può darsi che…”
Invece di un nuovo tappeto, la domenica successiva, Duncan riportò a casa un cane. Non era di razza. Si trattava di un bel bastardino rossiccio dagli occhi dorati, ma dotato di grandi e
possenti zampe.
Con un grido gutturale ordinò immediatamente a suo figlio Ignachi di raggiungerlo nel salotto.
“Ignachi, guarda cos'ho portato per tua madre!”
Il ragazzino guardò subito con poca simpatia il cane.
Ma allora è nostro questo cane?Da dove posso cominciare a prenderlo a calci?
Ignachi pregustava già di poter dar sfogo alla sua inaudita ed atavica crudeltà.
“Svelto, Ignachi, reggigli la testa, dai!”
Il ragazzino non si fece pregare. Afferrò la povera bestiola cingendgli l’intero braccio intorno al collo. Provò davvero una sorta di ribrezzo nel vedere quella lunga ed aspra lingua che
leccava affettuosamente la sua mano. Fece appena in tempo a voltarsi per accorgersi che suo padre aveva giá impugnato il coltello e, davanti i suoi occhi, si apprestava a sgozzare la povera bestia indifesa. Un grosso squarcio proprio all’altezza della gola del cane, si aprì all’istante. Il sangue inondò copiosamente il pavimento di legno, nonché le mani dei due carnefici.
“Mamma, perche papà si comporta in questo modo? Mi aveva sempre detto che non si devono seviziare le bestie…,” chiese più tardi, incredulo, Ignachi.
“Sono cani malatti, se ti mordono possono anche ucciderti,” rispose con convinzione la madre Sonya.
“Ma questo cane non aveva morso nessuno…,” ribatté il ragazzino, per nulla convinto.
“E’ sempre bene prevenire, figliolo!,” tagliò corto Duncan che aveva ascoltato quella discussione. “La sua morte è la tua vita. Adesso vieni qui e aiutami a portarlo fuori: prima
finiremo questo lavoro del cazzo, prima tua madre avrà il suo dannato tappeto!”
Il cane venne scuoiato nel giro di pochi minuti. Il coltello di Duncan era affondato nelle carni della bestiola con sapienza e dovizia. La stessa esercitata da un macellaio di
professione. Duncan era un artista, il vero sacerdote di Fratello Coltello…
La pelle del cane venne messa ad essiccare al sole. Vi rimase per una giornata intera.
“Ignachi!,” urlò mamma Sonya. “Portami il pollo! Tu sai quale…”
Il ragazzo non si preocupò nemmeno di proteggersi le mani. Mise il solo busto all’interno del pollaio, afferrò il pollo nero e lo portó alla madre. Sonya gli tirò il collo all’istante.
Sotto gli occhi del figlio. Quindi inizió a pelarlo.
“Mamma, ma quel pollo non ti aveva fatto alcun male…,” protestò timidamente Ignachi.
“Il pollo è nato per finire nel piatto,” rispose Sonya, che aggiunse: “Piuttosto, vai a lavarti le mani! Le hai sporche di sangue, sudicione!...”
Quella notte, Ignachi stentò a prendere sonno. Un pensiero fisso lo stava tormentando senza pause.
Inoltre dal pianterreno, sentiva provenire un losco brusio. Le voci sempre più distanti dei suoi genitori.
“Duncan...”
“Sì?”
“Sei così strano... così diverso… ma nonostante ciò, dopo molti anni di matrimonio, sono ancora al tuo fianco...”
“Dunque io sarei strano, eh? Allora dimmi per quale motivo stai ancora con me! Avanti!!!!”
“Semplice, amore mio: perché sono nata per finire nel tuo letto!!!”
Duncan, persuaso, chiuse gli occhi e sospirò: “Davvero un motivo valido…”
Lo fecero per tutta la notte.
Quel weekend trascorse in fretta. E iniziò così una nuova settimana. Tra compiti e ricerche scolastiche, nel ragazzo stava maturando un’idea, che riscosse peraltro il consenso di un vicino
di casa.
Ignachi accettò di buon grado l'invito a cena per la serata di giovedì, ricevuto appunto da quest’ultimo, tale signor Lagrotta. Decisero di comune accordo che, l’indomani mattino, si
sarebbero altresì recati insieme a caccia in montagna. Ignachi passò davvero una piacevole serata, soprattutto, per la presenza della figlia del vicino, Fabiola, sua compagna di classe ed amica, con la quale condivideva la stessa “passione” per gli animali…
Il signor Lagrotta insegnó al ragazzino a sparare con il fucile. Dopo che egli giudicò soddisfacente la sua opera di erudizione teorica, fece
immediatamente passare il suo giovane amico alla pratica. Ignachi, che non aspettava altro, puntò il suo fucile in direzione di un magnifico e regale daino che scorsero nonostante la fitta vegetazione boschiva. Mirò con la sicurezza di un veterano e fece fuoco con la destrezza e la rapacia di un predatore famelico. Il povero daino, raggiunto da un pallettone all'altezza dorsale, si accasciò a terra all’istante.
Esanime. Ignachi lo aveva centrato in pieno. Il più anziano insegnante non trovò di meglio che congratularsi col suo giovane allievo per i brillanti risultati raggiunti.
“Ora tocca a me,” annunciò il signor La Grotta, strappando il fucile dalle mani di Ignachi. Era impaziente di mostrare al pupillo la sua terrificante capacità balistica…
Mirò su un altro daino.
Sei mio…
Ma la figura di un cacciatore inesperto si interpose fra la linea di tiro e l’atterrito daino, che fuggì immediatamente grazie alla sua corsa agile ed elegante. Il vecchio non desistette.
Incurante della presenza di quell’uomo esplose tre colpi che raggiunsero al petto l’ignara preda. Quella umana. Il vecchio col suo classico incedere incurvato attraversò le erbe alte e si appropinquò verso il proprio trofeo di caccia.
Il ragazzo lo seguì senza alcun problema di sorta. Aveva già visto altre “carcasse”…
“Guarda, Ignachi, ho commesso un grave sbaglio! Di tanti animali che ci sono in natura, ho abbattuto quello peggiore! Sai figliolo, è un vanto poter uccidere qualsiasi altro animale
sparandogli di fronte… Ma quelli della stessa tipologia di questo esemplare che giace davanti ai nostri piedi, no! Quelli li devi ammazzare alle spalle! Freddarli senza pietà! E’ così che si fa, mio giovane ed inesperto amico… Devi sapere che essi non meritano di morire degnamente.”
“Ma signor Lagrotta... a casa mi hanno detto che non si deve far del male agli animali…”
“Anche noi siamo animali e ci procuriamo di continuo mali e dolori di ogni tipo. Come i conigli siamo in troppi… fra qualche decennio non ci saranno più scorte alimentari e prodotti per il
fabbisogno di tutti… Quindi…”
Mentre stava parlando, il signor Lagrotta sollevò il cadavere, lo spogliò dei suoi indumenti e lo squartò. Svuotò il corpo delle viscere proprio come si fa con i conigli e lo decapitò.
Quindi lo amputò delle mani e dei piedi oltre che dei genitali.
Questi sono ottimi per il mio vecchio cane…
Sezionò poi il resto del corpo. Lo tagliò allo stesso modo di come Ignachi aveva visto fare sua madre col malcapitato pollo di qualche sera prima.. Al termine aprì il suo borsone e lo riempì
delle varie parti sezionate. Cinicamente sputò un grumo verde di catarro che terminò la sua corsa a pochi centimetri da una macchia di sangue ormai assorbita dal molle terreno del bosco.
“Mi doveva il daino che non porterò a casa per cena. Ma é stata comunque una proficua caccia. E stasera consumeremo senz’altro una lauta cena. Cibo prelibato d’eccezione!”
Arrivó il sabato e con lui Duncan. Meno vivace del solito…
“Oggi non mi sento bene. Credo di essere un po' influenzato… Ho una tosse che non accenna minimamente a placarsi,” spiegò.
Sonya gli preparò un infuso alle erbe. Ma non sortì l’effetto sperato. I colpi di tosse incalzavano sempre più. Gravi problemi di respirazione incombevano minacciosamente sulla precaria
salute del momento del povero Duncan.
Come al solito venne celebrato il rituale del sangue. Mangiarono di gusto le vivande che la signora Sonya aveva cucinato e alla fine del pranzo ne approfittarono per riposare un po’ tutti
insieme intorno al tavolo.. Fu proprio in quel momento che Duncan pretese di dare un'occhiata ai compiti di Ignachi. Voleva avere la situazione completamente sotto controllo.
I figli vanno seguiti e “marcati stretti”…
Il ragazzino, imperturbabile, si allontanò per prendere i quaderni scolastici da sottoporre all’attenzione di suo padre. Ricomparve dopo un paio di minuti. Al posto dei quaderni stringeva
fra le mani il vecchio fucile del despota di famiglia.
“Voltati, papà,” ordinò Ignachi fecendo partire uno sparo in aria per far capire che il fucile era carico ma che soprattutto non stava affatto
scherzando…
Duncan rimase profondamente sorpreso.
“Che dici, Ignachi? Perchè dovrei voltarmi? Cosa fai con quell’arma? Mettila via! E’ pericoloso…”
“Adesso il gioco è cambiato. Ora non sei più il carnefice. La tua parte è quella del cane. Mentre io sono il giustiziere.”
Alla mattanza presenziò anche Sonya, attonita ed incredula per ciò che stava accadendo. Non fece
nessun tentativo di fuga. Era in un profondo stato di choc.
Finalmente Duncan ubbidì suo malgrado. Ma girò incautamente la testa per guardare Ignachi.
“Voltati completamente, cane! Non devi guardarmi! Non ne sei degno!”
“Se devo morire, voglio che sia per mezzo di Fratello Coltello.”
“Ci penserà Papá Fucile! Questo è il mio Gioco. Non il tuo. Quello è durato anche troppo….”
Un colpo di tosse del padre fece maturare un’altra cupa riflessione in Ignachi.
“Vedi, sei un cane malato,” sghignazzó il ragazzo. “Devo – curarti – ... papà.”
Di istinto, Duncan balzò dietro il divano per cercare un riparo che lo avesse potuto proteggere dai pallettoni del suo fucile. Ma quei colpi “certeri” vanificarono l’ultimo e disperato tentativo di sottrarsi al triste destino: non ebbe scampo.
Ignachi guardó con sdegno il corpo esanime di suo padre. Il suo espettorato salmastro andò a riempire la pozzanghera di sangue che faceva da contorno al cadavere. La lezione di Lagrotta era
stata assimilata con rara maestria. Quindi volse lo sguardo in direzione di sua madre, appena ripresasi dal profondo stato di torpore nel quale si era trovata fino ad allora. Il suono dei tre spari ne era la causa..
“Ignachi!! Cosa hai fatto?? Figlio degenerato!!!!”
“Nient’altro che il mio dovere,” rispose, puntando l’arma verso di lei. Ed aggiunse: “E giá che sei nata per stare nel letto di papá, lo
raggiungerai subito. Non puoi lasciarlo solo! Voltati!”
Due suoni sordi. Due colpi alla base del collo. E la donna spirò lentamente a fianco del marito.
Ma non era ancora finita. Afferrò l’ormai ex Fratello Coltello.
Voglio scuoiare questo cane malato… Un altro tappeto può sempre servire…
Ma Ignachi desistette quasi subito dal suo proposito. Sarà bene che chieda aiuto al signor Lagrotta…
Aprì suo padre dal torace fino all’ombelico. Non senza difficoltà… La corsa del coltello veniva sovente interrotta dalle poderose costole che formavano la struttura ossea dell’uomo.
Assai robusta, per la verità. Quel genere di lavoro risultò senz’altro più agevole sulla madre.
Gettò le loro viscere dentro un insalatiera. La ripose nel frigo ed assaporò avidamente il sapore del sangue ancora caldo, portandosi golosamente le dita alla bocca. Con la massima
naturalezza, sospinse i corpi fino a lasciarli seduti uno di fianco all'altro, appoggiati alla base del divano, decorato da artistici spruzzi vermigli. Poi andó in camera e prese il fratellino con i suoi giocattoli. Lo trascinò in salotto e lo mise a sedere su una delle poltrone. Non si sarebbe di certo mosso da quella posizione.
Stai buono lì…
Ignachi ne approfittò per uscire un po’ di casa. Andò di corsa a cercare Fabiola.. Non ci mise molto a raggiungere casa Lagrotta. Solo tre minuti. Non entro neppure dentro l’appartamento
dei suoi amici. Rimase sull’arco della porta. Impalato.
“Ehì, Fabiola, devi venire da me. Ho qualcosa d’importante da mostrarti.”
La ragazzina lo seguì in silenzio. Non parlava molto la piccola e graziosa Fabiola.
Giunti davanti all’uscio di casa sua, Ignachi aprì la porta ed entrarono. Il fratellino, inebetito, ma apparentemente tranquillo, sedeva proprio
di fronte ai suoi genitori massacrati.
“Ti presento mio fratello ed i miei genitori.” Silenzio…
Fabiola storse il naso, dispettosa. Sorrise beffardamente. Poi disse, sempre col sorrisetto malandrino:
“Non mi piaciono i tuoi genitori. Troppo silenziosi…. E maleducati! Non salutano nemmeno gli ospiti…”
Volse quindi il suo sguardo verso l’angolo della porta d’ingresso. Vi era ancora appoggiato il fucile di Duncan. Lo imbracciò impavida e lo rivolse verso il bambino. Un solo colpo che
disegnò una profonda voragine rossa sulla fronte del fratellino di Ignachi.
“Certi lavori vanno fatti come si deve. Non si devono mai lasciare scomodi testimoni. Almeno così dice mio padre… Lui sa tutto di queste cose.”
Prese allora per mano il piccolo amico ed uscirono dalla casa.
Solo allora Ignachi capì che quella bambina dai capelli neri come la pece e dallo sgurdo ambiguo, sarebbe diventata la donna della sua vita. Colei che era nata per finire nel suo letto. Almeno
fintanto che uno dei due non avesse subito la letale metamorfosi animale. Perché l’altro avrebbe di certo provveduto…
VERSIONE SPAGNOLA
"Ignaki, tesoro, no le pegues a los animales si no te hacen nada"
Esta sentencia el chico de 10 años la había escuchado mil veces en su infancia, y, la verdad sea dicha, no lo impresionaba tanto ya. Si su madre, Sonya, dueña de casa en
aquella casa campestre, no lo estaba mirando, él pateaba y lanzaba piedras a gatos, perros y pollos. A los 6 años era experto en tales artes gracias a un puñado de puntos que le habían colocado en el trasero, gracias a la corneada recibida de una vaca fastidiada con los golpes que Ignaki le daba con un bastón.
La madre, que debía cuidar a su otro hijo de 2 años, se decía que más no se podía hacer, vista la profesión de su marido. Duncan, el padre de Ignaki, era empleado de un canil en la ciudad y sólo venía en lo fine de
semana. Normalmente se traía la carne de los canes a casa, para guisar. Su hijo mayor lo veía entrar a casa con el olor rancio de los perros y la sangre seca en la ropa.
Luego venía el gran ritual del almuerzo. Cuando estaban los cuatro sentados a la mesa, el hombre tomaba el cuchillo de cocina con solemnidad. El silencio se hacía palpable,
como en un ritual de iglesia, o un arcano nunca visto. Con un grito inhumano, descargaba un golpe feroz sobre las manos de su esposa e hijos que invariablemente les hacía brotar sangre. El más pequeño lloraba, pero la madre lo hacía callar con el chupete. Ignaki observaba cómo el líquido rojizo corría por su mano y luego sorbía un poco de bebida.
“No habrá vampiro ni ángel que pueda tomarnos por sorpresa... Nuestra sangre está unida, y unida se quedará... nadie podrá dañarnos, gracias al Hermano Cuchillo estaremos a salvo del pecado. Somos los hijos limpios
del padre Adán” gritaba Duncan, haciéndose un tajo en el cuerpo a cada palabra. Luego callaba, y con movimiento certero arrojaba el cuchillo contra la mesa, siempre en el mismo punto, el centro exacto. Entonces su familia empezaba a comer, con el alma más ligera que al inicio.
Ese fin de semana era un poco distinto de los otros. Las alfombras de casa estaban un poco viejas, y Sonya se lo hizo notar a su marido. "Veré qué puedo hacer", le
respondió.
En vez de alfombra, llegó el domingo con un perro. No era de raza: un lindo quiltro de pelo rojo, ojos dorados y patas grandes.
Con un grito, invitó a u hijo a venir al salón.
“¡Ignaki, mira lo que le traje a tu madre!”
El muchacho miró con poca simpatía al enorme animal. ¿Por dónde empezaría a darle de patadas?
“¡Apúrate, Ignaki, tómale la cabeza ya!”
Tomó aquella gran cabeza, mirando asqueado esa lengua áspera que lamía su mano. Apena tuvo tiempo de voltearse cuando su padre ya había tomado el cuchillo en la mano y le daba un feroz tajo en el cuello del animal. La
sangre manchó las tablas del piso y las manos de padre e hijo.
- Mamá, ¿por qué hace eso papá si tú me has dicho que no se debe hacer daño a los animales?
- Son perros enfermos, si te muerden te matan.
- Pero este perro no había mordido a papá
- Es mejor evitar que lo haga – cortó en seco el padre. - Su muerte es tu vida. Ahora ven acá, ayúdame a sacarlo afuera: mientras antes acabemos, más pronto tendremos la alfombra para tu madre.
En pocos minutos el perro fue descuerado, y su piel puesta a secar al sol.
- Ignaki – llamó la madre – tráeme acá el pollo, ya sabes cuál.
El chico no se preocupó de lavarse las manos. Metiendo medio cuerpo dentro del gallinero, atrapó al pollo negro y se lo llevó a la madre. Entonces Sonya lo estranguló ante su
hijo y comenzó a pelarlo.
- Mamá, tampoco el pollo te había hecho daño.
- El pollo nació para acabar en el plato. - respondió Sonya. - Y ve a lavarte las manos, las tienes llenas de sangre.
Esa noche, a Ignaki le costó dormirse. Abajo, en el primer piso, sentía, lejanas, las voces de sus padres.
- Duncan...
- ¿Sí?
- Eres tan extraño... tan distinto y a pesar de eso todavía estoy contigo.
- Soy extraño, ¿eh? ¿Por qué crees que estás aún conmigo?
- Porque nací para acabar en tu lecho...
Ignaki cerró los ojos. ¿Sería una buena idea?
Ese fin de semana pasó pronto, y comenzó la nueva semana. Entre tareas y deberes escolares, el chico maduraba una idea, que fue aceptada por una persona ajena a su familia. El jueves por la tarde, Ignaki aceptó la
invitación del vecino, un tal señor Lagrotta, para ir de caza a la montaña. Su hija menor, Fabiola, era compañera de la básica y amiga suya: compartían el amor por la violencia.
El viejo Lagrotta enseñó al muchachito a operar el disparador, y cuando estuvo satisfecho de su pericia, le hizo hacerle los puntos a un magnifico ciervo. No quería otra cosa el chico: el tiro se alojó en el pecho del
ciervo, y el viejo lo felicitó con calor.
- Ahora me toca.- anunció.
Le hizo los puntos a otro ciervo, pero un cazador inexperto cruzó a través de la línea de fuego, espantando al ciervo. El viejo no cambió la trayectoria, y como si no lo hubiera visto, disparó tres tiros, matándolo.
El viejo caminó agachado por entre las hierbas altas, acercándose al cuerpo, con el muchacho tras él.
- Mira, Ignaki, hice mal. De los muchos animales que hay en la tierra, éste es el peor. Es un orgullo matar a un animal de frente, pero éste debes matarlo de espaldas. No merece una muerte digna.
- Pero señor Lagrotta... me han dicho en casa que no se debe hacer daño a un animal.
- Nosotros también somos animales, y nos dañamos continuamente. Como los conejos, estamos en sobrepoblación.
Mientras así decía, el viejo tomaba el cadáver, quitándole la ropa y abriéndolo en canal. Vació el cuerpo como si fuera un conejo, y le cortó cabeza, manos pies y genitales, echándolos aparte ("para mi perro")
El resto del cuerpo lo trozó como Ignaki recordaba haber visto a su madre cortar el pollo, luego abrió la bolsa y lo echó adentro pedazo a pedazo. Luego escupió de costado.
- Me debía pagar el ciervo que no llevaré a la cena Ma é stata una buona caccia lo stesso. Y esta noche habrá de todas formas una buena cena. -
Llegó el sábado y con él Duncan. Menos vivaz que de costumbre.
- Hoy no me siento bien. Creo que estoy un poco enfermo, tengo una tos que no me da tregua.- explicó. Sonya le hizo un té de hierbas, que tampoco le paró la tos.
El ritual de la sangre se desarrolló como siempre, se comió y luego se hizo una pausa para reposar por un momento. Duncan debía revisar las tareas de Ignaki, así que el chico desapareció para ir a buscar sus cuadernos.
Pero cuando reapareció no traía sus tareas, sino el fusil del viejo.
- Voltéate, papá.- e hizo un disparo al aire para demostrar que el fusil estaba cargado.
La reacción de Duncan fue de sorpresa.
- ¿Qué dices, Ignaki? ¿Por qué debería voltearme?
- Porque el juego ha cambiado. Ahora no eres tú el matador, sino el perro. Y yo el matador.-
Al disparo había acudido Sonya, que no hizo ningún tentativo para separarlos: parecía estar en shock. Duncan obedeció, girando la cabeza para mirar a Ignaki.
- Voltéate entero.
- Pensaba – susurró Duncan – que si debía morir me mataría el Hermano Cuchillo.-
- Lo hará Papá Fusil de todos modos.
Una tos del padre hizo que Ignaki reflexionara en voz alta.
- Entonces, eres perro y estás enfermo, ¿eh?- rió entre dientes el muchacho. - Yo te curo... papá.-
Por instinto, Duncan saltó para refugiarse en el diván, pero los certeros tiros cortaron su intento por salvarse. Ignaki miró el cuerpo exánime de su padre y luego su madre, salida del shock a punta de disparos.
- ¡¡Ignaki!! ¿¿Qué has hecho??
- Mi deber.- respondió él, apuntando los cañones sobre su madre.- Y ya que naciste para estar en el lecho de papá, te mandaré con él de inmediato. ¡Voltéate de espaldas! -
Dos tiros en la base del cuello y la mujer expiraba junto a su marido.
Para Ignaki aún no terminaba la misión. Tomó un cuchillo e intentó pelar a su padre, luego lo pensó mejor: debía pedir ayuda al viejo Lagrotta. Abrió a su padre desde el tórax hasta el ombligo con alguna dificultad: el cuchillo se detenía en las costillas. Fue más fácil proseguir con la madre. En una ensaladera, puso las vísceras y de ahí al refrigerador lamiéndose los dedos. Con naturalidad, empujó los cuerpos hasta dejarlos sentados uno junto al otro sobre un diván ensangrentado. Luego fue a su pieza y tomó a su hermanito con sus juguetes, sentándolo en el salón. Salió de casa y partió a buscar a Fabiola.
- Eh, Fabiola, ven a casa, quiero enseñarte algo.
La chiquilla lo siguió. Ignaki abrió la verja y entró. El hermanito, extrañamente tranquilo, estaba sentado frente a sus padres mutilados.
- Éste es mi hermano, y éstos mis padres.-
Silencio. Fabiola arrugó la nariz, despectiva.
- No me gustan tus padres. Son demasiado silenciosos.
Con frialdad, tomo el fusil de su padre y, con tiro seguro, disparó sobre el hermanito, matándolo.
- Si debías hacerlo de verdad, no tenías que dejar sobrevivientes. Así dice papá.
Entonces Ignaki comprendió que ésa debía ser su compañera. Hasta que uno de los dos se convirtiera en animal. Porque entonces, el otro debía acabar con su vida.