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DEMONI MERIDIANI

scritto da Leithe Ruthven

 

 

Nasha Maarade

Nasha Maarade

Leyda, rameneya

Foire condesterde

Nasha maara

Criieneenda[1]

 

È come un soffio continuo.

Il grido delle cicale che si interrompe allo spirare del vento.

Criieneenda.

Criieneenda.

Continuo a camminare sul prato, testa bassa, aspirando l’odore dell’erba morta, dell’erba marcia, che si distrugge sotto i miei piedi. Calpestarla ripetutamente, per vederla decomporsi, ormai senza più forza, dopo l’acqua giunta con l’ultima pioggia.

 

Una notte di vento, di grida e di timore.

Osservando il mio viso riflettersi sul vetro della finestra, contro il buio del cielo.

Vedere il mio volto sparire nella luce dei lampi. Per creare un nuovo viso, esterno, che rideva di me.

 

È appena passata l’una del pomeriggio. Non vi è nessun suono umano attorno a me. Solo il soffio del vento e il soffio delle cicale.

Mi chiamano, mi invitano, mi avvolgono del loro ritmo ossessivo.

Urlato.

Padrone degli alberi e della terra.

Padrone dell’estate e guardie dei demoni meridiani.

Nasha maara, criieneenda.

L’odore dell’umidità che sale dal terreno penetra nelle mie narici, e da lì a tutto il mio corpo; ovattando i pensieri, le reazioni, la mia stessa consapevolezza di questa marcia ininterrotta. Devo raggiungere l’albero distrutto dal fulmine. Quell’albero ha chiamato il mio nome quando dal cielo scendeva la brillante scarica elettrica. E da quella luce si è formato il volto che mi disse: Nasha maara, criieneenda.

 

Sinavenalo corhamya endori.[2]

 

Mi sfilo gli anfibi tenendoli per i lacci. Strisciano a terra, strappando i semi secchi dei fiori selvatici. Incastrandosi tra i rametti rotti e i gambi attorcigliati di chissà quali piante.

Intrecciate come nidi di animali inesistenti.

Come tele di ragni vegetali che ne cospargono il terreno in cerca di prede.

Mi fermo per togliermi anche i calzini, prima bianchi, ma ormai sporchi del verde umido e del fango non ancora seccato di cui è ricoperto tutto il prato.

Percepire la vita sotto di me con la pianta dei piedi.

Fastidio, brividi, timore di farsi male.

Strano senso di libertà.

Il sapere che l’unico modo di raggiungere l’albero è il comprendere perché è lì che è nato.

L’albero è la luce. La stessa luce che l’ha distrutto. L’albero è il senso di soffocamento dei torridi pomeriggi estivi. L’albero è fatto di cicale, che gridano parole sconosciute, di lingue non di questo mondo.

Ma che io so cosa significano.

E per questo devo andare fino all’albero nero.

 

La collina è sempre più vicina. Il prato fa ormai parte di me. Come un’immensa carogna che dopo essere bruciata, sia stata ricoperta di acqua, a fermentare.

La pioggia della scorsa notte non ha benedetto i campi secchi.

La pioggia della scorsa notte era l’acqua della tregenda, buttata sull’erba bruciata dal sole, per farla consumare da sé.

Criineenda.

Ossessivamente cicliche.

Ossessivamente ritmiche.

Silenziose e nuovamente pronte a gridare in coro.

Padrone degli alberi e della terra.

Abitatrici dell’estate.

Cicale.

Tra le foglie aghiformi dei pini marittimi. Lontane da tutto, invisibili, differenti dai grilli notturni.

Perché il giorno fa più paura nei campi del sud.

Il giorno fa più paura perché brucia.

Il giorno fa più paura a chi si nutre della notte.

Sinavena.

Sinavena.

 

Ora l’albero è di fronte a me. Distrutto ed aperto.

Quasi due enormi gambe rivolte al cielo.

Materne.

Da cui nasce il suono e il grido delle cicale.

Ancora, anche dall’interno della morte venuta dal cielo.

Vive.

Perché guardie dei demoni meridiani.

 

Mi distendo a guardare il cielo. Avvolta e sempre più stordita dal soffio continuo.

L’aria porta nuovo calore. L’aria porta nuovo calore e il sapore delle gocce di pioggia che risorgono dalla terra.

Fuggono, anche loro.

Nella pioggia qualcosa ha annunciato la sua presenza.

Nel suo svanire qualcosa inizia nuovamente a chiamarmi.

Nasha maara, corhamya endori.

La voce sussurra dolce queste parole al mio orecchio. Compenetrata dal vento. Accompagnata dal solito canto ossessivo.

La voce dolcissima e sempre più vicina.

Percepibile solo ad occhi chiusi. Mentre un sorriso perverso inizia a sorgere alle mie labbra.

- Mosiaendo foiro eide.[3]

Resto accecata dal sole e socchiudo nuovamente gli occhi.

Di fronte a me appare il contorno di un viso conosciuto.

- Foiro eide…

 

Tutto si fa silenzio.

Solo il vento continua a soffiare. E nel vento la creatura prende forma. La dama dell’albero. La signora delle cicale. L’anima dei pomeriggi d’estate.

Colei che porta l’allucinazione.

Colei che porta il sonno estivo.

Colei che si impossessa e si nutre dei sensi umani.

 

Il demone meridiano.

 

Mi abbandono al suo abbraccio.

Succube.

Tutto ciò che provo è il desiderio puro. La materialità della carne. Lo spossamento e la dolce agonia dell’ora infausta.

Morire tra le sue braccia.

Morire del puro piacere.

Soffocante.

Nel calore.

Sotto l’albero nero.

La madre delle cicale.

 

E solo quando il vento smetterà di soffiare, guardando il mio corpo nudo e i capelli tinti di viola incollati dal sudore al mio corpo, cullata dal grido dell’estate torrida, mi addormenterò accoccolata sull’erba.

Aspettando che qualcuno cerchi l’amante del demone meridiano.

 

______________________

 

[1] Piccoli corpi
Piccoli corpi
Crudeli, abbandonate
Il vostro pudore infantile
Piccolo corpo
Lasciati andare
[2] Nel giorno del sole vieni da me
[3] Eccomi amore mio

 

 (copyright by Leithe Ruthven )

 

 

RACCONTO SELEZIONATO (16° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2002

 

 

 

LEITHE RUTHVEN

Sono nata a Mestre (VE) a fine 1981.

Frequento il corso di laurea in Tecniche Artistiche e dello Spettacolo presso l'università di Venezia, con l'interesse particolarmente rivolto al cinema e alla drammaturgia.

Non ho generi letterari favoriti, ma quando scrivo preferisco sviluppare racconti onirico-visionari o "catartici" (dove visualizzo i miei possibili futuri negativi).

 

  

 

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