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IL DIARIO DELLO STRIZZACERVELLI scritto da Tatiana Chessa
MARTEDì 30 GENNAIO 2001 Oggi è venuta Anna. Attualmente la vedo dalle due alle tre volte alla settimana. Dice che non si può permettere di buttare via tanto tempo! Buttare via? Ma come fa a parlare di “buttare via?”. Non si accorge di quanto abbia bisogno di me? Come fa a non rendersene conto? Povera ragazza! Cosa le sarà mai successo per
renderla così fragile, così vulnerabile? Mi parla di tristezza. Dice di essere triste. Dice di essere disperata. E lo è, disperata. Vedo la malinconia nel suo sguardo: i suoi occhi parlano e raccontano di mondi che non possono esistere. Raccontano di might-have-beens, come dicono gli inglesi: cose che avrebbero potuto essere e che mai saranno. E lei lo sa, che mai saranno. Per questo non mi è facile aiutarla,
perché a 27 anni è delusa, rassegnata e non ha voglia di combattere. Sta a me, ora, farle venire voglia di lottare e di risalire per trovarsi sulla cresta dell’onda, per abbandonare il fondo del mare dove giace in questo momento, spossata, incapace di muoversi e di liberarsi, terrorizzata, confusa. Paralizzata! Ma si lascerà aiutare? Ed io sarò in grado di farlo? h. 18.45 Tu sei triste. Ed io? Vorrei essere un gigante, per potermi accucciare, raccoglierti da terra nelle mie mani chiuse a cupola e sollevarti fino al cielo, dove l’aria, dove tutto è più pulito. Lassù sentiresti solo una brezza fresca che ti scompiglierebbe i capelli. Lassù , libera e felice nel blu, torneresti a far udire la tua stupenda risata, quella forte e spensierata di bambina,
accompagnata dal rossore di guance e dal luccichio negli occhi. E allora io, quale gigante imbranato, sarei felice di averti sollevata, di averti allontanata da questo mondo di brutture, di bugie e di sensazionalismi, per liberare te ed il tuo candore, per regalarti un viaggio tra le nuvole di panna
montata. VENERDì 2 FEBBRAIO 2001 Mia moglie ha interrotto le mie riflessioni. Eppure sa che non mi piace essere interrotto quando lavoro. Possibile che non lo capisca? Ho in mano la vita delle persone, io. E lei che fa? Entra bella tranquilla per posarmi un bacio sulla
guancia e chiedermi: “Cosa vuoi per cena?” -COSA VOGLIO PER CENA? MA STAI SCHERZANDO??? TI SEMBRA DI INTERROMPERMI PER UNA CAZZATA DEL GENERE?- vorrei risponderle. Ma non lo faccio. Mi limito a guardarla e a rivolgerle un sorriso stanco (ma lei non si accorge che sono stanco, NON SI ACCORGE MAI DI NIENTE!!!) e le rispondo: “Quello che preferisci, cara, non c’è problema.” Se ne esce tutta soddisfatta di
avere un marito tanto accomodante e comprensivo. IDIOTA!!! Ma eccomi qui, finalmente solo con i miei pensieri (che frase trita!). Anna. Anna: due labbra sottili, un sorriso spento. Anna: due occhi azzurri, un arcobaleno in bianco e nero. Cos’ avrà quella ragazza? L’ ho vista solo otto volte, per ora, ma sono state sufficienti per rimanere coinvolto. E’ così difficile rimanere esterni alla situazione, a volte. Ma io, io dovrei riuscirci. Dovrei, appunto. Perché non credo di poterlo fare. Ci sarà una pentola d’oro sotto quell’arcobaleno in bianco e nero? Io credo di sì. Riuscirò a portarla alla luce? Non lo so. Dio, questo dubbio! Quest’incertezza che mi attanaglia! Questo senso di colpa! Ma cosa mi hai fatto, Anna? Cosa mi hai fatto? E perché? Perché sei venuta proprio da me? Anna, Anna … E CHE CAZZO VUOLE ORA?- “Sì, sì, la carne va bene”. MARTEDì 6 FEBBRAIO 2001Oggi mi ha parlato di uno sogno strano, ricorrente. Le ho detto che non era il caso di parlarne, per ora. Prima devo cercare di conoscerla meglio, devo aspettare di avere un quadro sufficiente della
sua psiche, che mi permetta poi di poter analizzare con obiettività il contenuto del suo sogno e il modo in cui lo ricostruisce. L’interpretazione dei sogni, si sa, si basa molto sul modo in cui il soggetto li racconta, perché questo rivela come leggono se stessi, come ragionano, come danno forma a idee e sensazioni. Ho sicuramente bisogno di ulteriori elementi, ma credo di essermi fatto un’idea abbastanza precisa di come Anna percepisce se stessa nella realtà, di come si relaziona all’ambiente che la circonda. Si sente come una foglia morta,
trasportata e sballottata dal vento in mille direzioni, senza un punto di arrivo, senza una meta, senza una tregua: ogni volta che sta per posarsi al suolo il vento la risolleva e la fa girare su se stessa, portandola in giro per il suo mondo senza darle la possibilità di conoscerlo, di toccarlo. Vive la sua vita come se non fosse l’interprete, ma una spettatrice seduta in una sala vuota e buia. Osserva ciò che avviene sul palcoscenico con poco interesse, ma è legata a quella sedia e costretta a sopportare il buio, il freddo e la
solitudine della sala. Su quel palco qualcuno recita una tragedia incomprensibile e poco interessante. E solo ogni tanto si rende conto che quella tragedia è la sua vita, e allora prova ad alzarsi, cerca in tutti i modi di raggiungere la scena, ma non ci riesce. Non può. Allora trascina la sedia e se stessa fino al bordo del palco, per cercare di intervenire in qualche modo, ma quando è arrivata il sipario si
chiude, come per la fine di un atto. Quando si riapre, si è già dimenticata che quell’incomprensibile, grottesca tragedia è la sua vita. Non ha più voglia di intervenire, non ha nemmeno più voglia di pensare cosa c’è fuori dalla sala buia e fredda, fuori dalla sala silenziosa dove qualcuno recita qualcosa. Che non le interessa. VENERDì 9 FEBBRAIO 2001 Sembrava una bambina, oggi. Triste ed indifesa. Se ne stava rannicchiata su quella sedia (non vuole mai usare il lettino), come se non volesse occupare troppo spazio, come se pensasse di non meritarlo.Era tutta attorcigliata su se stessa. Teneva le gambe accavallate, le braccia conserte, le
mani strette in un pugno senza forza. Segno di non disponibilità verso l’altro. Ha paura di me. Perché ha paura di se stessa. Sa che io potrei prenderla per mano e condurla nel buio della sua mente, accendere una candela e farla spaventare a morte. Non vuole vedere. Ha paura di vedere. Nella sua infanzia dev’ esserci stato un trauma che la sua mente ha correttamente
provveduto a rimuovere. E probabilmente quel sogno ricorrente è la chiave, la cima dell’ice-berg. Ma non è ancora giunto il momento di afferrarla, quella chiave. E’ ancora molto spaventata e non si fida di me. Perché non ti fidi,Anna? Non lo capisci che io voglio aiutarti? Ma sì che lo capisci, lo so. So anche che è difficile lasciarsi andare. Ma vedrai, il tempo ti spingerà da me; lascerai che io mi avvicini e che ti riporti in superficie, dopo averti aiutata a sondare
il fondo e a non averne più paura. La confusione e la paura che provi in questo momento svaniranno. E tu mi sarai grata. Tanto grata che forse… MERCOLEDì 15 FEBBRAIO 2001 Oggi mia moglie è andata a parlare con i professori di Marco! Dicono che si è picchiato con un suo compagno e che manifesta evidenti disturbi comportamentali. Ma che cazzo ne vogliono sapere, loro, di disturbi comportamentali!!! Gli ho parlato, prima, e ha detto che il suo compagno lo prendeva in giro e lui si è sentito in dovere di
suonargliele. Gli ho detto che non avrebbe dovuto, che avrebbe dovuto dimostrarsi più maturo di lui ed ignorarlo o, al limite, rispondergli a parole. Ma ho fatto uno sforzo sovrumano per non dirgli che era un buono a nulla, che si era fatto pestare da un piccoletto. Mi sono dovuto mordere la lingua per non dirgli che era una femminuccia e che non era degno di essere mio figlio. Anna, invece! Se lei fosse mia figlia, saprebbe come comportarsi. Lei è così dolce, così attenta, così… ricettiva. Se lei fosse mia figlia non avrebbe questi problemi ed io non sarei costretto a prendermi cura di un’idiota che
assomiglia a mia moglie. Non li sopporto più, quei due. VENERDì 23 FEBBRAIO 20001 Durante le ultime tre sedute Anna ha iniziato a sciogliersi. Ieri mi ha anche rivolto un dolce sorriso. A volte, in quell’arcobaleno in bianco e nero che è il suo sguardo,mi sembra di poter quasi scorgere un colore. Forse sarà solo un
illusione, ma credo che stia iniziando a fidarsi. Lei sa che non sono uno di quelli che lavorano solo per soldi. Ci metto passione, io, nel mio lavoro. Tanta, tanta passione. Vivo per il mio lavoro. Ed ora vivo per Anna. Per aiutare lei a vivere di nuovo, o forse per la prima volta. Oggi sono addirittura riuscito a convincerla a sdraiarsi sul lettino; sì, sembrava che fosse distesa su una lastra di ghiaccio tanto
era immobile e rigida, ma è comunque un passo avanti. Non l’ ho ancora convinta, però, a chiudere gli occhi. Credo che abbia paura di chiuderli, per via di quel sogno ricorrente. Ma tra qualche giorno, piccola Anna, saprò di quel sogno. Vedrai che risolveremo tutto. Ma non ancora. Prima devi fidarti di me. Ciecamente. DOMENICA 25 FEBBRAIO 2001 Quella cretina di Susanna ha preteso che l’accompagnassi alla festa di carnevale organizzata dalla scuola di Marco per alunni e genitori. Che palle! E che casino. Tutti quei dannati ragazzini che correvano per la palestra tirandosi
coriandoli e spruzzandosi la schiuma da lattine che tenevano nascoste dietro all’avambraccio, per paura che i loro insegnanti gliele requisissero. Sì, come se quelli stessero dietro a loro. La prof. di ginnastica flirtava con quello di disegno e quelle due racchie di Fisica e di Filosofia non facevano altro che sparlare di questo e di quello e raccontarsi le varie cazzate fatte dagli studenti. Una raccontava di
aver visto Stefania in bagno che piangeva per Giovanni, quello della Terza C. L’altra ribatteva che aveva sempre creduto che Stefania fosse persa per Jacopo, quello della Terza D. MA FATEVI I CAZZI VOSTRI, DICO IO! E poi dicono che mio figlio ha disturbi comportamentali. Loro, piuttosto! Che poi che disturbi comportamentali vuoi che abbia, quello lì! Si fa pure prendere a botte da un piccoletto che è più basso di lui. E mia moglie che sorrideva felice, che si complimentava con Grazia (la bella moglie di quel buffone che fa l’idraulico) per il suo vestito nuovo. E quella rispondeva “Bello, vero? L’ ho comprato in quel nuovo negozio in centro…”. Non ne potevo più. Solo a ripensarci mi sembra di impazzire. Ma chi ha reso così stupide tutte le persone di questo mondo? Possibile che io sia l’unico con un po’ di sale in zucca? Ma forse non sono proprio l’unico. Forse Anna è come me. Lei non si preoccupa certo dei vestiti nuovi! E’ così semplice e dolce, lei. A volte passa un velo di rossetto sulle labbra, ma solo perché sono così piccole che, senza, non si vedrebbero. Stamattina, per esempio, indossava un paio di jeans e un bellissimo maglioncino azzurro che si intonava con i suoi occhi
stupendi. Se solo avessero un po’ più di vita, quegli occhi. MARTEDì 27 FEBBRAIO 2001 Mi è sembrato che mi sorridesse in uno strano modo, oggi. Per un attimo mi è quasi sembrata felice, sicura di sé e del suo fascino. Da quando sono tornato Susanna non ha ancora smesso un secondo di borbottare che quando sono a casa sto sempre a scrivere sul mio maledetto “diario dello strizza cervelli”. Lo chiama così:
diario dello strizza cervelli. Povera sciocca! Crede che io annoti su quest’agenda ciò che mi raccontano i miei pazienti. In un certo senso, forse, può anche aver ragione; ma questo per me non è solo uno strumento di lavoro; è una valvola di sfogo, un amico a cui affidare, ogni tanto, i miei pensieri. Nonostante ciò è quasi ovvio che spesso finisca per essere una sorta di rapporto sui miei pazienti, in quanto sono proprio loro che danno senso alla mia vita. Non certo la mia cara mogliettina, la cui bellezza ha ormai perso significato.
Per non parlare di quel fesso di mio figlio. I miei pazienti meritano tutta la mia attenzione; essi sono come gemme preziose coperte da millenari strati di polvere ed io, con delicatezza, rimuovo quella polvere e restituisco loro lo scintillio. Anna, infatti, è come un bellissimo zaffiro chiuso in uno scrigno sul fondo del mare. Lo riporterò alla luce. Puoi starne certa, Anna, tornerai a brillare. MERCOLEDì 28 FEBBRAIO 2001 Così non va bene, Anna! Ti stai allontanando da me. Non va bene. Credi di poter uscire da sola da questa situazione? Be’, se è così ti sbagli. Molto. Ma in fondo lo sai anche tu, no? Perché sento che sto perdendo la tua fiducia? Perché?
Se questo è quello che vuoi, allora è venuto il momento che tu mi racconti il tuo sogno. Aspettavo solo che la tua fiducia in me fosse completa, ma se invece di aumentare diminuisce, allora… Se
la psicologia spicciola non fosse così diffusa, potrei fare meglio il mio lavoro! Tu, per esempio, non avresti fatto pressioni per raccontarmi il tuo sogno ed io avrei avuto tutto il tempo necessario. VENERDì 2 MARZO 2001 Che sollievo! Fortunatamente mi sbagliavo. La tua fiducia in me è inalterata. L’ ho capito appena sei entrata nel mio studio. Con passi lenti ed un po’ trascinati, che tradivano sì paura, ma anche rispetto. Ti muovevi in modo composto,
elegante. Poi ti sei seduta. Gli occhi, rivolti verso il basso, non salivano mai ad incontrare i miei. Le mani ferme, posate in grembo, allacciate l’una all’altra. Hai ancora paura, ma il tuo rispetto per me continua a crescere, così come la tua fiducia. Ci muoviamo
molto lentamente, ma la direzione è quella giusta. Per fortuna. Per un attimo, ieri, temevo di aver perso il controllo della situazione; e questo non deve accadere. Mai. MARTEDì 6 MARZO 2001 Ti ho esortata a parlare e la tua voce sembrava quella di una bimba che ha paura del mondo. Ho cercato di infonderti un po’ di sicurezza, ma ho ottenuto solo un pianto sommesso; dapprima una lacrima solitaria ha rigato il tuo volto, poi sono
iniziati i singhiozzi. Infine il pianto è divenuto completamente silenzioso; ed immobile. Le spalle non si sollevavano più, il respiro era calmo e regolare. Solo un continuo fluire di lacrime sul tuo volto bellissimo; come te, erano silenziose, rispettose, quasi timide. Ti ho chiesto di lasciarti andare, di lasciare che il dolore trovasse la sua naturale via d’uscita. Ti sei limitata a tacere,mentre le lacrime continuavano a scendere, imperterrite ed inesorabili. Mi sono alzato e sono andato alla finestra.
Ho guardato fuori: un cielo terso e limpido. Poi, a passi lenti, sono venuto verso di te ed ho posato una mano sulla tua spalla. Ti sei irrigidita, ho sentito i muscoli contrarsi. E allora mi sono accorto di quello che avevo fatto. Non avrei dovuto toccarti. Non avrei dovuto. Spero che questo non complicherà le cose. Perdonami. Non volevo. MERCOLEDì 7 MARZO 2001 Susanna mi ha supplicato di accompagnarla a trovare i suoi genitori. Vorrebbe partire venerdì sera; le ho detto che ci devo pensare. Poi ha fatto una scenata, ha iniziato ad urlare che devo assolutamente accompagnarla, che al fine
settimana non ho impegni di lavoro e che, per una volta, potrei anche accontentarla. “Stiamo scherzando?-le ho detto- io non devo fare proprio niente! Se ho voglia di venire vengo, altrimenti ci vai da sola!”. Ma non si può ragionare con quella donna. Ha iniziato a piangere, a dire che non ce la fa più, si accorge di non contare più nulla per me. Hai ragione, non conti nulla – avrei voluto
risponderle! Invece ho cercato di rassicurarla, ma poi ha ripreso ad insistere affinché io la accompagnassi, ha ribadito che era passato un anno, ormai, dall’ultima volta che avevo visto i suoi genitori e loro si chiedono perché! Non ho risposto. Ho preso il mio bicchiere di scotch e sono venuto nello studio; ho girato la chiave nella toppa e ho iniziato a scrivere. D’altronde, cos’avrei potuto dire? Che quei
due vecchi mi mandano in bestia? Che le loro attenzioni mi infastidiscono e le loro chiacchiere mi annoiano? Che non ne posso più di sentir raccontare sempre le stesse storie e di essere costretto a guardare quelle vecchie fotografie? Ho una vita, io. Loro no, l’ hanno già avuta, la loro vita, e ora vogliono portarsi via il mio futuro riportandomi continuamente nel passato. Che ci vada da sola, a trovarli. A me
non interessa. Anna, grazie al cielo, si è comportata come se non fosse successo nulla, ieri. Ha interpretato il mio posarle la mano sulla spalla come un gesto di
conforto, di protezione. E’ una cara ragazza, Anna; così semplice; così ingenua, a volte. Ma è proprio questo che la rende speciale. MARTEDì 13 MARZO 2001 Finalmente ho lasciato che mi raccontasse il suo sogno. Cercherò ora di descriverlo nel modo in cui me lo ha riportato, cercando di usare le sue stesse parole; così, in qualsiasi momento, potrò rileggere e avere sotto mano le sue parole.
Avrei potuto registrarla, certo, ma non me lo ha permesso. Ha detto che preferiva non essere registrata. Chissà perché! Questo, più o meno, è ciò che ha raccontato: “E’ un sogno ricorrente. Mi capita di farlo in media quattro volte ogni settimana. Mi rendo conto che potrà non sembrarLe così terribile da giustificare il mio comportamento ed il mio stato mentale, ma, La prego, cerchi di essere
comprensivo e di mettersi nei miei panni. Ogni volta mi sveglio con il fiato corto e gli occhi arrossati e, per tutta la giornata, il ricordo di quella stanza mi perseguita. E quel lamento… E’ come se, ogni volta, io fossi catapultata in quel dannato sogno; non riesco più a concludere nulla. La mia mente inizia a vagare ed o mi sento imprigionata, non riesco ad
allontanarmi da quel pensiero. Le mie colleghe, in ufficio, si prendono gioco di me; dicono che spesso ho un’aria assente e che se non fosse per l’espressione crucciata che assumo in quei momenti, crederebbero ce io fossi innamorata. Beate loro, che ridono e scherzano come se niente fosse! Io sono perseguitata: in ogni momento, in ogni luogo, mi può capitare di udire quel lamento e allora mi prende freddo ed ho
paura; assumo quell’espressione che loro definiscono crucciata, ma è un smorfia di paura, la mia. Di solitudine. Mi sento come se il mondo mi avesse chiusa fuori dalla porta e tutti gli esseri umani, sordi, non udissero i miei lamenti, le mie richieste d’aiuto. So che tutto questo Le potrà sembrare assurdo, ma se non ne parlo con Lei… con chi altro posso parlarne? E Lei mi deve aiutare, la scongiuro, mi aiuti
ad allontanare da me questo dannato sogno. La prego!”. Allora io le ho detto di stare tranquilla, cha avevo capito, ma che lei doveva raccontarmi il suo sogno invece di raccontarmi i suoi effetti, perché per quello c’era sempre tempo. Mi sembrava che stesse cercando di guadagnare qualche minuto
per mettere in ordine le idee, che stesse (deliberatamente o inconsciamente) cercando di rimandare il momento che tanto aveva atteso e temuto. Sembrava voler in qualche modo distaccarsi da se stessa, parlare di sé dall’esterno. Razionalizzando. Le ho detto che doveva descrivermi il sogno e che doveva farlo cercando di utilizzare un narratore in prima persona, perché mi sarebbe stato utile. Poi ha iniziato. Io… sono chiusa in quella stanza. E’ piccola e buia. Ho freddo. Sono seduta per terra, con la schiena appoggiata al letto. Io… fa tanto freddo. Tanto. E sono sola, come sempre. Sento delle voci. Sono voci di bambini che giocano, voci allegre, piene di vita e di speranza. Ma io non le sopporto. Mi copro le orecchie con le mani, ma è inutile. Il vociare allegro si trasforma in un suono tetro sempre più forte, quasi assordante. Inizio a cullarmi a destra e a sinistra, abbracciandomi le gambe strette al petto. Ho tanta paura, tanta voglia si scappare. Poi entra una donna bellissima, con un sorriso luminoso e i lunghi capelli dorati che le ricadono sulle spalle. Non sento più freddo, mi sento protetta, al sicuro. Sento le mie labbra schiudersi in un flebile sorriso; poi la donna bellissima cammina verso di me, si china e mi chiama per nome: “Anna- mi dice- vieni fuori con gli altri? Ti stanno tutti aspettando”. Ma allora il suo dolce sorriso si trasforma in un ghigno, la mano dalle dita lunghe e affusolate che ha appoggiato sulle mie ginocchia diventano come gelidi artigli, assetati di sangue e violenza. Stringe il mio ginocchio in una morsa indissolubile, mi fa male. Inizio ad urlare. Urlo sempre più forte, piango, cerco di divincolarmi da quella stretta, ma non me lo permette. Lei stringe, stringe… Io urlo… Ho paura. Ma lei è contenta della mia paura. Le piace, quando ho paura. Molla la presa dal mio ginocchio e tenta di cingermi le spalle. Ma io la mordo e sento il sapore del suo sangue, caldo e delizioso, riempirmi la bocca. Lei urla: il ruggito di una tigre colpita da una pallottola. “Maledetta! – mi urla- ma non finisce qui, puoi starne certa”. Si alza e si allontana, mormorando qualcosa a mezza voce. E’ solo in quel momento che il mostro scompare ed io vedo ancora quei lunghi, morbidi, soffici capelli biondi. E allora mi dispiace e piango. Sono una bambina cattiva. Sono una bambina cattiva. Sono una bambina cattiva. Sono una bambina cattiva. Sono una bambina cattiva...
***
Continuo a ripetermelo, che sono una bambina cattiva. Forse per questo nessuno mi vuole. Forse per questo quel signore mi punisce. Forse mi punisce perché sono una bambina cattiva. Forse mi punisce perché faccio male a Laura. Forse per
questo nessuno mi vuole. Per questo starò sempre qui in questa piccola stanza, sola. Allora mi guardo intorno e mi accorgo che la stanza non è poi così buia come mi sembrava. Sento nuovamente il vociare degli altri bambini. Non fa poi neppure tanto freddo. Farai meglio ad abituartici, mi dico, sì, perché nessuno ti tirerà fuori da qui. E la colpa è tua. Che sei cattiva. Antipatica. E fai male alla
bella Laura. E che quando quel signore ti punisce, piangi. Eppure lo sai che non devi piangere, no? Lo sai che se piangi lui si arrabbia e ti mette la sua mano sulla bocca, perché se no disturbi gli altri. Lo sai, no?, che se piangi lui ti fa ancora più male. Lo sai che si arrabbia e allora sono veramente guai. E poi lo sai che quella è la giusta punizione perché sei antipatica
e cattiva. La giusta punizione perché ti lamenti sempre e mordi Laura. La punizione giusta perché picchi gli altri bambini e rompi i loro giocattoli. Abituatici, Anna, perché da qui non esci. Allora mi alzo. Vado verso la porta. Sento dei passi. Riconosco il loro suono: è lui, perché solo lui trascina la gamba sinistra a quel modo. Solo lui fa quel rumore. La paura mi assale ancora. E’ lui. Lo sapevo che sarebbe arrivato. Così imparo a mordere Laura, che è così brava. Sì, ora lui verrà qui, mi metterà quella grossa mano sporca sulla bocca e poi… E poi farà quello che fa sempre. Ma la
colpa è mia, che sono cattiva. Me lo sono meritata. Intanto lui si avvicina, sempre di più. E ricomincio a sentire quella puzza che esce dalla sua bocca. Sorride e tra le sue labbra ci sono due file di denti gialli e storti. Ma lui sorride, non gliene frega niente di avere i denti gialli e storti, perché lui non deve piacere alle donne: quello che vuole se lo prende con la forza. E non dalle donne, ma dalle
bambine. Così si avvicina, in un attimo è davanti a me ed io non vedo più niente, perché è un omone, uno che peserà almeno 150 chili. Ed io non vedo più nulla. Oscura la già poca luce che c’era. Mi preme la mano sulla bocca, e poi… poi…. Qui si è interrotto il racconto di Anna. Ha iniziato a piangere. La rabbia è affiorata. Nella sua dirompente forza. Non era più il pianto sommesso e silenzioso di qualche giorno prima. Era un ininterrotto urlo di disperazione, una presa di
coscienza che quello non era solo un sogno, ma un ricordo. Chissà perché non se ne era mai accorta, prima! Solo quando me l’ ha raccontato ha capito che quella bambina spaventata era lei. Le ho chiesto se lo avesse mai raccontato a qualcuno, quel sogno. Ha detto di no. Le ho chiesto perché. Ha detto che si vergognava. Che non capiva cosa significasse e aveva paura che la gente la prendesse per una malata di
mente che faceva fantasie pedofile. Ha detto che ha sempre sentito dire che una delle funzioni dei sogni è quella di farci vivere, per lo meno virtualmente, ciò che la nostra morale, la morale imposta dalla società, ci fa rifiutare. Come una valvola di sfogo, insomma. Le ho chiesto se era convinta di quello che stava dicendo. Ha detto di sì. Ha detto che non ha mai raccontato a nessuno quel sogno perché aveva
paura di essere scambiata per una pedofila. A lei non l’ ho detto, ma in realtà non l’ ha mai raccontato a nessuno perché sapeva che se l’avesse fatto avrebbe capito che quello non era un sogno, ma un ricordo. Ma glielo dirò la
prossima volta. Forse. SABATO 17 MARZO 2001 Oh, Anna! Come possono esistere persone così diverse al mondo? Tu così sola, piccola, impaurita e poi, dall’altra parte, quell’idiota di mia moglie. Già. Stamattina non fa altro che urlare! Credo che possano sentirla anche i vicini,
senza troppo sforzo. Ce l’ ha con quell’altro che lascia la roba sporca tutta buttata sulla sedia. Dice che se non ci pensasse lei a levarla quella roba starebbe lì per dei mesi o forse per sempre. Ma a me cosa interessa? Cosa vuole che me ne freghi di un moccioso che lascia i suoi pantaloni sulla sedia? Nemmeno se fosse un peccato capitale! Già me lo vedo, quel Dio che sta lassù, quando, il giorno del
giudizio universale, chiama Marco e gli dice che non avrà la salvezza eterna perché quando era un ragazzino lasciava le cose buttate sulla sedia. Quanto è stupida! Ma che si arrangi. Ho altro a cui pensare, io. Anna, per esempio. Anzi, soprattutto. Poverina! E’ vero, ce ne sono centinaia e centinaia di bambine che hanno subito la stessa violenza. Ma delle altre non mi importa. Solo per lei io soffro. Perché è per lei che vivo. E che sopporto. Ieri le ho spiegato, con calma, che aveva
sempre saputo che quello non era solo n sogno, ma un ricordo. Per questo non aveva mai raccontato niente a nessuno. Per paura di doverlo poi ammettere con se stessa. Ha riconosciuto che probabilmente avevo ragione. Ha detto che da un certo punto di vista si sentiva meglio, ora che era sicura che quel sogno evocasse una paura e non un desiderio. Le ho domandato se si sentiva responsabile per quello che le avevano
fatto. Ha risposto con un piccolo cenno del capo, mentre le lacrime iniziavano nuovamente a rigare il suo volto. Ho lasciato che piangesse. Mentre apriva la porta le ho detto: “Anna, non è tua la colpa, ricordalo!”. Mi ha rivolto un debole sorriso e se ne è andata. MARTEDì 20 MARZO 2001 Tutte le donne che hanno subito violenza da bambine tendono a pensare che la colpa sia loro. Cioè, non proprio tutte, ma la maggior parte. E chi lo sa, magari hanno anche ragione! Se Anna non avesse avuto quei bellissimi occhi, chi lo sa,
forse quel dannato omone non l’avrebbe toccata. Se i suoi capelli non fossero stati così morbidi e luminosi, forse lui l’avrebbe lasciata in pace. O per lo meno si sarebbe stufato molto presto. Invece ha perseverato per anni e anni. Fino a quando lei non ne aveva 18 e lui non era orami nient’altro che un grasso, spregevole uomo zoppo che lavorava come giardiniere in un orfanotrofio. Fino a quando orami si era
fatta donna, ha continuato ad abusare di lei. E sempre nello stesso modo: mettendole la sua grossa mano davanti alla bocca. Continuava a violentare la bambina, lui, non la splendida ragazza che probabilmente orami si trovava davanti. Intanto lei si era fatta di pietra. O forse di gesso. Non lo so. Certo, quello era un bastardo,
ma in fondo lo capisco anche. Come si può non desiderare qualcosa di tanto bello? Sì, Anna: come vorrei che tu fossi mia. Mia per sempre. Mia e basta. Solo mia. Invece no!!! Eh, BRUTTA PUTTANELLA??!? Bastarda! Io ti curo, ti ascolto, soffro per te, soffro con te, solo per te ed in te trovo la forza di andare avanti in questa schifezza di vita. VITA, la chiamano! Quattro stramaledette lettere che da
molto tempo non avevano più alcun significato; fino a quando non ti ho incontrata. Fino a quando non sei entrata nel mio studio e mi hai chiesto aiuto. Ed io, maledetta ingrata, te l’ ho dato, l’aiuto. Sì che te l’ ho dato, cazzo. E questo ti sembra il modo di ringraziarmi? Puttanella. EH??? Io mi avvicino a te, appoggio una mano sulle tue spalle e prendo a far scivolare la mia mano sul tuo corpo per calmarti
un po’, per farti smettere di piangere e tu cosa fai?? Ti metti ad urlare? Cazzi tuoi. Lo sai che così mi toccherà chiuderti la bocca. Puttana. Com’è che con me scalci e ti divincoli, eh? E con il tuo giardiniere invece te ne stavi tutta buona buona? Ti piaceva eh? Cos’è: non sono grasso abbastanza? Non sono sporco abbastanza? O forse è che non sono zoppo? Puttana!! Ah, ma te l’ ho fatto capire chi
comanda. Te l’ ho fatto capire. Tu ti sei servita di me per i tuoi comodi: mi hai usato per cercare di dimenticare il passato. Per sempre. Ma io me la sono presa da solo, la ricompensa. Ho continuato a terrorizzarti per un po’ e, poi ti ho legata. Ho aspettato che fosse notte. Che fossero tutti usciti dal palazzo dove si trova il mio ufficio. Ti ho caricata in macchina. Ti ho portata in un posto magnifico, poi. Solo il meglio per la mia piccola, dolce, Anna. Ho guidato per ore. Poi siamo arrivati al lago. Ho spento la macchina. Mi sono levato le scarpe. Ti ho presa in braccio come se fossi la mia sposa e
ho camminato a piedi nudi sull’erba bagnata. Ti ho portata fino al limite dell’acqua e lì ti ho posata. Con dolcezza. Volevo fare l’amore io; proprio come se fossimo stati marito e moglie durante la prima notte di nozze. Era tutto perfetto. Il cielo con le stelle, il lago… io e te… Volevo fare l’amore io. MA NON ME LO HAI PERMESSO! La puttanella
che è in te ha avuto il sopravvento e hai cominciato ad urlare. A piangere. Urlavi che non avresti permesso che succedesse un’altra volta. CAZZO! Ma in fondo è stato meglio così. Le tue lacrime, la tua rabbia, la tua paura... è stato tutto ancora più bello. Sapere di dominarti completamente è stato magnifico. Prima ho fatto sì che tu trovassi in te la forza per reagire e poi ti ho costretta ad usarla, quella
forza! Sì! Così è stato più bello! Scemo io che volevo solo fare l’amore. Se avessi saputo che sarebbe stato così divertente, be’, magari ti avrei fatta innervosire ancora un po’. Ma è stato bellissimo. Grazie, piccola Anna. Ora devo tornare a casa, a pranzo. Poi tornerò qui e ti terrò compagnia, sempre che in giro non ci sia nessuno. Non volermene, per questa condizione, ma, sai, devo stare attento. Non posso correre rischi. h. 14.00 Ho pranzato con mia moglie e mio figlio. Mi sono reso conto di quello che ho fatto. Li ascoltavo parlare ed intanto mi dicevo: stai calmo, stai calmo. Non fare caso alle loro idiozie, tanto poi rivedrai Anna e tutto si sistemerà. Dovrai
sopportarli ancora per un po’, ma poi… poi tu e ad Anna avrete la vostra vita! Non mi era mai successo. Con le altre donne, le altre pazienti, era stato tutto diverso. Ma con te… con te è scoccato l’amore. Poi però mi sono reso conto di quello che ho fatto e, cara Anna, mi sono accorto che non potrò vivere con te. Tu non ci sei più. E la colpa è mia. Sono io che ti ho… Non riesco neanche a
scriverla, quella maledetta parola. Ma se non potrò vivere con te su questo dannato mondo… be’ allora ti raggiungerò. Ora tornerò al lago. Tornerò da te e poi ti raggiungerò, ovunque tu sia. E ci terremo per mano. Per sempre. DICHIARAZIONE ALLA POLIZIA DI --- RILASCIATA DA SUSANNA ROSINI IL 23/03/01 Mio marito era scomparso da qualche giorno. Non sapevo più cosa pensare. Pensavo che si fosse arrabbiato per quella storia dei miei genitori. Sa, gli avevo chiesto di accompagnarmi e lui non ne aveva voglia. Io avevo fatto pressione… Così ho pensato che… che… mi sono detta che forse avevo esagerato. Poi, dopo due giorni, mi è venuto in mente il suo “”diario dello strizza cervelli”. L’ ho sempre chiamato così. Sa, più che altro per scherzare. Comunque mi è venuto in mente che potevo provare a leggerlo. Sapevo che se se ne fosse accorto si sarebbe infuriato, ma volevo provare a vedere se magari, sì, se magari ci aveva scritto. Così sono andata di là. Ho preso il diario e l’ho letto. Allora ho capito tutto. Sono venuta subito qui. Dovete prenderlo quel figlio di puttana. Dovete prenderlo. Se no finisce che fa del male a mio figlio. E se voi non lo prendete e fa del male a mio figlio io ve la faccio pagare, vi giuro che sono una donna, ma so come… [fu qui interrotta dal maresciallo che la interrogava].
SusannaRosini ……………………………….. [ dal “CORRIERE DI PROVINCIA”, sabato 24 marzo 2001] Sono stati ritrovati, in località ---, due cadaveri. Una donna molto giovane ed un uomo sulla cinquantina, con un coltello ficcato sul cuore: un caso di suicidio, visto che la sua mano destra, insanguinata, era ancora posata sul pugnale. Dai primi rilevamenti della scientifica sembra che siano morti da qualche giorno. Ancora il famigerato assassino del lago, dunque. La ventesima donna che è stata uccisa sulle rive del lago. Che anche lei sia stata violentata come tutte le altre è per ora solo un’ipotesi comprovata dai vestiti lacerati e dai segni di colluttazione. Ma tra qualche giorno l’esame del DNA darà delle risposte. Il capo della polizia di ---, comunque, pensa che l’assassino possa essere l’uomo il cui cadavere è stato ritrovato al fianco della donna. Che poi, per motivi ignoti, si sarebbe tolto la vita. Sembra che sia giunto al lago con la sua Opel Corsa nera , ritrovata con la porta anteriore sinistra ancora aperta. All’interno della vettura, tuttavia, non è stato rinvenuto alcun documento: niente libretto di circolazione, niente patente. Sembra che qualcuno abbia riconosciuto in lui un noto psicologo che esercitava nella città di---. Tuttavia, per il momento, non c’è nessun modo per dare un volto a quello che è con ogni probabilità l’assassino del lago, che negli ultimi anni ha gettato nel panico la popolazione di---. Sembra che l’incubo sia finito. Forse, tra qualche giorno, l’incubo avrà anche un nome ed un cognome. Secondo il commissario, sarà quello dello psicologo.
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