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DI NOTTE scritto da Simone Natale
Era troppo tardi, e l’ultimo tram era passato; mi risolsi a camminare. La tiepida notte di Luglio era guastata da una pioggerella fine e appuntita, che sentivo battere sul viso; ed io ero stanco, molto stanco. La città mi passava indistintamente ai fianchi, palazzi vie e lampioni non esistevano, tutto era uniforme nella mia indifferenza. Procedevo per linea retta, senza badare a nulla; forse, nemmeno pensavo. Ricordo solo un vago torpore, una pioggia che feriva, un passo dopo un altro passo. Quando sbucai in Piazza Castello, la novità del paesaggio mi scosse, e provai una sorta di vertigine. Mi accorsi che i lampioni effondevano una luce particolare; i colori, attutiti e resi atoni, non si distinguevano, e spruzzavano sull’iride una sconcertante uniformità. La cosa mi colpì, ma me ne dimenticai quasi subito, e attraversando la piazza deserta accesi una sigaretta. La sigaretta aveva un sapore strano, un gusto acido e cattivo, e fui costretto a buttarla a terra; era una sensazione pessima, che mi aggrediva il palato e la gola. Sentivo un impellente bisogno di bere per liberarmene; ma in nessun modo mi riusciva di ricordare dove fosse una fontana. Procedendo per via Garibaldi fui assalito da una forte nausea, tanto che non mi sentivo più di camminare. Mi appoggiai sull’inferriata di un cancello, e caddi a sedere; cercai anche di vomitare, ma non riuscii, neanche mettendomi un dito in gola. Il dolore era intollerabile, ma peggiore era la sete, che, sorta all’improvviso, sembrava impossibile da sopportare e dominava la mia volontà. Cercai di riflettere. Non c’era nessuno intorno, nessuno che potesse aiutarmi. Avevo continui conati, e per un breve lasso di tempo fui sul punto di svenire. Dovevo trovare dell’acqua, ma non sapevo dove, e alzarmi era uno sforzo troppo grande; c’era poi un rumore continuo, che mi martellava il cervello, non cessava mai, ma mutava, mutava ed era indistinto, incomprensibile. Mi torturava, mi spaccava la testa. Dopo qualche minuto mi convinsi che quel rumore provenisse da una fontana. Non so come feci a crederlo, sia perché era evidentemente diverso dal suono dell’acqua scrosciante, sia perché era così forte, che non sarebbe potuto in alcun modo scaturire da una fonte; e nemmeno poteva essere la pioggia, che aveva smesso di cadere. Fatto sta che trovai la forza di tirarmi su, e di avanzare per una via laterale, barcollando. Inseguivo il rumore, ma questo mi sfuggiva, ed era sempre forte e lontano; non ero più sicuro che fosse in quella direzione, ma proseguivo. Poi mi fermai a un portone, a vomitare. Il liquido, denso e scuro, mi fuoriusciva a fiotti dallo stomaco con fitte dolorose, e sembrava non finisse più; dopo, però, mi sentii meglio. Rimasi aggrappato al muro, a sputare via il cattivo gusto, per non so quanto tempo; nel frattempo, il rumore sparì. Mi pulii il viso con un fazzoletto. C’era un ragazzo, a pochi metri da me, e me ne accorsi solo quando mi staccai dal muro. Dovevo avere un aspetto orribile, ma lui restava lì quieto a guardarmi, con i lineamenti atteggiati in una sorta di sorriso. Aveva una grossa cicatrice sulla guancia destra, ma posso dire che fosse persino bello, nel suo impermeabile grigio, con quel contegno fiero e infantile. Non poteva avere più di sedici anni. Lo guardai negli occhi per un po’, poi lui mi chiese se stavo bene. Gli risposi che mi ero sentito male, ma che ora tutto sembrava passato; anche se non era vero, non avevo più sete ma sentivo ancora delle forti fitte allo stomaco. Il ragazzo annuì, salutò, e cominciò ad allontanarsi per la strada deserta. La sua sagoma diventava sempre più minuta, e indistinta; e mi fissai sulla sua immagine, intontito dal malore che riguadagnava il controllo di me stesso. D’un tratto mi accorsi di qualcosa, al suolo, proprio nel punto della strada dove quel ragazzo si era fermato a guardarmi. Feci fatica a metterlo a fuoco. Dapprima mi parve un foglio di carta, poi un oggetto di pelle, una borsa forse; quindi l’immagine prese una forma più distinta. Era un fagotto di stoffa, di una stoffa grezza, di colore giallo opaco, leggermente sporca ai lati, come se contenesse qualcosa di unto al suo interno. Mi voltai verso la direzione in cui il ragazzo si era lentamente allontanato; non era molto più grosso di un dito, ora, una piccola figura indistinta al fondo della strada. Urlai, provai più volte a chiamarlo, con la voce rotta dai crampi che mi colpivano lo stomaco; ma lui proseguiva diritto davanti a sé, senza voltarsi, con andatura lenta ma inesorabile. Sentivo il dovere di avvertirlo, di fare qualcosa per richiamare la sua attenzione, ma allo stesso tempo era sopraffatto dal malessere che mi colpiva, e non potevo, non volevo muovermi, ma solo respirare. Quando finalmente mi scossi, fu come riprendere coscienza del mio corpo, e delle mie capacità; come se il sangue tornasse repentinamente a scorrere nelle gambe, nelle braccia, e riprendesse a impregnare i muscoli del mio corpo, e a tenerli in vita. Potevo camminare, pur barcollando leggermente, e feci lentamente quei pochi passi che mi dividevano dall’oggetto posato per terra. Lo raccolsi, e tenendolo con entrambe le mani sentii il contatto della pelle con la sua superficie umida. Non era sigillato; sembrava un brandello di quella stoffa grezza e incolore dei sacchi di patate, malamente avvolta intorno a un oggetto cilindrico, irregolare, che perdendo un liquido scuro ne aveva unto le estremità. Mi piaceva il contatto del tessuto con i miei polpastrelli, e rimasi per qualche attimo, nel silenzio notturno, a valutarne forma e dimensioni, dimenticandomi delle mie condizioni, quasi assopito. Tornai cosciente a causa di un lieve rumore, come un unico, forte battito cardiaco. Il ragazzo, ora, era più vicino. Appoggiato al muro, a una ventina di metri, era volto verso di me, e con le mani nelle ampie tasche scuoteva ritmicamente l’impermeabile grigio. Questa volta, il suo viso mi parve più serio, e il suo sguardo più fisso. Temendo di essere preso per un ladro, tesi le braccia come a offrirgli il pacco che tenevo saldamente nelle mani, e gli gridai qualcosa; ma non sentii il suono della mia voce, e il ragazzo si volse e camminò via, scomparendo dietro l’angolo. Gli corsi dietro, a fatica, combattendo con il dolore; e quando, raggiunto l’incrocio, lo vidi camminare in lontananza, corsi ancora, senza sapere perché. Sentivo un dolore lancinante alla milza, ed ero costretto a tenere una mano sul fianco dolorante; lui, invece, proseguiva diritto, con un passo regolare, e lento. Eppure, era sempre più distante, una figura lontana, sfocata, irraggiungibile. Non so quanto strade ebbi da attraversare, per quanti bivi dovetti seguirlo; ma ricordo come le vie, il paesaggio intorno a me, che prima mi erano familiari, presero gradualmente a confondersi, e come io persi man mano non solo il senso dell’orientamento, ma anche la coscienza più vaga di dove fossi. La sua sagoma grigia, lontana, era il mio unico punto di riferimento; perfino il cemento sul quale poggiavano i miei piedi aveva un colore, e una consistenza, nuovi, sconosciuti. Ad un tratto caddi, o, vinto dalla stanchezza, mi gettai a terra. Tossivo, raggomitolato al suolo, e non potevo inspirare. La nausea, accresciutasi durante lo sforzo, mi stordiva; ero attraversato da continui brividi di freddo, e tremavo. Mi costrinsi a sedere, appoggiando la schiena sul muro; abbandonando il capo all’indietro, lentamente recuperai il respiro. Di lui non c’era più traccia. Ma il fagotto, lacero e ammaccato, era ancora ai miei piedi, nel punto dove l’avevo lasciato cadere durante la caduta. La luce gialla dei lampioni ne sottolineava la forma singolare, gli spigoli discontinui. Lo presi in mano, e nuovamente sentii al tatto la superficie ruvida e unta. Senza accorgermene presi a dispiegare l’involto, lentamente, con metodo, a rimuovere gli spessi strati di stoffa. L’oggetto, all’interno, prendeva una forma sempre più distinguibile; ma io non riuscivo a comprendere cosa fosse, ed ebbi per un attimo il dubbio che il fagotto non contenesse proprio nulla, che fossero solamente una serie di stracci avvolti l’uno sull’altro. Ma non era così. Liberato dall’ultimo involucro, lo presi in mano, e lo contemplai, assorto. Non mi resi subito conto di ciò che i miei occhi, distintamente, percepivano, di ciò che le mie dita sentivano sotto di sé. L’opaco colore, la superficie liscia; i turgidi gonfiori, la peluria ispida; i rossi righi di sangue. Il gelo, la rigidità, il pallore di un avambraccio umano. (copyright by Simone Natale)
RACCONTO SELEZIONATO (11° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2002
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