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L'EREDITA' scritto da Giovanni Manea
“E i tuoi parenti come l’hanno presa?” Vuotai il bicchiere con ferocia. Quindi immobilizzai lo sguardo sulle bottiglie in bella mostra oltre il bancone e dissi “Come me. Anzi, più di qualcuno l’ha presa molto peggio di me.” Feci cenno al barista di prepararmi un altro bicchiere. Antonio ritornò alla carica. “Dai, raccontami. Vi avrà pure lasciato qualcosa. Tuo zio aveva più denaro di quel tipo… quel tipo che era un’anitra o un papero o qualche stronzata del genere. Dai… quello dei fumetti. Come diavolo si chiamava?” Si intromise Giulio, il barista, dicendo “Zio Paperone. Si chiama così quel tizio. Come potete non ricordare il nome di un mito come zio Paperone?” Mi sporsi oltre il bancone fatto di legno nero e metallo dorato, e conficcai i miei occhi in quelli dell’intruso. Giulio disse candidamente “Be’? Che c’è? Non è certo colpa mia se siete due ignoranti ubriaconi della malora!” Dissi “Senti, ho già avuto una mattinata del cazzo! Mi spiego? E non è ancora finita perché sono solamente le undici. Quindi, se non hai niente da fare vai a farlo da un’altra parte. Ok?” Dopo che ebbe finito di squadrarmi come fossi stato una pianta d’ortica, si riposizionò lentamente dietro la cassa. Anche lui, al pari di me, non sapeva assolutamente come riuscire a passare il tempo dentro a quella bettola piccola e in penombra e puzzolente. Al mattino, normalmente, gli unici clienti abituali eravamo io e Antonio. Quest’ultimo non stava più nella pelle: voleva sapere per filo e per segno come si fosse svolta la lettura del testamento di mio zio, alla quale avevo partecipato solo un paio d’ore prima. Ripresi il discorso. “Te l’ho detto: quel figlio di puttana ha dato praticamente tutto in beneficenza. A noi, i suoi parenti più cari, diremo, ha lasciato solo delle cianfrusaglie. Ecco tutto.” Il mio amico spalancando la bocca come un ippopotamo disse “Ehi, ma davvero a tuo cugino Aldo ha lasciato una vanga e un piccone e un rastrello? Mi pare impossibile…” Lo interruppi tracciando un cerchio nell’aria con la mano e dissi “È andata così! Aldo si è incazzato come un bufalo! Avresti dovuto vederlo. Ha dato di matto.” Alle mie parole Antonio iniziò ad agitarsi come un grillo e a vociare come un pescivendolo. Mancò poco che cadesse dallo sgabello. Disse “Che ha detto quel barile di lardo? Dimmelo. Che ha detto quell’ammasso schifoso di lardo?” Quasi mi dimenticai delle mie delusioni testamentarie, e ridendo dissi “È uscito in strada gridando che sarebbe andato a prendere una tanica di benzina.” Il mio amico con la faccia disse “???” Continuai dicendo “Sì. Ha detto, e sono sicuro che lo farà, che sarebbe andato al cimitero a disseppellire il caro estinto con la vanga appena ereditata. Dopodiché lo avrebbe innaffiato di carburante e gli avrebbe dato fuoco.” Ridacchiammo per due minuti buoni. Richiamai Giulio e dissi “Fammi un antidepressivo. E in fretta, perché ho delle faccende urgenti da sbrigare.” Il barista prese un bicchiere da mezzo litro, e lo riempì per tre quarti di coca cola, e per un quarto di whisky. Porgendomi la mia bevanda preferita disse “E che avresti da fare di così impellente? Se hai da vomitare, puoi farlo qui nel retro. Come al solito. Non avrai intenzione di lasciarci qui da soli, vero?” Assaporai il prezioso contenuto frizzante e vivace e rivitalizzante dal grande bicchiere, e rivolgendomi verso Antonio dissi “Devo visionare la mia eredità. E a questo proposito che ho bisogno del tuo aiuto. Ce l’hai ancora la macchina, vero?” Quello mi piantò la sua faccia di anguilla a ridosso del naso. Disse “Ma prima hai detto che ti ha lasciato una busta con cento euro. A che ti serve la mia auto?” Scesi dallo sgabello e rovistai nelle tasche dei miei pantaloni. Ne estrassi una busta da lettera bianca e sgualcita. Dissi “La vedi l’intestazione? Guarda. Per quell’alcolizzato di mio nipote Giovanni. Così c’è scritto. Vedi? E guarda qui sotto: c’è un indirizzo.” Antonio, affumicato dagli alcolici, allungò gli occhi. Poi disse “Sì. Vedo. Ma cosa vuol dire? L’indirizzo intendo. Cosa vuol dire?” Aprii la busta. Dissi “Guarda qui. Una verdissima e profumatissima banconota verde, e…una piccola chiave. Capisci? È la chiave di qualcosa. E quel qualcosa si trova all’indirizzo scritto sulla busta. Chiaro no?” Antonio irrigidì le pupille. Pareva un’anguilla con gli occhi di un gufo. Aveva un’aria che faceva veramente schifo. E glielo avrei anche detto se non avessi avuto bisogno della sua macchina. Egli disse “Vuoi vedere che ti ha lasciato un palazzo? O qualcosa del genere? Ehi! Ti ricorderai di me quando sarai ricco, eh?! Te ne ricorderai?” Finii di ingollarmi il mio antidepressivo, e dissi “Certo che mi ricorderò di te. E mi comprerò anche una macchina finalmente. Ma ora ho bisogno del tuo aiuto. Ok?” Antonio si mise sull’attenti, quindi disse “Certo. Ti ci porterò io al palazzo. Ma prima devo bere un altro bicchiere. Mi tremano un po’ le mani. E così inoltre avrò a disposizione il tempo necessario per ricordare dove ho posteggiato…” Impiegammo un po’ a ritrovare la sua auto. Per non parlare della chiave di accensione della stessa. Finalmente, verso l’una, ci ritrovammo all’indirizzo riportato sulla busta bianca e stropicciata. Era uno di quei nuovi quartieri grigi e fumosi e con poca luce fuori Milano, di cui ignoravo l’esistenza. Il fabbricato in questione era composto da un’interminabile fila di garage, sovrastati tenacemente da caseggiati simili a caserme. Antonio era in fibrillazione. “Ho un caldo lercio. E ho una sete porca e assassina. E non c’è un solo bar in questo quartiere maledetto da Dio. Come fanno a costruire un quartiere e non metterci neppure un bar? Eh?! No, dimmelo! Come fanno?! Non le sanno le regole del buon vivere da queste parti? Come fanno ad affrontare la giornata senza…” “Piantala! Stai perdendo il controllo!” Dissi molto seccato sul suo orecchio destro. Poi aggiunsi “Forza. Scendiamo e andiamo a vedere cosa c’è dentro alla rimessa. Spero per mio zio che ci sia come minimo un’automobile. Non pretendo una fuori serie. Ma qualcosa che abbia almeno quattro ruote. Quello sì che lo pretendo. Altrimenti andrò ad aiutare mio cugino Aldo. Ci puoi scommettere il sedere su questo fatto!” Affrontai con decisione la porta determinato a concludere la caccia al tesoro nel migliore dei modi. La chiave si adattò alla serratura senza sforzo. I colori della soddisfazione si distesero sulla mia faccia. Cercai a tentoni l’interruttore della luce. Nel momento in cui le tenebre furono sopraffatte, io e Antonio sgranammo gli occhi con un’energia tale che quasi ci esplosero. Il mio amico disse “Che stracazzo di roba è?!” La mia lingua si mosse meccanicamente per suo conto rilasciando bestemmie e stupore e delusione. “Quel figlio di puttana mi ha fatto uno scherzo. Un maledetto scherzo!” Ci avviammo increduli verso quella cosa adagiata nel centro del box. Oltre a quella c’era solo un vecchio tavolo e una sedia scassata nel garage. Era una cosa opaca e rotonda e liscia. Il suo diametro doveva essere di un paio di metri almeno. La voce quasi irriconoscibile di Antonio mi colpì sulla nuca. “Sembra… sembra un enorme pallone da calcio.” Appoggiai una mano su quella superficie inespressiva. Era calda e vischiosa come lo potrebbe essere stato l’occhio di un ratto da fogna. Antonio disse “Ehi. Che ne dici se ce ne andiamo? Non mi piace questa storia. Andiamo. Lo offro io il prossimo giro.” Affondai la mano in quella cosa. La sentii pizzicare e la ritrassi velocemente. Il mio cuore sospese i battiti per alcuni istanti. La mia mano non c’era più. O meglio: c’era ancora, ma non si vedeva più. La frapposi tra la mia faccia e quella terrorizzata del mio amico. Potevo muoverla; la sentivo; ma non opponeva resistenza al mio sguardo. Il volto di Antonio divenne una maschera. Egli non poteva più contare su di una fisionomia ben definita. Egli disse “Io non berrò mai più. Mai più. Io ora me ne vado. Ti aspetto da Giulio. Anzi…no! Io non entrerò mai più in un bar. Ho sorpassato il limite.” Iniziò a indietreggiare. Inciampò. Nonostante che non vi fosse alcun ostacolo tra lui e la porta, si muoveva con disperazione come si trovasse in un labirinto. Trovò l’uscita, e alcuni istanti dopo udii la sua auto sgommare rabbiosamente sull’asfalto. Io ero lì con una mano invisibile e con la mente immobile. Pensai la cosa più ovvia. “Deve essere come l’altra volta. Come quando ho bevuto così tanto… tanto da essermi convinto di appartenere a un clan degli yakuza e di dover mantenere l’ordine nelle strade di Tokyo. È un’allucinazione e… devo smetterla di bere. Devo assolutamente piantarla una volta per tutte. L’alcool mi sta uccidendo. Non è più come una volta. Una volta bastava un bicchiere al mattino per spaccare il mondo. Ora basta un bicchiere per spaccare me.” Ma a dispetto delle esortazioni che mi stavo imponendo che sicuramente, ne ero certo, mi avrebbero fatto rinsavire e tirato fuori a forza dall’incubo, divenne invisibile anche il mio braccio. Mi afflosciai a terra come un pneumatico sgonfio. Dissi ad alta voce “Mi arrendo! Se è arrivata l’ora di morire, voglio morire subito! Ma non fatemi questo!” Alcuni minuti dopo ero un essere completamente trasparente. Fuggii in strada. Nessuno mi vedeva. Gridavo a squarciagola ma nessuno mi udiva. Tentavo di avvinghiarmi ai passanti, ma li attraversavo da parte a parte. Ero un fantasma. Ma il mio cuore batteva ancora. Ero ancora anche un uomo. E con tutta l’afflizione e il dolore che può provare un uomo arrancai verso il cimitero dove era stato sepolto mio zio. Oramai era quasi buio. La lapide era bruciacchiata. Segno che mio cugino era passato di lì. Non mi stupii minimamente di vedere il mio defunto parente lì, di lato alla lastra funeraria. Era trasparente come me, ma io riuscivo a intuirlo molto bene. Tra invisibili probabilmente è una cosa normale. Io stesso ero qualcosa che forse non poteva esistere, e quindi considerai tutta la faccenda come la cosa più naturale di questo mondo. O dell’altro mondo. Lasciai da parte i convenevoli e dissi “Cosa mi hai fatto?” Lui rispose con un’altra domanda. “Lo consideri anche tu tuo cugino Aldo un figlio di puttana? Guarda cosa ha fatto! Lo sai che voleva tirarmi fuori dalla bara? Se il guardiano del cimitero non interveniva…” Era una situazione inconcepibile per un essere umano quella che stavo vivendo. Ma come essere umano mi incazzai brutalmente. “Dacci un taglio! Chiudi quella bocca! Ti ho chiesto cosa mi hai fatto! Dimmelo! Dimmelo o…” “O cosa?” Disse lui. Ammutolii. Lui riprese dicendo “Io ho girato il mondo. Ho lavorato duro. La mia fortuna non l’ho fatta perdendo i miei giorni dentro a un bar lamentandomi del governo, del tempo, o delle sconfitte della nazionale di calcio. Ho speso il mio tempo a lavorare e a conoscere. Ti ho lasciato quella cosa perché volevo metterti sulla buona strada.” Mi guardai attorno e per un momento ebbi l’impressione di essere a casa. Dissi “Sulla buona strada? Tu mi hai annientato! Non lo vedi? Come puoi dire di avermi messo sulla buona strada?” Mio zio, che da vivo era stato notoriamente un uomo senza sorriso, si lasciò andare e il suo volto si illuminò come una fiaccola. Disse “Io sono stato in posti che probabilmente non sono nemmeno segnati sulle carte geografiche. Io ho conosciuto gente che forse non è nemmeno di questo pianeta. Io ho scoperto che i soldi non sono tutto nella vita, alla stessa maniera in cui per te l’alcool non può essere tutto nella tua vita. C’è una via di mezzo nel mondo. Ora non lo puoi negare. Perché noi ora ci troviamo appunto nella via di mezzo. Il mondo, e il cosmo che lo circonda, è magico. Ti ho dato la possibilità di vederlo. Ti pare poco? Avrei dovuto forse dare quella cosa a tuo cugino Aldo? Sai bene anche tu che se la sarebbe inghiottita senza rimorsi, quel suino tutto lardo e niente cervello. Ora che hai visto…e hai l’intelligenza per capire cosa hai visto, potrai fare la tua parte.” Mi arresi. Dissi “Quale parte? Che vuoi dire?” Lui mi si avvicinò. Disse “Cosa volevi fare da bambino? Lo ricordi?” “No. Come potrei?” Risposi sconsolato. Lui disse “Quando si è bambini si hanno le idee chiare verso il proprio futuro. Quando si è bambini non ci sono soldi o alcolici che tengano di fronte ai propri desideri.” Dissi “Continuo a non capire.” Mio zio si strofinò la faccia. Poi disse “Tu quando eri bambino volevi diventare un angelo. Una volta che fossi divenuto grande ovviamente. Te lo ricordi ora?” Rammentai che forse aveva ragione. Dissi “Ma ero un bambino.” Lui sorrise per la seconda volta in vita o morte sua che fosse. Disse “Quella cosa che ti ho lasciato è una fabbrica di angeli. Gli angeli nascono lì. Ora sei ciò che volevi diventare prima che il mondo ti cadesse addosso. Va’ a fare la tua parte.” Ero talmente confuso e inorganico che risposi dicendo “Io? E che potrei fare? Stai scherzando? Io ho voglia di bere birra nella vita. E poi anche se fosse, da dove dovrei cominciare?” Mio zio disse “Potresti iniziare tirando fuori dai guai il tuo amico di bevuta: Antonio non aspetta altro. É intelligente e si farà aiutare. Ne sono sicuro.” Detto questo si dissolse. O forse se ne ritornò dentro alla sua fossa. È difficile da dire. A me, oltre un insostenibile smarrimento, restò una gran voglia di bere una birra. E pensare che avevo ancora in tasca un biglietto da cento. Anche se era invisibile, era pur sempre un biglietto da cento.
(copyright by Giovanni Manea)
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