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"E SE..."

scritto da Aleks

 

 

“C’era qualcuno lì dentro Cesare, sono sicura… c’era qualcuno!”

“Non lo so Lucy, non lo so proprio…”

“Te lo dico io, fidati… non lo dico per fare la cacasotto! Stanotte lì non eravamo soli… e non tirare fuori la storia di Mauro e Lidia perché quei due non centrano proprio un bel niente!”

“Dai, ce ne saremmo accorti io e Mauro…”

“E se si fosse nascosto? E se fosse stato dentro una delle stanze?”

“Cazzo… non lo so! Non so che dirti! Io e Mauro abbiamo controllato tutto lì fuori, non c’era nessuno! Ma dentro…”

“Già, dentro non avete controllato… e nel giardino…”

“Avanti Lucy, non fare la stupida. Lo sai che in aperta campagna è pieno d’animali… quel rumore nell’erba…”

“Potevano anche essere passi!”

“Un topo no?”

“Anche! Ma potevano anche essere passi di un uomo quelli!”

“Dai amore… vieni qui! Alle due di notte, da soli qui a casa non abbiamo altro cui pensare?”

“Sì ma…”

“Ci penseremo domani…dai, lascia stare ora. Adesso quel che pure poteva esserci lì, qui non c’é.”

 

Era caldo quella notte… era calato giù sulle case basse, bianche del paese un vento secco, africano. Lo scirocco sventolava piano giù nelle strade, muoveva la polvere, scuoteva le chiome agli alberi. Dai balconi e dalle finestre aperte entrava quell’aria secca di mare, calda e secca. In camera di Cesare le persiane erano chiuse, dal pomeriggio, per mantenere un minimo fresca la temperatura, lasciare fuori quel sole furioso, bollente. Era solo in casa Cesare e solo ci sarebbe rimasto per altri tre giorni, coi genitori fuori per un week-end bello lungo. Stare da solo, però, gli dava tremendamente fastidio! Non ci aveva pensato su troppo e appena solo in casa aveva di corsa composto il numero della sua bella, Lucy! La sua Lucy!

“Perché non dici a tua madre che dormi fuori stanotte? Dai, inventa una fregnaccia… dì che stai da…”… e giù in due a programmare quella nottata insieme. Uscivano assieme solo da un mese ma tra loro si era scatenato un turbine violento, feroce di passioni! Non stavano lontani, neppure un attimo, delle loro giornate libere mai un nanosecondo lo trascorrevano separati. Scattava in alcuni momenti un bisogno quasi fisico di stare vicini… anche solo di parlarsi, guardarsi. Avrebbero passato appiccicati anche la notte ora che potevano.

“E stasera che si fa prima?”

“Ho parlato con Lidia… ha detto che devi recuperare Mauro, le birre e se ti capita del fumo… poi passate a prenderci dal solito posto.”

“Ok amore!” e aveva interrotto la comunicazione. Aveva fatto seguito un breve, forsennato e nervosissimo giro di telefonate per recuperare l’amichetto Mauro, fido d’ogni serata folle e un po’ maudit… e un walzer altrettanto problematico di chiamate per riuscire a contattare qualcuno e trovare l’hashish per la serata… poi fuori di casa a procurarselo.

Uscendo dal portone inforcò gli avvolgenti neri, la luce inondava la strada, rimbalzava dai muri bianchi di pietra viva, dritto nei suoi occhi, sfondava le sue pupille, le illuminava a giorno. Un pomeriggio vigliacco quello… vigliacco quanto quella schifa afa che schiacciava il respiro, fiaccava le membra. S’infilò nella sua vecchia peageut 205 rally e scodò alla volta del bar “Mala” come amava chiamarlo.
La feccia metropolitana che popolava quel covo era già ai posti di combattimento. Le chiome folli e spelacchiate degli alberi nella Villa Comunale ondeggiavano stanche al fiato di Sahara che volteggiava nell’aria. Le panchine all’ombra rivomitavano bestie ubriache, già cotte e digerite nel loro dopo-pranzo, dopo-sbornia, dopo-lite-e-pestaggio-di-moglie, tritate nel puzzo fastidioso d’ascelle, denti e piedi non lavati, di canotte superusate macchiate, frollate come la tartara degli unni, infilata cruda sotto la sella del cavallo perché il sudore della bestia la macerasse a dovere, stravaccate sul ferro dei sedili, fumanti… già cotte solo un’ora dopo pranzo. L’uscio del bar attendeva stanco clienti, vuoto, silenzioso eppur così espressivo… dentro il cimitero: il locale era completamente vuoto. Il barista, forse per scampare alla morsa violenta del caldo si era nascosto nella ghiacciaia a far compagnia alle lattine.

“Aoh! Oooh! Ooooh? C’è nessuno? Marcé!” chiama che ti chiama la sagoma incerta del proprietario emerse dal gabinetto, un buco osceno, puzzolente, mai lavato… tra residui di vecchietti incontinenti e contorsioni di ragazze disposte a vendersi ogni cmq di corpo per un quartino d’eroina.

“Cesare! Che cazzo ti gridi? Hai fretta?”

“Sì! Dove sta Chicco?”

“Era qui fino a due minuti fa… guarda un po’ fuori…”

“Dammi una birra!”

“Arriva…”

Pagò e afferrò dal collo la bottiglia, quasi a strozzarla. La vuotò quasi tutta d’un sorso, lasciava che il liquido rimbalzasse giù lungo il gastro, era nervoso non c’è che dire… uscire a quell’ora a cercare luridi e pezzentissimi pusher da strapazzo per rimediare il fumo lo mandava in bestia. Poi fosse stata solo colpa del caldo e del dover andare a stanare la feccia per darle importanza e soddisfazione… no, non era solo quello, a Cesare dava anche troppo, ma troppo fastidio, quell’alone di mistici e intoccabili signori della strada stile Chicago anni 30. Quei pezzenti che giocavano ad Al Capone e Lucky Luciano proprio li avrebbe preferiti grattugiarsi fino al derma sull’asfalto a grana larga. E questo Chicco poi, dov’era?

Eccolo:

Magro, allampanato, capelli unti, untuosi, ad essere buoni solo carichi all’inverosimile di brillantina e gel. Le braccia divorate dalle gocce d’acido dell’eroina, la pelle scavata, abrasa… e quell’alito, Dio quell’alito! Occhi vitrei ormai, appannati, perennemente persi dietro gonfie palpebre da fumo. Era una larva Chicco, uno di quei cosetti viscidi, puzzolenti, fastidiosi e purulenti insetti metropolitani… attaccati al capezzolo di nostro signore squallore. Chicco, all’anagrafe Francesco Loperto… detto con coraggio Chicco il bello, gli si avvicinava ciondolando con un sorrisetto ebete, ingiustificato, un’espressione vuota e gratuita.

“Che vuoi Cé?”

Quel sorriso di circostanza e di THC, quel vuoto totale dietro quegli occhi, quella puzza di morte iniettata e venduta… Cesare faticò molto, stringendo i pugni e cacciandoli dentro le tasche del gilet, per non tirargli un bel cazzotto dritto in volto, così, solo per fermare quella risatina idiota, quello sguardo assolutamente inutile…

“Due stecche le hai?”

“E come non ce le ho? Ma per chi mi hai preso Cé?”

“Beh, allora scucile dai…”

“Che hai fretta? Astinenza?” e giù una risatina idiota, stridula, fastidiosissima… Cesare inspirò di più, cercò nel tascone il suo pacchetto di Marlboro… riempiva i secondi tra quella conversazione e il ritorno in auto per non dover contenere più del dovuto quella voglia fortissima di prenderlo a pugni.

“Dai Chicco muoviti… c’ho da fare…”

“Ok, ok… calmati! La roba te la lascio sotto il portasapone del bagno… scuci ventimila…”

“Tutte ‘ste cerimonie per due stecche? Con me? Dammi la roba e tieniti i soldi senza tutti ‘sti bordelli tra cessi e altre stronzate ok?”

“Bello, ma credi che stai parlando con uno straccetto da niente?”

“Sì! Perché tu non sei nient’altro che uno straccetto da niente… e non aggiungere altro sennò lo sai che finisci male!” Cesare gli aveva piantato gli occhi dritto in faccia, senza battere ciglio lo fissava, senza tradire grosso nervosismo.

“Calma Cesare, calma! La vuoi qui la roba? E io te la do… calma!”

“Stiamo sicuri che sono ventimila?”

“Oh, vuoi controllare? Non mi paghi finché non controlli…”

“Mi fido, mi fido…” Cesare stringeva le due stagnole avvolte nella mano sinistra, si sfilò i due pezzi da dieci dalla tasca dei jeans e gliele allungò. Pensò che tutto sommato, quell’incontro non era durato poi così tanto, non aveva lasciato modo a quel virus fastidioso di entrargli sottopelle… Almeno!

“Vieni a prendertela una birra? Eh Cesare?”

“No, grazie… ci vediamo”

“Ciao…”

Cesare ripiombò negli avvolgenti sedili della sua Rally, accese e ripartì sgommando. Tra le dita, sul volante, rilassate, teneva ancora la sua Marlboro. Ogni tanto aspirava, ma di sicuro era di più il fumo che partiva in volate azzurrine nell’abitacolo di quello che, prima, si faceva un viaggio giù, lì dentro, tra le dilatazioni coraggiose del suo torace, in un viaggetto interpolmonare. Il vento seminava cenere in ognidove. Guardò la sigaretta: tra il filtro e il tabacco, lì dove la reggeva con le dita, aveva premuto così tanto per il nervoso che la forma era ormai quella di una lattina schiacciata. Quanto l’aveva irritato! Lucy lo aspettava con la sua amichetta per le otto…, il suo fido Mauro invece aveva appuntamento con lui sotto il”Gulag”, casa di Cesare, per le sette e mezza. Cesare però di girare in città con la macchinina proprio non ne aveva voglia. Troppo sole, troppo caldo, troppo casino, nessuna meta, la cosa peggiore con quel caldo e nessuna compagnia. Tornò a casa, si sparò un’endovena potentissima di Nine Inch Nails e morì sul letto. La tentazione di scroccare un po’ del fumo che aveva preso lo assalì feroce, giusto un po’, non se ne sarebbero mai accorti… e poi quella roba era sua… e poi con quel sottofondo non poteva mancare uno spinello degno di quel nome!. “Massì, massì… fattene uno!”. Tirò fuori la stagnola dalla tasca, cavò il fumello, lo spezzò… quasi lo diede ai suoi discepoli e si disse divertito dalla divagazione sul tema: “Sciogliete e fumate, questo è libanese, per la nuova ed eterna alleanza, giunto da lidi lontani ad allietare i miei momenti di rilasso più volgare”. La canna era rollata e pronta, compressa come si doveva. Diede a brace il testone e iniziò a forzarsi quella nebbiolina nei polmoni. Questa si chiamava estate.  E giù, partì tra le sue autostrade di neuroni quel dolce loop che gli pervase il cervello…

La notte era ormai calata, assieme alle loro residue capacità mentali… per mano aveva condotto o si era lasciato condurre da Lucy nel casale. L’ingresso era impervio, sassi buttati alla rinfusa ostacolavano il cammino dei tanti tossici, reggaeggianti, disperati e innamorati che tentavano di varcare la soglia di quel vecchi torrione. Cesare ci mise tutta la sua attenzione per non distruggersi le caviglie in una rovinosa caduta. Erano dentro, sotto l’arco che apriva ingressi a due ali dell’edificio e allo splendido anche se minimo giardino interno. L’erba alta ondeggiava al fresco maestrale che si era alzato… ma in maniche corte si stava ancora bene. Era fuso Cesare, cotto… non ci stava con la testa. Lucy lo sapeva e sapeva cosa succedeva se Cesare era su di giri in quel modo… dunque Lucy ci stava. La strinse a sé forte, la baciò avidamente, cacciò nella boccuccia di lei la sua lingua e spinse, roteò. Lei ci stava, ricambiava anche di molto… fino al rumore. Secco, come di qualche ramo arido spezzato o calpestato. “Un gatto…” fece Cesare ancora con la lingua dentro la bocca della sua. “No, Cesare andiamo via… non era un gatto, sembrava un piede, sembravano passi…”

“Ma non dire boiate, ma che passi… e qui chi cazzo ci viene se non noi?”

“Cesare quelli erano passi… lo senti? Lo senti?” La voce di Lucy si era fatta debole e incerta… era totalmente terrorizzata, persa e cotta di quella mano che ti agguanta le budella e te le strizza, che spara a volume insostenibile nelle tue orecchie quel sibilo fastidioso e quella doppia cassa in propulsione di cuore. Eppure qualcosa non andava per davvero. Quello spezzarsi secco di ramo era rimasto un trillo isolato… poi era solo stato silenzio… tranne… quel nuovo tendersi di tessuti arborei, quel clangore di filamenti d’albero che si tendono, di tendini di pianta che si strappano, d’ossa di foglia che si spezzano.

“Lo senti? Cesare lo senti?”

Tranne quel cupo, ovattato rimbombo di passi su pietra, passi umani, suola di scarpa mossa adagio che calpesta un pavimento, zitta, per avvolgere il terreno, silenziosa, senza la capacità di controllare quel tornare in sede delle caviglie, delle articolazioni, quel clang così metallico, così notturno, quel rumore fisiologico che di notte può diventare il crack d’un ramo spezzato…

“Lucy stai calma…”

Lo diceva anche a sé stesso… lì dentro c’era qualcuno, ora ne era sicuro… e quel qualcuno si spostava ora da accanto a loro verso le loro spalle procedendo a ferro di cavallo dentro il convento. Presto se avesse voluto sarebbe uscito dritto dietro di loro.

Qualcosa li fece trasalire: un miagolio… noooo, era solo un gattino, un bastardello pulcioso allora, tanti film per niente! Segretamente Cesare tirò un sospiro.

“Cesare fai come vuoi ma io me ne vado…”

“Oh, dove vai? Resta qui dai… ora ce ne…” Ormai Cesare parlava da solo, non c’era più Lucy… aveva già preso la via dell’uscita. Le mani al nostro tremavano ancora. Si accese una fida Marlboro e decise, così per curiosità, di andare a farsi un giro dentro per cercare il gattino e fargliela pagare. Pochi passi dentro la stanza buia e si trovò faccia a faccia col maledetto pelosetto che gli aveva rovinato la serata… il cosetto zeccoso si avvicinava giocherellone ai suoi piedi, miagolava… quasi faceva le fusa. Cesare si abbassò e lo prese per la collottola. Quando lo ebbe saldamente tra le mani gli strinse il collo… tentava di staccarglielo per davvero. Fu allora che il cosino di pelo gli sgusciò dalle mani per saltargli contro. Gli conficcò gli artigli sui pettorali e morse al centro dello sterno…

“Aaaaaaaargghh!” Cazzo, si era addormentato con lo spino in mano… un lapillo gli aveva incendiato la maglietta… e da sotto gli aveva lasciato un focoso ricordino. Cazzo come bruciava! E che ore si erano fatte? Erano già le sette di sera, aveva dormito un tre ore buone. Non era stato come i suoi soliti incubi, lì a morderlo dopo solo un’ora, no! Era maturato lungo tutto il pomeriggio questo, complice la dolce sostanza che si era lasciato scendere giù nei polmoni e di lì, di nuovo, su lungo le arterie, dritto nel cervello! Cazzo però, erano le sette, Mauro lo aspettava a breve. Giù dal letto con un salto. Ehi! Un momento… erano le sette giusto? Beh, quello spino lui se lo era acceso alle tre e mezzo, le quattro… come cazzo poteva essere lì ancora acceso tre ore dopo? No, non ci avrebbe pensato allora, aveva altro per la testa! Si lanciò vestito sotto la doccia, vestito, oddio… con quella maglietta cencio e quei boxer. Un getto gelido lo investì e piacevolmente ricoprì il corpo rovente. Mille spilli inondarono la sua carne… non se ne curava, era l’unico modo per togliersi di dosso quell’afa pressante e tutti quei pensieri che gli vorticavano attorno al cranio. Fu fuori in pochi minuti. Si rivestì di gran carriera lanciandosi addosso quello che trovava lì davanti una volta aperto l’armadio… si infilò le Martens e poi facendo le scale a quattro alla volta fu nella sua auto in pochi secondi. La stecca e mezzo la aveva nel portafogli assieme ai soldi per la bevutaccia serale.

 

Mauro lo attendeva sotto casa già da dieci minuti.

“Alla bellezza… potevi pure avvisarmi che tardavi, avrei fatto un boccone su!”

“Non scassare le palle, ho avuto un brutto pomeriggio cugino… cattivi pensieri e brutti sogni. Il fumo l’ho preso, adesso compriamo le birre e poi via!”

“Le ho già prese io… dobbiamo solo passare a ritirare la cassa dal supermercato e pagarla. Stanno in fresco!”

“Perfetto Mauro, perfetto… Dove?”

“Quello della statale, muoviti però che tra dieci minuti chiude!”.

“Non ti fare paranoie, ci saremo!”

La scena, riempita di dettagli insignificanti per l’epilogo della serata si sposta ora nel casale di campagna. L’auto si ferma sul piazzale. Già in macchina aveva iniziato a darci giù con le birrette, nell’arco d’otto chilometri se ne era sparate già due, erano fresche, gentili… scendevano piacevolmente. Finestrino aperto e Pearl Jam a palla: bella storia! La serata continuò così, com’era cominciata, attaccata al collo di una bottiglia di birra, una sempre nuova, una diversa… e quando le labbra non stavano incollate al vetro marrone di quella dolce, dolcissima Peroni, si attaccavano alla carta bollente di una Rizla arrotolata attorno al mix di Marlboro e fumo albanese. Il cielo assumeva proporzioni strane, si incurvava come ripreso da un FishEye, uno di quegli aggeggi da fotografia che ti stampano su pellicola il mondo in un raggio impossibile per l’occhio umano. Le dimensioni rette si incurvavano, le curve si dilatavano e magicamente le superfici assumevano nuove forme… il mondo correva più veloce, forse solo perché tutta quella roba che si era spinto in corpo lo rallentava! Quando però fu il momento di portare via Lucy non si sentì più lento… volle imprimere al suo corpo un’accelerazione repentina, di certo morbida, incerta, ma comunque felina. Scomposta ma fulminea. La prese per un braccio, quasi glielo storse scherzando, con quel viso da duro…

“Dai, muoviti, andiamo a vedere un po’ chi c’è dentro oggi!”

“Cé, aspetta, riprenditi un poco… stai troppo fuori… quasi non ti reggi in piedi, dai stai fermo ancora un poco…”

“Ma che cazzo dici? Muoviti ho detto… e poi quando mai sono stato lucido nell’ultimo periodo? Me lo sai dire? Dai stai zitta e vieni con me… che sennò questi due mica si muovono a fare le cosacce, arrivano le dodici e Mauro resta in bianco!”… il tutto condito da un sorrisino ironico e una strizzatina d’occhio al cuginetto.

Solo dopo altri dieci minuti di tira e molla Lucy si fece convincere ad entrare nel torrione. Fresco, le pietre della costruzione tenevano davvero freschi… Lucy al solito era terrorizzata oltre ogni limite, si guardava di continuo intorno, sospettosa, guardinga. Cesare rilassato buttò un occhio qui e lì, con noncuranza. Sapeva, era certo, che lì erano assolutamente soli, irraggiungibili e fuori dal mondo. Il sogno del pomeriggio era quasi dimenticato. Quasi, perché neppure furono abbracciati che un miagolio distratto lo attirò alle sue spalle….

 

“C’era qualcuno lì stasera con noi ne sono certa… e non era un gatto, almeno non era solo un gatto!”

 

Cazzo! Qualcosa, era sicuro, sgattaiolava scartando alla sua sinistra, smuoveva l’erba secca e quella più fresca, picchiettava le lastre di pietra del pavimento… “Ehi, un momento, le zampe ticchettano sulle chianche bianche dell’interno… questo rispezzarsi e muoversi d’erba, questo pestare rami secchi viene da qui fuori!” Già, Cesare ne era sicuro, c’era qualcosa altro lì con loro… ma era di sicuro un animale, niente a che fare coi bipedi pericolosi. Affondò Lucy tra le sue braccia e avvicinò il suo viso al collo di lei, si riempì il naso del profumo dolce che si era spruzzata un po’ dovunque e poi prese a baciarla teneramente… finché non si sentì trafiggere piano da qualcosa come uno stiletto, un colpo deciso, precisissimo e penetrante, appena sotto la scapola sinistra. L’aveva solo sentito pungere che si era trovato passato da parte a parte da questo spilloncino… fino in fondo, fino al cuore, punto! Niente sangue, la ferita era così piccola che sarebbe potuto morire senza un rivolo a bagnare il selciato. Si accorse solo dopo del materiale con cui quello stiletto era forgiato: era il terrore, la pura e semplice convinzione di essere fermamente osservati da qualcuno nell’ombra.

 

“Cesare, andiamo via… mi sento osservata… qui c’è qualcuno!”

 

Sentiva quegli occhi puntati alle sue spalle a studiare ogni suo movimento, decidere e misurare i passi da compiere, prevederne le mosse… si sentiva preda di qualcuno che, Cesare ne era sicuro, stava godendo del terrore che gli si leggeva addosso. Eppure tra le sue braccia c’era Lucy e le sue potevano anche solo essere paranoie… era inutile farla preoccupare.  Cesare si convinse che stava solo esagerando, riempiva tutti i vuoti della sua mente, tutti gli spazi dati che la THC aveva liberato, di paura, terrore, indicibili e folli manovre contro la sua persona. Vai a vedere era solo un cane.

 

“E se fosse come dico io? Se ci fosse qualcuno?”

 

“E se…” già pensò Cesare, “e se… e se in realtà non ci fosse un cane e fosse invece un qualche tizio? Di sicuro uno che giusto non lo è per niente… minimo armato. E che cazzo ci fa un qualcuno a quest’ora così poco cristiana a guardarsi lo spettacolo di questi due drogomani con le loro amichette? Che ci fa? Te lo dico io Cesare, ci fa il pervertito… e un pervertito armato a me mette una paura fottuta.”.Già, Cesare si faceva questo trip mentale mentre stretto a Lucy ci dava dentro con il corpo, solo con quello per Dio, che il cervello era altrove. Fu allora che lo capì chiaramente. Erano preda lì dentro, se ci fosse stato qualcuno lì sarebbero stati preda e basta. Se lo vedeva già, lì appollaiato, pronto a vibrargli coltellate feroci mentre le grida della povera Lucy tagliavano l’aria, dando forse ai due derelitti degli amici la possibilità di mettersi in fuga. Ma per com’erano sistemati rispetto all’uscita Cesare lo sapeva che non avrebbero mai e poi mai avuto scampo.

Se un depravato armato ti si apposta in quel casale di campagna per i suoi zozzi maneggi è perché ti ha spiato, conosce le tue mosse e come minimo si è già preparato no? Ha studiato la zona, conosce l’interno della torre, sa come muoversi per fotterti ad ogni variabile da te studiata. Tu provi a fregarlo entrando nella torre e lui ti spinge tra le sue braccia. Ti aspetti un assalto alle spalle e lui invece ti giunge di lato e ti taglia la gola. E fu così che quella sera sarebbe potuta andare… beh, inutile dire che almeno lì Cesare quasi non se ne sarebbe accorto di fare quella fine squallida… Lucy invece, beh, avrebbe avuto modo di dare ottima prova delle sue abilità da ochetta urlatrice prima di farsi ammazzare in quel modo patetico e pietoso, piangendo come una gallinella in un angolo. Magari tutta impiastricciata, in viso, come una tavolozza rossa, del sangue che, a fiotti, la giugulare recisa di Cesare gli aveva spruzzato contro, in faccia. Cesare dopo una mezz’oretta che stavano ciucciandosi l’un l’altro aveva percepito come uno spostarsi di qualcosa, di quell’essere che aveva alle spalle, spostarsi e andarsi a piazzare dentro la torre. E da dove era entrato, pensò Cesare, chiunque egli fosse aveva solo una possibilità: camminare dentro l’edificio alla sua destra e percorrerlo tutto fino a girare l’angolo e trovarsi alla loro sinistra. Compiendo il tutto molto velocemente a loro non avrebbe lasciato molto tempo. Così si spostò con Lucy vicino al muro e si spalleggiò contro la pietra dura. Ora la tipa dava le spalle al luogo da cui plausibilmente il tizio sarebbe arrivato… e Cesare invece lo avrebbe visto dritto negli occhi. Ma questa era solo una supposizione. Il tizio non si mosse dentro la torre, restò lì, attese… non fece assolutamente nulla. Cesare imprecò contro il suo paranoico sistema elaboratore centrale… si scambiò altre piccole tenerezze con Lucy e poi prese l’uscio del torrione. Sulla soglia rivolse uno sguardo stanco all’ingresso, erano solo gatti randagi, pulciosi che avevano trovato riparo lì… evidentemente non c’era proprio nessuno.

 

“Era solo un gatto, ti dico che era solo un gatto!”

 

Adesso, alle cinque di mattina non era più tanto di quella convinzione. Lucy aveva sciorinato le proprie perplessità… e Cesare si era reso conto che, davvero, quella notte avevano rischiato grosso… ma ancora non ci credeva che erano stati a contatto con un mostro… non riusciva a credere che lì ci fosse stato un uomo assieme a loro, lì dentro. Questo, ammettere questo, significava ammettere e accettare l’idea che quel qualcuno li conoscesse e stesse studiando le loro mosse da tempo… Cesare non poteva crederci.

“Domani lì ci torno… così vediamo chi c’è!”…

Poi buio, visivo e sonoro, il down aveva preso il sopravvento sui due. Si sarebbe svegliato solo alle dieci di mattina solo, Lucy era già sparita, a casa dalla Mamy; era ora che a Cesare quella notte, quella appena passata era tornata in testa. Era finalmente solo… ma si sentiva ancora quegli occhi addosso, fitti, penetranti, fin dentro la carne. Ce li aveva sotto pelle, li sentiva sgusciargli dentro con perizia, energia e delicato sadismo, li sentiva muoversi, pungerlo e toccargli i nervi. Quel pensiero lo stava facendo impazzire. Doveva risolvere questa situazione e farlo nel minor tempo possibile. Doveva farlo altrimenti quel maledetto pensiero non lo avrebbe più fatto dormire, ci sarebbero stati altri milioni e milioni di sogni come quello del pulcioso nero bastardo. Senza contare che avevano deciso già di tornarci nel torrione, la sera stessa per una nuova seduta di etilismo. E in queste condizioni non ci sarebbe stato bene a farsi scendere alcoli e fumo giù a miscelarsi per mandarlo ben bene dritto in orbita. No… doveva risolvere il mistero.

 

Parcheggiò lentamente l’auto distante dalla torre, più o meno a duecento metri dall’ingresso; se lì dentro c’era qualcuno, quel qualcuno non doveva sentirlo, per nessuna ragione al mondo. Si incamminò verso l’arco d’entrata a passo abbastanza cauto, non troppo lento, ma comunque cauto. Non era armato davvero, in tasca aveva un coltellino discreto, poco sotto il palmo e in mano, nella destra, teneva stretto, serrato il blocca-pedali della macchina, chiuso, praticamente un randello da guerra in ferro. Non che questi oggetti gli dessero una gran sicurezza… ma almeno! Almeno se un qualcuno lì dentro avesse voluto fargli qualcosa, beh, salvo che non avesse avuto con sé pistole o altra roba a lunga gittata, avrebbe dovuto pensarci due volte prima di imboscarlo. Questo in teoria… in pratica, con la lucida consapevolezza, Cesare lo sapeva che stava imboccando una brutta strada, un sentiero pericoloso, nella favola avrebbero detto che stava entrando nella tana del lupo. Il dedalo di stanze di cui quel posto al pianterreno era composto rappresentava l’ideale arena di un folle sadico. Si sentiva Jodie Foster nel “Silenzio degli Innocenti”, braccato dal folle maniaco, accecato in un luogo dove il carnefice ha piena visuale. Tastava i muri entrando, ci camminava raso raso… girava le camere con le spalle attaccate alla parete di roccia fredda, polverosa, umidiccia, pestava i piedi in terra il meno possibile, stringeva il pedal-block in modo ossessivo, tanto da farsi le nocche bianche e da rischiare di maneggiare male il suo martellone per i palmi delle mani sudati. Evitava di finire col corpo nei coni di luce per non proiettare ombre qua e là. Intanto fuori il vento e i graziosi randagi locali smuovevano erba, calpestavano rami, sballottavano sassi e sassolini; un vero concerto del terrore per il nostro, lì dentro pronto a sobbalzare ad ogni minimo fruscio. Aveva raggiunto intanto il punto più interno della torre, un povero lucernario si affacciava nell’angolo del giardino, una camera di proporzioni modestissime, umida più delle altre e polverosa ma virtualmente inarrivabile, se non di giorno, a chi fosse entrato nella torre senza una torcia e soprattutto senza cattive intenzioni. L’accesso alla stanzetta era pressoché invisibile al buio e, in effetti, Cesare, di quella camera la notte prima sembrava non avere memoria. Ora ricollegava alcuni rumori che gli arrivavano alle orecchie dalle spalle, rumori che a lui sembravano giungere dal muro, ma che ora, capiva, provenivano proprio da questo locale, dalla finestrella che la notte prima giaceva nascosta al buio dietro la fronda del grandissimo fico del giardino. E se rumori giungevano di qui la notte prima potevano solo essere quelli di chi si era nascosto lì per un suo losco, qualsivoglia motivo e si era poi trovato nella condizione di spiarli bene. Irruppe nella camera veloce, sperava di sorprendere qualcuno. Tra quelle mura invece giaceva un materasso lercio, complice di chissà quali peccatucci, qualche abito stracciato e ridotto a pezza, un sandaletto e delle bottiglie vuote di birra. Non ci voleva quasi credere: immigrati, clandestini forse in fuga dopo lo sbarco… oppure una mignotta che dalla provinciale lì vicino portava lì i suoi clienti per un quarto d’ora di squallido sesso da macelleria. Per Cesare, ammettiamolo, fu una mezza delusione. Ripercorse i suoi passi… senza più curarsi d’altro!

 

Che piacere quando torneranno ancora… ieri sono stato sciocco ed imprudente! Troppo rumore, decisamente troppo rumore. Ma ora che conosco tutte le loro abitudini, ora che ho studiato bene la preda so come agire senza problemi. E lo farò, stanotte… costi quel che costi! Lo vedrò stramazzare al suolo incapace di muoversi o urlare; un colpo solo, secco, giù alla base del collo e lo vedrò afflosciarsi come un sacco vuoto… un solo leggerissimo tocco con questa bella lama; peccato non l’abbia vista quando è entrato, sarebbe bastato dare uno sguardo sul lato destro del materasso per notare il manico… è lì che lo tengo conficcato, pronto ad ogni eventuale uso. Per lei ho altri progetti… aspetto stasera, al calare della notte tornerò a giocare con le mie prede, sicuro, beffardo… ora che sono convinte, loro, poverine, che io non esista più!

 

 

    

   

ALEKS

Aleks, al secolo Domenico Mortellaro, barese, nato nel 1979. Dopo la maturità classica tento di raggiungere la laurea in Giurisprudenza combattendo contro i miei demoni cartacei e divorando qualsiasi produzione cartacea o visiva che sia catalogabile tra i generi pulp, neo-noir, gothic, neo-gothic, horror, e in generale alternativa ed

estrema. Da due o tre anni mi diletto anche a scrivere racconti brevi e lunghi di solito tutti ambientati nella squallida e pruriginosa provincia barese. Un racconto é comparso in "Grande Macello" sul sito www.geocities.com/Area51/Shadowlands/1981/racconti.html.  Vari altri racconti sono reperibili su GHoST e in altri cantieri di scrittura.

  

 

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