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FESTA DI COMPLEANNO scritto da Ivo Gazzarrini
Era spuntato da poco il sole, la luce solare filtrava dalle persiane della finestra come lunghi fili color oro. Mi piace guardare il sole che nasce e la luce che a poco a poco prende il sopravvento sul buio. E’ come una lotta, quella fra il bene e il male, oppure fra il paradiso e l’inferno. Ormai faccio parte da troppo tempo all’inferno. Sapete, oggi è il mio compleanno! Ventitre anni, ma non li dimostro. Oramai non invecchio più. Per essere precisi è come se avessi ventuno anni, eh già! È a quell’età che sono morto... o che sono rinato. Beh, dipende da come uno la vede, perché per me è iniziato l’inferno e non credete che sia bello andare in giro la notte in cerca di cibo per sopravvivere. O per morire. O per continuare a non morire... o a non vivere! Mi sento male, non ce la faccio più ad andare avanti in questo stato. Io non sono cattivo, non lo ero nemmeno quando ero una persona normale, un comune mortale come tanti altri. Ho pensato persino al suicidio, ma ditemi voi come cazzo si suicida un vampiro! Forse con un paletto nel cuore? Non avrò mai il coraggio per farlo e il problema è che sono stanco di succhiare sangue alla gente. Ma se non lo faccio provo dei dolori atroci, impossibili a descrivere e quando bevo e sento il dolce sapore del sangue che mi brucia la gola e lo stomaco, provo un piacere immenso. Pensate all’orgasmo più forte che avete mai provato. Per me bere sangue è come scopare. Di più! E’ come essere un drogato. Un tossico ha una speranza su cento di uscirne fuori, io no! L’unica via d’uscita è la morte. Ma io sono già morto! Ho imparato a succhiare sangue un poco per persona. Cambio la mia vittima di continuo e sono riuscito a constatare che la gente nemmeno se ne accorge. Di questi tempi chi ci crede più ai vampiri. Ci sono cose peggiori: il mondo va verso l’autodistruzione, gli uomini si scannano l’uno con l’altro. Ogni tipo di violenza nasce e cresce che è una meraviglia. A volte penso che i vampiri sono loro e non io. Ho ucciso due persone da quando sono un non morto. Dio che parola: non morto. Non è fantastica? Quando ero vivo leggevo molti libri dell’orrore che trattavano di vampiri, mi piacevano un sacco e quella parola era mitica. Non morto. Suonava bene perché forse non sapevo bene il suo significato. Era una frase che mi faceva pensare e mi chiedevo come si potesse sentire una persona che non è né viva né morta. Adesso lo so. Sei un non morto, punto e basta. E quello che si legge sui libri è una cazzata. Non è vero che con la luce del sole tiriamo le cuoia, siamo solo più deboli ed è assolutamente falso il fatto che di giorno dormiamo, noi non riposiamo mai, non sentiamo la stanchezza. Siamo costretti a vagare per l’eternità. Il sangue che bevo è sempre poco, non basta mai e sento l’angoscia e il dolore che stanno prendendo posto dentro di me. Una volta ho ucciso a causa del dolore che mi perseguitava. Una delle due volte. Ricordo che avevo le convulsioni, un male atroce allo stomaco. Quella sera mi trovavo alla stazione di Pisa, entrai nei bagni pubblici e aspettai. La sofferenza si faceva sempre più forte fino a che vidi entrare un ragazzo. Cominciai a leccarmi i canini affilati ed ebbi un’erezione al solo pensiero del suo sangue che scorreva dentro di me. Un secondo dopo ero sopra di lui. Gli strinsi il collo con tale violenza che vidi esplodere l’occhio destro del ragazzo. Fu in quel momento che affondai i denti nel suo collo e cominciai a succhiare fino a che non fui sazio. Il dolore era passato ma mi sentivo male per quel povero disgraziato che avevo ucciso. Cinque minuti dopo ero sparito da lì. E adesso sono qua. In una squallida camera di un’altrettanto squallida pensione. E domani dove sarò? Che importa oramai. Io non ho più una storia e non ha più senso la mia “vita”. Non posso avere figli, non ho più una famiglia. Sono il peggio del peggio. Davanti a me non c’è niente, non possiedo più i sogni e i desideri che avevo quando ero normale e che un qualsiasi ragazzo della mia età ha. Prima che diventassi quello che sono amavo una persona. Il suo nome era Marlia. Lei ha fatto di me il mostro che sono adesso, ma non la odio. L’amo ancora. La notte che la incontrai facemmo l’amore. Lei mi confidava di sentirsi sola e io le dicevo che non l’avrei lasciata mai, che adesso aveva me. Mi ha donato la morte. Poi, per il dispiacere credo, se n’è andata e non l’ ho più rivista. Mentre facevamo l’amore mi succhiava il sangue e io la lasciavo fare. Diceva che stava male. Marlia mi faceva capire che se avessi bevuto del sangue sarei sempre rimasto con lei. Diceva che adesso ero pronto. Così lo feci. Rimorchiò una puttana e la portò nella camera dove alloggiavamo. La ragazza si spogliò e brontolò affermando che in tre voleva il doppio dei soldi. Marlia disse di si, che andava bene e s’inginocchio davanti a lei. Cominciò a baciarle le ginocchia salendo sempre più su fino a leccarla fra le gambe. Poi si spogliò anche lei, spinse la puttana sul letto e tappandole la bocca con una mano affondò i denti in una tetta della ragazza. Il sangue cominciò a scorrere e a sprizzare. In un attimo la coperta era tutta intrisa di sangue, io mi chinai sul seno squarciato della donna e cominciai a succhiare. Marlia continuava a mordere il corpo della ragazza e a bere avidamente. La giovane, che fino a quel momento si agitava convulsamente, cominciò a calmarsi e a spegnersi a poco a poco. Ogni tanto qualche nervo scuoteva il suo corpo ma oramai era quasi morta. Alla fine, quando fummo sazi, mi sbarazzai del cadavere. L’avvolsi in un sacco dell’immondizia e lo lasciai in un cassonetto. Quando rientrai in camera Marlia era sparita. Da allora non l’ ho più vista. Devo assolutamente porre fine alla mia non esistenza. Ho bisogno di trovare la pace, per me e per le persone che mi circondano. Se continuo così ucciderò ancora. Ho sete, tanta sete. Forse, oggi che è il mio compleanno, avrò una bella sorpresa. La sento molto vicina. Da qualche giorno avverto il suo richiamo. Marlia verrà a darmi il riposo eterno. Lei è esperta, è la mia padrona. Manca poco. Entrò dalla finestra. - Ciao Marlia, ti stavo aspettando. – - Ciao amore mio, sono qui per darti la pace e per prenderla da te. – - Non aspettare più! – Marlia si china su di me. Sento i suoi denti che affondano nel mio stomaco e l’estasi crescere in una vampata di calore dentro il mio corpo. Il dolore se ne va via e io prego Marlia affinché continui. Poi affondo anche io i miei canini nel suo ventre e l’ascolto mentre sussulta e urla. Comincio piano a morderle le labbra del suo sesso e a strappare via la carne fino a che le viscere del suo intestino non mi si rovesciano sulla faccia. Anche lei mi sta divorando. Il piacere che provo è immenso e anche Marlia è felice, felice di trovare la pace. Ci sediamo sul letto l’una di fronte all’altro. Lei ha il ventre lacerato e le budella sono riverse sul candido lenzuolo. Io ho lo stomaco squarciato e vedo il mio pene sul pavimento. Poi guardo Marlia negli occhi pieni di lacrime. - Ti amo. – Le dico. - Anch’io ti amo. – Uniamo le nostre labbra e cerchiamo l’umido contatto delle nostre lingue guizzanti, in un vortice di amore e lussuria. Poi avvicino la mia bocca al suo petto e lei al mio e cominciamo a scavare con i nostri denti da vampiro fino ad arrivare al cuore. RACCONTO SELEZIONATO (11° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001
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