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FIAMME PURIFICATRICI scritto da Francesco Cicogna
La pioggia scrosciava incessantemente quando Gabriele tornò a respirare a pieni polmoni l’aria rassicurante e pulita del cimitero della grande città. Pensò che non avrebbe potuto trascorrere un secondo di più all’interno di quel luogo così lugubre. Chiuse dietro di sé velocemente la porta grigio scuro dotata di maniglione antipanico, una delle uscite di sicurezza presenti nell'imponente edificio ospitante il crematorio e uscì. Carlo è morto. Nonostante in brevissimi istanti la pioggia copiosa lo avesse quasi completamente inzuppato, Gabriele si sedette su una panchina poco lontana, la cui vernice verde era ormai intaccata in più parti da formazioni consistenti di ruggine, il cancro del ferro. Il suo sguardo era perso nel vuoto e la mente in preda a mille pensieri angoscianti. Carlo è morto. Quella frase così banale e allo stesso tempo incisiva, non riusciva a trovare ancora la sua naturale sistemazione nel cervello del ragazzo, che opponeva un fermo rifiuto al suo significato intrinseco. Gabri, non ci crederai, finalmente il capo ha accolto la mia richiesta per il corso di perfezionamento a Londra! Partirò fra due giorni! I ricordi nitidi di Gabriele si concentravano sulla lieta telefonata che aveva ricevuto due giorni prima, con la quale il suo amico intendeva renderlo partecipe di quell’avvenimento eccezionale. Quel viaggio significava crearsi una solida base per il futuro e meritava quindi una degna celebrazione. Carlo è morto.Ma quel servizio al telegiornale esplose fragoroso nella mente di Gabriele come un fulmine che durante un temporale estivo incontra un albero e vi si schianta. Un ragazzo era stato brutalmente assassinato a Soho, nei pressi di uno dei tanti locali gay che giacciono con le loro fondamenta in quel quartiere di Londra. Carlo è morto. Gabriele si era bloccato. La tazzina con il caffè appena versato si era frantumata sul pavimento dopo che la mano aveva mollato la presa, come se improvvisamente fosse rimasta senza energie. Le immagini del servizio scorrevano impietose e al termine la graziosa annunciatrice passò con disinvoltura ostentata da un radioso sorriso, a riferire dell’importante partita di calcio che sarebbe stata disputata la domenica successiva, per la quale era già registrato il tutto esaurito. Quando furono espletate le formalità burocratiche della polizia londinese, il corpo del malcapitato venne rimpatriato in Italia. Al funerale era presente solo la sorella del suo amico, Luna, l’unica della famiglia che aveva ancora un buon rapporto con Carlo. I genitori del ragazzo non avevano mai accettato la sua omosessualità e ormai da parecchi anni avevano tagliato tutti i ponti. Luna invece non aveva mai considerato le inclinazioni del fratello meritevoli di una condanna all’esilio e più volte aveva cercato il dialogo con i genitori per ricomporre la profonda frattura che si era creata nella loro famiglia. I suoi sforzi non avevano portato ad alcun risultato a causa della testardaggine del padre, le cui radici erano fortemente ancorate ad una cultura bigotta e moralista, che non poteva tollerare la possibilità di un amore diverso. I due ragazzi si erano conosciuti sul posto di lavoro due anni prima ed erano subito entrati in sintonia, finché non ebbero il coraggio di dichiararsi reciprocamente. Gabriele non riusciva a capire. Carlo non era solito frequentare quei locali che per lui avevano sempre rappresentato la deviazione scellerata della filosofia di vita gay, a causa della fauna che vi abitava all’interno, composta da viados, transessuali e mercenari d'ogni genere. Gabriele non riusciva a capire. Luna lo salutò in lacrime e insieme diedero l’ultimo saluto alla salma di Carlo. Gabriele osservò per qualche istante quel volto pallido e cinereo che ben conosceva. Poi si avvicinò alla bara e gli diede un lieve bacio sulle labbra, le quali avevano ormai perso il loro tepore vitale. Al termine della scialba omelia celebrata da un assonnato sacerdote, la bara fu portata verso il crematorio, dove espletarono le formalità burocratiche per procedere all’incinerazione. Quando era vivo, Carlo era affascinato da quel procedimento funebre. Raccontava, quasi divertito, che non avrebbe mai accettato di essere sepolto un metro sotto il terreno insieme a sassi, radici e vermi, preferendo di gran lunga quelle che lui definiva “ fiamme purificatrici ”. – Così anche mio padre si sentirà vendicato! – aggiungeva ogni volta, imitando la voce stentorea del genitore. Quasi nessuno, a parte Gabriele, notava la punta di malinconia che condiva quelle esternazioni. Un addetto trasandato, vestito di una tuta da lavoro sporca e consunta li chiamò a voce alta distogliendoli bruscamente dai loro pensieri, per avvisarli che la cremazione stava per iniziare. Si recarono in prossimità della bara di legno economico, che era stata deposta su di un nastro trasportatore simile a quelli su cui vengono sistemati i bagagli negli aeroporti. Essa, dopo un breve tragitto, arrivò al cospetto delle porte scorrevoli che fungevano da entrata per la stanzetta dove era alloggiato il forno crematorio. Seguirono l’ultimo tratto di quel viaggio senza ritorno dai monitor di servizio. La bara si fermò davanti alla porta metallica della piccola fornace, che pareva quasi essere la bocca di un grosso predatore pronta ad avventarsi sulla sua vittima. Quando la porticina si aprì, Luna e Gabriele osservarono le fiamme crepitanti, che sui vecchi monitor in bianco e nero sfavillavano creando un effetto di contrasto che li fece rabbrividire. Poi rimase solo cenere, mentre aleggiava nell’aria quell’odore dolciastro causato dalle corone di fiori deposte sulle bare dei defunti e poi bruciate congiuntamente al feretro stesso. Gabriele si augurava che fossero realmente solo i fiori a produrre quell’essenza stucchevole che causava difficoltà respiratorie. Finché i suoi polmoni giunsero alla saturazione e quindi il ragazzo cercò di allontanarsi il più velocemente possibile da quel profumo di morte. Parecchi minuti dopo era ancora lì, seduto su quella panchina arrugginita con lo sguardo perso nel vuoto. La pioggia aveva deciso di continuare ad infierire, ma lui non avvertiva nemmeno più le sferzate dei goccioloni che gli schizzavano sul viso. - Posso sedermi? – Luna si avvicinò a Gabriele e, senza attendere una risposta, si era accomodata al suo fianco. I lunghi capelli castani, resi ormai umidi dall’acquazzone cadevano a ciocche sul pesante cappotto nero che proteggeva la ragazza dal freddo pungente. Lui non paté fare a meno di osservare come assomigliasse al fratello, lo stesso sguardo acuto, i medesimi occhi scuri, vividi e profondi. - Come ti senti? – le disse. - Malissimo – rispose la ragazza con un filo di voce. – Ciò che più mi addolora è l’assenza ostinata di mio padre – disse stringendo con rabbia il fodero dell’ombrello che teneva fra le mani come se volesse infliggere una punizione al genitore. Il ragazzo cercò di mascherare le lacrime, le quali si mimetizzavano mescolandosi alle gocce di pioggia che gli accarezzavano il volto con un movimento leggero e aggraziato.
La sveglia suonò puntuale come al solito alle sei e mezza, ma quella mattina Gabriele fece una fatica enorme ad alzarsi. Non aveva dormito, stritolato nella morsa che l’ansia e il dolore avevano creato con maestria diabolica a compressione del suo cuore. Quel maledetto lavoro lo attendeva, quell’impiego che racchiudeva la mediocrità della sua vita e che lui odiava con tutte le forze. Entrò in quella ditta di filtri industriali che aveva appena una ventina d’anni, colmo di speranze, di buoni propositi, di voglia di diventare qualcuno. Gli schiaffoni verbali e materiali del suo capo lo avevano però ricondotto alla brusca realtà in breve tempo. Ma non si era arreso. Aveva continuato a svolgere le sue mansioni con zelo e celerità, confidando che la sua occasione sarebbe presto arrivata. Invece, inaspettato, era apparso Carlo e con lui un universo di sentimenti da esplorare giorno dopo giorno e nuove esperienze di cui fare tesoro per la vita. Ma la vita può essere crudele. Così erano iniziati i primi problemi con i colleghi, le prime frecciatine, gli sguardi indagatori e accusatori che silenziosamente insinuavano “ ma sarà vero? ”. “ Maledette malelingue… metti la paglia sul fuoco e un incendio poi scoppierà … ” , erano le parole contenute nel testo di una triste canzone di Ivan Graziani. Descrivevano sensazioni che Gabriele conosceva assai bene. personali. Il capo, Oreste Verderame un sessantenne brizzolato e panciuto, provava un fastidio evidente nei loro confronti, e coglieva ogni occasione e pretesto per infliggere umiliazioni e lavori pesanti. Era soprannominato “ Il Boia ”, a causa della sua facilità di licenziamento e tutti i dipendenti tremavano al solo pensiero di doversi trovare in conflitto con lui. Ma il Boia aveva bisogno di entrambi, per la loro abilità e la loro esperienza, quindi sfogava le sue frustrazioni bestemmiando e insultando i due poveri ragazzi ogni qualvolta se li trovava a tiro. Gabriele fece colazione velocemente, ma il suo stomaco era ancora troppo irrigidito per essere in grado di tollerare anche solo un caffè. E la naturale destinazione della bevanda fu il water in bagno, mentre il ragazzo, scosso da singulti e da conati di vomito, era inginocchiato davanti ad esso. Finalmente riuscì a impadronirsi nuovamente delle sue sensazioni e del proprio corpo; dopo essersi vestito raccolse le chiavi della macchina e scese in strada. Salì a bordo della scalcinata Fiat Uno blu scuro del 1987 e accese il motore. Dopo qualche insistenza accompagnata da sommesse imprecazioni, finalmente il piccolo cuore di quell’ammasso di latta iniziò a pulsare e permise una lenta partenza verso ciò che era, agli occhi del ragazzo, uno dei gironi dell’inferno. Gabriele varcò il cancello d’ingresso, timbrò il cartellino con le mani che tremavano sensibilmente e fece alcuni passi in direzione dell’ascensore. Sospirò, premette il bottone del secondo piano, attese che le porte si riaprissero, poi svoltò a destra e arrivò di fronte ad una porta su cui spiccava un cartellino bianco che recava scritto “Contabilità e archivio”. La superò e la chiuse dietro le sue spalle. Poco lontano i colleghi discutevano animatamente ma, come aveva ampiamente previsto, il loro chiacchiericcio perse di intensità fino a cessare del tutto non appena si accorsero di lui. Gabriele mosse verso di loro senza neppure volgere lo sguardo e passò oltre, dirigendosi alla sua scrivania che ospitava pile di pratiche che avrebbe dovuto sbrigare in fretta e senza alcun aiuto, come sempre. Finalmente uno di loro si avvicinò e disse: - Mi dispiace… se c’è qualcosa che possiamo fare per te… - Gabriele gli rivolse uno sguardo gelido. Poi, ignorandolo, si voltò e prese una cartella voluminosa che conteneva una serie infinita di fogli e tabulati ricchi di dati da inserire al computer. Iniziò a digitare velocemente, picchiando forte e con rabbia sul tasto “ Invio ” ogni volta che terminava la compilazione di una scheda. Gli altri “zombie da ufficio”, soprannominati così da Carlo a causa del lavoro alienante che rendeva la loro esistenza, i loro discorsi, i loro ragionamenti sempre uguali e monotoni, lo osservavano con curiosità celata dietro falsa compassione. - Se vuoi possiamo aiutarti ad inserire le pratiche - azzardò una di loro, al che Gabriele smise di martoriare la tastiera e sbatté i pugni sulla scrivania. - Non ho bisogno di falsa solidarietà! Voi volete semplicemente lavarvi la coscienza e mitigare i rimorsi! Ci avete emarginati, ci avete umiliati dall’alto della vostra presunta perfezione con battute feroci, accuse taglienti e prese in giro. No! E’ troppo comodo! – Nessuno ebbe il coraggio di replicare a quell’accorato discorso, finché il gruppo sobbalzò sentendo la porta di ingresso alle loro spalle che sbatteva con violenza contro il muro. - Porca puttana, cosa succede qui? – Il Boia era arrivato e naturalmente la sua apparizione aveva fatto sgattaiolare i “benefattori” verso le loro scrivanie a velocità siderale. - Avanti, mettetevi a lavorare che altrimenti vi sbatto a pulire le latrine dell’edificio! – Il repellente personaggio aveva già individuato quello che secondo lui era il fattore scatenante della confusione; si avvicinò e affrontò Gabriele a muso duro: - Allora, qual è il motivo di questo casino? Stai dando spettacolo eh, finocchietto? Adesso cerca di usare il tuo culone sfondato per sederti su quella sedia e lavorare, che ci sono da smaltire un mare di pratiche arretrate se non vuoi fare la fine di quel coglione del tuo amico frocio, che come ringraziamento per averlo mandato a Londra a imparare qualcosa ha pensato bene di farsi ammazzare da qualche finocchio incazzoso! Puah! – Le piastrelle del pavimento furono adornate da un grumo di catarro che l’uomo aveva espettorato al termine del suo discorso. - Allora, mi hai sentito? – continuò. - Hai capito quello … - Gabriele non riuscì più a trattenersi. Prese il sasso colorato che usava come fermacarte e colpì il suo superiore con violenza proprio all’altezza della tempia destra. Il cranio fu sfondato da quel colpo secco e il sangue iniziò a zampillare copiosamente. Il Boia crollò al suolo ma il ragazzo non smise di infierire contro di lui, scaricando una serie di calci furiosi, intervallati da insulti e grida colme di odio. - … che ti ho detto? O sei forse sordo? – Gabriele abbandonò bruscamente la dimensione dei sogni ad occhi aperti, chinò il capo e tornò a sedersi diligentemente al suo posto. Una lacrima di rabbia mista a dolore e frustrazione gli percorse la guancia. - E non voglio più sentire volare una mosca, chiaro? – abbaiò il Boia uscendo dall’ufficio e sbattendo la porta ancora più forte. Il silenzio era tornato a regnare sovrano e il ragazzo era di nuovo solo con la sua disperazione.
Le ore trascorrevano interminabili davanti alla tastiera e ogni volta che lo sguardo di Gabriele andava a cadere sull’orologio, una stilettata colpiva dritta il suo cuore. Erano le 15.57 e mancavano ancora due ore alla fine di quel supplizio. Quando arrivò il momento tanto atteso i colleghi che così alacremente si erano prodigati per tirargli su il morale, non persero nemmeno un secondo per salutarlo, impegnati solo a raggiungere al più presto la loro casa e le loro vite “normali”. Gabriele radunò le ultime carte e le infilò in una cartelletta destinata alla raccolta della corrispondenza alla firma e a malincuore si alzò dalla sedia per andare nell’ufficio del capo a depositarla. Il Boia non era al suo posto. Probabilmente si era recato negli uffici del primo piano a sbraitare con qualche povero impiegato, vittima come lui delle sue giornate di luna storta. Lo sguardo cadde sulla scrivania di mogano ormai consunta dagli anni, dove regnava il disordine assoluto rappresentato da pile di carte ingiallite, fogli su cui alcune macchie di caffè giacevano secche e malinconicamente abbandonate da chissà quante settimane e alcuni posacenere che avevano un gran bisogno di essere ripuliti dai mozziconi e dalla cenere di centinaia di sigarette che i muri ammuffiti di quell’ufficio avevano respirato nel corso degli ultimi mesi. Scostò con il braccio un raccoglitore che era stato lasciato aperto e appoggiò la cartelletta sul piano del tavolo. La sua attenzione fu catturata da un fascicolo verde deposto su una colonna di faldoni che troneggiavano vicino all’estremità sinistra della scrivania. Sul frontespizio erano segnate a biro blu le iniziali C.G. Gabriele allungò la mano verso il fascicoletto, con il cuore che pulsava dolorosamente. Erano le pratiche per la sostituzione di Carlo Galardini. Il suo Carlo. La fototessera che campeggiava in alto a destra ritraeva il ragazzo con il viso sorridente. Lo stesso sorriso che lui conosceva benissimo e che tante volte aveva visto nascere spontaneo. Stava annaspando nel mare dei ricordi quando il telefono di Verderame iniziò a squillare insistentemente. Lui conosceva gli ordini perentori del suo capo; nessuno avrebbe mai dovuto rispondere ad una telefonata diretta al suo apparecchio quando non era presente. Ovviamente non avrebbe violato le disposizioni date da quell’aguzzino; il “bip” della segreteria telefonica lo rassicurò sul fatto che essa avrebbe egregiamente svolto la sua funzione. - Oreste, listen carefully . Scotland Yard has finally closed the case. They don’t have any suspicion in charge of you. Call me back as soon as possible, we have to discuss about my reward…bye. CLICK. – Gabriele comprendeva l’Inglese dannatamente bene. Oltre ad averlo studiato a scuola, aveva frequentato alcuni corsi privati, conscio dell’importanza che la conoscenza della lingua di Shakespeare rappresentava nella società moderna. Caso chiuso? Scotland yard? Sospetti su di lui? Una ricompensa? Per cosa? La sua mente era precipitata in questo vortice di domande senza risposta.
Tornò a casa, ma il tormentato ricordo di quella telefonata non gli dava tregua. Allo stesso tempo, subdolamente, il sospetto cominciava ad insinuarsi in lui. Verderame poteva essere coinvolto nella morte di Carlo? Un brivido gli corse lungo la spina dorsale mentre il suo corpo iniziò ad essere scosso dal freddo e dai tremori. La notte insonne trascorse interminabile, ennesimo martirio dopo le sofferenze patite durante la giornata lavorativa. Ma non fu improduttiva. Gabriele aveva elaborato un disegno complesso, che avrebbe messo in atto l’indomani. Innanzitutto si avvalse di ogni scusa per orbitare nei pressi dell’ufficio del Boia, tendendo l’orecchio alla porta chiusa. Ormai conosceva bene le sue abitudini e sapeva esattamente che lo “slam” secco seguito dalla vibrazione della parete era sinonimo inequivocabile di porta chiusa e telefonata riservata. Il timbro di voce del suo capo era come sempre molto marcato, quindi riusciva abbastanza agevolmente a distinguere i contenuti delle conversazioni. La giornata scivolò senza alcun accenno a comunicazioni in Inglese. Alle 18, come di consueto, l’ufficio si svuotò. Gabriele ebbe l’accortezza, qualche minuto dopo, di recarsi con la corrispondenza alla firma nell’ufficio del capo. - Permesso… - - Avanti! – rispose il Boia col suo solito tono di voce arrogante e fastidioso. - Le ho portato la posta da firmare. Se non c’è altro io andrei a casa… - - Va bene, lasciala lì e togliti dalle palle – La risposta maleducata troncò la conversazione. Il ragazzo uscì dall’ufficio accompagnato dal capo, che sbattè la porta con violenza ferina. Ci siamo, pensò Gabriele. Si avvicinò di soppiatto verso la porta, tendendo l’orecchio. Sapeva che gli addetti alla pulizia non sarebbero arrivati prima di mezz’ora e non c’era quindi anima viva che potesse accorgersi di lui. - Hi, it’s me – la voce di Verderame era facilmente riconoscibile. - Yes, I have listened your message. Perfect job. You will receive a bank transfer on your account within three days for 150.000 euro. I have fixed everything in order to hide my name. My Swiss bank is going to put in place the transfer itself…- Sant’Iddio, pensò il ragazzo. Quella cifra era troppo elevata perché fosse un compenso per una commessa ordinata da qualche cliente estero. E poi parlava di un bonifico su una banca svizzera e di un conto anonimo. La mente di Gabriele lavorava freneticamente alla ricerca di collegamenti che potessero provare e confermare il coinvolgimento del suo capo nell’omicidio di Carlo. - Ok, I agree. The most important thing is that I have saved my ass! And that damned faggot does not have its anymore! Ahahahhah! – Il Boia proruppe in una risata sguaiata, compiaciuto di quella che doveva sembrargli una battuta da cabaret di alto livello. Gabriele riuscì a stento a soffocare un moto di rabbia e disgusto. Non c’era più alcun dubbio. Il “ faggot”, cioè il frocio di cui parlava il suo capo non poteva essere che Carlo. Il velo di mistero aleggiante intorno a quel delitto era ormai scivolato via. “La cosa più importante è che mi sono parato il culo”. Queste erano le parole che aveva proferito quel bastardo. Ma a cosa si riferivano? Gabriele tremava, scosso dallo shock originato da ciò che aveva scoperto e gli riuscì alquanto difficoltoso riprendere il controllo delle proprie emozioni. Per un istante pensò di essere sul punto di esplodere, e di lanciarsi all’interno dell’ufficio ad afferrare per il collo quello spregevole assassino. Meno di cinque minuti dopo Verderame usciva dal suo antro e Gabriele ne seguì il tragitto nascosto dietro una scrivania. Dopo essersi accertato dalla finestra che il pancione brizzolato avesse appoggiato l’enorme sedere sulla sua Mercedes C 270 CDI nuova di zecca, si precipitò all’interno del maledetto ufficio. Guardò l’orologio, erano le 18.09. Gli uomini delle pulizie sarebbero arrivati alle 18.30. Aveva poco, pochissimo tempo. Iniziò a rovistare nei cassetti e fra le montagne disordinate di cartacce. Non si preoccupava di lasciare in ordine. Quella specie di porcile che era la scrivania del Boia mutava aspetto centinaia di volte durante la giornata di lavoro. Ma i suoi sforzi erano quasi disperati, non aveva idea di cosa cercare o su quali fogli rivolgere l’attenzione. Ammassò una pila di buste a sacco sopra una cartelletta in Prespan che indicava la dicitura “rendiconto consuntivo anno 2000” e iniziò a sfogliare una serie di fascicoli relativi alle ultime spedizioni di filtri per le industrie del precedente trimestre. Fu in quel preciso momento che l’emisfero sinistro del suo cervello gli inviò finalmente l’input corretto. Riprese in mano la cartelletta col rendiconto del 2000. Come mai i dati di bilancio relativi a più di due anni prima si trovavano lì? Analizzò rapidamente le schede contenute all’interno. Di primo acchito non vi era nulla di strano o anomalo. Stato patrimoniale, Conto economico e indici di bilancio. Il cuore di Gabriele cessò di battere per alcuni secondi. Il suo sguardo si era posato su alcune stampe di e-mail mandate da Carlo Galardini a Oreste Verderame. Iniziò a leggere la prima: Signor Verderame, stavo analizzando il consuntivo del 2000 quando mi sono accorto di strane anomalie relative alla fatturazione di consegne di filtri nel periodo marzo-aprile e settembre-ottobre. Secondo i miei calcoli i volumi di quei bimestri sono nettamente inferiori alla media del periodo. Potrebbe esserci un errore. Qui le allego i file relativi ai dati da me scoperti, mi faccia sapere come devo proseguire in questa indagine. Distinti Saluti. Data 11/01/2003. Gabriele sobbalzò. Solo due settimane prima della morte di Carlo! Proseguì nella lettura della seconda. Signor Verderame, ho proseguito nelle indagini nonostante lei non abbia ancora risposto alla precedente e-mail. Sembra che in quel lasso di tempo siano state fatturati ordini per circa 130.000 euro, ma dai tabulati relativi alle bolle di spedizione risultano effettuate consegne per circa 300.000. Considerando anche i dati dell’altro bimestre in questione, le fatture hanno un importo totale di circa 200.000 e le bolle di spedizione indicherebbero invece un volume delle spedizioni sui 380.000 euro. Confrontando anche i prospetti con i dati di produzione, sembra che a bilancio sia stato dichiarato un importo inferiore di 350.000 euro. Appurato che i volumi dell’azienda si aggirano sui 10 milioni di euro, mi sembra che l’errore sia abbastanza rilevante. Non capisco dove possano essere finiti quei soldi. Io continuo, mi faccia sapere qualcosa. Distinti saluti. Data 20/01/03. Anche quella data colpì profondamente Gabriele. Il giorno successivo Carlo gli aveva comunicato la notizia del suo viaggio a Londra, avvallato dal capo. I pezzi del puzzle iniziavano a combaciare in modo drammaticamente perfetto. Verderame aveva messo in atto un qualche imbroglio contabile e aveva sottratto quei soldi all’azienda. E l’avrebbe fatta franca se Carlo non si fosse imbattuto in quel rendiconto sballato. Guardò l’orologio. Erano le 18.28. Non aveva più tempo. Raccolse la cartelletta e tutti i dati di bilancio. Uscì dall’ufficio, indossò il cappotto e prese la valigetta, nella quale nascose i preziosi documenti. Trafelato raggiunse la porta dell’ascensore, premendo insistentemente il pulsante di chiamata. Il secondo ascensore era entrato in funzione e stava salendo; erano sicuramente gli uomini dell’impresa di pulizie. Non doveva farsi trovare lì. Il suo cuore batteva all’impazzata e intanto il maledetto mezzo ancora non arrivava. Imprecò mentalmente e si girò a guardare le porte dell’altro, pronto in cuor suo a trovarsi di fronte gli sguardi interrogativi degli inservienti. O peggio ancora del Boia. E se fosse tornato indietro per qualche motivo? Questa prospettiva minacciò seriamente la saldezza dei suoi nervi. Finalmente alle sue spalle si schiusero le porte scorrevoli e in un lampo fu all’interno, premendo con forza il tasto del piano terra. Proprio mentre ripartiva, anche l’altro elevatore giunse al piano, ma ormai lui era al sicuro, protetto dalla cabina che lentamente stava scendendo.
Giunto a casa cadde sfinito sul letto, senza aver avuto neppure la forza di spogliarsi. Poteva distintamente udire la sua anima che gridava di dolore, ma lui non riusciva a radunare energie sufficienti a raccogliere quell’appello. Perché tutto questo era successo a lui? Perché avvertiva che la sua inutile vita era ormai giunta al capolinea? Perché non vedeva via d’uscita? Chiuse gli occhi e si assopì per qualche minuto. Poi accadde qualcosa. Si alzò sospinto da una determinazione nuova, quasi feroce. Radunò i documenti che provavano la colpevolezza del capo e li sistemò con cura all’interno di una busta a sacco. Poi su un foglio di carta bianca scrisse: Cara Luna, quando leggerai queste poche righe tutto ormai sarà compiuto…
… ed è per tutta questa lunga serie di motivi che il colpevole dell’omicidio di Carlo sarà presto punito. C’è il mio destino che mi chiama. A voce bassa, ma mi chiama. E proprio in questo momento gli sto per rispondere. Ti abbraccio con infinito affetto. Gabriele. Luna teneva fra le mani la lettera che aveva appena trovato nella casella della posta quella mattina, insieme ad alcuni documenti che al suo sguardo inesperto apparivano poco comprensibili. Era sbigottita, non poteva credere a ciò che stava leggendo e rileggendo. Le nubi che ottenebravano la sua mente furono però definitivamente dissipate dalla lettura delle e-mail che Carlo aveva mandato a Verderame. La rabbia profonda verso quell’uomo disgustoso si impossessò del suo animo. Riuscì a restare abbastanza lucida da comprendere che la situazione era quasi disperata. Guardò l’ora, erano le 9. Se prendeva la macchina poteva raggiungere l’ufficio di Gabriele in meno di mezz’ora.
Il ragazzo, intanto, era arrivato al lavoro molto presto, portando con sé, nascoste in un enorme borsone da palestra, quattro taniche di benzina da otto litri, quelle di plastica che si vendono nei supermercati. Dopo aver percorso il consueto tragitto di scale e ascensori entrò nel suo reparto. Il grande open space era ancora deserto. D’altronde erano le otto e un quarto e la giornata lavorativa iniziava alle nove. Varcò la soglia dell’ufficio del Boia e si chiuse la porta alle spalle. Aprì il borsone ed estrasse le taniche colme insieme ad un piccolo irrigatore a pompa, simile a quelli che si trovano nei negozi di giardinaggio per spruzzare i liquidi antiparassitari sulle piante. Il suo capo sarebbe arrivato di lì a poco e quindi doveva sbrigarsi. Irrorò i mobili, la scrivania, le carte, gli scaffali e attese. Il solito campionario di insulti e imprecazioni accompagnò l’arrivo di Verderame. Gabriele, che era stato tutto quel tempo nascosto dentro l’ufficio, sbloccò la porta da lui bloccata con la levetta. Dopodichè si nascose nei pressi, in modo da essere coperto dall’angolo cieco che si formava al momento dell’apertura. Il Boia entrò e compì il consueto rituale della chiusura violenta della porta stessa. Fece qualche passo verso la scrivania poi si fermò esitante. - Ma che è sta’ puzza? – commentò a voce alta annusando l’acre odore di combustibile. - Sta tranquillo, tra un po’ non la sentirai più – Con un rapido movimento Gabriele serrò la porta rompendo la levetta in modo da non dare via di scampo alla sua vittima, che intanto si era voltata e lo guardava sbalordito. - Che cazzo ci fai tu, qui dentro? – urlò l’uomo. - Ho compreso tutto, bastardo schifoso! Hai fatto uccidere Carlo perché stava per scoprire i tuoi sporchi traffici contabili. Ti sei arricchito facilmente e velocemente alle spalle della ditta e non hai esitato a ordinare l’esecuzione di chi ti stava per smascherare! Ma pagherai per tutte le tue dannate colpe! – Il ragazzo estrasse dalla tasca un accendino, lo Zippo che gli aveva regalato Carlo per il suo compleanno. La mano tremava, ma il dito azionò la rotellina dell’accensione, facendo scaturire la fiamma azzurrina scintillante. - Non ci provare! – gridò l’uomo. – Fermati, non farlo! Mi dispiace per quello che è successo! Sono certo che potremmo trovare un accordo! – Il Boia era sudato fradicio. Il suo enorme ventre ballonzolava fuori dalla cintura, mentre cercava affannosamente una via d’uscita da quella situazione drammatica. - Nessun accordo. E’ giunto il tempo di morire – Gabriele pronunciò quest’ultima frase scandendo con solennità le parole. Impugnò l’irrigatore e mosse alcuni passi verso Verderame, che indietreggiava impaurito implorando pietà. Azionò la pompa e una spruzzata di benzina raggiunse il volto dell’individuo. Un urlo. Il Boia, reso cieco dal contatto del combustibile con gli occhi cercò di scappare, ma inciampò nella sedia e cadde pesantemente a terra. Il ragazzo si avvicinò e con gelida determinazione completò l’opera innaffiando tutto il corpo dell’uomo. Nel frattempo gli altri impiegati, richiamati dal trambusto, si erano avvicinati e bussarono alla porta. - Andatevene – disse Gabriele. – Andatevene tutti dall’edificio finché siete in tempo! – Quell’attimo di distrazione fu fatale. Verderame, che nel frattempo aveva riacquistato l’uso della vista, si era già lanciato su di lui. Gabriele fu sbalzato contro il muro, ma non mollò la presa sullo Zippo acceso. - Spegnilo, maledetto, spegnilo! – ringhiò il Boia afferrando il braccio del ragazzo e inscenando un pericoloso balletto mortale. Gabriele tentò di sottrarsi dalla morsa del gigantesco uomo compiendo sforzi sovrumani. Era quasi riuscito a divincolarsi quando lo Zippo gli cadde di mano. Appena toccò terra fu questione di millesimi di secondo. Una violenta fiammata partì dal pavimento e avvolse il Boia, attaccando poi la scrivania e gli altri mobili. In meno di un minuto la stanza era diventata un inferno infuocato. Le pile di carte si contorcevano crepitando in immense vampate di fuoco e Gabriele osservava la scena affascinato e allucinato, mentre il fuoco si stava impadronendo delle sue gambe. - Ecco le tue fiamme purificatrici, Carlo! Spero che da lassù tu possa sentirne il calore! - Ai suoi piedi il Boia sobbalzava e urlava, mentre le carni bruciavano e si liquefacevano al suolo. Gli altri impiegati avevano avvertito la puzza di fumo e l’immenso calore che proveniva da dietro la porta ed erano subito scappati in strada, mentre qualcun altro aveva chiamato la Polizia.
Luna frenò bruscamente, abbandonando la macchina in seconda fila. Un panorama infernale apparve davanti ai suoi occhi. Le fiamme avevano ormai preso possesso di tutto l’edificio e i pompieri stavano lavorando instancabilmente per averne ragione. Nel trambusto generale nessuno si accorse di lei, che intanto era avanzata verso l’area protetta. Dopo quasi un’ora di lotta titanica, le fiamme persero d’intensità fino a spegnersi del tutto mentre un drappello di cinque Vigili del fuoco faceva irruzione all’interno dell’edificio. Trascorsero pochi minuti e apparvero due bare di acciaio che tornarono indietro velocemente, portando al loro interno due corpi la cui identità non costituiva un mistero per la ragazza. - Che cosa ci fa qui? Non vede che stiamo lavorando per sistemare questo macello? – La voce trafelata dell’Ispettore Busso echeggiò nelle orecchie di Luna, che si voltò verso di lui. Con la voce rotta dalla commozione lei si avvicinò e gli consegnò il plico che conteneva la chiave del mistero. - Ispettore, qui dentro lei troverà ogni risposta alle sue domande. Ne faccia buon uso affinché la verità venga a galla – Luna si allontanò, silenziosa come era arrivata. Qualche giorno dopo, l’Ispettore Busso ricevette i risultati dell’autopsia sui due cadaveri carbonizzati. Ormai l’identificazione non era più un quesito senza risposta. Altrettanto valeva per la spiegazione dell’accaduto, così eloquentemente descritta in quelle cartelle e in quella lettera affranta. Emise un lungo sospiro e aspirò una boccata dal suo sigaro, deponendolo sul posacenere. Prese la cornetta del telefono e compose un numero sulla tastiera. Dall’altro capo una voce femminile disse: - Scotland Yard speaking – - Hi, my name is Busso, from Milan Police Department. A closed case has to be re-opened, I have new information about.- - Ok, hold the line- Attenda in linea. Fra sé e sé l’Ispettore mormorò: - Ehi boys, questo caso non è chiuso -
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