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FORMA racconto in versi scritto da Bruno Garavini
Il destino è la manifestazione della volontà sotto la forma dell’altro da sé. Hegel, Scritti teologici giovanili
Le dolci rime ruinose ch’ i’ scrissi ritornan ora senza tante ellissi: diròvvi del cancro busòn che certo l’ugola stroncò di Frini Roberto. “Ne’ spedàl starà giorni due”, gli disse cerusico, e non credo che mentisse. Sgargozzar tolse polipo picciolo, invér codina ritorta a ricciolo, ma Destin rude decise contrario e su Roby stese ‘l su’ aspro sudario. Gene latente detto STURBALUPO mostròssi nello dì secondo, cupo, tal che Roby urlò con duòl moribondo, in lui mutava lo sentir del mondo. Gonfiòssi repentin in forma d’uovo, alluminàn’ vision d’un fare nuovo. Colava putrescente da’ pàpule, già dissolto ‘l pensèr di crapule. Surse levitando altezza soprana: “L’uomo Racchio son, potròvvi a puttana mandar, grazie allo mio crudele genio!” Come attor che move allo proscenio il Racchio distese le braccia flesse: SEI, nate da’ fianchi et ivi estroflesse, et al posto de’ man frigide pinze, pe’ strigner a morte senza far grinze. Düolo e distruzion nello spitale, per cure trovâr impatto mortale. Bucanier ei fu delle grigie banche, e plebe ammazzò pel suo diletto anche. Niuna pietate alberga ne’ cervello, il Racchio freme allo scavar d’avello. Natura matrigna che ci volesti teco, secreto far ci nascondesti giacché particule dell’Universo siam, non puote farci Fato diverso. Non demiurgo reggitor ci provvede, il Nulla silente dacci mercede! E giunse dal cielo meteora verde, invocata quando niente si perde, fu cotal Hulk dalla pellaccia tosta, a’ lai de’ feccia provvida risposta. Et eccovi, con verbo da cronista, avvinghiati lor nella pugna trista; e’ scavan buche tra palagi e strade, ruine crollan su folle men che rade, desiose di veder clangor feroce, ‘ve ‘l solo star alla vista nüoce. Ruggito di lion gìttan le figure, tal che cor petroso annaspa, s’impaure. Hulk scaglia lo Racchio contro autoblindo, infuocan l’armi nello cielo lindo. Ma le braccia multiple fanno strage: “Dello mio foco faròvvi ima brage, novo tra Divi sarìa figura una, per vo’ uniti ne’ prece ‘ve si raùna!” “Bastardo fottuto”, fe’ il Mastodonte, “ben manderotti lo piano tuo a monte!”. Sforzo belluìn diègli linfa estrema, come vogadòr che doglioso rema giacché l’agognata méta è vicina: per quel Racchio giungea piena Rovina … O Musa, fa’ che le frasi conosca, le ardue metafore ratta disbosca, che debbo dir della grande vittoria che ‘l corso cambiò della nostra storia. Canta quel che franse braccia protese fin’ a sfondar estreme le difese de’ carne e metallo miscela sozza, cacciandole del Racchio nella strozza! Sì l’urlo stridé nell’aire rovente, tal da far volger perfin l’inaudente. Corpaccio grave esplose ne’ polve arsa, enfio tumor raggiò su terra sparsa. Forlivio feruta rialzò lo capo, cuori saldi a ricominciar daccapo: lodaron gli dèi molte voci agute, quelle che pria fûr nella doglia mute. Il gigante verde, su un tetto assiso: “Come la Man contra l’empio ebbe inciso Mane, Jekel, Fares, e Danïello pesi e divisioni mortal suggello detto, i’ profeto quali Baldassarre siete, rinchiusi tra le vostre sbarre. “Chiamaste me mostro e quant’altro malo, et or m’elevate peana con scialo, ma poscia a sussurrar TANTO è Gonzo: trasmuterà il sol in sbavato bronzo, sbiadendo le cose umane che foste. “Altri Medi, altri Persiani, da coste aliene vinceran in una notte.” Hulk mugugnò col tono di chi sfotte, eppur serio mosse fin’ alla gronda, donde saltò come acqua fa sull’onda.
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