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TORNA INDIETRO

FRANCESCO

scritto da Alfonso Dazzi

 

 

Il villano dice di chiamarsi Giacco da Spedale e poi si butta in ginocchio sulla paglia. E’ un uomo piccolo e tutto consumato.

“Aiutatemi maestro! E’ accaduta una cosa terribile! Mio fratello ha ucciso tutta la famiglia del fabbro!” C’è un momento di silenzio in cui si sente la pioggia che cade sul tetto poi scoppia la confusione dentro alla baracca.

“Assassinio!”

“Signore salvaci!”

“Il Lupo Mannaro!” Frate Simone si rifugia in un angolo e si copre la testa con le mani come fanno i bambini piccoli quando credono di nascondersi. Frate Marco inizia a pregare ma nel frattempo mette il catenaccio alla porta.

“Maestro!”

Ma Francesco non c’è. Frate Luca si mette addirittura a guardare sotto le panche. Cosa crede, di star giocando a nascondino?

“Massimo!” Dice Frate Marco“ Vai fuori a cercare il Maestro!” Gli rispondo di andarci lui, se ne ha voglia.

“Vai a cercare il maestro SUBITO!” Non ci penso nemmeno, brutto stupido. I soldati falliti sono proprio tutti eguali, anche se a un certo punto vedono Cristo e vanno insieme a Francesco d’Assisi.

“Ti dico di andare!” Frate Marco non ha il coraggio di picchiare un bambino qui di fronte a tutti allo stesso modo in cui non ha quello di uscire: è grosso ma vigliacco. Poi qualcuno bussa alla porta ed è Francesco che torna.

“Aprite fratelli, che cosa vi prende?” Subito Frate Marco si dimentica di me e corre a togliere il paletto, tutto feste come un cane. Sai che ridere, penso, se il lupo mannaro si mangiava San Francesco per colpa sua.

“Maestro! Avevamo temuto per te!” Dapprima sento il sollievo e poi, subito dopo, la colpa per non essermi dato pena di lui. In fondo gli voglio bene. Mentre Frate Simone richiude arriva, dal bosco, un ululato molto forte. Più che un ululato sembra un urlo.

“Chi ulula, fratelli? Questo non è l’ululato di un lupo.” Sorride come se fosse una cosa da niente. E’ tutto bagnato perché è stato a pregare sotto la pioggia. Gli esce del sangue da una manica e cola per terra.

“C’è il Lupo Mannaro, Maestro!”

Francesco si siede su un secchio rovesciato e tutti gli si mettono intorno. Si vede che è di origine ricca, come me: solo chi cresce a vino e carne rossa diventa così alto. Con la durezza della vita da frate minore il viso gli si è fatto affilato, però. E ha perso due denti davanti.

“Ditemi cosa è successo, fratelli.” La sua voce è tanto dolce e gentile, sembra ragionevole anche quando dice cose pazzesche tipo andare a pregare sotto la pioggia. Ha fatto presto a convincere mio padre che in un po’ di tempo con lui avrei perso il mio cattivo carattere.

“Mio fratello” Ansima il villano, sempre in ginocchio” Mio fratello  Maestro: è un lupo mannaro e adesso è la fuori nel bosco ma non è colpa mia…” Ha la barba rada e irregolare, come un ragazzino cui non cresce ancora bene. Ma avrà trent’anni.

“Calma.” Lo interrompe Francesco. “Siediti. Mettiti sulla panca e comincia dall’inizio che questa è la prima cosa per risolvere i problemi.”

La storia vien fuori a pezzi e bocconi, il contadino la ricomincia di continuo ogni volta che balbetta come se volesse sputarla fuori tutta d’un fiato: la bestia era in giro da due giorni e a un certo punto è arrivata al villaggio di Spedale. Un altro contadino che si chiama Sergio degli Scalzi l’ha visto sul sentiero ed è scappato di là del torrente. Era grosso come un orso e con dei denti lunghi tanto così. I lupi mannari non possono attraversare l’acqua che corre così si è salvato: il lupo gli ha ringhiato contro e poi ha tirato dritto verso l’abitato. Nelle case eran tutti a letto: ha sfondato la porta della capanna del fabbro e ha ucciso lui e la moglie. E si è portato via Rocco, il bambino. Ma più piccolo di me, aveva solamente due anni.

“Dovete salvarlo Maestro! Altrimenti al villaggio uccideranno me!”

“Perché ti uccideranno?”

“Già, perché ti uccideranno?” Rincara Simone dal suo angolo. Come se fosse un inquisitore. Invece è un povero minorato che Francesco ha raccolto dalla strada prima che morisse di stenti.

Il lupo mannaro si chiama Agostino ed è il fratello minore di Giacco. Da molto tempo si comportava in modo strano. Al villaggio dicono che è colpa sua, che non l’ha tenuto d’occhio.

“E che cosa avrei potuto fare? E’ diventato un lupo mannaro e ululava oddio oddio Maestro vi prego…” Fa per baciare i piedi a Francesco in segno di supplica ma lui si tira indietro.

“Alzati fratello!” Giacco da Spedale esita.

“Verremo anche noi.”

Il villano si chiede dove. Non capisce: si alza e guarda Francesco coi suoi occhi da bovino. Francesco è una spanna più alto di lui.

“…ci condurrai dov’è il lupo e sistemeremo tutto quanto.”

 

“Signore salvaci!” Tutti quanti danno in esclamazioni e paiono cercare rifugio nel buio degli angoli. Sono proprio un branco di allocchi.

“Stai tranquillo fratello. Verrò con te e cercheremo Agostino e metteremo tutto a posto.” Come se ci fosse giusto da andare a far legna nel boschetto. Giacco alza gli occhi e sembra me poco fa: sembra dire perché io, non potresti andarci tu solo? E mi scappa da ridere.

“Cosa ridi piccolo delinquente?” Figurarsi se questo idiota perdeva l’occasione di fare il duro.

“Perché sei scappato alla crociata? Avevi paura che il Saladino ti tagliasse il pisello?” Lui si inalbera ma, come prevedevo, si limita a parlare. Non mette in discussione la mia accusa.

“Sei proprio un’anima perduta! Criminale! “ E fa come certi cani piccoli che sembrano prendere la rincorsa per addentarti ma poi scappano. Marco è proprio come un cane particolarmente stupido.

“…povera la tua famiglia..” Fa lui tutto tetro”…povero tuo padre con un figlio delinquente…” Gliela spaccherei ancora anche adesso, la testa a quel fesso del figlio del mugnaio. E magari anche a frate Marco, perché no.

“E pensa al tuo con un figlio vigliac…” Ma Francesco mi ferma.

“Buono Massimo.” Mi dice “ Adesso abbiamo delle cose importanti da fare non ti sembra?” Io, pronto:

“Certo che mi sembra.” Con lui faccio sempre quello che mi pare. Giacco ci guarda come se magari Francesco potrebbe avere cambiato idea, nel frattempo.

No.

“Andiamo. Faremo la pace con il lupo. Chi ha voglia di venire fratelli?” Lui non ordina mai niente, nemmeno di andare a lavare le pentole.

Per cui non si muove nessuno.

“Vengo io, Maestro.” Gli dico. Una persona normale inorridirebbe al pensiero di portarsi dietro un bambino di dodici anni, tantopiù con questo carattere difficile che mi porto dietro, ma lui è tanto convinto di quello che dice.

“Bene Massimo, allora andiamo.” E apre la porta tutto tranquillo. Per fortuna non piove più.

 

 Il sentiero che va al villaggio non è altro che un tratturo inaccessibile al più spartano dei carri. Noi andiamo a piedi alla luce delle fiaccole e Giacco ci fa strada: sembra che si sia tranquillizzato un poco.

Ho già visto due lupi mannari: uno era un vecchio benedettino di Pavia. Mi avevano mandato là con la speranza di correggermi dopo la faccenda del figlio del mugnaio. Stava nella sua cella tutto il giorno e mangiava dalla ciotola. Certe notti si metteva a urlare e, quando lo conobbi, aveva perso del tutto la capacità di parlare. Farfugliava da solo e non aveva mai fatto male a una mosca. L’altro era un contadino che un giorno sparì e nessuno lo trovò mai più, solo che nella sua capanna c'erano delle impronte di lupo. Più tardi sparirono due bambini che erano andati a far legna e nessuno trovò più neanche loro. Me lo ricordo perché certe volte aiutava lo stalliere di mio padre ed era sempre chiuso in se stesso come se rimuginasse qualche cosa.

“Vorrei parlare con quel contadino.” Dico. I villici non hanno fantasia e le storie che inventano sono tutte uguali. Lui non mi risponde ma Francesco pensa che sarebbe una buona idea.

“Se gli parliamo forse faremo prima a ritrovare Agostino non credi?”.

Giacco non vuole parlare perché ha tante cose per la testa, ma fa cenno di sì. A un certo punto passiamo un ponte e alla fine del ponte c’è una capanna con dentro un fuoco acceso.

“Sergio!” Urla. Ma non ne ha bisogno perché un uomo grasso esce e  ci si fa incontro: è vestito di sacco come un frate solo che, grasso com’è, pare un sacco anche lui. Regge una fiaccola.

“Maestro!” E’ Sergio degli Scalzi. Fa come se Giacco non ci fosse e non ci vuol molto a capire che lo considera responsabile di quello che è successo.

“Stavo mettendo una trappola per le lepri quando l’ho sentito urlare dall’altra parte del torrente…”

“L’hai visto per davvero?” Gli chiedo. Lui non sembra stupito che al Santo si accompagni un fanciullo, probabilmente perché da lui tutti si aspettano ogni stramberia. E mi risponde come se fossi un grande.

“Non molto bene. L’ho visto nell’ombra dall’altra parte dell’acqua. Fa buio.” Ha un gran vocione.

“Cosa esattamente hai visto?”

“Ho visto un’ombra. Era in mezzo alle felci. L’ho chiamato Agostino e lui ha ringhiato. Un verso orrendo. Di sicuro era Agostino.”

“Perché proprio Agostino se non l’hai visto?”

Lui allarga le braccia:

“Perché è l’unico lupo mannaro che c’è qui.” Come se fosse una risposta logica. Forse lo è.

“Perché non sei scappato?”

“Perché i lupi mannari non possono attraversare l’acqua corrente. Non lo sapete?” Il torrente è rapido e gonfio d’acqua.

“E se passava dal ponte?” Glielo addito, sta tre braccia dietro a me. Sergio guarda e impallidisce.

“Possono passare dai ponti?”

“Come credi che abbia fatto ad andare in paese e a uccidere la famiglia del fabbro?” Mi volgo verso Francesco come ad avere spiegazioni. Non capisco come uno possa essere talmente stupido. Ma Francesco non si pone questi problemi e non mi dà alcuna risposta.

“Maestro“ Continua il bifolco “Ma è vero che possono passare dai ponti? Non ha capito il pericolo che ha corso, tanto è ignorante e tardo di mente. Sta capendolo adesso, ma piano piano. A pezzetti. Gli assassini sono gente strana. Agostino è passato a mezzo braccio da casa sua poco dopo che lui ci si era chiuso dentro. Deve averlo sentito pregare attraverso le pareti di legno. Mollo un calcione sulla porta e la capanna trema tutta, per poco non viene giù: gli è andata bene.

“Vieni con noi, Sergio.” Gli dice Giacco. “Il Maestro metterà  tutto a posto. Non puoi restare qui. E se Agostino torna? Stavolta verrebbe dal paese e non c’è acqua tra e te le case.”

Riprendiamo il cammino. I due villici stanno vicini ma il ciccione guarda male quell’altro.

“E’ stata tutta colpa sua.” Mi sussurra. Francesco non ci bada.

 

Il villaggio di Spedale è poco più che un mucchietto di case senza neppure una chiesa. Coltivano granaglie ai margini del bosco e adesso sono tutti qua ad aspettarci con falci e forconi. Hanno la faccia dura e io capisco una cosa che Francesco non realizza.

“Volete andare a mietere la neve?” Fa loro. Qualcuno ride, ma più per il sollievo che per la battuta. Erano per Giacco, quelle falci.

“Il Maestro!” Quando vedono me però si incupiscono.

“Questo bambino mi aiuterà a trovare il lupo!” Annuncia. E se io non fossi il delinquente che sono mi sentirei lusingato. Preso sul serio. Nessun prende sul serio i bambini finché non spaccano la testa agli altri bambini. Un paio di loro ridacchiano, quelli più giovani: come sempre Francesco gliela fa sembrare facile. Poi parla uno grande e grosso e a vederlo penso che magari è un fabbro anche lui, poi spiega che fa il falegname. E’ il capo, in un certo senso, e si chiama Stefano.

“Il lupo è arrivato prima che piovesse, e ululava.” Non c’è nemmeno una donna o un bambino, nella folla. Nemmeno uno. Probabilmente sono dentro le case sbarrate.”…e ha scosso subito la porta del fabbro. Urlava fortissimo, un orrore da far perdere i sensi. Abbiamo sentito urlare anche sua moglie, poi il bambino. E’ passato qualche momento e noi ci siamo messi a pregare nelle nostre capanne, con le porte ben sbarrate. A un certo punto non c’era più rumore e siamo usciti. E abbiamo visto cosa aveva fatto.”

 

La bestia non ha sfondato la porta della capanna: l’ha aperta perché era solamente socchiusa. Dentro giace la madre con la testa quasi staccata e sembra uno straccio buttato via. Indossa una specie di saio, informe, che adesso è intriso di sangue secco. Nero. Il lupo deve averla morsa alla gola, poi l’ha scossa qua e là finché è morta: c’è del sangue anche sulle pareti. Non vedo il fabbro, eppure Stefano ha detto che c’era anche lui. La capanna ha una stanza sola ed è piena di povere cose che alla luce della fiaccola mandano ombre bizzarre: un armadio di legno grezzo, tutto deformato dall’umidità, un pagliericcio per dormire. Una piccola incudine e qualche arnese per aggiustare zappe e falci. Non era certamente una bottega abbastanza grande per costruirli, gli attrezzi. C’è un focolare ormai del tutto spento, nessuna traccia di lampade o fiaccole di nessun tipo. Cerco di ricordare se ci son mai stati dei casi in cui un lupo mannaro abbia rubato qualche cosa del genere.

“Non perdere tempo.” Francesco alla fine è entrato nella capanna ma non certo per curiosità. Ho notato una cosa, nella mia vita: i fanatici non sono mai curiosi di niente, hanno già trovato quello che gli interessa. A vedere il cadavere straziato non fa nemmeno una piega. Giacco lo segue dentro perché ha paura a restare da solo con gli altri, ma si trattiene sulla soglia e non vuole guardare.

“Perché parli così?” Gli chiedo. Cerco sotto a una panca ma c’è solamente un rotolo di stracci.

“Perché dobbiamo andare dal lupo e parlare con lui.”

Gli dico che se trascuriamo qualche dettaglio potremmo anche finire sulla pista sbagliata. Tanto per cominciare il fabbro non si trova.

“Perché tu cerchi un uomo con in mano un martello: quello per te è un fabbro.” E indica il pagliericcio. Dalla paglia, mista a foglie, sbuca una mano senza più dita. Ecco perché non l’avevo riconosciuta. Sui monconi bianchi delle ossa, troncate, ci sono delle cimici. La capanna è piena di cimici.

Scosto la paglia. Subito vorrei non averlo fatto perché sul volto del fabbro, dal collo squarciato, è dipinto un terrore senza limiti. Il terrore di uno che si sveglia e la prima cosa che vede è un lupo mannaro che gli addenta il collo. Ci sono molte cimici anche nella bocca e sugli occhi, sgranati.

Qualcuno dietro di me corre via e comincia a vomitare ma non è Francesco, è il falegname. Quando smette Francesco gli chiede se qualcuno ha un cane da prestarci per trovare il lupo.

“Gli faremo seguire l’odore delle fasce del bambino.” Stupisco per un attimo a vederlo così pratico: non mi immaginavo che si preoccupasse di questi dettagli.

“Vado a cercarne qualcuno, Maestro.”

“Porta i tuoi cani da caccia.” Gli dice un altro villico. Il falegname dice quelli no perché costano troppo per farli uccidere dal lupo mannaro.

 

Ci portano sei cagnacci, i peggiori che c’erano: cinque ci ringhiano addosso fin da subito e Francesco ha un bel dirgli buono fratello cane. Resta solo il cane più vecchio, che si chiama Spezzaferro. E’ un maremmano ormai debole e fiacco ma è l’unico che non scappa quindi o questo o niente. Il padrone ne vorrebbe un paio di monete d’argento ma Francesco dice che è per il bene di tutti quanti compreso il lupo. Lui non insiste, che gli importa di quel vecchio cane.

“Volete uccidere Giacco?” Gli chiedo subito dopo. Lui ha la faccia butterata e gli mancano molti denti, ma non sembra cattivo.

“Lo dirai al Maestro se ti dico la verità?” Siccome la sua aria di complicità mi intriga dico di no.

“Giacco avrebbe dovuto usare la falce. E’ stato debole. E alla fine ha combinato un gran pasticcio. Capisci?”

Non capisco ma invece faccio cenno di sì. Allora lui sorride e mi tocca sulla spalla.

“…se non ritrovate il bambino la falce toccherà a lui.”

 

“Vài Spezzaferro!” Incito il cane. Spero che abbia capito cosa vogliamo cercare, forse non ha fatto storie solo perché è instupidito dagli anni.

“Va verso la capanna di Agostino, su nella faggeta.” Glielo avranno detto i villici mentre io curiosavo nella capanna. Di rado i lupi mannari tornano alla loro casa dopo un omicidio, ma non si può mai dire. Per un momento penso che il cane stia seguendo il percorso che la bestia ha fatto all’andata, ma se fosse venuto di qua il ciccione non avrebbe potuto vederlo.

“Nessuno vuole bene a un lupo mannaro” Dice Francesco “ Lo sai che cosa vuole dire vivere quando nessuno ti ama?”

“Non lo sai neanche tu.” Gli rispondo.

“…vivere da solo. Povero, senza nessuno che ti vuol bene.” Non mi ascolta neanche. Il lupo è passato in mezzo a una siepe e ci ha lasciato un buco largo come un braccio.

Il vento passa in mezzo ai faggi, ogni tanto Spezzaferro ansima. Dopo un po’ sentiamo un urlo lungo e penetrante. Un urlo di angoscia ma anche di rabbia. Viene da monte.

“Eccolo!”

“AGOSTINO!!!!” Francesco attacca a chiamare. “AGOSTINO!!”

“AGOSTINO!!! Sono io, Francesco, e c’è anche tuo fratello Giacco che vuole prendersi cura di te!”

Ma le sue parole sembrano perdersi nel vento, che è l’unica cosa a rispondergli.

Giacco: “La capanna è vicina, ma lui non è li!” L’ululato veniva dal bosco, molto più a monte.

Francesco scavalca un grosso tronco caduto e nel frattempo gli tengo la fiaccola. Quando la riprende, mi tocca e sento che ha le mani caldissime. O forse sono le mie ad essere fredde. Ogni tanto ci imbattiamo in delle chiazze di neve marcia, imbevuta di acqua: sopra ci sono le impronte del lupo mannaro e sembrano proprio quelle di una grossa bestia.

La capanna di Agostino compare dalle tenebre proprio davanti a noi, in uno spiazzo. E’una tana, più che una capanna: quelle del villaggio sembrano i palazzi del Vaticano, al confronto. Poco più che una tettoia di foglie senza l’ombra di un focolare. A pochi passi ci sono due carbonaie, nere e fredde.

“Forse ha lasciato qui il bambino” Dice Giacco. Le speranze che la gente ha. Francesco però è d’accordo.

“Cerchiamo il piccolo. Forse il signore ha voluto risparmiarlo perché noi lo trovassimo qui.” Non ci credo nemmeno per un attimo: se il lupo ha preso il bambino è stato senza dubbio per mangiarselo. Anche Spezzaferro, che adesso sente forte l’odore della belva, comincia a recalcitrare e si mette a terra vicino alla carbonaia più grossa.

“Le carbonaie sono spente da molto.” Osservo.

“Non sono state neppure accese. Sono spente da quattro giorni.” Poi tace all’improvviso come se pensasse di avere detto troppo.

“…come mai Agostino non le ha accese?” Gli faccio: c’è qualche cosa che non mi convince. Anche Francesco si volge a lui per ascoltare la risposta. Giacco tace, fissa Francesco come se sperasse di farlo rinunciare. Il mostro ruggisce ancora, su per la montagna.

Ma io ormai ho capito. Rovisto nella capanna e non trovo né focolare né esca per il fuoco. Né piatti né tazze né una candela né niente da mangiare.

“…avanti fratello. Diccelo.”

“Maestro, non ha acceso le carbonaie perché…era diventato un lupo mannaro…”

Tutti pensano che Francesco sia stupido perché è sempre gentile, e anche io l’avevo spesso creduto: ma invece stavolta non si fa prendere in giro e lo incalza:

“Quattro giorni fa? E tu non hai detto niente a nessuno?” Giacco è troppo sempliciotto per mentire con efficacia, io sarei molto meglio. Bofonchia qualche cosa su forse non erano quattro giorni, forse erano due.

“E tu hai aspettato due giorni a dare l’allarme?”

“..no no, anzi, forse era stamattina…”

“Confondi stamattina con quattro giorni fa?”

“Sono confuso Maestro, io non so…”

“Io so che andrai all’inferno per avere mentito.” Gli dico io, col tono di quello che sa le cose, né Francesco fa in tempo a sgridarmi perché le mie parole fanno effetto.

“…Agostino era…” Singhiozza Giacco”…cioè è…. Agostino è come un fanciullo, o Maestro!”

Gli spaccherei quei denti marci per farlo parlare più in fretta, a quel porco, ma Francesco è dolce paziente e non ha paura. E neanche fretta.

“..Agostino aveva paura del fuoco, Maestro. Gliele accendevo io.”

Pausa. Restano lì a fissarsi un momento.

Nella capanna c’è un terribile odore di escrementi, come in una latrina. Agostino soddisfaceva i suoi bisogni laddove gli venivano, in mezzo alle foglie che gli facevano da letto.

“Gli vendevi tu il carbone?”

“Sì maestro!” Scatta lui. “ Si, altroché! Agostino stava qua e io portavo giù il carbone col mio mulo. Lo vendevo io giù al paese, talvolta per denaro e più spesso in cambio di roba da mangiare. Poi gliela portavo! Maestro io facevo quello che potevo!”

Non lo sto neanche a sentire: intorno ci sono i resti di molte altre carbonaie, già sfruttate. Chissà a cosa pensava Agostino. Mi chiedo come vedesse la cosa, lui.

“…quando morì, la mamma mi disse di prendermi cura di lui, e io l’ho sempre fatto. Venivo qui e gli portavo da mangiare e gli raccontavo la sua filastrocca. Così dormiva…”

Per terra trovo una catena rugginosa, in mezzo al fogliame e allo sterco. La tiro e quella emerge un anello alla volta: è attaccata al tronco di un grande faggio che funge anche da sostegno per la tettoia. La corteccia grigioferro è tutta sfregiata da qualcosa che ha tirato e ha tirato finché un anello si è rotto.

Dietro di me: “Che filastrocca gli raccontavi?”

“Quella che gli cantava la mamma per farlo stare buono quando si agitava da piccolo: dormi dormi mio piccino finché arriverà il mattino.” E quella filastrocca sgangherata riesce quasi a commuovermi al pensiero della pena che quella povera donna ha dovuto sopportare.

“E lui si addormentava?”

Vinco la mia ripugnanza e mi infilo carponi dentro alla tana: in fondo c’è una zona pulita dove le foglie sono state spazzate via. Sulla terra Agostino ha tracciato alcuni disegni che paiono proprio quelli di un fanciullo.

“Si calmava. Quando gli venivano le crisi e si metteva a urlare, gli cantavo la filastrocca e smetteva.”

I disegni mi fanno davvero paura perché li ha tracciati una mano innocente: in uno c’è un bambino, stilizzato, che sta in braccio alla sua mamma. Una figura con due grandi seni che lo stringe fra le braccia e sorride. Questo disegno è stato ripassato più volte man mano che sbiadiva. Il secondo disegno rappresenta un bambino, identico al primo, che sta dentro a questa capanna. Piange e fuori ci sono gli alberi e un sole senza raggi. La luna. L’ultimo è una specie di bambino con la testa di cane. Il bambino piange e ha le mani come artigli e sullo sfondo c’è una delle case del villaggio con la porta chiusa.

Scappo fuori e mi tremano le mani. Balbetto:

“Agostino era come un fanciullo e tu lo hai abbandonato qua. Piangeva e aveva paura del buio. Tu lo hai incatenato perché voleva venire nella tua casa. Alla fine lo hai abbandonato qui a morire di fame ma lui si è liberato e adesso è là fuori!” E tiro un pezzo di catena perché anche Francesco la possa vedere.

Giacco non dice niente, poi Francesco gli appoggia la mano sulla spalla in quel suo gesto tipico e gli dice che, se lui si pente, il Signore aggiusterà tutto. Che non deve preoccuparsi.

Il mostro ha smesso di urlare ma Spezzaferro sembra sempre più agitato. Comunque non scappa.

Giacco piange e parla piano, tra i singhiozzi:

“Che cosa potevo fare? Finché c’era la mamma lui diventava così ma la mamma lo abbracciava e lo teneva stretto e gli cantava la filastrocca così stava buono, ma poi lei è morta di febbre e siamo rimasti soli! Nostro padre era un ladro e lo hanno impiccato! Cosa potevo fare io?”

Francesco lo consola, gli dice che nel Regno Dei Cieli tutte le ingiustizie verranno appianate e che il lupo pascolerà con l’agnello e tutti i bambini perduti ritroveranno la loro mamma.

“Devi liberarti dei tuoi peccati. Poi andremo da Agostino e faremo la pace. Parlami, fratello mio! Perché lo hai lasciato solo?”

“All’inizio io provavo a tenerlo stretto, ma lui rompeva le cose e urlava così quelli del villaggio avevano cominciato ad avere paura e dicevano che mio fratello era cattivo e lui non cambiava mai!”

Mi intrometto:

“In che senso non cambiava”

“Rimaneva sempre bambino e quando c’era la luna piena si metteva a urlare. Cresceva e non riuscivo più a tenerlo fermo. Avevo paura che scappasse!”

“E allora l’hai incatenato qua.”

“Non potevo farci niente! Avevo forse sedici anni e lui ne aveva dodici quando ho capito che non sarei riuscito a tenerlo! La gente aveva paura! Cosa avreste fatto se foste stato nei miei panni?”

Francesco gli fa cenno che nessuno gli dà delle colpe. Figuriamoci. Ma lui non si ferma.

“L’ho portato qui lontano, dove i suoi urli non si sentissero, ma la notte piangeva e voleva tornare a casa, e batteva la porta. L’ho dovuto incatenare! Di giorno lui lavorava e poi alla sera io gli portavo da mangiare e lo aiutavo con le carbonaie. Prima del tramonto lo legavo e al mattino lo venivo a liberare…cosa avreste fatto voi?”

“Lo volevi far morire di fame.”

“Lo sapete voi che cosa vuole dire avere un fratello lupo mannaro? Nessuno ti ama tutti ti evitano e ti danno tutte le colpe…”

“Lo volevi far morire di fame.”

“…e non c’è donna che ti si accompagni e non conti mai niente…”

 Ma adesso Spezzaferro si agita. Dev’essere cambiato il vento, forse gli è arrivato un nuovo odore. Abbaia, poi punta deciso in un angolo e lo vediamo leccare qualcosa.

E’ il bambino. Morto. E’ senza testa e gli mancano anche le gambe. Una delle due mani è pulita e bianca come il marmo, l’altra è tutta nera di sangue raggrumato. Sul petto ci sono tre fori di denti. Denti come chiodi.

“Oddio oddio oddio….” Giacco è come in catalessi. Eccolo qui. Ecco cosa forse capiterà anche a noi. Francesco invece resta calmo e benedice il bambino. Gli parla, come se potesse ancora sentirlo, e gli dice che non è vero che chi muore non battezzato va nel limbo. Gli dice il Signore è meraviglioso e che invece lo manderà in paradiso. Noto quella parola: meraviglioso. Così poco usuale.

Francesco posa il cadavere su una roccia.

“Più tardi lo verremo a prendere insieme ad Agostino.” Andiamo adesso!

Ma Spezzaferro non vuol proprio saperne, e uggiola. Lo molliamo e lui scappa.

 

“Deve essere alla cascata” Dico “I lupi mannari bevono dopo avere ucciso.” L’ho sentito tante volte.

“Agostino!”

“Agostino!” Anche io chiamo, solamente Giacco non lo fa. Gli chiedo il perché, lui guarda per terra. Povero uomo anche lui, con tutti i suoi difetti. Perché la vita è talmente crudele certe volte? Non ne avevano avuto abbastanza questi due poveracci?

“Le vie del Signore ci sono ignote” Mi fa Francesco come leggendomi nel pensiero.” Noi possiamo solo fare del nostro meglio.”

Sentiamo un altro urlo, stavolta vicinissimo, ed è Agostino: il lupo mannaro deve essere a venti passi di distanza, appena dietro gli ultimi cespugli.

“Agostino!”

Ci risponde un ringhio breve su una nota bassissima.

“Agostino! Vengo in pace!”

Altro ringhio, stavolta più lungo. Francesco ci sprona. “Avanti venite!” E si fa largo nei cespugli. Io lo seguo e Giacco segue me.

 

Lì per lì non lo vedo. Lo sento ringhiare al di sopra del rumore dell’acqua, quindi è vicinissimo, ma continuo a non vederlo. Il mio cuore batte come un martello e mi viene in mente il martello del fabbro che non lo ha certo salvato.

“AGOSTINO! VIENI QUI!”

La cascata è piccola e manda spruzzi di spuma bianca. All’improvviso non vedo più la spuma perché una forma nera ci si para davanti.

“Agostino, vieni qui.”

E il mostro appare dal buio a pochi passi da noi. E’un lupo enorme, tutto nero e con i denti insanguinati.

“Vieni qui frate lupo!” Il lupo ringhia e mi accorgo che ha gli occhi da uomo, marroni e piatti. Francesco tende la mano e tocca Agostino al centro della fronte.

Il lupo resta lì, rigido, ma non gli fa niente.

“Sono venuto per farti fare la pace.” Il mostro si rilassa a poco a poco ed è come se noi nemmeno ci fossimo, io e Giacco.

“…lo sai che hai fatto tanto male vero?” E la bestia fa di sì con la testa, come se ne fosse conscio e tutto questo gli provocasse un grande dolore.

“…ma è stato perché ti hanno lasciato solo e nessuno ti voleva bene. Vero?” Ancora, il lupo assentisce e mi aspetto quasi che cominci a parlare, ma non lo fa. Solo, guarda Francesco con quei suoi occhi così umani e io ci leggo, dentro, una grandissima pena.

“…perché nessuno ti voleva bene e ti hanno sempre sfuggito. E ti hanno lasciato al freddo e al buio e tu avevi paura, tutto solo. Povero bambino!” La  bestia uggiola, io penso che forse quello è il suo modo di piangere. Povero bambino sfortunato!

“…c’è qui il tuo fratello. Tuo fratello ha sbagliato a lasciarti solo, ma ha sbagliato solo per debolezza. Non perché ti volesse male!” Giacco accenna ad avvicinarsi, ma piano. Prudentemente.

“Fai la pace con tuo fratello, Giacco! Promettigli che non lo lascerai mai più da solo!” Il lupo abbassa le testa mostruosa e guarda il fratello. Giacco lo tocca come ha visto fare al santo e gli dice:

“Sono qui. Stai tranquillo Agostino. Ti porterò a casa. Ti chiedo per…” Ma la bestia scatta alle velocità del fulmine e gli morde il collo e comincia a scuoterlo con forza mostruosa. Il sangue schizza dappertutto e sento le gocce calde che piovono sulla mia faccia. Giacco non fa nemmeno in tempo ad urlare che è morto.

Ecco qua.

Il lupo si scuote il sangue dal muso poi snuda le zanne e si avvicina a Francesco. Francesco fa qualche passo all’indietro e il lupo lo segue.

“Stai buono...” Gli dice Francesco, ma stavolta la sua voce tradisce la paura.

“…stai buono...” Il lupo avanza ancora piano piano, pronto a scattare come la corda di un arco. Francesco batte la schiena contro a un albero e si ferma.

“Dormi dormi mio piccino finché arriverà il mattino.” Ringhia allora il Lupo.

Francesco ha il volto coperto di sangue. Una goccia gli scende giù per la barba e va a finire sulla tonaca. Le sue labbra si muovono impercettibilmente, poi ridiventano di pietra. Il lupo lo fissa come se si aspettasse qualcosa.

San Francesco comincia a ridere. Prima è un risolino represso, poi riprende più forte. Il lupo fa mezzo passo indietro. Scoppiano a ridere tutti e due, e si abbracciano sull’erba finché gli vengono le lacrime agli occhi.

“Dormi dormi mio…” E giù a sghignazzare, e le risate di Francesco si fondono con quelle bestiali del lupo mannaro. Ridono allo stesso modo come due amici da lungo tempo separati.

“ Ha ha ha….il mio piccino..”

“Ha ha…”

“Ha ha ha ha ha…”

Io non scappo, li sto a vedere. Penso a cosa vuol dire questo e quello: a cosa vuol dire tutta una serie di cose diverse.

 

   (Copyright by Alfonso Dazzi)

 

  

   

ALFONSO DAZZI

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