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LA FURBIZIA DEI RAGAZZINI

scritto da Alessio Cesare Valsecchi

 

ATTENZIONE: LETTURA RISERVATA SOLO PER UN PUBBLICO ADULTO

 

 

Dopo un paio d’ore di sonno il grassone si svegliò riposato.

Non era più tanto giovane, e dopo tutto quel sesso aveva avuto bisogno di recuperare.

Nella città là fuori era notte fonda e buia, all’interno della stanza tutto ciò che si vedeva erano i led spia rossi delle telecamere e una sveglia digitale che continuava a lampeggiare 00:00

Il panzone si alzò per andare a pisciare; accese la luce e gettò uno sguardo distratto sul grande letto dalle lenzuola sventrate e sporche.

Non era pronto per quello che ci vide sopra. Per nulla pronto.

In un niente l’espressione del suo volto cambiò, mutando da appagata e stordita a sorpresa e lucida.

Si avvicinò per controllare meglio, le mani strette in grembo, ma le cose non cambiarono: la sua impreparazione rimase tale.

“Cazzo, cazzo, cazzo!” disse con voce appena sussurrata.

L’espressione mutò da sorpresa ad incredula, la pisciata venne dimenticata in fretta.

“Porca puttana! Cazzo troia!” ripeté, passandosi la mano nei pochi capelli che gli erano rimasti in testa.

Stava tremando. Riusciva a mala pena a controllarsi, le labbra animate da parole mute.

Crollò seduto sul materasso, il respiro pesante, gli occhi fissi sul letto a due piazze, dilatati sull’imprevisto.

Lo guardò a lungo, e più lo guardava più gli sembrava un pezzo ben scolpito di marmo bianco. Liscio, voluttuoso, affascinante.

La sveglia continuava a lampeggiare 00:00, le telecamere osservavano la scena, curiose e silenziose.

Sì, era come una preziosa statua greca raffigurante un atleta giovanissimo, acerbo e nudo, dimenticata lì per caso sul suo materasso da lavoro; una scultura magistrale e perfettamente immobile.

Al grassone corse un rivolo di sudore giù per la tempia.

Troppo immobile.

Non poteva crederci. Proprio non poteva.

Eppure aveva sempre immaginato che alla fine sarebbe accaduto. Con un mestiere come il suo prima o poi sarebbe successo. C’era da aspettarselo.

Aveva però sempre pensato che sarebbe stato preparato ad un’evenienza simile, che avrebbe saputo cosa fare e chi chiamare.

Si era sbagliato.

E non era per nulla pronto.

Cercò di pensare a qualcosa osservando le TV dagli schermi neri appoggiate un po’ ovunque per la stanza, rivolgendo di tanto in tanto qualche occhiata nervosa alla sua ferma novità.

Era bello anche così. Veramente bello.

Un corpo asciutto scolpito nel marmo bianco.

Un giovane magnifico, lì, vicino a lui.

In un attimo, senza che se ne rendesse conto, venne trascinato nel baratro delle ore appena trascorse, perdendosi in ricordi morbidi e profumati per lunghi preziosi minuti, rapito da sensazioni e piaceri che non avrebbe dimenticato con facilità…

 

E quando tornò in sé e si guardò attorno, perfettamente conscio che nulla era cambiato e che qualcosa andava fatto, la prima cosa che affiorò nella sua mente fu quel nome.

Un nome che non pronunciava spesso. Un nome che in fondo temeva. Un nome appartenente all’unica persona che forse sarebbe stata pronta. Il nome della sua unica possibilità.

Corse a prendere la sua agenda e mise mano al telefono, la mano umida di sudore, il cuore impazzito.

 

Tu-tu… tu-tu… tu-tu… tu-tu…

Chi è? chiese una voce scocciata.

“Sono Claudio.” rispose il grassone piegando il capo verso il basso.

E che cazzo vuoi a quest’ora? Ma lo sai che ore sono?

“Lo so, scusa, è tardi… ma vedi… una volta… una volta hai detto che se per caso mi fosse successa una certa cosa… tu avresti potuto… tu avresti potuto aiutarmi a…” cominciò più che esitante…

Stai parlando di QUELLA  cosa?

“Sì”

E’ successa?

“Sì. Sì, è successa.”

Quanto tempo fa?

“Non lo so di preciso… direi una o due ore fa… più o meno… dovevo essere addormentato… non so…”

Bisogna fare in fretta.

“Allora mi aiuterai?”

Sì, lo farò. Dammi un’ora e sono lì.

“Oh, sì.”

Il grassone appese la cornetta e guardò nuovamente sul letto.

Tutto uguale: marmo bianco ben scolpito. Bello ed immobile. Liscio.

Poi guardò d’istinto la sveglia: 00:00

Un’ora.

Una lunga ora.

Magari poteva farsi un caffè ed una doccia. Magari poteva dare un occhio al girato della giornata… magari, se gli veniva voglia, poteva anche… magari…

Prese in mano il telecomando del videoregistratore e si alzò ad accendere una delle TV, sintonizzandola sul canale appropriato. Prese da una delle telecamere una videocassetta e la inserì, riavvolgendola.

Sorrise.

E schiacciò PLAY.

 

Dominique entrò nell’appartamento con passo deciso, squadrando il grassone da capo a piedi; Claudio, con la sua considerevole mole di lardo strizzata dentro una canotta ed un paio di jeans logori e sporchi d’ogni genere di schifezza, faceva una ben misera figura di fianco all’eleganza dell’amico, vestito su misura da abili sarti della Milano che conta.

Andarono subito nella “camera”; quello era il posto dove il panzone realizzava le riprese per tutti i suoi lavori, cortometraggi che gente come Dom era lietissima di acquistare a peso d’oro, opere squallide come il luogo dove venivano girate.

“E’ lì…” disse indicando il cadavere sul letto, come se fosse possibile non notare la sua fredda presenza.

“Lo vedo, caro mio, lo vedo…” disse Dominique, chinandosi per osservare meglio.

Dai suoi occhi non sembrava trasparire nessuna emozione.

Dagli occhi del morto neppure.

Se ne stavano lì a fissare azzurri il soffitto, senza una scintilla di vita.

“Mi aiuterai?” chiese il grassone.

“Lo farò.” rispose l’amico, e subito aggiunse “Ho però bisogno di tutti i particolari che puoi darmi… lo sai, i particolari sono tutto. Non posso permettermi, non voglio permettermi, di tralasciare nulla.”

Claudio, lisciandosi i jeans con le mani zozze, raccontò.

“Lo sai come sono questi tipi, no? L’ho rimorchiato in Duomo quando è venuto a cercarmi un po’ di roba… non ricordo se maria o pasticche… cioè, una cosa così, capito?… e poi l’ho portato qui… gli ho promesso il mondo in cambio… c’è stato, e abbiamo girato scene tutto il giorno… gli ho dato un po’ di roba pesante per tenerlo buono e stonarlo, come faccio di solito con tutti gli altri… però… cioè, forse… ne ha presa troppa, capisci?… come facevo a sapere che sarebbe… cioè, cazzo, sembrava stesse bene quando abbiamo finito…”

“Uhm…” commentò Dom, gli occhi fissi sul cadavere.

“Vuoi vederlo da vivo? Così avrai altri particolari… ho già visto qualche scena del girato… roba forte.” disse il ciccione.

“Sì, l’ho immaginato.” rispose l’elegantone indicando le macchie fresche e biancastre che Claudio aveva sui jeans all’altezza del pacco.

Il panzone sorrise strozzato e schiacciò PLAY sul videoregistratore: subito sullo schermo della TV  cominciò lo spettacolo.

“Mentre visiono il materiale tu non startene lì impalato… apri le finestre e fai uscire un po’ di quest’aria viziata… poi cambia le lenzuola e puliscigli la faccia… ci sono troppi indizi di quello che avete fatto… non ti sei accorto che ha anche vomitato?”

“Uh… no… cioè sì…”

“Bene. Pulisci tutto per bene… il viso, i capelli, il corpo… quante tracce vuoi lasciare? Dobbiamo essere organizzati, amico, così non va. E’ importante.”

Il grassone si mise meticolosamente al lavoro, voltandosi di tanto in tanto verso lo schermo da cui Dominique si stava cibando con gli occhi.

Vi appariva lui stesso, completamente nudo, col pancione prominente e il culo flaccido, mentre ci dava dentro con uno stupendo ragazzino biondo, una striscia di luce bianca sopraffatta dal buio del suo corpo pesante e peloso.

Il volto del ragazzo aveva in video un’espressione assente, di beata pace; sulla faccia del ciccione, benché celata da una maschera in pelle rossa, si potevano invece intuire espressioni di grande porco godimento.

“Come si chiamava?”

“Marco. Così almeno mi ha detto…”

“E quanti anni aveva?”

“Mi ha detto sedici, ma io non ci credo mica… ne avrà avuti al massimo quattordici… forse tredici…”

Sullo schermo i due amanti avevano cambiato posizione, e ora il culo del ragazzo era al centro dell’inquadratura, assoluto protagonista.

STOP. Poi REWIND. Poi PLAY. Poi PAUSE.

Il culetto liscio del ragazzino sullo schermo, gli occhi dei due uomini fissi su di esso come ipnotizzati.

Qualche interminabile secondo dopo Dom schiacciò PLAY e riprese a respirare.

“Dammi altri particolari.”

“Mangiava spesso da McDonald’s e ogni tanto smazzava del fumo in centro per conto di un suo amico.”

“Parenti?”

“Aveva il tipico rapporto conflittuale con i genitori. Dormiva spesso fuori casa, era uno allo sbando. Magari passeranno due giorni prima che si accorgano che è sparito.”

“Dimmi ancora qualcosa...” lo esortò Dom.

“Ha voluto ascoltare un po’ di musica prima che le pasticche cominciassero a fargli effetto: gli piacevano i Nirvana e i Blink 182.”

“Blink cosa?” chiese senza distogliere lo sguardo dallo schermo.

“Blink 182.” rispose Claudio scandendo bene le sillabe del numero.

“Mai sentiti nominare... non che faccia una gran differenza per me... sono altre le cose che mi interessano...”

“Per questi ragazzini è una cosa fondamentale invece.” disse il grassone. E lo disse con voce così ferma e decisa da far voltare l’amico.

Il suo sguardo e la sua espressione erano ora diversi, lasciavano intravedere parte dell’autorevolezza che dovevano aver posseduto nel passato, quando gli bastava addobbarsi con le vesti e salire su un pulpito per essere ascoltato e creduto, riverito e rispettato.

Dominique lo stava ora fissando come ai tempi lo fissavano i suoi fedeli; lo stesso sguardo ammirato e desideroso di guida che riusciva a strappare ai ragazzini per strada quando li abbordava ed abbindolava.

Il suo sguardo da lavoro.

“Bisogna conoscerli se si vuole avvicinarli con successo.” continuò il cicciobomba. “Bisogna mettersi nei loro panni e capirli. Essere fraterno come il migliore degli amici, temuto come un padre, ammirato come una rockstar.”

Prese una pausa e si mise a fissare il vuoto, come per sforzarsi di ricordare ogni singola preda che aveva catturato, ogni approccio utilizzato.

“E una volta capito come funziona puoi avere chiunque con una facilità disarmante. Sono come una tribù: ascoltano tutti la stessa musica, guardano tutti la stessa TV, si vestono tutti nello stesso modo, hanno tutti gli stessi problemi e si sentono tutti dei furbi. Pensano sempre d’avere tutto sotto controllo...”

“Già, tutti furbi si credono.” disse Dom riprendendo il controllo delle proprie azioni e tornando ad esaminare le immagini.

Dopo qualche istante si alzò in piedi, studiando l’ambiente.

Andò nei pressi del ragazzino, girandogli la testa per poterlo osservare meglio. Cominciò a guardare il ragazzino e poi la TV, di nuovo il ragazzino e poi di nuovo la TV.

Nel frattempo Claudio aveva lavorato bene.

L’aria era migliorata, le lenzuola erano ora pulite e profumate, il cadaverino era ancora lì, bellissimo e pallido. Pulito.

Ogni traccia di quello che era accaduto era sparita.

TV, ragazzino, TV, ragazzino.

“Dominique…”

“Che c’è?”

“Ecco… io… volevo solo ringraziarti per essere venuto e per l’aiuto che mi stai dando…”

“Di niente, amico, di niente…” disse Dom fissando il video.

TV, ragazzino, TV, ragazzino.

Minuti e minuti.

Poi schiacciò STOP e respirò a fondo.

“Sono pronto.” disse a Claudio. “Facciamolo.”

“Dammi un minuto.” rispose il ciccione preparando ogni singola telecamera e cominciando poi a registrare con tutte e cinque..

Quando terminò e si volse verso il suo amico lo trovò già spogliato ed eretto, il volto coperto da una maschera in pelle verde con zip dorate, una mano intenta ad accarezzare la coscia destra del ragazzino.

Con l’altra prese in mano i genitali del ragazzo, soppesandoli.

“Uhm… la temperatura è… favolosa…” si lasciò scappare gemendo.

I suoi occhi, la sua voce, non erano più così inespressivi.

“Dimmi cosa ne farai delle cassette col girato.” chiese.

“Beh… ecco… pensavo di fare come una specie di tributo… voglio dire… faccio un video dove lo si vede prima vivo e poi con me… e poi, beh… e poi così, con te… morto ma ancora bellissimo… capisci? questa… questa è un’occasione unica… grandissima… sapevo che prima o poi sarebbe arrivata…”

“Siamo stati fortunati, Claudio, siamo stati veramente fortunati.” disse sorridendo.

Il grassone annuì.

“Spero che avrai la compiacenza di farmi avere gratis una copia del video,” gli fece Dom prima di salire sul letto.

“Sicuro. Anche due.” promise il panzone puntando la sua fedele handycam ed immaginandosi gli incassi futuri.

La sveglia continuava a lampeggiare 00:00

Fuori, nella città, era ancora notte.

E da qualche parte una madre stava piangendo.

  

 

  

   

Alessio Cesare Valsecchi

Alessio Cesare Valsecchi nasce il giorno dei morti del 1972 ad Erba (CO). Alec Valschi, il suo alter ego creativo, vive dal 1994, con i primi timidi tentativi di scrittura ai tempi del servizio militare. Ad oggi è autore di alcune decine di racconti (di vario genere) oltre che avido consumatore di fumetti, narrativa, e musica. Triste pendolare per cause di lavoro durante i giorni feriali, nei weekend divide il suo (pochissimo) tempo libero tra la sua ragazza, gli amici, lo sport, internet, i viaggi, e la scrittura.
Alcuni suoi brevi lavori sono apparsi sul sito www.scheletri.com, sul giornale di strada comasco "Il Cannone", e in alcune antologie-raccolta legate a concorsi letterari a cui ha partecipato.

 

  

 

 

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