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UN FILM CON JANET AGREN

scritto da Roberto Frini

 

 

Ho sempre nutrito una particolare passione per Janet Agren, fin da quando la scoprii, per la prima volta, nello sceneggiato “Lo strano caso della baronessa di Carini”. Ero un bambino, allora, eppure già subivo il fascino della sua radiosa bellezza. Crescendo, continuai a seguirne le vicende artistiche, e i suoi magnifici occhi, i capelli di un biondo che qua e là tendeva al castano, il corpo slanciato, dalle curve morbide, turbavano le mie notti d’adolescente. Nel 1981 la vidi in un film che mi avrebbe segnato per sempre, e che s’intitolava “Paura nella città dei morti viventi”. Il cinema dove veniva proiettato era una di quelle sale parrocchiali, di provincia, che ora non esistono quasi più. Sperso nella campagna, con i sedili ribaltabili di legno, duri da lasciare il segno, frequentato da torme di ragazzi urlanti, che gettavano pop-corn a quelli seduti davanti e fumavano infischiandosene della povera maschera. C’ero andato con alcuni compagni di scuola ma, per l’intera durata del film, non avevo ascoltato nulla di ciò che dicevano, né ero stato distratto dal baccano che mi circondava. Vedevo solo Janet Agren e le terribili immagini sanguinolente, macabre, morbose, i morti che tornavano a vivere e le luci spettrali della cittadina immersa nell’oscurità di un orrore apocalittico. Compresi che la cupa, truculenta storia raccontata dal regista non mortificava la carica erotica dell’attrice ma, al contrario, la esaltava. Per me, almeno, era così.

 

***

 

Vidi Janet in molti altri film, comici, polizieschi, ma era nei film dell’orrore che la sua presenza diventava ancora più eccitante. “Bakterion”, “Mangiati vivi”, “Quella villa in fondo al parco”. Non so quante volte, negli anni, guardai e riguardai le cassette, e ogni volta mi rendevo conto che la bellezza dell’attrice, unita al sangue, al terrore, alla violenza estrema, creava una miscela conturbante. Certe volte immaginavo Janet che emergeva dalle tenebre di quei terrificanti mondi cinematografici, e io, immobile, la guardavo mentre si spogliava, attendevo che si avvicinasse, desideravo soltanto toccarla, carezzarne le cosce, baciare i suoi seni. Lei si piegava su di me, e io potevo vedere il sangue sulla pelle, tra le sue gambe, nei suoi occhi, ne annusavo l’odore intenso e acre. Sfioravo la carne con le dita, ed era fredda. Poco dopo, Janet spariva, e a me restava unicamente l’aroma del sangue nelle narici e un’eccitazione incontrollabile.

 

***

 

Un paio di settimane fa entrai in un negozio di videocassette, intenzionato ad acquistare qualche film dell’orrore di serie B con cui rimpinguare la mia già nutrita collezione. Il gestore, che conoscevo ormai da tempo, me ne consigliò un paio di produzione tedesca. Stavo per prenderli quando la mia attenzione fu attratta da una videocassetta su cui spiccava la scritta un film con Janet Agren! Rimasi particolarmente colpito da quel punto esclamativo finale, poiché sembrava che il distributore intendesse rivolgersi proprio ad un fanatico come me. Presi la videocassetta e guardai l’immagine sulla copertina: Janet vi appariva seminuda e brandiva un’ascia insanguinata. Si trattava di un disegno che, però, riproduceva in maniera del tutto riconoscibile i lineamenti del viso di Janet Agren. Il titolo del film era La sposa di Satana. Non ne avevo mai sentito parlare e, se da una parte la cosa mi lasciava perplesso, dall’altra m’incuriosiva. Possibile che Janet avesse girato un film rimasto finora inedito? Sulla videocassetta non vi erano molte indicazioni, anzi, non ve n’erano affatto, tranne i nomi degli attori e del regista, tutti sconosciuti.

Chiesi al gestore se poteva darmi qualche informazione, ma lui si scusò dicendo che non ne sapeva nulla. Acquistai la cassetta e tornai a casa, la inserii nel videoregistratore e dopo pochi minuti compresi che si trattava di un film girato con pochi soldi e in maniera dilettantesca. La fotografia era scura al punto che si faticava a distinguere le figure, la storia era praticamente inesistente. Janet Agren compariva poche volte, e non sempre era riconoscibile. Interpretava un’assassina dagli occhi luminosi, posseduta da un demone (o alieno, non si capiva bene), che attirava gli uomini nel suo appartamento e li massacrava con un’ascia, dopo averli coinvolti in snervanti giochi erotici. Quantomeno, la copertina della videocassetta manteneva le promesse. Di sangue, sia in queste scene che nel resto del film,  ne scorreva parecchio ed era denso e scuro. Riguardai più volte i vari omicidi, ripresi malissimo ma in cui il volto di Janet esprimeva un’eccitazione, un desiderio d’uccidere di estremo realismo. Il sangue che le schizzava sulla pelle bianca la trasfigurava rendendola ancora più attraente.

Ero molto curioso di conoscere l’origine di quel film. Tornai nella videoteca e chiesi al gerente di farmi un favore: se l’uomo che gli aveva portato la videocassetta tornava, doveva dargli un messaggio da parte mia. Qualche giorno dopo, il gestore mi telefonò, dicendo che l’uomo si era fatto vivo e che lui gli aveva accennato al mio interesse per il film e per Janet Agren in particolare. L’uomo aveva lasciato un numero di telefono.

 

***

 

Telefonai e dissi chi ero. Dall’altra parte una voce maschile, che parlava un italiano stentato con una chiara inflessione germanica, mi chiese cosa pensavo del film.

“Mi è piaciuta Janet Agren,” risposi.

“Hm. Spiacente di darle una delusione. L’attrice non è Janet Agren. Soltanto una ragazza che le somiglia molto.”

“Credo che si tratti di una specie di truffa,” ribattei.

Udii un sogghigno. “Questi film interessano a pochi appassionati. Nessuno bada a noi. A lei dispiace che esista una sosia di Janet Agren?”

L’uomo mi aveva letto nel pensiero. “No. Affatto.”

“Vorrebbe conoscerla?”

Ci pensai su qualche istante. Janet, in carne ed ossa. “Certo,” risposi.

L’uomo mi diede l’indirizzo. Non si trattava di fare due passi, per la verità. Dovevo recarmi in una città dell’Austria, ma con la prospettiva di conoscere una ragazza che somigliava così tanto a Janet Agren sarei andato in capo al mondo.

 

***

 

Arrivai a Ternitz l’indomani, in un tardo pomeriggio piovoso. Mi recai subito all’appuntamento. Gli studi, come li aveva chiamati l’uomo al telefono, erano situati in una grigia villetta a due piani. Ad aprirmi fu un giovane basso, dai lunghi capelli castani. Mi fece accomodare in un sala molto ampia, illuminata e arredata con un certo gusto. Poco dopo, la porta si aprì ed entro lei. Janet Agren non poteva somigliare a se stessa più di quanto le somigliasse quella ragazza. Persino il vestito mi ricordò subito quello che Janet indossava in uno dei suoi film degli anni settanta, da giovane signora elegante e sensibile. Parlammo entrambi un rudimentale inglese, lei mi disse di accomodarmi e si sedette accanto a me. Annusai un profumo piacevole e stordente. Chiesi alla ragazza quale fosse il suo vero nome, lei sorrise e scosse leggermente la testa, poi sfiorò le mie labbra con un dito. Io feci ciò che desideravo sin da quando ero bambino: le slacciai la camicetta e presi i suoi seni tra le mani. Avvicinai la bocca alla sua, estasiato dinanzi alla linea perfetta del naso che incrociava le morbide ali del labbro superiore. Senza smettere di baciarmi, la ragazza mi condusse in una camera da letto immersa nella penombra. Mi fece distendere e cominciò a spogliarsi. Vedevo varie parti del suo corpo riflesse in un grande specchio che occupava quasi un’intera parete. Completamente nuda, si sdraiò su di me. Facemmo l’amore per non so quanto tempo, fino a che, ormai sfinito, vidi la sosia di Janet Agren prendere delle corde e legarmi i polsi alla spalliera del letto. Ero intontito, felice, sorrisi pensando alle nuove, magnifiche sensazioni che la ragazza mi avrebbe fatto provare. Poi, attraverso la poca luce che  regnava nella camera, notai un’altra figura che si muoveva accanto a lei. Si accese un faro. L’uomo con i capelli castani mi stava riprendendo con una telecamera, poi fece una rapida panoramica e inquadrò la ragazza. Capii quel che stava succedendo, ma ormai era troppo tardi. La sosia di Janet Agren calò con violenza l’ascia sul mio petto. Il sangue schizzò sul suo viso, che sembrava quasi spettrale sotto l’effetto della luce, e la rese ancora più bella ed eccitante.

 

  

 

  

   

Roberto Frini

Roberto Frini è nato a Mlano. Il suo primo, vero racconto risale al 1991. Da allora ha scritto quattro romanzi (ma i primi due li considera delle prove), più di ottanta racconti, soggetti, sceneggiature, radiodrammi (per la Radio Svizzera Italiana) e testi teatrali.

Ha pubblicato l’antologia Show-Girl da combattimento per la Abastor Re:press e il racconto lungo Il Mercenario per le Edizioni G.Ho.S.T.

Ha inoltre partecipato alle raccolte Il legno, il mio amico (Abastor), Extreme - Torture Cerebrali e Paura (G.Ho.S.T.), Escrementi (Mongoloid) e alla prima antologia edita dalle Edizioni Guyal di Sfere (con 5 racconti).

Altri suoi racconti sono apparsi sulle riviste Lore, Subway, Nuovi mondi, Mongoloid (di cui è uno dei redattori), Anonima Gidierre e Ghost News (G.Ho.S.T.).

Ha inoltre scritto alcuni saggi sul cinema fantastico pubblicati dalla rivista Videodrome

Recentemente ha anche collaborato con la nota fanzine Planet Ghost (per conto delle edizioni G.Ho.S.T.)

Sempre per G.Ho.S.T. ha pubblicato l'antologia di racconti horror Schizzi di Sangue.

Attualmente sta lavorando al suo nuovo romanzo.

 

  

 

 

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