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UN GIOCO D'OMBRE scritto da Elvezio Sciallis
Sedeva appena fuori casa, sull’alto gradino che segnava l’inizio della scala. Cercava con mani rese incerte dall’età un pacchetto sgualcito di Nazionali senza filtro, accendendone poi una in un rituale eseguito milioni di volte. La faccia rugosa rifletteva il territorio circostante quel piccolo borgo dell’entroterra ligure, tutto calanchi e terrazze, dirupi e valli scoscese, una terra un tempo coltivata ad ulivi e grano e ora tornata selvaggia, reclamata dai rovi e dalla gramigna che si stendevano sui versanti come un tumore verdastro dalle mille teste. Fumava guardando la piazzetta abbandonata, il bar chiuso ormai da anni in un paese che contava poco più di una cinquantina d’anime. Osservava il figlio di Giuanin uscire di casa con una smorfia sul volto, montare su una macchinona, di quelle
moderne, che sembrano cassoni su ruote, sbattere la portiera e prendere la via per il mare, accelerando violentemente, quasi a scrollarsi di dosso il paesino e i suoi fantasmi. Giuanin, un vecchietto di oltre ottantacinque anni, piegato sul suo bastone, quasi appollaiato, si trattenne sulla soglia di casa, borbottando qualcosa. Quando si voltò per tornarsene dentro lo vide e si avviò arrancando nella sua direzione.
Vittorio Si scostò lentamente, facendo posto sullo scalino. Se la sua vista era ancora perfetta come cinquanta anni fa, lo stesso non poteva dirsi di tutto il resto, e certe volte anche degli stupidi movimenti come quello gli costavano fatica e dolore. Non che gli altri anziani del paese fossero messi meglio, a giudicare da come Giuanin avanzava lento e tremolante. “Vieni, siediti qui.” “Porco Giuda, proprio vero che i figli di merda sono castigo di Dio…” Visti l’uno accanto all’altro sembravano fratelli, simili persino nel vestire, pantaloni informi e giacchetta di un nero consunto, sbiadito, berretti flosci calati su un lato, il naso e le guance attraversati da innumerevoli venuzze dettate
dal vino. Vittorio passò il pacchetto all’amico, che studiò il cielo, assorto, prima di accettare la sigaretta. “Tuo figlio ti ha fatto arrabbiare?” “Ma quello che ne sa… Mi sono rotto la schiena, Vitò, a furia di lavorare nelle serre e nei campi, l’ho mandato a studiare, ricordi?” Vittorio sputò per terra, catarro e nicotina. “E chi se lo potrebbe dimenticare, Giuanin? Il primo dottore di Torzana, che festa gli abbiamo fatto! Tutto il paese in piazza!” Il silenzio crebbe, di pari passo con lo scemare della luce, mentre i due fumavano tranquilli, senza il bisogno di riempire ogni istante con il suono delle proprie voci. Un’ombra nera, ingobbita e dal passo incerto attraversò lo spiazzo
rasentando poi i muri, come a cercare una guida sicura per il suo cammino. Scomparve in un androne, forma nera contro un riquadro pece. “Sai cosa vuol fare quello stupido di mio figlio? Dice che dovrei andare a vivere con loro, giù a Bordighera. Ora non sono nemmeno più capace di badare a me stesso…” L’amico sorrise, pestando il mozzicone per terra. “Scommetto che è una pensata di sua moglie, non hanno più voglia di salire qui nemmeno una volta alla settimana. Ma io me ne frego, non vado a chiudermi in una stanzetta di un palazzone…” “Anche i miei figli ci stanno provando, sai? Hanno già trovato l’ospizio, si mettono d’accordo per pagare un po’ a testa…” Il sole scomparve dietro le alture, verso la Francia, confondendo le geometrie delle case. Le rondini affrettarono gli ultimi voli del giorno, sfiorando il suolo per poi tornare al nido, verso proli voraci ed egoiste. “Non vogliono lasciarci in pace. La scorsa settimana sono passati i nipoti di Rina, hanno caricato lei e due valigie sulla macchina, la portano con loro a Torino, ci pensi?” “Povera Rina. Morirà in un mese, senza orto e galline da curare…” Vittorio si esaminava le mani, chiazzate e secche, deformate dall’artrite e dai calli. Ogni anno Torzana moriva, si assottigliava poco a poco. Tutti i giovani, con l’eccezione di una o due famiglie, si erano trasferiti nelle grandi città o
sul mare e il paese, trascurato, era diventato sempre più melanconico e vuoto. I turisti, soprattutto i tedeschi, avevano preferito comprare e ristrutturare altrove, in vallate meno cupe e la continua crisi della floricoltura aveva dato il colpo di grazia. La corriera giornaliera che lo collegava alla costa era stata soppressa tempo addietro e poco dopo era scomparso anche l’unico bar, che fungeva da edicola,
alimentari e tabacchi. I colorati avvisi di vendita delle immobiliari occhieggiavano da finestre e porte, l’umidità e il sole li sbiancavano e consumavano senza che nessuno passasse a sostituirli, cartelli fantasma in un paese spettrale. “Ma dico io! Non possono comportarsi così. Che gli è preso a tutti quanti? Se solo avessi osato parlare senza permesso di fronte a mio nonno sarebbero volate le cinghiate! E invece questi arrivano sulle loro automobili e ci imbarcano sopra
in quattro e quattr’otto, senza nemmeno chiedere scusa!” Giuanin si era alzato nella foga del discorso brandendo il bastone in aria, inconsapevole parodia di sé stesso. Rimasero fermi a fissarsi e poi scoppiarono a ridere, forse senza motivo, forse ripensando a tutti gli anni trascorsi, ad una
amicizia che aveva oltrepassato i consueti limiti del tempo, cementata dalla quotidianità, dal condurre esistenze simili in spazi comuni, giorno dopo giorno. Si salutarono, Vittorio che rientrava in casa per prepararsi la cena e Giuanin che si dirigeva verso l’orto, a raccogliere due pomodori e dar da mangiare alle bestie. Il tramonto tingeva la piazza di oro ed arancio, senza per questo riuscire
ad abbellirla o renderla più viva. * * * Immaginatelo, questo paese. Pietra su pietra, aggrappato in cima ad una collina scoscesa, i grigi tetti d’ardesia erosi dagli anni, poche luci alle finestre, esili fili di fumo dai camini. La notte lo avvolge, mancano i rumori e i neon elettrici a tenerla distante, a sconfiggerne parte del potere, e lei se ne approfitta colando per le strade come una melassa fibrosa, riempie angoli e cavità, preme sui vetri, quasi odiando i pochi resti di vita che le impediscono di reclamare il paese come suo. La notte inasprisce le solitudini di questi vecchi. C’è chi si addormenta sulla poltrona, sedotto dalla pornografia catatonica di certi quiz show televisivi; le poche donne rimaste si sciolgono le crocchie allo specchio, pettinandosi i
deboli capelli bianchi, un’oppressiva folla di parenti racchiusa dentro cornici che ingombrano i comodini, il rosario come unica forza consolante, i grani snocciolati ad infondere coraggio per affrontare un altro giorno. Volate sul paese e ne avvertirete la muta disperazione, la culla dei ricordi che è sempre più fragile ed inefficiente, la volontà che abbandona case e cuori. E’ un mammut intrappolato nel ghiaccio, un animale cieco e sordo che si sforza di
negare la realtà, che cerca ancora di vivere alla sua maniera in un mondo pronto solo ad impedirglielo. Ognuno di loro non può far altro che riflettere sul futuro breve ed arido che lo aspetta, sui figli sempre meno comprensivi, vogliosi di sistemarli in ospizi e stanzucce, pronti a litigarsi ogni briciolo di eredità, per poi vendere terreni e
case, senza sentire il richiamo di quella terra, senza avvertire il grido dei campi, come il gemito di una bestia esausta per non essere stata più curata e foraggiata. Ascoltate, di notte, mentre volate sopra i tetti, e sentirete il lamento degli uomini unirsi a quello degli animali e delle piante fino a divenire uno solo. E’ un mondo che scompare definitivamente, divorato dalla biogenetica e dai microchip,
devastato dai satelliti artificiali e dai treni ad alta velocità. Possiamo allora spiegare così quello che accadde a Torzana quella notte? Una volontà comune, un sospiro di dolore e libertà divenuto reale e tangibile? Vittorio si mise a letto presto quella sera, la mente ingombra di angoscia e lo stomaco appesantito dal latte e biscotti che da anni era la sua cena. Si addormentò profondamente, la fronte lucida di sudore e le pupille che roteavano
velocemente sotto le palpebre. Giuanin era ormai al terzo bicchiere di vino, il limite che lo portava alle lacrime e ai rimpianti, seduto al tavolo davanti al pane e ai pomodori conditi con un olio denso, quasi catramoso, come non se ne trova nei supermercati. Maria riposava già da due ore, scivolata nel torpore mentre mormorava le solite giaculatorie, gli occhi rivolti al crocefisso sulla parete, più una ninna nanna d’abitudine che una reale preghiera. Tutti, chi nel sonno profondo, chi ancora in quella terra di nessuno che precede il sopore, chi inebetito di fronte a Raffaella Carrà, tutti sentirono il grido di agonia, il richiamo della terra, il silenzioso urlo dei morti. Vittorio si svegliò di soprassalto, il cuscino madido di sudore, l’odore acre e stantio del suo stesso corpo che pervadeva la stanza. Raggiunse il bagno e si specchiò, non riuscendo ancora a comprendere. Le mani corsero al volto, il viso
che lentamente si disfaceva, si scioglieva in un’amorfa massa dal colore indefinito, fra il rosa e il grigio. Perse consistenza, avvertì le ossa divenire gommose e quindi liquide. Gli occhi e tutti gli organi di senso cessarono di funzionare nel modo usale, gli stessi pensieri mutarono. Sotto la cruda luce della lampadina collassò letteralmente su se stesso, fino a ridursi ad una chiazza di sostanza gelatinosa.
La lingua, la comunicazione verbale non aveva più senso per lui, e prese a scivolare via, passando sotto le porte e colando lungo la scala, attratto verso l’esterno. Accadde la stessa cosa a Giuanin, che ruppe bottiglia e bicchiere nell’improvviso stupore di quel che gli stava succedendo, per poi rilassarsi nella sua nuova consapevolezza. Della transizione di Maria rimasero poche orme umide e un rosario abbandonato sul letto, sotto lo sguardo impassibile ed accidioso del Cristo crocefisso. In ogni casa l’incubo della morte ormai prossima o quello, ancora più tremendo, di mesi e mesi da trascorrere in ospizio, venne sostituito da una nuova condizione, una nuova energia. I vecchi scesero, quasi sciamarono verso la piazza. Quando due forme s’incontravano divenivano una sola, miscelando ricordi e sensazioni, massa e fluidi, godendo di quel processo che li assordava e accecava, come infiniti orgasmi simili a
supernove e galassie in espansione. Presto furono tutti riuniti e quell’immane fiume carnoso, quell’oscena ameba rosata, incominciò a scorrere giù lungo la via, emanando un grido ultrasonico che sconvolse cani e pipistrelli. Prese la strada per la campagna e poi per i
boschi di castagni circostanti, lasciando un lieve lucore dietro di sé, come un’insana lumaca errabonda. Giunse, giunsero sul bordo di un crepaccio, la massa ronzante di mille pensieri e sensazioni. Rimase, rimasero fermi per qualche istante, volgendosi mentalmente verso il paese che li aveva visti nascere, centinaia di echi che si rifrangevano all’interno: ognuno condivideva con tutti gli altri
l’impressionante mole d’immagini legate a luoghi e persone. La luce lunare traeva una lieve, pallida fluorescenza dall’essere, dalla legione d’anime sospese sul crepaccio. Improvvisamente, risolutamente, si scagliarono urlanti nell’abisso, lasciando dietro di sé una rada nebbia lattiginosa.
Caddero felici e sollevati da ogni preoccupazione, giunsero, dopo un volo di trecento metri, sul letto prosciugato di un torrente. Lì colarono fra le pietre del greto, come assorbiti dalla terra, senza lasciare alcuna traccia. A Torzana regnava il silenzio, interrotto soltanto dal brusio di alcuni televisori rimasti accesi, stupidi commentatori e ridicole vallette che latravano al nulla, al vuoto lasciato dagli anziani abitanti del borgo.
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