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IL GIOCO DI QAT scritto da Simone Conti
Egitto 1922
Il Barone non riusciva a distogliere lo sguardo da ciò che era fuoriuscito dalla polvere: uno sciacallo e nove prigionieri stilizzati, il sigillo della città dei morti; la prova inconfutabile che la tomba non era stata profanata. L’antica sepoltura, a lungo cercata, era intatta e con lei ogni tesoro che certamente conteneva. Il Barone rimase lì, impalato davanti a quello spettacolo stringendo tra le mani tremanti un pesante piccone, mentre a pochi passi da lui il suo servo Ibrahim, un ragazzone alto e massiccio, se ne stava accovacciato in ginocchio nel torrido cunicolo. Caldo e polvere li avevano stremati, ma ormai nessun ostacolo di qualsivoglia genere poteva impedire al vecchio Barone ed al suo rassegnato servitore il tanto agognato appuntamento con la storia. <Ancora uno! Un solo colpo di piccone e la gloria ci sarà servita su di un piatto d’argento…>, sussurrò il vecchio archeologo. < Ti rendi conto, amico mio, siamo a pochi centimetri dalla scoperta più sensazionale dell’intero mondo archeologico! IL Prof. Carter può anche andare al diavolo! Quell’insulso di un Inglese sta scavando nella zona sbagliata! Noi ! Noi conquisteremo l’eterna gloria! >. Con un colpo deciso di piccone il Barone abbatté l’ultima porzione di roccia granitica. Ibrahim, la cui loquacità gli aveva permesso di sopravvivere dignitosamente accanto al burbero archeologo, si sporse in avanti entrando nel cono di luce prodotto dalla lanterna a petrolio che reggeva nelle sue ciclopiche mani. Improvvisamente i loro visi furono inondati da una calda folata d’aria proveniente dall’interno della sepoltura. Il Barone legò una candela ad una pertica di legno e la introdusse attraverso il foro, e dopo aver costatato con gioia che la candela non si era spenta, segnale questo dell’assenza di pericolosi gas venefici, trasse un respiro profondo ed iniziò a strisciare attraverso il nero pertugio. < Forza Ibrahim, muoviti!>, borbottò con la bocca impastata di sabbia. Ibrahim non rispose e limitandosi solamente ad annuire col capo s’infilò anch’esso in quella claustrofobica apertura. Non appena fu dentro, il suo padrone gli strappò la lanterna dalle mani e alzandola sopra alle proprie spalle infuse la luce a tremila anni d’oscurità. Di colpo il suo sguardo fu catturato da cose meravigliose: stupendi vasi in alabastro ancora intatti, riproduzioni di cavalli e di aironi di legno placcato da finissime lamine d’oro; vasi, anfore, sacri canopi e una decina di statue raffiguranti soldati Nubiani anch’esse ricoperte dal prezioso metallo. I due avventurieri si ritrovarono in una sorta di anticamera sepolcrale, colma di oggetti appartenuti al corredo funebre di colui che in passato era stato certamente un uomo di alto potere. < Lo sapevo, porca vacca! Lo sapevo che avrei battuto Carter sul tempo! Per anni egli è andato alla ricerca di una tomba ancora intatta, una tomba colma di tesori leggendari. Bè, mio stupido Ibrahim, io ho trovato quella tomba…io!>. Il fedele servitore non disse niente. Ibrahim continuava a guardarsi attorno, intimorito e spaventato da quel tetro luogo. < Ma che diavolo ti succede sciocco?! Temi che i morti tornino dall’oltretomba… he… he?! Stai tranquillo, i morti non tornano! Qui dentro, da qualche parte, ci attendono gloria e ricchezza! Già, ma che parlo a fare…che vuoi saperne tu di queste cose…he…he!>. < Brutto presentimento, signore… molto brutto presentimento…>, sussurrò Ibrahim stringendo tra le mani un tozzo bastone. < Forza, muoviamoci!>, gli ordinò il Barone avviandosi lentamente in direzione di un’angusta galleria affrescata da numerosi geroglifici. Avanzavano lentamente, immersi in un gelido silenzio. Nessun rumore proveniente dalla superficie poteva raggiungerli laggiù, nelle viscere della terra. Al termine della galleria sbucarono in una piccola stanza. Misurava approssimativamente circa 5m per 3 e sulla parete orientale il Barone vide nuovamente il sigillo intatto della città dei morti. < Ci siamo, vecchio mio, al di là di quella parete sono certo che troveremo gli sfavillanti tesori dell’Egitto!>. < Brutto presentimento …molto brutto present!>. Il Barone gli si scagliò contro afferrandolo per il collo. < Senti, razza di ciclopico ignorante. La mia concessione di scavo scadrà tra tre giorni, e se non torno in Italia con qualcosa degno di nota la mia reputazione sarà gettata alle ortiche! Ora, io ti ho tolto dalla merda nella quale vivevi e mi aspetto da te un briciolo di rispetto! Quindi, prendi questo piccone ed inizia ad abbattere quella maledetta parete!!>. Ibrahim annuì in modo servile chinando mestamente il capo verso il basso. Per lui non era usanza contraddire il suo padrone ma la gelida atmosfera di quel luogo lo aveva convinto a esporsi oltre il dovuto. Così non gli rimase che imbracciare il piccone e avvicinatosi a quell’ultimo ostacolo verso il successo si mise alacremente al lavoro. Ci vollero quattro ore, prima che nella spessa parete rocciosa comparisse una breccia di dimensioni tali da permettere ad un uomo di passarvi attraverso. < Ben fatto!>, esultò il Barone, saettando con lo sguardo il suo servo il quale, sfinito dalla fatica, giaceva in ginocchio a pochi passi dall’apertura.< lo vedi che se vuoi sei un ragazzo intelligente? E adesso spostati e fammi dare un’occhiata!>. Il Barone scavalcò letteralmente Ibrahim e s’introdusse nello stretto passaggio. Giunto dall’altra parte alzò la lampada e quello che aveva cercato per una vita intera comparve lentamente dalle tenebre. < Mio Dio, finalmente…Dio ti ringrazio!>. Davanti ai suoi occhi al centro di un’angusta stanza si ergeva un possente sarcofago di pietra! Il Barone faticava nel trattenere l’incontenibile emozione che provava in quel preciso frangente. Poi alle sue spalle giunse la flebile voce di Ibrahim. < Signore cosa vede?>. < Cose meravigliose, mio stupido servo…cose meravigliose…>. Il Barone decise di non perdere altro tempo. La sacralità di quella possente sepoltura si doveva violare, subito e senza alcun indugio! Senza perdere tempo ordinò ad Ibrahim di ritornare all’esterno al fine di procurarsi gli arnesi necessari per l’operazione. < Signore questa no buona idea! Rimanere qui, in vecchia sepoltura tutto solo, no buona idea! Ascolta me, signore, torniamo domani a nuovo sorgere del sole con operai e guardie armate!>. Il Barone faticò non poco a reprimere l’istinto di avventarsi sul gigante dalla pelle scura. Fece un profondo respiro, cercando dentro di se la calma necessaria per affrontare l’insolenza del suo servitore. < Ascoltami con estrema attenzione, razza di idiota: vuoi tornare a strisciare in quella merda da cui provieni?!>. < No, mio signore illustrissimo, no certo…>, rispose Ibrahim calando il capo. < Ecco, Bravo! Quindi cerca di non discutere mai i miei ordini! Vai e fai quello che ti ho detto di fare!!>. Ibrahim sapeva che ogni tentativo di distogliere il padrone dai suoi folli propositi sarebbe stata fatica sprecata, quindi girò le spalle dirigendosi verso la superficie. Rimasto solo il Barone si sedette a terra accanto al sarcofago di bianco granito iniziando a fantasticare su quella vita di lussi e agiatezze che aveva da sempre desiderato e che di lì a poco, si sarebbe tramutata in una dolce e meravigliosa realtà. Il tempo trascorreva lento, mentre del povero Ibrahim sembrava essersi persa ogni traccia. < Ma dove cavolo si è cacciato quell’idiota di uno schiav!>. Improvvisamente la voce gli si strozzò in gola. Qualcosa lo aveva sfiorato. Per un attimo non accadde nulla e forse,pensò il Barone, la tensione del momento gli aveva giocato un brutto scherzo. Si guardò attorno facendosi luce con la lanterna. < Quando arriva mi sentirà, quell’idiot!>. Di nuovo! Si sentì nuovamente sfiorare da qualcosa. Si rizzò in piedi e in quei concitati momenti non trovò di meglio che farsi scivolare la lanterna dalle mani, la quale, cadde a terra in un tonfo sordo. < Maled!>. < Non ti devi preoccupare, Signore, qui c'è luce in abbondanza…>. Quella voce, una fredda voce di bambino, fece gelare il sangue al Barone. < Chi è stato! Chi c’è?!>. Borbottò saettando a destra e a sinistra cercando invano di percepire la fonte di quella gelida voce. < Calmati, Signore ogni visita mi è gradita…>. Adesso lo vedeva. Il Barone si ritrovò al cospetto di un bambino gracile, dalla pelle albina sotto alla quale si potevano intravedere vene violacee pulsanti. Quel minuscolo essere era privo di capelli e all’interno della sua minuscola bocca non v’era traccia di alcuna dentatura. < Tu…tu chi sei?>. < Io sono Qat, il custode dei tesori dell’Egitto. Tu, signore, sei stato molto fortunato, poiché trovando me hai trovato le più immense ricchezze che mente umana possa concepire…>. Una luce sfolgorante comparve negli occhi del barone. Anni di dure ricerche e di terribili sacrifici finalmente lo avevano premiato. Come invaso da una forza incontrollabile si scagliò sul bianco sarcofago cercando di scostarne il pesante coperchio con la sola forza delle mani. La sua anima ed il suo cuore erano posseduti da un’irrefrenabile avidità. < Il premio è alto, signore, ma per averlo…bè dovrai giocare con me!>, sibilò il bambino avvicinandosi a pochi passi da lui. Adesso il Barone poteva avvertirne il terribile fetore emanato da quella glabra creatura. < Di cosa stai parlando! Quale gioco! Io ho scoperto questa tomba e nessuno potrà sottrarmi ciò che essa contiene!>. < Tu devi giocare, signore…giocare al gioco di Qat. O giochi rischiando la penitenza oppure né tu né il tuo servo uscirete vivi dall’Egitto!>. Lo sguardo del bambino si tramutò in qualcosa di orrendo, qualcosa che condusse il Barone sull’orlo della follia. Al vecchio archeologo non rimase altro che cedere. < Bene…molto bene, signore! Se giocherai con astuzia avrai il premio che con così umana avidità desideri. Gioca male e dovrai pagare la penitenza…>. < Che penitenza!>, esclamò il barone. < Tutto a suo tempo, signore…tutto a suo tempo. Ora giochiamo! Io ti farò tre semplici domande , ma dovrai stare molto attento poiché io sono in grado di leggere il tuo cuore e la tua mente. Se risponderai con sincerità non avrai nulla da temere... menti e… bè troverai la penitenza ad attenderti. Sono molto semplici le regole, non credi? >. Il Barone rimase per un istante impietrito, poi scoppiò in una grassa risata. < No…non può essere vero! Tutto questo è assurdo, tu sei assurdo, la tua voce è assurda!! Tu non esisti, tu non puoi esistere! Di sicuro sono vittima di un qualche tipo di gas venefico racchiuso qui dentro da migliaia di anni! Ora io me vado da qu…!>. Improvvisamente si ritrovò scaraventato contro la parete. Il bambino era di fronte a lui, mentre forze invisibili lo schiacciavano contro il caldo muro di terra. < Una volta entrato, devi giocare! Queste sono le regole!>, ringhiò il bambino allentando quella sorta di presa telepatica. Il Barone cadde pesantemente a terra, e polvere e sabbia gli si infilarono nella bocca e negli occhi. Ci volle un po’ per riprendersi, ma dopo alcuni istanti riuscì a reggersi nuovamente sulle proprie gambe, mentre il suo corpo era assalito da un’improvvisa debolezza. < Come desideri …d’accordo giochiamo…>, rantolò il Barone sputando a terra sabbia e sangue. < Tu non hai mai percosso il tuo servo?>, esordì il bambino. < No!>, rispose il barone cerando di mantenere un’improbabile dignità. < ERRORE! I profondi solchi che attraversano la schiena del povero Ibrahim non dicono la stessa cosa. Ogni sera, ogni sacrosanta sera tu sfogavi le tue patetiche frustrazioni di archeologo fallito su quel pover’uomo!>. < Menti, bastardo…stai mentendo!>. < Mi dispiace ma ti ho avvertito. Io leggo nel tuo cuore, io leggo nella tua mente e se vuoi un consiglio non mentire…. Ora passiamo alla seconda domanda: non hai mai voluto, desiderato o…toccato il giovane corpo di Maria, la tua dolce figliola?>. < No! Razza di bastardo come puoi permetterti di infang!>. < ERRORE! Oggi la piccola Maria guarda il mondo da una polverosa finestra di un lurido sanatorio mentale! Nessuno le credette quando disse che il papà faceva su di lei…”cose strane”, ma a volte il buon nome di una famiglia deve essere messo davanti ad ogni cosa... vero? Oggi la piccola Maria giace tra i suoi stessi putridi escrementi maledicendoti per il resto dei luridi giorni che le rimangono da vivere!>. < Tu… creatura vomitevole!>. Il Barone si scagliò sul bambino, ma fu nuovamente scaraventato contro la parete da una forza invisibile. < Io leggo nel tuo cuore, signore, io leggo nella tua mente… ed ora veniamo all’ultima domanda: non hai mai ucciso un uomo?>. Il Barone fu colto da un improvviso attacco di tosse e non poté trattenersi dal vomitare. < Allora, Signore, non hai mai ucciso un uomo?>, lo incalzò il bambino incurante della deprecabile situazione in cui il Barone si trovava. < No…>, sussurrò Belzotti. < ERRORE! Nelle terre del nord, all’ombra di un grande albero, giace il corpo di tuo fratello. Tu lo hai ucciso al fine di impossessarti del malloppo di famiglia! “E’ partito per le Indie” hai raccontato a tutti e dopo aver falsificato i documenti dell’eredità sei diventato uno spietato uomo d’affari. Hai sperperato l’intero patrimonio per cercare tombe quaggiù e di tutte le ricchezze che l’Egitto cela gelosamente tu hai trovato la più preziosa di tutte! Hai trovato colui che purificherà il marcio che si nasconde dentro di te! Hai perso, Signore ed ora pagherai la penitenza…>. All’interno della tomba la luce iniziò a svanire. Il Barone era troppo impaurito per cercare di dire qualcosa. Strinse gli occhi, nel tentativo di scorgere quell’orrenda creatura attraverso la crescente oscurità. < Il mio fedele Ibrahim manderà qualcuno a soccorrermi! Hai capito?!>. < La mente dello schiavo è stata purificata. Lui non ricorderà nulla di te. Io sono Qat, signore, colui che ti ha appena donato il tesoro più prezioso che un uomo possa desiderare: tempo, amico mio, tutto il tempo che vorrai per riflettere sulla vita deprecabile che hai condotto su questa terra…he…he!>. Il Barone corse verso il punto in cui era stata aperta la breccia, ma con orrore si accorse che la parete era intatta. Ogni cosa era tornata al suo posto! Iniziò ad urlare, ma nessuno poteva sentirlo. Poi fu solo silenzio…
(copyright by Simone Conti)
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