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IL GIORNO DELL'UGUAGLIANZA

scritto da Luca Bonatesta

 

 

La ragazza si allontanò dal suo tavolo dopo aver annotato l’ordinazione. Aveva un bel corpo ma le spalle erano leggermente ingobbite. Del resto erano le 14:37. Probabilmente tra poco avrebbe finito il turno.

Andrea Sentieri iniziò a sfogliare il giornale.

“La voce di Atrenia”. Un quotidiano che stampavano nell’ultimo paese da cui era passato.

Andò alle pagine locali.

400 chilometri lo separavano da quelle notizie. Lesse i titoli dei vari articoli e lo richiuse.

L’avrebbe lasciato sul tavolo, una volta finito di mangiare.

 

Si guardò intorno. Poca gente. Un paio dovevano essere rappresentanti come lui. Uno dei due, sui quaranta, baffi e capelli corti grigio cenere, consumava velocemente una bistecca con insalata; l’altro leggeva qualcosa da dei fogli di carta bianca con davanti a sé il resto del proprio pasto.

 

Andrea si accese una sigaretta. Sul suo volto c’era un’espressione assorta. Arrivò la cameriera con la cotoletta alla milanese che aveva scelto dal menu e gli ricordò che non si poteva fumare. “Oh,…” Andrea guardò la scritta: “Vietato fumare” sulla parete davanti a lui, “Ha ragione, la spengo subito.”

Schiacciò la sigaretta dentro un posacenere di vetro verde trasparente. Che ci faceva un posacenere in una sala da pranzo dove non era permesso fumare? Un filo sottile di fumo si levò dalla superficie levigata color del mare, mentre la sigaretta si spegneva completamente.

C’era una sala per non fumatori da qualche parte? Andrea non si era preoccupato di chiederlo. Dava per scontato che potesse fumare. Forse era stata approvata qualche nuova legge antifumo: aveva l’abitudine di leggere i giornali senza troppa attenzione ed anche i telegiornali spesso li guardava in camere d’albergo dopo una doccia con un bicchiere di quello forte in mano, finché non si addormentava. E i radiogiornali no: lo distraevano dalla guida.

La ragazza era andata via. Mentre ricordava il divieto a Andrea, aveva mostrato un sorriso forzato e un’espressione quasi paranoica nello sguardo. Aveva paura che il cliente si rifiutasse di spegnere la sigaretta o magari che andasse in escandescenze? Certo, lì qualche tipo strano doveva capitare ogni tanto. E le occhiaie da notte insonne non donavano ad Andrea un bell’aspetto.

Aveva due appuntamenti: uno nel pomeriggio a Trigeto e un altro per il giorno successivo a Trivagne. Voleva essere di ritorno a casa per sabato. Per questo non aveva sostato quella notte in qualche pensione di Atrenia. Sabato era il compleanno di suo figlio. Dodici anni. Non ci avrebbe rinunciato per niente al mondo. Non aveva rimpianti per aver accettato la promozione, anche se significava essere spesso lontano da casa. Lo faceva per loro. Per suo figlio. E per sua moglie. Dopo un inizio difficile del loro matrimonio, quando era un impiegato appena assunto dalla Future Media, avevano ora raggiunto la tranquillità che, con buona pace dei moralisti, i soldi comunque danno. Aprì il portafoglio e guardò la foto dei suoi cari.

Si soffermò sugli occhi azzurri del suo bambino.

Dopo i dodici anni inizia l’adolescenza.

 

Il vino rosso gli scese tranquillo in gola e andò a sciogliere la carne, il contorno di carciofi e patate e il pane di segale. Si asciugò le labbra con il tovagliolo di carta bianca e si alzò. Sì, forse era un po’ brillo.

La cassiera stava sfogliando con indolenza un settimanale pieno di foto a colori di attori, attrici, personaggi dello spettacolo, santi, politici e monarchi. Mentre si avvicinava, Andrea diede un occhiata veloce ad una foto che, vista al contrario, per un momento, gli era sembrata un immagine pornografica. Rise dentro di sé al pensiero della donna grassa di mezza età che trascorreva le ore alla cassa, guardando riviste per adulti. Pagò il conto e uscì dall’autogrill. Aveva voglia di un caffè, ma un leggero bruciore di stomaco gli suggeriva che non era il caso se, nel prossimo paese cui era diretto, non voleva perdere tempo a cercare una farmacia aperta per acquistare un antinfiammatorio.

Il rappresentante di commercio si soffermò davanti alla piccola edicola interna all’autogrill. Voleva qualcosa di non impegnativo ma non stupido, da leggere nella stanza d’albergo a Trigeto. Optò per una rivista di cinema.

Un sommovimento nelle viscere.

Era il caso di tornare sulla superstrada? Non c’erano altre aree di sosta prima della sua destinazione. Solo quattrocento chilometri d'asfalto.

 

Andò alla toilette, passando accanto ad un telefono pubblico con la scritta “fuori servizio”. Dal bar, un uomo con un impermeabile vecchio e consumato lo stava osservando. Era seduto su uno sgabello, i gomiti appoggiati al bancone. Beveva qualcosa, probabilmente un alcolico. I capelli grigi gli ricadevano in ciuffi sulla fronte, la barba era folta, rughe sottili attorno agli occhi. Doveva avere meno anni di quelli che dimostrava. Era seduto in una posizione obliqua, da ubriaco.

 

Sì, adesso si sentiva proprio meglio. Andrea mise su gli occhiali scuri e si avviò verso il parcheggio. Era una bella giornata di fine primavera. Il sole riscaldava senza violenza. Anche senza caffè e nonostante il vino, si sentiva sveglio e bendisposto alla guida.

 

Disinserì l’allarme. Mentre apriva la portiera, una mano sporca gli strinse il polso con forza.

Era una mano vecchia, coperta di macchie epatiche e con le vene in rilievo. Andrea si voltò. Il viso dell’uomo che beveva al bar era di fronte al suo.

Gli occhi grigi acquosi incorniciati dalle rughe erano fissi dentro i suoi.

Le labbra circondate di barba grigia si mossero lentamente.

“La tua casa sta bruciando. Tua moglie è a letto con una delle sue solite emicranie. La vostra anziana vicina le ha preparato una tisana e ha lasciato un fornello aperto. Ha acceso un’altro fiammifero ed è andato tutto a fuoco. Le tende di seta, il rivestimento in legno e i mobili hanno propagato l’incendio in tutte le stanze. Tua moglie sta urlando di spavento e non riesce a reagire. Tuo figlio sta cercando di domare le fiamme con le coperte.”

La stretta era forte, fin troppo per un uomo in cattive condizioni di salute. Andrea strinse gli occhi e sbatté le palpebre una, due volte prima di riscuotersi da quella sorta di ipnosi.

“Ma mi lasci! Cosa sta dicendo? E’ pazzo?”

La stretta si allentò. La mano dell’uomo ridusse la pressione gradualmente e permise al polso di scivolare via. Era ancora di fronte a lui con lo stesso sguardo penetrante.

Adesso taceva.

Andrea non sapeva che pensare. Naturalmente era un pazzo. La tua casa sta bruciando. Tua moglie. Tuo figlio. Forse era uno zingaro. I vestiti erano stazzonati e sporchi. L’impermeabile poteva avere benissimo un secolo di vita.

“Senta, se vuole dei soldi, casca male.”

Gli occhi del barbone adesso avevano acquisito riflessi di diamante. Splendevano come stelle oscure. Sembrava guardassero dentro la creatura di carne che aveva davanti, oltre il suo aspetto di rappresentante di commercio ben vestito, dal fisico asciutto e il naso aquilino, fino alla sua essenza.

Andrea si sentiva denudato.

“Non so che farci con i tuoi soldi. Le fiamme ti stanno rovinando la vita e tu pensi ai soldi.”

L’uomo in impermeabile si voltò e si diresse verso una fermata di bus.

Andrea rimase a guardarlo per un po’. Non sapeva che pensare. Poi decise definitivamente che doveva trattarsi di un povero malato. Ciononostante prese subito il suo cellulare per chiamare a casa. Ma la scheda era consumata. Ne cercò una nel portafoglio, ma non la trovò. Eppure non faceva mai dei viaggi così lunghi senza esserne provvisto. Cercò in auto. Niente. Strano. Era sicuro di…Una distrazione che non era da lui.

Rientrò nel locale, ma la cassiera disse che non ne vendevano. Avrebbe potuto chiedere a qualcuno degli astanti, se era una necessità urgente. Ma lui voleva solo levarsi uno scrupolo. Non credeva assolutamente a quello che gli aveva detto il barbone. Non poteva credere realmente che un pazzo del genere sapesse cosa stava succedendo nella sua casa. E Angela, sua moglie? Perché non lo chiamava se era in pericolo? Ma che stava pensando? Erano solo farneticazioni di un matto. E come faceva a sapere che aveva una moglie ed un figlio? Capirai…avrà tirato ad indovinare. Anzi, meglio: lo ha visto mentre guardava le foto. Intanto la cassiera lo scrutava di sottecchi, fermo al centro del locale, esitante. Era rimasto solo un avventore. Un uomo grasso con degli aloni di sudore che ricoprivano quasi interamente la camicia bianca che indossava. Perché suda così: non fa troppo caldo. Andrea chiese all’uomo se aveva per caso una scheda da prestargli o vendergli. Spiegò che doveva fare una telefonata di lavoro urgente. No, non ne aveva. Gli dispiaceva: anche lui era un rappresentante di commercio, ma proprio non poteva aiutarlo. Neanche possedeva un cellulare. Del resto si era all’inizio degli anni novanta e i telefonini in Italia non avevano ancora avuto una diffusione capillare.

Allora chiese alla cassiera di poter usare il telefono del locale. Era un’interurbana, ma l’avrebbe pagata. Ma cosa mi prende? Mi sto preoccupando realmente? Per le chiacchiere di un pazzo? La cassiera chiamò un numero interno e spiegò a quello che doveva essere il gestore del locale il problema del cliente. “Gli dica che sono in pensiero per la salute di mia moglie  e mio figlio” intervenne Andrea, sentendosi un po’ matto, anche per il modo in cui la donna lo stava guardando. La  cassiera riferì e poi chiuse. In quel momento si avvicinò un uomo per pagare. Sembrava un camionista. Andrea non aveva notato camion nel parcheggio. Dal fondo della sala si stava avvicinando un uomo sui quaranta con i baffi e pizzetto, camicia bianca e cravatta nera a pois bianchi. Si presentò come il direttore di sala, si scusò per l’inconveniente dell’apparecchio fuori uso ed invitò Andrea ad usare il telefono del suo ufficio. Andrea ringraziò per la gentilezza e lo seguì.

 

Non rispose nessuno a casa. E il cellulare di sua moglie era spento. Il direttore stava aspettando fuori dalla porta. “Gentile e discreto” pensò Andrea. “Una brava persona. O forse solo un buon promotore d’immagine.” Dopo il secondo tentativo, al decimo squillo, abbassò la cornetta.

Ringraziò nuovamente il direttore per la gentilezza. Questi si rammaricò di non poter fare altro per aiutarlo e gli augurò di risolvere il suo problema. Chiaramente non aveva capito bene di che problema si trattasse. Del resto non lo aveva compreso neanche Andrea stesso. Per pochi secondi di follia pensò di chiamare la polizia o i carabinieri, si preoccupò dei suoi cari come se fossero in pericolo o sotto una grave minaccia. Si sentì ridicolo. Doveva solo chiamare più tardi. Forse Angela stava dormendo e Nicola era uscito. Era stato sempre contrario a che suo figlio possedesse un cellulare, ma adesso rimpiangeva la propria severità. Era il caso di disturbare un parente o un amico per controllare? Ma no, avrebbe dovuto solo riprovare più tardi. Ma non poteva aspettare lì: avrebbe fatto tardi all’appuntamento. Salutò il direttore che lo accompagnò alla porta, disse buongiorno anche alla cassiera e tornò al parcheggio.

“Va bene” pensò. “Va tutto bene. Sono solo quattrocento chilometri.”

Appena arrivato a Trigeto, avrebbe comprato una scheda.

Nel breve tragitto tra la porta a vetri e la sua auto, incrociò lo sguardo del barbone. In piedi alla fermata del bus, distante una quarantina di metri da dove era Andrea, lo osservava e scuoteva la testa. Un movimento lento quasi ritmico. Era decisamente irritante. Andrea si mosse nella sua direzione, ma in quel momento arrivò la corriera che nascose il vecchio alla sua vista. Il pullman ripartì. Dell’uomo in impermeabile grigio non c’erano più tracce. Doveva essere salito sul mezzo, evidentemente, ma i riverberi del sole sui finestrini impedirono ad Andrea di guardare bene dentro. “Meglio lasciarlo perdere, quel vecchio pazzo” si disse. “Appena in paese, farò una telefonata.”

 “Ma non perché dò credito a quelle sciocchezze” aggiunse. “Solo per scrupolo.”

 

Andrea percorreva la superstrada a 120km/h. Infilò una cassetta nell’autoradio. Musica new age, per rilassarsi conservando la concentrazione. Ottima da ascoltare quando si è alla guida. Aveva resistito alla tentazione di estrarre le foto di sua moglie e suo figlio e di metterle sul cruscotto. Suonò il cellulare. Andrea controllò il numero. Lo stavano chiamando da casa!

“Angela?”

“…”

“Angela? O Nicola?”

“Andrea…Nico…” Un suono gracchiante interruppe la voce di sua moglie.

“Angela? Non sento bene, la ricezione è disturbata…Angela?”

La linea cadde.

La voce di sua moglie fu sostituita dal suono di linea libera che ottusamente reiterava se stesso all’infinito.

 

Un incidente su di un cavalcavia gli impose una deviazione. Effettuò una pericolosa inversione di marcia, cosa che normalmente non avrebbe fatto. Ma aveva fretta di concludere il primo appuntamento. Sperava di poter anticipare il secondo e così anche il suo ritorno a casa. Perché era così allarmato? Una volta entrato in paese, in un modo o nell’altro sarebbe riuscito ad entrare in contatto con sua moglie o suo figlio.

 

Andrea Sentieri superò il cartello con la scritta “Benvenuti” in italiano e quattro lingue straniere ed entrò a Trigeto.

Prese la cartina topografica dal vano portaoggetti. Non aveva incontrato nessuno per strada: era, evidentemente, troppo presto.

Studiò le vie per pochi secondi. Non sarebbe stato difficile trovare l’istituto. Aveva un appuntamento con il preside di una scuola media per una grossa fornitura di materiale didattico in forma di cd-rom e videocassette. Contava di fare un buon affare. In seguito all’assegnazione di fondi dal ministero dell’Istruzione alle Regioni, gli istituti di quella zona avevano un budget più ricco del solito a disposizione.

Erano le 17.00 passate, ma nessun negozio era aperto.

Forse quello era il giorno in cui osservavano un pomeriggio di chiusura. Strano che fossero chiusi anche tutti i bar che aveva incontrato, però.

L’altra cosa che aveva notato era la scarsezza di auto e la presenza massiccia di pedoni.

La maggior parte era vestita bene; anche i ragazzi e i bambini indossavano giacche eleganti; qualcuno anche cravatte o papillon.

Ad Andrea venne in mente una domenica di pasqua di quando era piccolo.

Continuò a percorrere le strade. Ancora nessun negozio aperto. Passò davanti ad una chiesa. Fuori dall’antico portone di legno aperto a metà, che si affacciava su di una larga piazza di forma esagonale, era radunata una gran folla. Si sentiva una musica provenire da dentro, una sorta di coro di voci bianche: arrivava distorto, però, come se fosse inciso su di un nastro rovinato.

Andrea Sentieri parcheggiò davanti ad un bar chiuso e scese dall’auto.

Davanti alla vetrina  e alla porta dalla serranda abbassata c’erano due uomini seduti su delle sedie. Signori anziani che prendevano il fresco con indosso abiti da giorno di festa.

Andrea si avvicinò e chiese a che ora avrebbero aperto gli esercizi commerciali.

“A nessuna ora, nessuno apre oggi” rispose il più grasso dei due. Fumava un sigaro stretto e nero ed era vestito di grigio antracite. Un completo a tre pezzi arricchito da una catenella d’argento un po’ retrò che formava sul gilet un elisse riflettente i raggi del sole.

“E’ venerdì il pomeriggio di chiusura, qui da voi?” chiese Andrea.

Questa volta rispose l’altro. Un vecchio magro vestito di nero - giacca, cravatta e pantaloni, tutto nero, con una camicia bianca – che si curvava in avanti su di un bastone in legno di mogano verniciato con l’impugnatura in bronzo a forma di testa di cane.

“Oggi è il giorno dell’uguaglianza.”

Andrea Sentieri ripassò in un lampo le proprie nozioni in termini di feste nazionalpopolari ma non ricordò nessun giorno dell’uguaglianza. Non esisteva in Italia una ricorrenza con questo nome. O perlomeno non era di interesse nazionale. Non poteva riguardare che qualche comune. Non ne aveva scorso notizia sui quotidiani, né sentito al telegiornale. Probabilmente era l’invenzione di una giunta di centrosinistra.

“Sapreste indicarmi la strada per la scuola media “De Lorenzo”?”

“E chi vuole trovare oggi alla scuola…” rispose quello grasso. “A quest’ora, poi. Neanche se fosse andato stamattina avrebbe trovato qualcuno. Se cerca i ragazzi, vada alla chiesa di Sant’Anna. L’ha appena superata. È lì che stanno tutti.”

“Non cerco i ragazzi” ribatté Andrea. “Ho un appuntamento con il preside.”

“Sarà anche lui in chiesa” rispose questa volta l’uomo magro. “Alla scuola non troverà nessuno. Oggi non lavora nessuno.”

“Anche noi stiamo andando lì” interloquì il grassone. “Aspettiamo che ci sia un po’ meno confusione.”

Andrea Sentieri ringraziò cortesemente e salutò i due uomini che dentro di sé mandò a fare in culo. Non ci aveva capito niente. Che razza di festa era quella. Una festa dell’uguaglianza dava l’idea di qualcosa di laico, ma forse Andrea si sbagliava. Era un rito religioso. Ma anche se fosse così, era la prima volta che ne sentiva parlare. Ebbe un fugace ricordo della propria cresima. Quella sensazione strana di contatto con qualcosa di sovrannaturale che non c’entrava niente con tutto quello che gli avevano insegnato durante la preparazione catechesimale.

 

La scuola era chiusa.

I cancelli bloccati con grossi lucchetti. Nemmeno una luce accesa. Neanche l’ombra di un custode. Eppure l’appuntamento era lì ed anche l’ora era esatta. Era assurdo non poter telefonare. I telefoni pubblici erano tutti con solo il lettore per la scheda, niente monete. Erano anni che non comprava una scheda. E comunque lì era tutto chiuso. Stando alla piantina, per arrivare all’istituto “De Lorenzo”, aveva attraversato mezzo paese e tutti i negozi erano chiusi. Le uniche attività commerciali in corso di svolgimento erano quelle delle bancarelle di dolciumi, tipiche delle feste di paese, nelle piazze o lungo i corsi. Ma anche lì, i venditori apparivano svogliati come se non importasse loro di smerciare i loro articoli o meno.

Lungo la strada aveva incontrato persone di tutte le età. Sostavano indolenti oppure passeggiavano lentamente. Parlavano e sorridevano, alcuni sprizzavano gioia da tutti i pori e ridevano allegri, altri avevano un’aria trasognata. I più eccitati erano i bambini e gli adolescenti. C’era un’atmosfera di allegria e di felicità che veniva espressa in vari modi. Quelli che camminavano andavano tutti verso la stessa direzione. Consultò di nuovo la mappa e mosse verso l’albergo dove aveva prenotato una stanza.

Ma quello che temeva si avverrò: anche la pensione era chiusa.

Era inammissibile. Lui aveva prenotato.

Dietro una finestra si vedeva il volto di una donna molto vecchia. Andrea le chiese dove poteva trovare il padrone della pensione.

“Dove vuole che sia?” fu la risposta. “E’ il fratello del prete, di don Michele. E’ in chiesa anche lui, come tutti.”

“Maledetta chiesa” pensò Andrea. “e maledetto giorno.” Ma perché gli avevano prenotato la stanza se sapeva che sarebbe stato chiuso? E perché gli avevano dato un appuntamento proprio oggi, quando c’era questa cazzo di festa dell’uguaglianza?

La donna era ancora alla finestra. Andrea ne approfittò per fargli un’altra domanda.

“Senta, signora, ma questa festa dell’uguaglianza, esattamente, cos’è?”

La donna strabuzzò gli occhi. “Non è una festa. È il giorno dell’eguaglianza. Ma cosa vuole che le spieghi. Vada, vada. Vada a vedere. Ci andrei anch’io se non fossi ammalata.” E chiuse la finestra e abbassò la tapparella. Adesso anche quell’edificio era uguale a tutti gli altri. Nessuna traccia di presenza umana.

Dovevano tenerci a questa festa, qui in paese, visto che chi non poteva o non voleva andarci sembrava che si sentisse obbligato a giustificare la propria assenza al primo arrivato, ad un perfetto sconosciuto.

“E adesso che faccio?” pensava Andrea. “Dormo in macchina, parcheggiato in mezzo ad una strada, come un barbone? Arriverò distrutto a Trivagne, domani mattina. Senza neanche poter mangiare qualcosa. E no: è la festa dell’uguaglianza e nessuno lavora. Anzi, no: il giorno dell’uguaglianza, non la festa. Vai a capire la differenza. Ma che situazione assurda. Ma che gente stupida e arrogante. Ignoranti attaccati alle proprie tradizioni del cazzo.” Andrea pensò di andare in questura, dai carabinieri, da una qualsiasi figura istituzionale deputata alla repressione degli spigoli e al restauro dell’ordine. “Ma per denunciare che cosa? Non è un reato non presentarsi agli appuntamenti o sbagliare nel prenotare una stanza.”

Sarebbe stato meglio andare direttamente al paese dove aveva il secondo appuntamento e vedere di trovare lì una pensione. Concludere l’affare l’indomani mattina – magari avrebbe potuto ottenere un anticipazione dell’appuntamento – e poi ritornare qui e vedere di contattare nuovamente il preside della scuola. E se anche nell’altro paese ci fosse una festa in corso di cui non sapeva niente? Erano paesi vicini. Forse gemellati per alcune attività turistiche e ricorrenze religiose. In quel caso avrebbe solo perso tempo. Girò ancora per il paese in cerca di qualcosa che assomigliasse ad una pensione o ad un ristorante. Ma niente. La città era morta dal punto di vista commerciale e turistico. L'unico movimento era dato dalla gente che camminava, sostava, parlottava e bisbigliava, gioiosa e indolente, pigra e soddisfatta, tutti con gli occhi e i piedi puntati nella stessa direzione. Forse sarebbe stato meglio cercare il suo cliente. Gli avevano detto che era in chiesa. Il preside di una scuola media, in un paese così piccolo, avrebbe potuto farselo indicare facilmente. Di sicuro era conosciuto.  Se non ricordava male, c’erano solo due istituti di medie inferiori a Trigeto.

Fece un inversione di marcia, risalì la strada nel senso contrario e si diresse verso la chiesa di Sant’Anna.

 

Nella piazza la folla era cresciuta. Sembrava che vi fosse concentrata tutta la cittadinanza. Sostavano sui larghi gradini davanti alla porta della chiesa o defluivano attraverso le grandi ante aperte. Andrea parcheggiò e scese dall’auto.

Andò anche lui dove erano diretti gli altri.

 

Appena entrò nell’ambiente in penombra, un prete gli si avvicinò con le braccia spalancate ed un sorriso gioviale. “Mio caro signor Sentieri.”

Un coro, che Andrea non riusciva a vedere, intonava una melodia strana, fatta di voci stridule che si alternavano ad altre più virili, ognuna che seguiva il proprio tempo.

Il sacerdote abbassò le braccia e offrì allo straniero una vigorosa stretta di mano.

“Come sa chi sono?” replicò sorpreso Andrea.

“Signor Sentieri, lei è il nostro graditissimo ospite. Io sono don Michele, pastore di questa piccola comunità. Abbiamo atteso con ansia il suo arrivo. Si è fatto attendere. A dire la verità, temevamo che non venisse più. Perché si è perso in tutti quei giri per il paese? I nostri concittadini più anziani glielo avevano detto che avrebbe trovato qui le persone che l’hanno chiamata.”

Nella semioscurità, l’attenzione di Andrea fu richiamata da un movimento di corpi, oltre lo sguardo lucido e mellifluo del sacerdote.

Guardò in quella direzione e ciò che vide lo riempì prima di stupore, poi di disgusto, infine di orrore allo stato puro.

 

Andrea era sull’orlo di una crisi isterica. Che significava quella storia? Che cos’era quell’orgia schifosa?

Si voltava in tutte le direzioni possibili e, dovunque guardasse, vedeva stupri, assassinii, mutilazioni ed altre efferatezze.

E le vittime e i carnefici erano uomini e donne, vecchi e bambini, ragazze e ragazzi.

La maggior parte nudi, semivestiti o in procinto di spogliarsi.

La voce effeminata di don Michele arrivava da un enorme distanza: “Per tutto l’anno la nostra vita è regolata da leggi, scritte e non, divieti razionali e assurdi, limiti, paure, incomprensioni, desideri frustrati e ossessioni represse. Il nostro ordine sociale è una casa che vuole crescere alta fino al cielo, ma le cui fondamenta sono piene di cadaveri e le pareti sono così fragili da potersi sgretolare da un momento all’altro.”

“C’è bisogno di una valvola di sfogo, ogni tanto. Un giorno ogni dieci anni in cui la realtà si mostri nella sua nudità e la natura rinunci alla maschera della pietà.”

Andrea cercò un appiglio, qualcosa a cui appoggiarsi ma non trovò niente e cadde in ginocchio.

 “E’ il tempo dell’uguaglianza. In questo giorno niente è diverso, tutto è uguale. Non c’è valore, virtù, regola, legge che operi il distinguo. Il sistema collassa su sé stesso. L’ordine - religioso, politico, familiare - implode. Non c’è diversità tra vecchi e giovani, adulti e bambini, poliziotti e assassini, insegnanti e allievi, genitori e figli, giudici e imputati, dolore e piacere, vita e morte. Ciascuno insegna e impara. La verità ultima si rivela. Il nulla terribile appare.”

Andrea stava piangendo. I suoi lineamenti erano distorti da sensazioni indescrivibili. Urlò con la voce che gli si spezzava in gola. “Ma che cazzate va dicendo? Ed io cosa c’entro? Che cazzo volete da me?”

“Lei è nostro ospite. Deve esserci uno straniero. Per fare la differenza.”

“La…differenza…che differenza? Che cazzo stai dicendo? Lasciatemi andare! Non c’entro niente con le vostre merdate!”

Si sentiva debole, incapace di alzarsi. Avrebbe voluto scappare, andarsene via da quell’incubo. Invece rimase lì, in ginocchio e continuò a guardare, cercando di rubare più immagini possibili alla luce fioca. Guardò verso l’altare. C’era una donna sdraiata e legata con delle catene della stessa età di sua moglie, lo stesso colore dei capelli, i lineamenti molto simili. La somiglianza era straordinaria, ma chiaramente non poteva essere Angela. Semplicemente impose al suo cervello di scartare questa possibilità. E i ragazzi e i bambini. Dietro le statue, tra le panche e gli inginocchiatoi. Persi tra i corpi degli adulti. Martoriati, feriti, stuprati e smembrati. E a loro volta stupratori, torturatori, e seviziatori. I volti di molti di quei ragazzi non erano forse maschere, distorte da segreti incubi, del viso di suo figlio Nico?

Un uomo nudo si avvicinò all’altare e compì con una serie di gesti, vagamente somigliante al segno della croce, sul corpo della donna. Poi gli montò sopra ed iniziò a violarlo. Quando l’uomo si voltò verso Andrea, questi riconobbe i lui il vecchio pazzo dell’autogrill. I capelli lunghi e grigi ricadevano sugli occhi scintillanti dei colori della lava solidificata.

Andrea si rivolse verso don Michele, l’unico rimasto imperturbabile, l’unica immagine di razionalità e civiltà all’interno di quel luogo che avrebbe dovuto essere sacro.

Il prete guardò anche lui verso la scena che si svolgeva sull’altare ed iniziò a spogliarsi.

“Oggi non c’è diversità tra officiante e fedele.” Sussurrò, fissando Andrea negli occhi.

In quel momento decine di braccia afferrarono il rappresentante di commercio ed iniziarono a denudarlo. Il prete continuava a parlare con la sua voce melliflua che alle orecchie di Andrea suonava sempre più urticante. La tonalità si alzava e si abbassava.. Le parole echeggiavano grottesche. Sembravano provenire dall’interno di un labirinto di cunicoli. “Lei, caro Andrea, farà la differenza. Rifletterà questo abisso infernale nei suoi occhi. Così noi cittadini di Trigeto potremo guardarci al di fuori di noi stessi. E ritornare così alla normalità. Ma lei non potrà andarsene. Non dovrà testimoniare a nessun altro.”

Andrea provò a rialzarsi, ma gli uomini che lo stavano spogliando glielo impedirono. Lo tenevano bloccato. Tutta la sua forza era inutile. Non riusciva a liberarsi. Gli avevano strappato via la cravatta e aperto la camicia con forza, facendo saltare i bottoni. Adesso era a torso nudo con decine di dita che gli tiravano i capelli, gli graffiavano la pelle, gli entravano negli occhi.

Stremato dal proprio stesso dibattersi, rinunciò ad usare la forza.

Sudava e tremava. Immobile, con gli occhi sbarrati, osservava lo scenario d’orrore, la bolgia in continuo movimento e sempre uguale a sé stessa. Aspettava immerso nel terrore, come un feto nel liquido amniotico che ha paura di nascere. Respirava a fatica. Sconvolto dalla consapevolezza che lo attendeva qualcosa di ancora più tremendo di quanto aveva visto e provato fino a quel momento.

Quando vide un bambino nudo che avanzava verso di lui, tornò a divincolarsi

Per quanto si sforzasse, non riusciva ad evitare di sovrapporre il volto di suo figlio a quello del ragazzino. La fisionomia e la corporatura erano simili. Aveva lo stesso colore dei capelli e degli occhi.

Il ragazzo impugnava un coltello.

La lama rifletteva, lungo tutto il filo, la fioca luce solare che entrava dalle grandi finestre a mosaico.

Il manico in legno era inciso con delle scene che sembravano tratte da qualche testo sacro. Le piccole dita le nascondevano solo in parte. Quello che si vedeva attirò l’attenzione di Andrea. Erano disegni dal tratto essenziale che potevano essere usciti dalla mano di un bambino o da quella di un essere di una civiltà molto antica.

Rappresentavano sacrifici umani e torture.

Nel primo quadro una donna si accoppiava ad una specie di animale demoniaco con molte braccia ed ali da insetto, numerose code tentacolari, gambe equine, testa di leone ed una lunga lingua biforcuta.

In quello successivo, una mano nera gigantesca stritolava un bambino neonato fino a farlo sanguinare.

Esseri umani con le teste di animali, come officianti che indossavano maschere, si amputavano e divoravano a vicenda.

Uomini e donne espellevano serpenti dai loro orifizi.

Un uomo con una specie di abito sacerdotale di chissà quale culto tagliava la testa del demonio della prima scena con un coltello.

Il coltello veniva conservato in una urna.

L’urna veniva chiusa a chiave.

Il sacerdote ingeriva la chiave.

 

La lama entrò nell’occhio destro di Andrea Sentieri e lo fece saltare via dall’orbita.

L’occhio cadde sul pavimento di marmo e rotolò fino ai piedi del bambino, lasciando dietro di sé una striscia di sangue.

Lo stesse accadde all’occhio sinistro.

Il bambino sorrise.

  

(copyright by Luca Bonatesta)

 

  

 

LUCA BONATESTA

Luca Bonatesta è nato il 26 - 01- 1972 a Brindisi, dove attualmente vive. Collabora con un agenzia giornalistica locale. Si è classificato al quinto posto nell’edizione 1999 del premio “Cristalli Sognati” con il racconto “L’ospite”;  il racconto “Tanatomorfosi” è stato segnalato nell’ambito del premio “Lovecraft”; il racconto “Immortalità” è arrivato settimo nell’edizione 2001 del premio Narrativa Ghost ed è stato inserito nell’antologia multimediale Cyber Ghost vol.1. Sempre per le edizioni del Club Ghost, ha pubblicato “Sangue giovane” nell’antologia “Ombre” e altri suoi racconti sono presenti sul sito del club con lo pseudonimo Darren Frei. Oltre alla narrativa, si occupa anche di sceneggiature per fumetti.

 

  

 

 

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