|
|
|
home cinema narrativa musica arte misteri articoli interviste link archivioghost news forum album produzioni info |
|
HO RUBATO scritto da Tatiana Chessa
Avanti il prossimo. Numero 3790, signore. Sto aspettando. 3790, regalaci il tuo peccato. Di quale colpa ti sei macchiata? Ho rubato, signore. Sembra essere un peccato di poco conto, 3790. Ma vediamo, non si può mai sapere. Ho rubato, signore. Prendo sempre la corriera, quando torno a casa da lavoro. La corriera delle 13.37. In realtà poteri prendere anche quella delle 13.15, ma è sempre troppo piena di studenti che tornano a casa da scuola. Così, quando esco dall’ufficio,mi siedo per qualche minuto sulla panchina del parco e poi mi avvio alla fermata. Quel giorno, il giorno in cui tutto è cominciato, la corriera era più vuota del solito. C’era un barbone sporco e puzzolente che tracannava chissà quale liquore da una vecchia bottiglia. C’era una signora sulla cinquantina con quattro borse della spesa. C’erano un ragazzo ed una ragazza che stavano avvinghiati l’uno all’altra. Poi c’era lui. Era seduto vicino al finestrino. Indossava un bellissimo doppiopetto color antracite, una camicia di seta blu ed una cravatta. Ai suoi piedi c’era una ventiquattrore di pelle nera, con i ganci d’acciaio che riflettevano il raggio di sole che filtrava dal finestrino. Lui era piegato sulla ventiquattrore. Poi si raddrizzò, tenendo in mano dei fogli bianchi tutti stropicciati. Guardò il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino, spostò il ciuffo di capelli neri che gli ricadevano sulla fronte, appoggiò i fogli sulle ginocchia e iniziò a scrivere. Mi sembrava strano che quei fogli fossero così sgualciti: non erano in sintonia con il suo abbigliamento, con la sua valigetta, con il suo aspetto pulito ed ordinato. C’era qualcosa che stonava, ma che mi affascinava moltissimo. Continuavo a tenere lo sguardo fisso su di lui che, concentrato sulle carte, neppure se ne accorgeva. Ogni tanto un raggio di sole colpiva i suoi occhi chiari ed allora essi erano ancora più belli. Lo guardavo tanto attentamente che potevo quasi vedere la sua pupilla restringersi quando il raggio cattivo lo infastidiva. Ma lui non se ne curava. Continuava a scrivere, a scrivere. Ed io non capivo cosa stesse facendo. Proprio non capivo. Come mai un uomo così distinto e profumato (il profumo del suo dopobarba si distingueva chiaramente nella corriera quasi vuota e sconfiggeva il tanfo emanato dal barbone) scriveva con tanta foga? Le sue mani abbronzate, con quelle dita così lunghe e raffinate, non sembravano fatte per tanta foga: sembravano mani da pianista. Ma cosa lo interessava tanto? Quando i suoi occhi furono nuovamente colpiti dal raggio assassino io mi spazientii ed istintivamente guardai fuori per far lanciare un’occhiataccia al sole che lo disturbava. Facendo questo, mi resi conto che la fermata successiva era la mia. A malincuore, suonai il campanello. L’autobus si fermò ed io scesi, portando con me il ricordo di quell’uomo così affascinante e contraddittorio. Il giorno dopo, la corriera delle 13.37 era in ritardo. Trascorsi il tempo ad imprecare tra me e me contro i sistemi di trasporto pubblico e dicendomi che mi sarei dovuta decidere a comprare una macchina. Finalmente la stupida corriera arancione, rumorosa e sporca, arrivò. Salii. Il barbone non c’era più. La signora con le borse della spesa era ancora lì. O meglio: era di nuovo lì. Solo che ne aveva due di borse, invece che quattro. Muovendomi a passi malfermi per via dello sballottamento dovuto alla partenza, mi incamminai verso la testa dell’autobus e fui investita da un profumo così buono che mi costrinse a voltare il capo, e lì lo vidi: stesso abito color antracite, camicia di seta bianca, elegante e sobria cravatta nera. Stessa ventiquattrore di pelle nera con i ganci d’acciaio. Non brillavano, però, perché pioveva. Mi sedetti più vicina a lui, non proprio nel sedile a fianco al suo, ma quasi. E, come il giorno precedente, continuai a guardarlo. Quasi mi dispiaceva che il sole non giocasse a riflettersi nei suoi occhi. Ma cosa importava, tanto erano meravigliosi comunque. Il suo profumo continuava a stordirmi. E intanto lui continuava a scrivere, senza posa. La sua mano sinistra scorreva sul foglio con quell’incedere che caratterizza tutte le scritture mancine. Al polso aveva un magnifico orologio con il quadrante blu. Niente anello, però. Meno male! Purtroppo ero ancora troppo lontana per poter scorgere la sua grafia. Poi sentii che qualcuno aveva suonato il campanello. Era stata la signora con le borse della spesa. Mi resi conto che sarei dovuta scendere tre fermate prima. Mi affrettai e, nella fretta di scendere, inciampai. Accidenti! Dovevo essergli apparsa proprio indecorosa! Quando il mezzo ripartì cercai il suo sguardo divertito per fare dell’auto ironia, ma era intento a scrivere. Probabilmente non aveva notato nulla. Ero stata fortunata. Per mesi lo incontrai tutti i giorni, sempre sulla corriera delle 13.37. Non mi aveva mai notata, tranne quel giorno che, tutta agghindata nel mio tailleur grigio, mi ero seduta proprio accanto a lui e avevo accavallato le gambe molto lentamente, cercando di attirare la sua attenzione. Si era girato, un occhiata fulminea alle mie lunghe gambe, un sorriso malizioso e… aveva ricominciato a scrivere. Insensibile al fascino delle donne! Accidenti! E sì che nei suoi occhi mi era sembrato di scorgere ammirazione. Portai una mano dietro alla nuca ed iniziai a roteare il collo così, se mi avesse notata proprio nel momento sbagliato, avrebbe pensato che avessi la cervicale o qualcosa del genere. Invece, approfittando dei movimenti che avevo studiato apposta, allungai il collo e diedi una sbirciatina. La sua grafia, inconfondibilmente mancina, era precisa ed elegante, nonostante il continuo sobbalzare e sballottare dell’autobus. E poi, come poteva essere così ordinata, visto la foga, quasi la furia con la quale la sua mano scorreva sulla pagina? Questo mi stupì. Notai che lo spazio in basso a sinistra era completamente bianco, mentre quello in basso a destra era già riempito. Mi accorsi allora che le righe partivano in alto a sinistra e terminavano a destra, ma più in basso: scrittura obliqua tendente verso il basso! Era pessimista, dunque! Sempre che le notizie di grafologia di quelle rivistucole per donne che leggo ogni tanto fossero vere! Come poteva un uomo così essere pessimista? Intanto mi voltai, per non dare troppo nell’occhio. E’ vero che sembrava non accorgersi di nulla di tutto quello che avveniva intorno a lui, ma non si è mai troppo prudenti. Dopo qualche minuto, però, tornai ad osservare ciò che stava facendo. Feci in tempo a leggere solo una ventina di righe, ma finalmente capii cosa era che scriveva con tanta foga: era un romanzo. E sembrava essere un prodotto eccellente. Una volta scesa dall’autobus, sperai invano che si voltasse e mi rivolgesse un sorriso complice. Niente! Accidenti, e pensare che io mi ero messa in ghingheri per lui. Nel frattempo i giorni passavano e la mia vita diventava sempre più strana. Andavo al lavoro, salivo su quella corriera e intanto andavo incontro al mio destino. Ogni giorno sbirciavo i suoi fogli e mi innamoravo sempre di più. Non solo di lui, ma anche del suo romanzo. E nella mia mente… solo lui! Lui nei miei sogni di felicità, lui nei miei incubi di inquietudine. E per di più sempre ad occhi aperti, perché non riuscivo più a dormire. Certo che se magari mi fossi decisa ad optare per la medicina tradizionale e avessi lasciato perdere quelle dannate pillole omeopatiche contro l’ansia e l’insonnia, forse qualche volta avrei pure potuto chiudere occhio. Comunque! Lo rivedevo continuamente davanti a me, quell’uomo meraviglioso con i muscoli scultorei che io immaginavo sotto la sua camicia di seta ed i cui occhi erano un ritaglio d’oceano. Era un’opera d’arte. Per un mese ancora salii su quella corriera, ogni giorno alle 13.37 (anche se oramai non c’era più motivo per cui io la prendessi, visto che ero stata licenziata: “negligenza sul lavoro”, avevano detto). E lui era sempre lì a scrivere, chino su quelle pagine che andavano accrescendo il loro volume, chino su quel capolavoro per il quale impiegava il suo unico momento libero: quello del viaggio in corriera. Sì, perché ormai avevo immaginato la sua vita in ogni dettaglio ed ero giunta alla conclusione che solo una mancanza di tempo avrebbe potuto spingerlo a lavorare a quel ritmo forsennato su un dannato autobus. Lo rispettavo per la sua dedizione, lo ammiravo. Ma, soprattutto, lo invidiavo. Sì, perché anche io scrivevo. O per lo meno ci provavo. Erano solo stupidi racconti di una pagina. Insulsi. Banali. Prevedibili. Roba che non facevo leggere a nessuno perché io stessa li consideravo orrendi. Invece lui! Lo rivedevo continuamente davanti a me mentre scriveva il suo romanzo nell’unico momento libero di tutta la giornata, sulla corriera. Non era solo l’uomo meraviglioso con i muscoli scultorei che io immaginavo sotto la sua camicia di seta ed i cui occhi erano un ritaglio d’oceano. Era un’opera d’arte. Avevo deciso che sarebbe stato mio ad ogni costo. Non lui, il romanzo. Perché se lui era un’opera d’arte, il suo romanzo era un capolavoro. Sapevo che avrei dovuto scegliere: o uno o l’altro. Non potevo averli entrambi. Ma il romanzo, almeno quello, l’avrei avuto. Non sapevo cosa avrei fatto per ottenerlo, ma ci sarei riuscita. A qualsiasi costo. Poi, un giorno, salii. Mi diressi al solito posto, mi sedetti. Senza voltarmi estrassi dalla borsetta lo specchietto ed il rossetto. Iniziai a passarmelo sulle labbra ed intanto cercai l’immagine dell’uomo che mi sedeva a fianco riflessa nello specchio. Incredibile: dormiva!! Era la prima volta, in tutto quel tempo, che non lo vedevo scrivere. Evidentemente era sfinito, ma felice, perché i suoi lineamenti erano distesi, la sua espressione compiaciuta e tranquilla. Per un momento fui intenerita da ciò che vedevo, poi mi infuriai. Allora me lo faceva apposta, quel bastardo. Lo faceva apposta a non notare una stupida che gli sbavava dietro. O scriveva, o dormiva! Tutto pur di non dover essere costretto a rivolgermi la parola; tutto pur di sottrarsi alle grinfie di quella strega che lo sbirciava di sottecchi. Me l’immaginavo quando, per telefono, raccontava agli amici di una strana donna che si sedeva sempre al suo fianco e da mesi non faceva altro che osservarlo, che lo teneva d’occhio, lo controllava e lo inquietava con la sua presenza. Bastardo! Se ne era accorto e la sua era stata tutta una tattica per sfuggirmi. Che codardo. Ah, ma me l’avrebbe pagata, sì che me l’avrebbe pagata. Se credeva di potersi liberare di me con tali sotterfugi, be’, si sbagliava. Gliel’avrei fatta vedere io a quel don giovanni da strapazzo. Ma chi si credeva di essere? Nessuno mi aveva mai trattata così E, ora che lo guardavo bene, non era neppure così divino. Oddio, i suoi capelli neri erano sani e bellissimi; folti, luminosi, tanto che sembrava uno di quelli che mettono in mostra le loro chiome alla pubblicità. I suoi occhi erano di un azzurro talmente intenso che, al confronto, due ZAFFIRI potevano sembrare spenti ed opachi. La bocca era perfetta: sensuale e ben delineata. Ma, dopotutto, non era così irresistibile! Maledetto, maledetto, maledetto! Ma come osava? Ah, ma ora mi avrebbe sentita! Eh sì, gliel’avrei fatta passare io la voglia di prendersi gioco delle donne come me. Io… Poi notai qualcosa che mi lasciò pietrificata. Sulle sue ginocchia, impilati uno sopra l’altro, i fogli che aveva scritto. Nell’arco di qualche secondo mille pensieri mi attraversarono la testa. Evidentemente aveva finito di scrivere il suo romanzo, per questo dormiva! Probabilmente era esausto ed era crollato. Quindi non l’aveva fatto apposta, non ce l’aveva con me. Non era per evitarmi che si era messo a dormire. Eh! In un lampo, mi ricordai che quel romanzo doveva essere mio. Riposi lo specchietto nella borsa; attesi che qualcuno suonasse il campanello e l’autobus si fermasse. Con uno scatto afferrai il manoscritto (ma con molta delicatezza, per non svegliarlo). Mi precipitai all’uscita. Scesi. Guardai la corriera che si allontanava. Dormiva ancora. Bene! Sorridendo, mi avviai verso casa. Lo lessi tutto d’un fiato. Semplicemente meraviglioso. Iniziai così a pensare cosa ne avrei fatto e a quale editore avrei potuto consegnarlo. Mi vedevo già a party e ricevimenti, con la gente che mi si accalcava intorno per chiedermi come avevo fatto a scrivere qualcosa di così magico. Già! Sarebbe stato fantastico. Ma c’era un solo, piccolo problema: il vero autore cos’avrebbe fatto? D’altronde, se anche avesse cercato di sostenere che il manoscritto era suo non avrebbe avuto prove per dimostrarlo. Almeno che non l’avesse già battuto a computer, nel qual caso non si sarebbe spiegato come poteva averlo anche lui. Ma anche in quel caso sarebbe stata solo la sua parola contro la mia. Ed intanto la disputa sarebbe stata un’ottima pubblicità per il romanzo (anche se certo non ne aveva bisogno, perché era già di per sé ottimo). Così continuai a crogiolarmi nei miei sogni di potere e ricchezza; continuai ad immaginare quello che avrei comprato, i regali che avrei fatto alle persone che amavo… In fondo, però, proprio in fondo- in fondo, in un angolino sperduto della mia mente, qualcosa mi diceva che non ero veramente felice. Il mio sogno non era mai stato quello di essere ricca; né quello di essere famosa o apprezzata. Il mio vero sogno, da quando ero bambina, era sempre stato quello di saper scrivere; di terrorizzare e far sognare le persone con delle semplici parole; regalare loro attimi di vita, spezzoni di esperienza che non avevano potuto o voluto fare. Ed invece mi ritrovavo ad essere sul punto di diventare milionaria, senza però aver avuto ciò che avevo sempre desiderato. Sentendomi più frustrata e disperata che mai. E così sola, infinitamente sola. E senza il mio bell’uomo di affari con il doppiopetto color antracite. Forse per questo, forse semplicemente perché desideravo rivederlo, dopo qualche giorno tornai sulla corriera dell’1.37. Salii. Lui era lì, profumato ed impeccabile come sempre. Non ebbi il coraggio di sedermi proprio al suo fianco. Da lontano, per qualche minuto, lo osservai. Profondi solchi attraversavano il suo viso. Come se non avesse dormito per qualche notte. Forse il dispiacere di non avermi più vista. Poi capii che io non c’entravo, almeno apparentemente. Era distrutto perché aveva perduto il suo manoscritto. E la colpa era mia. Mi sentii così subdola, colpevole… che quasi stavo per avvicinarmi e confessargli tutto, per poi restituirgli il suo lavoro, la sua vita. Ma non fu così che le cose andarono. Perché lui, improvvisamente ed inaspettatamente, si voltò. Mi guardò con quei suoi occhi tristi e rassegnati, mi rivolse uno stanco sorriso, un cenno del capo. Poi si alzò. Mi venne incontro. Si sedette al mio fianco. E mi parlò. Dio mio! Avevo sperato così tanto che ciò potesse avvenire. Ma perché proprio quando orami era troppo tardi? Perché quando orami non potevo più guardarlo senza venire sopraffatta dal rimorso? Nonostante ciò, andò tutto bene. Mi chiese se per caso avessi visto qualcuno che portava via i fogli sui quali lo avevo visto scrivere. Disse (e mentre lo diceva sorrise) che aveva notato che lo guardavo molto a lungo e che quindi, magari, potevo aver visto se qualcuno si era appropriato della sua opera. Con una disinvoltura inaspettata gli dissi che non mi ero accorta di niente, che doveva essere successo quando ero già scesa. Gli chiesi di raccontarmi tutto. E lo consolai. Non so come, ma lo consolai. Ed intanto nella mia mente provavo odio per la persona che gli aveva fatto questo; riuscivo quasi a dimenticare che ero stata io. Alla fine scendemmo insieme dalla corriera. Lo invitai a salire da me. Non volevo che stesse solo, in quelle condizioni. Lo feci accomodare sul divano e gli preparai un doppio scotch. Si rilassò. Misi un po’ di musica. Lenta e rilassante. Lo pregai di chiudere gli occhi. Iniziai a sciogliere la tensione che si era accumulata sulle sue spalle, con movimenti via via più ampi. Poi all’improvviso lo sentii irrigidirsi; avvicinai le labbra al suo orecchio e chiesi cosa c’era che non andava. Balzò su dal divano. Mi guardò in faccia. Iniziò ad urlare. Cominciò a chiedermi come avevo potuto farglielo. Come avevo osato fare questo a lui e poi far finta di volerlo consolare… E urlò per diversi minuti, senza tregua, ma senza mai torcermi un capello. Capii che aveva visto il suo manoscritto sul piccolo carrello in fondo alla sala. Ovviamente, lo aveva riconosciuto immediatamente. Ed io che ero stata così stupida da invitarlo a casa mia. Forse, se non l’avessi fatto, io e lui avremmo potuto essere felici. Io sarei diventata (per lo meno agli occhi del mondo) una scrittrice di successo. Certo, non avrei mai potuto pubblicare altri libri; ma d’altronde anche la Bronte era diventata famosa con un unico romanzo! Poi avrei potuto cambiare il mio cognome (tanto, fino a quel momento, nessuno mi aveva mai vista in faccia). Ed invece, per uno stupido, maledetto errore era andato tutto in fumo. E ora lui mi odiava. Non potevo sopportare il suo disprezzo. Al disprezzo che io provavo per me stessa, ormai, ero abituata. Ma il suo disprezzo, quello no, non potevo sopportarlo. Senza contare che magari sarei potuta finire in prigione. In un attimo gli fui addosso. Lo colpii con un vaso di ceramica che mi aveva regalato mia madre due anni prima. Lui svenne. Lo legai al letto. Stretto, molto stretto. Non aveva ancora ripreso i sensi. Sciolsi una dose letale di sonnifero in un bicchiere d’acqua e gliela feci ingoiare con un imbuto. Lo spogliali, delicatamente, con amore. Il suo corpo era esattamente come lo avevo immaginato. Solido. Muscoloso. Compatto. Glabro. Andai in cucina. Scelsi il coltello più lungo e più affilato. Lo feci scorrere sul suo bellissimo volto, sul suo collo, indugiai suo pettorali così ben delineati. Continuai a giocare con lui per qualche minuto. Poi mi accorsi che era troppo tardi. Piangendo, iniziai ad incidere. E mentre il sangue inondava me e lui e tutta la stanza, io scrivevo il mio nome sul suo petto. Mi avrebbe portate con sé per sempre. Anche oltre la morte. Per sempre. La morte era orami sopraggiunta, mentre le mie lacrime si mischiavano al suo sangue, mentre il mio ed il suo destino si univano per sempre in un’alchimia insolita. Era morto. E lo ero anch’io, pur essendo ancora viva. Non ho mai dimenticato. Ora sono qui per condividere. E provare a lenire il mio dolore. Il numero 3791, prego.
|
|
home cinema narrativa musica arte misteri articoli interviste link archivioghost news forum album produzioni info |