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PREFAZIONE Tanto si è detto, a proposito di Paolo Di Orazio. Pagine su pagine, articoli, e ancora interviste, e recensioni. Sappiamo tutti chi è, cos’ha fatto, cos’ha rappresentato per la divulgazione dell’horror italiano tra le nuove generazioni durante gli ultimi quindici anni. E se ultimamente ha forse un po’ diluito le sue apparizioni sulla scena editoriale “di genere”, non per questo il suo nome è stato dimenticato, anzi. Perché i racconti e i romanzi di Paolo Di Orazio (siano scritti o disegnati) non si possono dimenticare. Ed eccoci quindi ora davanti ad un campionario di storie trasudanti tutti gli incubi di cui è intessuta la sua lucidissima inventiva, racconti che in sostanza mettono a nudo una propensione ad esporre anche dolorosamente il proprio cervello e la propria anima al cospetto del lettore. Chi ha in mente i suoi fantasiosi e fulminanti sfoghi ultrasplatter, narrati o illustrati che siano, troverà qui un Paolo Di Orazio in grado di sorprendere per le vette di lirismo e poesia che la sua penna è capace di raggiungere, senza per questo apparire inconsistente; al contrario, le sue invenzioni rimangono ossessivamente ancorate ad una fisicità angosciosa che anziché stemperarsi nell’eleganza formale dell’approccio ne risulta amplificata ai limiti della sopportazione. Prendete ad esempio “Macaone”: è un gioiello nero, una trasognata allucinazione, che costringe ad un viaggio forzato dentro i cunicoli di una mente rovinata. Oppure “Lacrime antiche”, una storia che commuove ma che al tempo stesso è in grado di trasmettere un senso di raccapriccio e malessere impossibili da ignorare. E poi c’è “L’Incubatrice”, il racconto forse più sconvolgente in cui si possa sperare di imbattersi; costruito in maniera meticolosa, gradino dopo gradino accompagna il lettore in una discesa senza fiato ad incontrare i peggiori inferni che la mente possa concepire, e custodire; l’Orrore e la Paura scalpitano violentissimi sotto le briglie delle parole, e solo l’abilità consumata di un grande autore può impedire che la materia prenda il sopravvento a scapito della qualità della narrazione, che Di Orazio mantiene costantemente sopra le righe. In più, siamo invitati a confrontarci con una novità, un 'racconto virtuale': “Storia di Inconnu”. Si tratta di una proposta molto interessante, poiché stimola a confrontare le nostre capacità di fruire una narrazione presentata attraverso un canale piuttosto inconsueto: un susseguirsi di immagini - non di rado ambigue, ingannevoli - montate ad arte, come in un film muto, immagini che dipanano una trama i cui significati ed il cui senso di desolazione o di amore o di sofferenza sono determinati unicamente dalla sensibilità del lettore/spettatore, chiamato quasi ad interpretare un sogno. Vengono in mente i vecchi quadri utilizzati dai cantastorie, anche se in questo caso ognuno deve “cantarsi” nella propria testa la storia che più lo soddisfa, o che più lo spaventa. E via, racconto dopo racconto, “Inconnu” ci fa scivolare con sicurezza lungo i pendii di un’immaginazione senza freni, a gettare sguardi sopra quei territori oscuri che non tutti possono esplorare. A meno che non si sia certi di ricordare la strada per ritornare indietro.
Nicola Lombardi
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