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ICORE, SANGUE DEGLI DEI scritto da Diego Vacca
“ Vide la freccia salire in cielo e poi ricadere. Dalla punta si sprigionò un lampo di luce, mentre la selce nera rifletteva il bagliore del fuoco…” Bernard Cornwell
Questo racconto costituisce in realtà un capitolo del romanzo che sto tentando di completare, e ne rappresenta un mero ampliamento esplicativo, a se stante, di carattere storico-fantastico. Il romanzo tratta, tra gli altri
temi, della colonizzazione dell’isola di Vivara, propaggine di Procida di cui la considero una sorta di “riserva naturale”, avvenuta ad opera dei navigatori micenei intorno al XVII secolo a.C. Pur essendo uno dei principali scenari in cui è ambientato il romanzo, Vivara non è mai menzionata, se non per vaghe allusioni, nel racconto che narra le imprese di un manipolo di guerrieri achei, ultima speranza di salvezza
per la città militare dell’Argolide contro i progetti di sterminio concepiti dal mitico Minosse, sovrano assoluto di Creta. Spero tanto vogliate perdonarmi qualche anacronismo. Ho sempre reputato l’antichità null’altro che un supporto, modellabile argilla tra le mani di chi, umilmente, la prende in prestito per le proprie storie. --------- Anno 1650 a.C. Era lontana ma riusciva ancora a vederla: ad Oriente le nubi si addensavano sui lidi Anatolici, dove il nemico era in agguato come una fiera nella nera boscaglia, ma il richiamo della sua patria, che progressivamente si allontanava, vinceva persino l’ardore bellico. Avrebbe dovuto voltarsi e curarsi solo di impartire ordini direzionali alla ciurma, ma tale atto assumeva oramai un mero valore formale: il mare aveva già provveduto ad istruire i suoi uomini, ed essi conoscevano i sentieri tracciati dal tridente del mistico Poseidon meglio di quelli che conducevano ai bordelli della loro gloriosa città militare. Il nemico vantava una consistenza numerica di gran lunga superiore, ma loro si fregiavano del favore degli Dei: avevano combattuto centinaia di battaglie in esecuzione del mandato concesso dal Wanax, avevano protetto le coste
della Rocca con coraggio e tenacia, soli contro il mondo intero, e mai nessun membro dell’equipaggio aveva trovato la morte. Il soffio possente di Zeus gonfiava le vele della galea su cui solcavano le acque salmastre. Lo Stratega puntò gli occhi azzurri al cielo ed accennò un sorriso di lode al Signore dell’empireo, legato da indissolubile vincolo alla splendida Era, immaginandolo assiso sul trono, incastonato
come un diamante sulla vetta dell’Olimpo, poi tornò a mirare la sua città, sempre più piccola, distinguendone ancora i particolari. Micene, lustro della verde Argolide, sorgeva su un’altura del Peloponneso, punteggiata da enormi palazzi che biancheggiavano al sole come gioielli, e sembrava già conscia della rinomanza che i secoli a venire le avrebbero
recato. Un’incredibile cinta di mura attraversava la Rocca, circondando la polis e fortificandola contro le aggressioni dei barbari: lo Stratega rievocò i primordi della civiltà, quando la mostruosa fila di Ciclopi incatenati posava le fondamenta della muraglia che alla loro opera si faceva tradizionalmente risalire. Quelle deformi divinità avevano fuso il proprio
sudore nella pietra per proteggere l’impero che mille ostilità avrebbe incontrato nel cammino incessante della storia, affinché la sua fama non incontrasse mai fine, e il soldato era fiero ed onorato d’esser stato prescelto per impedire che le fatiche degli enormi figli di Poseidon fossero vanificate dalla ubris degli stolti invasori senza dio. - Nobile Tempsis! – L’allarme della vedetta squarciò il velo ispirato delle sue riflessioni. L’uomo si riscosse volgendo lo sguardo ad Est, seguendo l’indicazione del marinaio a prua. A diverse leghe dalla galea, quasi invisibile tra la foschia salina resa più densa dalla distanza, un’elegante nave da guerra striava l’Egeo con una scia spumosa e viscida come quella d’un rettile. Il panico
vibrò tra la ciurma come la corda d’una cetra appena sfiorata, poi gli Achei tornarono saldi come l’acciaio baluginante delle loro spade. L’imbarcazione nemica viaggiava sopravvento, i Greci sfruttarono il vantaggio dilatando le narici a cogliere i sentori e gli odori che Eolo portava con sé. La vedetta aveva spalle forzute, un collo taurino e solido che sosteneva il cranio massiccio come l’estremità di un
ariete: fu il primo a riconoscere l’avversario, allora indietreggiò sul ponte fino a poppa, affiancando lo Stratega, ritto accanto al timone. - Hattushash…- mormorò il nome della Capitale suprema del regno Hittita con disprezzo e una nota d’apprensione. Tempsis annuì, la nave si avvicinava, l’asta del bompresso mirava dritta contro di loro. I capelli della vedetta erano raggrinziti dai granuli candidi della salsedine, il volto spellato dal sole perenne, in netto contrasto con la tinta bronzea che illuminava i bellissimi lineamenti del
comandante, sormontati da una chioma nera come il piumaggio di un corvo, con riflessi azzurri come le iridi attente con cui scrutava l’approssimarsi della battaglia. - C’è qualcosa di strano. – affermò quest’ultimo. L’uomo accanto a lui si grattò pensosamente la testa cespugliosa e aguzzò la vista fino all’equipaggio della nave straniera. – Osserva le insegne dei vogatori,
le loro acconciature e le uniformi.- - Non sono comuni guerrieri…- - Esatto,- la voce di Tempsis era calma, appena venata da un accento nordico, suggestiva e affascinante in quell’uomo del mare, - Sai cos’è il Pankus, mio prode Etewas?- L’uomo esitò, fissando stupito lo Stratega: - L…l’assemblea notabile che convalida l’assunzione del Re al trono, orientando ed influenzando le sue decisioni, costituendo pertanto l’unica e vera autorità dell’impero.- - Solo i migliori vengono accolti nella schiera, quanti si siano distinti per coraggio e saggezza, superando invitti i più truci duelli.- Etewas montò su uno scranno, ampliando e migliorando la visuale: la sua statura era ben lungi dall’eguagliare quella del capitano, ma una stazza da bisonte e la determinazione ferrea facevano di lui un elemento portante
della squadra. - Non capisco,- disse,- perché Mursilis spedisce i suoi nobili contro la Rocca?- Tempsis non replicò, i presentimenti che da tempo lo assillavano si concretizzavano ora in quella macchina da guerra che sferzava le onde come una rondine imprimendo violenza e fulmineità all’attacco. Aveva condiviso i propri dubbi con l’imperatore, la delicatezza della questione essendo tale da non poter esser svelata ad altri che non fossero il potente Argifane, e questi, pur contestandoli, si era indotto a disporre il pattugliamento segreto delle coste argoliche. Etewas sbirciò il celeste messianico dello Stratega, non vi colse l’accenno d’una risposta ed insistette: - E dove avranno pescato quel giocattolo galleggiante? Sono dei montanari accidenti, non hanno mai posseduto simili gingilli nautici! – - Al tuo posto soldato!- ordinò il telestas, il nobile acheo. Per un istante l’equipaggio lo fissò inquieto, Etewas aveva fornito l’ennesima prova della sua perspicacia, ammutolendo il gruppo con la freddezza delle sue osservazioni, ma Tempsis piegava gli uomini al suo volere con la semplice presenza fisica: lo sguardo scintillante spazzava via le esitazioni di intere legioni e le istigava all’assalto senza parole, senza vane spiegazioni. Alto e magnifico, le larghe spalle ammantate da un drappo rosso fuoco, la fronte, levigata come alabastro, fasciata dallo stemma della sua famiglia, la lunga spada grigia, dall’impugnatura in quercia e il pomo sferico in bronzo, egli costituiva la pura immagine dell’uomo a cui ignota era la sconfitta. Appariva immortale, il figlio prediletto degli Dei, colui che più di ogni altro avrebbe avuto titolo a rappresentarli sulla terra; per gli uomini che dipendevano dai suoi ordini, Tempsis era al di sopra dello stesso Wanax, alla cui devozione era tenuto al pari di loro. Le pale dei maestosi remi si allinearono e, in una parabola discendente e sincronica, tagliarono la superficie dei flutti ponendo l’aguzza prua verso gli Hittiti. Le due imbarcazioni seguirono un rettilineo lungo le onde dell’Egeo, filando solennemente in
rotta di collisione frontale. La nave Hittita beccheggiò e cavalcò l’onda ancheggiando come una puledra gravida, ma il suo assetto non mutò, e la struttura robusta conservò la rotta scongiurando deviazioni accidentali: si caratterizzava per una raffinata forma concava, e la chiglia, sottile e precisamente tracciata, spartiva lo scafo attraversando il pescaggio che non si allungava per più di due metri sotto il
livello dell’acqua; l’albero maestro era un unico altissimo e cilindrico tronco, da cui il velame in ruvida tela garriva ostentando pittoresche decorazioni. Sul bompresso era intagliata una polena raffigurante un drago dalle fauci spalancate nell’eterno atto di azzannare il vento: la sfumatura del legno e le dimensioni della figura parevano in contrasto con l’aspetto del naviglio, come se fosse stata aggiunta
solo recentemente alla sua generale struttura. Lo Stratega rammentò le parole del soldato e sorrise, consapevole che, probabilmente, nonostante la sua riservatezza, la provenienza del natante non era affatto ignota ai suoi uomini. Una voce femminea promanò dall’imbarcazione: - Nel sacro nome di Mursilis il Sole, sovrano assoluto dell’Impero dei Monti, arrendetevi e cedete le vostre armi!! – Tempsis recuperò il temperamento nobile e selvaggio, sguainò la spada e ne diresse la lama verso il carro infuocato di Paiaon, il divino Apollo, in procinto di annegare nei flutti:- Ciò che tu chiami Impero, per me è terra di porci, e se il tuo Re è il sole, questo è l’acciaio che ne oscurerà la luce!!- L’Hittita si mostrò sporgendosi dall’impavesata: la sua pelle curata spiccò come un lenzuolo bianco sulla bruna superficie del fasciame, la chioma rossa, sparsa e arruffata, formava un’aureola incantevole intorno al viso sereno e bello come quello d’un elfo. – Dimmi qual è il tuo nome, e quale il tuo rango! – esclamò. - Sono Tempsis, figlio di Axelao, membro d’onore della nobiltà micenea!- L’avversario annuì inchinandosi sul ponte in un guizzare di seta gialla: - Io sono Leland, telestas Tempsis, e ho sentito parlare di te: l’eco delle tue gesta è giunta sino ad Hattushash e ai suoi immensi possedimenti in Occidente! Grande è la stima che nutro nei tuoi confronti! Consegnatevi a noi ed avrai la mia solenne promessa che riceverete il trattamento migliore che sia mai toccato ad un prigioniero! Se opporrete resistenza, il vostro Ade avrà oggi di che placare la sua fame di carne! – Gli Achei si agitarono sulla galea, feriti nell’orgoglio bellico e religioso, snudarono i denti e serrarono le mandibole come lupi imbastarditi, slacciando i mantelli che rivelarono muscoli saldi come ferro ispanico e sbattendo gli archi contro gli scudi in un ritmo ossessivo. Lo Stratega balzò sull’incavo della prua, esponendo il petto nudo al nemico, e il suo ghigno ironico colpì il nobile servo di Mursilis come un pugno secco sui denti: - Il Padre non divora la carne del proprio sangue!! Ade stesso ci ha generati, giovane Leland, siamo la sua progenie ed abbiamo ereditato la sua fame!- Leland abbandonò ogni parvenza di giovialità, levandosi in tutta la sua imponente statura, incendiato dall’istinto guerriero che la dolcezza puerile dei lineamenti celava. I due capitani si fronteggiarono dalle rispettive galee da combattimento, ponderando e confrontando le reciproche qualità. La truppa Hittita apparve all’istante schierata lungo le murate curve della nave, al gesto impercettibile del leader gli uomini brandirono le alabarde dall’asta bronzea e la punta in osso di bisonte e le scagliarono con lanci precisi e rapidi contro quel facile bersaglio umano, ritto a prua. I Greci agirono veloci: i loro archi si tesero simultaneamente, le frecce scoccarono e parvero appena sfiorare le lame delle lance in volo, ma quando queste raggiunsero il corpo di Tempsis le estremità avevano perso la letale sottigliezza, smussate dall’acciaio dei dardi achei. Il telestas restò immobile, negli occhi l’esultanza di un uomo che aveva visto la morte cercarlo e disintegrarsi prima di toccarlo. L’urlo allucinato che proruppe dalla sua gola fu il segnale d’inizio della battaglia. La sua spada roteò in cielo traendo barbagli dal sole al tramonto, e tranciò di netto la testa di uno dei componenti il Pankus Hittita. I Micenei oltrepassarono volando il braccio di mare che separava le due galee, piombando sul nemico come uno stormo d’avvoltoi dalle ampie ali nere. Il Pankus arretrò impulsivamente, disponendosi in un rango ordinato e minaccioso: i nobili sguainarono le tradizionali spade dalla lama ricurva ad uncino e i coltelli dalla punta seghettata che avrebbe divelto la carne dalle ossa stracciando ogni singolo tessuto muscolare. L’impatto tra le squadre avverse fu cruento e travolgente: volto contro volto, acciaio opposto all’acciaio, muscoli e nervi unificati nella tensione dello slancio, menti intente a gareggiare in prontezza ed acume nella ricerca del minimo spiraglio di negligenza in cui far scivolare la lama e strappare le vene al nemico. L’onnipotente Ade e la sua sposa Proserpina troneggiavano sulle onde, contemplando lo spettacolo di morte che avrebbe incrementato la stirpe dei propri sudditi. Sul ponte imbrattato, Micene ed Hattushash cessavano di appartenere a due diversi e distanti imperi, fondendosi in un connubio di odio e sangue, mentre i guerrieri regredivano allo stato arcaico dell’esistenza, tornavano ad essere uomini crudi, sui cui versi beluini prevaleva lo stridore delle armi. Etewas, sfuggente come un’aguglia, agile come un levriero, ritrovandosi accerchiato dai luccicanti pugnali Hittiti, si piegò sulle ginocchia e, con un unico scatto di tendini e polpacci, capriolò sulle teste dei nobili, portò la cerbottana alle labbra e sputò in salto tre precisi proiettili imbevuti nel veleno attinto dalle ghiandole del cobra egizio. Gli avversari caddero insieme, contorcendosi negli spasimi che precedevano la fine, mentre l’acheo atterrava sulla tolda sollevando l’ascia ancora fulgida. Qualcuno lo aggredì alle spalle, proiettandolo lontano dalle vittime: Etewas scivolò sull’assito inumidito dal sangue, perdendo la scure ed aggrappandosi all’infisso dell’albero maestro, tesando il braccio nodoso come la catena di un forzato. La sciabola Hittita calò come una falce, penetrò l’incavo tra il bicipite e l’avambraccio fracassando il gomito, spezzando l’osso in due e recidendo l’arto. Non un gemito, non un grido straziò le corde vocali del greco che ignorò quel frammento del suo corpo rimasto avvinghiato al legno dell’albero e si scagliò contro il nobile con immutato entusiasmo. Il nobile fu colto di sorpresa, subì in pieno ventre il contrattacco massiccio del nemico che lo sbalzò via dal ponte scaraventandolo sul groviglio di sartie che scendevano obliquamente dalla sommità del tronco. Barcamenandosi tra gli impacci della tunica riuscì a rialzarsi stringendo la spada ancora incrostata dai rimasugli ossei dell’acheo, ma quest’ultimo, recuperata la propria arma, lo attendeva al varco, incurante del moncherino che stillava litri sangue, pronto ad affidare la vendetta alla tagliola scintillante della mannaia. Etewas avanzò lentamente, l’infuriare della lotta intorno a sé si oscurava lasciandolo impassibile; l’Hittita scorse la creatura avvicinarsi, percepì un filo di sudore gelido solcargli la fronte ma l’affrontò, attendendola senza remore. Etewas gli si parò innanzi, pallido e allucinato come un vampiro, gli occhi vacui e spalancati; il nobile fintò e diresse la lama verso quanto residuava dall’amputazione, l’acheo scartò di lato ma non fu sufficientemente rapido da evitare il gelido metallo concavo che si insinuò nella carne, scuoiando il bicipite e sfiorando l’articolazione della spalla. L’Hittita sbraitò trionfante, a pochi centimetri dal volto cinereo del greco, ma fu l’ultima cosa che fece: l’ascia sembrò animarsi come un essere vivo, il braccio sano di Etewas descrisse un semicerchio basso e orizzontale, la lama squadrata lambì appena le vesti e la serica pelle del nobile. Non produsse alcun suono, morbido e semplice era stato l’attrito dell’acciaio sul ventre, ma il sorriso del nemico si mutò in una smorfia che di umano aveva solo l’orrore. Lo sguardo scese sulla ferita, e quando il guerriero notò le sue entragna colare come vino dallo squarcio nello stomaco cercò spontaneamente di trattenerle. La vista gli si annebbiò quando sentì la sostanza vischiosa tra le dita, fissò ancora l’acheo che gli ammiccò scherzosamente ansimando come un bue in agonia, poi rovinò sul ponte, e l’impatto del cranio contro il legno fu come il rintocco d’una campana. Il greco cercò la forza di lanciare agli Dei il suo grido di vittoria, finché il cielo e il mare svanirono ed egli cadde sulla schiena dell’avversario, ricoprendola come in un abbraccio sensuale. Tempsis e il principe descrivevano un circolo di sangue nella baraonda di urla strozzate che li rintronava: l’acheo combatteva immerso e isolato nell’ostinata concentrazione del perfetto schermidore, ma l’abilità dell’Hittita era dura da infrangere, ed egli sceglieva le sue mosse investendo in larga misura nella propria capacità intuitiva, più che basandosi sull’esame dei singoli movimenti di Leland. Ogni suo affondo veniva parato e respinto dalla falce sottile che colpiva l’acciaio e si incuneava abbrancandolo per poi liberarsene nello scintillante sfrigolio elettrico dei metalli. Il principe attaccava con moderata esuberanza, immune alla foga giovanile, inevitabile piaga dei guerrieri della sua età, in un silenzio che sembrava ossequiare il riconosciuto valore del nemico. Quando il puntale della sua spada, minuto come il vertice di una vipera, filtrava un varco insperato nella guardia del greco, questi si sottraeva alla minaccia intercettandone la traiettoria con la lama argentea e piatta del gladio: le due armi si scontravano con rapida violenza, e la vibrazione del contatto si ripercuoteva nelle vene dei duellanti. Il tramonto riverberava sui due uomini rimarcandone i tratti, esaltandone la bellezza, colorandone le gesta che l’eternità avrebbe rimembrato e riecheggiato. L’esito della lotta tra le ciurme rappresentava un’incognita superflua in rapporto alla suprema sfida tra i condottieri. Tempsis rifulgeva come una statua finemente scolpita nella roccia tinta dal mare, il rigoglio di muscoli lucidi si stirava e inturgidiva, accompagnando il moto degli arti con grazia vigorosa, mentre la spada eseguiva colpi e parate nel pieno rispetto della correttezza rituale del combattimento. La sua corazza non era forgiata nel marmo, la grinta bellica non prevaleva su una sensibilità celeste che elevava lo Stratega al di sopra di tutti i belligeranti della Rocca e degli imperi che la contrastavano sui campi di battaglia. L’indomabile costituzione fisica, lo sguardo truce e severo da randagio giustiziere dell’Egeo, celavano una coscienza limpida e un cuore puro. Suo padre Axelao gli aveva insegnato a battersi come gli animali della foresta, agguantando l’avversario, azzannandolo alla gola fino a vederlo esangue, infierendo sul suo cadavere senza decoro, senza pietà. Così Axelao era sopravvissuto agli inverni del Nord, quando Micene era steppa e polvere, e l’esercito si imponeva agli Xenoi, agli stranieri, impugnando lame che si sgretolavano al vento gelido per difendere tende e baracche sulla roccia tufacea. Tempsis aveva amato il padre come un figlio devoto, mai come un discepolo: aveva assorbito le sue lezioni, le aveva rese parte del suo spirito e dei suoi istinti, ma non aveva ignorato la consapevolezza di essere diverso, di credere nella forza combinata all’irrinunciabile lealtà, qualunque fosse il prezzo; si lanciava in guerra con la possanza di un Titano, era feroce e brutale, ma era l’amore viscerale verso la Patria a guidare i suoi passi, mai l’odio ferino e atavico che pur recava nel sangue. Leland lo incalzava, tenendo testa alla sua classe: la sicumera del viso imberbe, adornato dai riccioli cremisi, era appena increspata da una ruga di tensione che solcava gli zigomi come un rivolo scuro di rena, e i fianchi snelli, simili a quelli di una fanciulla, lo rendevano scattante e pronto alla difesa; era pericoloso e deciso, senza paura alcuna, orgoglioso e fiero come una tigre, la tecnica che contraddistingueva i suoi assalti lo accomunava ai veterani di innumerevoli scontri, ma anche un occhio miope avrebbe notato che i suoi anni rasentavano la puerilità. Qualcosa di indefinito ma di intenso e vivo turbò l’interiore equilibrio dell’acheo: una fuggevole e improvvisa luce di ammirazione gli brillò nell’indaco degli occhi, incrinando per un breve istante la saldezza della sua difesa. Come se tra i due si fosse instaurato un legame telepatico, il principe colse i pensieri vaganti nella mente del greco e ne sfruttò i vantaggi: il suo braccio scattò, la falce saettò obliquamente aggirando la guardia del nemico e mirando decisa verso lo sterno. L’innato istinto di sopravvivenza si ridestò in Tempsis che spinse indietro il bacino arcuando la schiena un istante prima che la lama lo trapassasse, ma Leland non indietreggiò: svelto come la folgore, sporse il busto in avanti, inclinò il polso e diresse il puntale contro la milza del greco. Il ferro penetrò la carne che si arroventò al contatto sprigionando un divorante dolore tra i muscoli: Tempsis serrò le mandibole mordendo la sofferenza che divampava come fuoco nel suo corpo; il principe ruotò la lama ampliando il foro d’entrata e squarciando la pelle, fissando incantato il metallo grigio che macellava i tessuti. La mano dell’acheo lo colse impreparato: calò sulla sua fronte, scura e larga come una pala, e strinse le tempie tra i polpastrelli che affondarono nella pelle liscia fino all’osso parietale. La pressione aumentò in proporzione al martirio subito dal fisico del greco, come se quest’ultimo riversasse sull’avversario il dolore da lui provocato. Leland si agitò per divincolarsi dalla presa che gli stringeva il cervello, ma le dita del greco non cedevano ed egli perdeva progressivamente il controllo delle proprie azioni: un velo opaco calava sulla realtà che lo attorniava. La pressione si spostò di qualche centimetro: l’Hittita cominciò a sbavare mentre le ossa del cranio gemevano lesionando gli organi interni, e due dita si infilavano tra le palpebre sbarrate, spingendo a fondo. L’acciaio integrava ormai il corpo di Tempsis, affondato nella sua milza, ma fu Leland a scuotere il cielo con l’estremo urlo d’agonia quando i bulbi oculari scivolarono via dalle orbite aderendo al cervello. Allora mollò la spada e barcollò stritolandosi le tempie, schiacciando le palpebre inutili per distruggere lo spasmo che lo distruggeva: Tempsis afferrò nel pugno la lama micidiale, strinse il palmo finché il sangue non schizzò a zampilli e con un unico strappo la estrasse dal ventre scagliandola in mare. La solidità del suo fisico era tale che niente in esso accennava a crollare: impugnava ancora la sua spada, ora la guardò rimirandone il filo intatto, e guardò il ragazzo che a stento si reggeva in piedi al suo cospetto. L’intera sua energia confluì nel braccio armato, la spada si levò alta e tracciò un fendente preciso che troncò la colonna vertebrale di Leland il cui capo storpiato fu scalzato dal busto, e rotolò lungo le assi rimbalzando sul ponte dove la squadra della Rocca inneggiava al suo comandante tra i resti del Pankus dell’Impero Hittita. Si raccolsero intorno alla figura inerte e mutilata del compagno accanto all’albero Maestro: un nugolo di insetti nereggiava sul rosso carnoso e ripugnante del moncherino da cui colava un fluido nauseabondo di pus; Etewas giaceva immobile sulle interiora dell’avversario sconfitto. Lo Stratega aveva avvolto un lembo del mantello del nobile dei Monti sui fianchi, tamponando la milza ferita e arrestando il deflusso sanguigno: osservò il soldato attentamente mentre la tristezza gli incupiva lo sguardo. - Kekrios!! – chiamò, cercando di ignorare le fitte che ogni atto gli generava nel ventre, - Il tridente di Poseidon non ci ha protetti fino in fondo? L’affetto degli Dei è cessato? Dovrò dunque far ritorno a Micene senza il miglior elemento della mia squadra? - Kekrios, un giovane asciutto, dal labbro prominente e del tutto sprovvisto di incisivi, si fece largo tra la ciurma con un panno bagnato e bruciante di sale premuto contro il lobo destro. La conoscenza e l’esperienza nel settore delle Arti Mediche lo rendevano un membro indispensabile dell’equipaggio. Quando si inginocchiò accanto al ferito Tempsis notò il solco di carne nel punto in cui l’orecchio era stato asportato di netto dalla lama nemica rendendo visibile il candore dell’osso. Aveva il volto contratto e intontito ma esaminò il compagno con la consueta professionalità e accuratezza: come in un magico rito rovesciò le membra di Etewas e passò le dita sulle palpebre brune e le labbra pallide per l’anemia; auscultò il cuore che gli tuonò nel timpano sano ad un ritmo lento ed irregolare, ma la fuoriuscita del sangue dal moncherino avveniva in modo abbondante: se non altro c’era ancora vita in quel petto statico, anche se ne scorreva via velocemente. - Gli Dei ci amano ancora, telestas!- sussurrò il giovane mentre un inquietante liquido ocra gli scivolava giù dalla ferita,- Posso usare una fasciatura d’emergenza e l’emorragia si placherà, ma necessita di cure immediate, altrimenti ne avrà per poco.- Tempsis sciolse il mantello purpureo, adagiato sulle possenti spalle come l’emblema del suo casato, e lo porse al medico:- Puoi usare questo per bendarlo.- affermò, e Kekrios accettò l’offerta scrutando con riverenza e soggezione il sacro oggetto. Etewas, privo di sensi, fu medicato e fasciato, il deflusso fu arginato ma il mantello del capitano divenne presto d’un rosso più scuro e cupo; Alwon, un ex forzato che aveva conquistato la stima del nobile riducendo in poltiglia le tre ossessive guardie che lo importunavano, caricò sul dorso il compagno invalido e attraversò il ponte col resto dei guerrieri fino all’impavesata della nave. Coloro che non avevano riportato gravi lesioni si lanciarono in acqua completamente nudi, e nuotarono a forti bracciate verso l’imbarcazione spinta alla deriva dalla corrente placida dell’Egeo: la recuperarono senza difficoltà e la galea, abilmente manovrata, bordò e fileggiò mentre le vele si gonfiavano al vento notturno, accostandosi alla murata del natante gravido di corpi trafitti e mutilati, marchiato dalla sconfitta. La squadra greca si accalcò sul coronamento di poppa, trasbordando le armi e i feriti incapaci di spostarsi con le proprie gambe. Tempsis era rimasto presso l’albero, accarezzando una sartia, incurante dei lampi di fuoco che gli incendiavano la milza: gli occhi azzurri ispezionavano silenti e discreti la composizione del naviglio, alla ricerca di un segno, di una traccia che avvalorasse il sospetto, ma ogni indizio sembrava esser stato manomesso o cancellato, e niente lasciava trapelare l’infimo tradimento, niente che la sua mente o il suo sguardo potesse individuare e definire. - Coraggio Comandante!! – trasalì al grido di Kekrios, voltandosi e vedendolo afferrare per i capelli la testa mozzata di Leland che, ad eccezione delle orbite vuote, preservava intatta la sua innocente bellezza. - Si torna alla Rocca! – proseguì il giovane esibendosi in un grottesco ghigno cameratesco, - E quando Etewas si desterà, troverà questa sul suo giaciglio!! – Uno scroscio di risa isteriche, una confusione di applausi e insulti accolsero le sue esclamazioni, ed egli scaraventò il cranio dell’Hittita sulla galea achea. Lo Stratega sorrise indulgente innanzi al gesto che dissacrava ed offendeva le anime già in viaggio verso le brulle terre degli inferi: avrebbe scelto la morte al rinnegamento della sua imperitura fedeltà agli Dei, ma qui cessava ogni somiglianza con i suoi compatrioti, le cui sterili funzioni religiose, finalizzate ad attrarre il favore divino, non aveva mai condiviso. Tempsis, figlio di Axelao, considerava il mito qualcosa di strettamente ed unicamente connesso alla realtà pratica, scisso dalla pedanteria cerimoniale dei riti mistici. Col trascorrere degli anni, aveva finito con l’infondere tali convinzioni anche negli uomini che lo servivano, e non se ne pentiva affatto. Sospirò e, lanciando un’ultima penetrante occhiata a quanto, legno, cordame e utensili, lo circondava, abbandonò il Maestro dirigendosi verso i giardinetti. Rimossi i corpi degli achei feriti, l’assito era ingombrato solo dai resti dei nobili Hittiti: la tolda appariva più libera e transitabile, le scie di sangue imbrattavano le battagliole, gli schizzi si erano spinti sino alle decorazioni delle vele che ancora portavano nonostante l’imbarcazione poggiasse in una direzione sbilenca. Attraversando il ponte, Tempsis lo notò: il riquadro era stato abilmente mascherato, la concentrata esasperazione della lotta e la vernice mimetica applicata agli argini avevano reso impossibile la sua percezione o il suo riconoscimento; la calca dei caduti aveva contribuito a sottrarlo alla vista, il frenetico trepestio dei combattenti aveva grattato via parte della pittura, ed una linea scura e sottile spiccava sul fasciame tracciando il lato superiore di un boccaporto. Col cuore stretto in una cappa di ghiaccio polare lo Stratega si avvicinò, infilò la lama nell’esiguo spazio tra la botola e le assi, e ne percorse lentamente il perimetro segando la colla residua che ne confondeva la superficie col ponte. Poi la sollevò. Nella stiva non individuò niente di interessante, il solito ammasso di rocce e pietre arenarie disposte a fungere da zavorra, qualche sacco traboccante di provviste e un arsenale ben fornito per la ciurma. Fu la parte inferiore della stessa botola ad attrarlo: l’artefice vi aveva scolpito in rilievo un’immagine ben definita; il tentativo di smussarne le fattezze addolcendone i contorni al fine di uniformarli al piano del legno era stato condotto con estrema cautela: il coperchio era dotato d’un modesto spessore, l’intaglio lo ampliava dei centimetri bastanti a sopportare il peso dei marinai che mille volte avrebbero calpestato quel tratto, ed una eccessiva limatura correva il rischio di compromettere la resistenza del riquadro ligneo. Il simbolo magistralmente rifinito, orpello narcisistico dell’intera flotta, era stato pertanto danneggiato senza perdere la sua ormai vaga ma tipica forma. Tempsis ne riconobbe la natura, stravolto dall’immensità del potere che dietro vi si celava: - Labris…..- sussurrò, e qualcosa tremò e si inacidì dentro di lui. - Capitano, siamo pronti!! – Da oltre il castello poppiero gli giunse la voce di Malleus, il nocchiero dai capelli color rame, ed egli sussultò accorgendosi d’esser rimasto l’unico ancora a bordo del relitto nemico. Estrasse il pugnale stringendone il manico ricavato dall’impasto tra le cortecce di diverse tipologie di arbusti, ed intaccò il rilievo asportandone un frammento riconoscibile; infilò il reperto nella faretra, raggiunse l’impavesata e scavalcò mentre un fiotto violaceo gli ribolliva nella milza, scorrendo fuori fino alla coscia. Kekrios guardò con apprensione il rivolo rosso, ma un lampo sferzante nelle iridi dello Stratega lo indusse a procrastinare le sue cure. I soldati scagliarono due barili di pece sul ponte che ora ospitava solo i cadaveri, orzarono le vele, e solo quando furono a due leghe di distanza dalla nave scoccarono le frecce incendiarie verso la tolda che esplose in un viluppo di fiamme. Si allontanarono silenti e veloci, inargentando l’Egeo con un filare schiumeggiante che rifrangeva il lucore lunare. Tempsis udì i crepitii del legno aggredito e divorato dal fuoco, il vento gli recò alle narici l’odore della carne carbonizzata, finché la chiglia si schiantò, e la galea Hittita sprofondò nelle viscere di Poseidon. Solo allora il comandante si voltò, fissando il rogo in agonia nelle acque, e il rosso di cui tingeva la notte. Rivolse lo sguardo al cielo, e come sempre vide il sacro Olimpo evanescente nell’incessante frullio delle creature alate che ne animavano il respiro: - Questo è solo l’inizio….- sentenziò, ma l’imperturbabilità delle stelle non avallò né censurò la sua sfida. Avvistarono i macigni della Rocca a notte inoltrata, durante la battaglia la corrente li aveva sospinti verso il litorale sudorientale delle terre indoeuropee, allontanandoli dalla penisola ellenica fino a renderla un coacervo di possenti rocce fuse nell’oscurità. L’alta marea complicò l’approdo, una brezza vigorosa s’era levata dalle acque, increspandole, e le insenature argoliche riecheggiavano del fragore della risacca. Più volte i piloti alarono l’ancora, finché le robuste marre d’ottone non agganciarono la protuberanza calcarea d’uno scoglio sommerso e la galea si stabilizzò rollando tra le onde. Sbarcarono agilmente sulla costa, e scalarono il dirupo senza avvertire il peso delle armi, aiutando i feriti fino alla pianura brulla e selvaggia che precedeva la polis. Micene li accolse in silenzio. Nessuno era ad attenderli, ad acclamarli o ringraziarli, a nessuno era nota la natura e l’entità di quelle solitarie spedizioni nautiche. L’equipaggio, come un branco di lupi sparuti, arrancava per le vie lastricate e vuote trascinando i compagni incapaci di reggersi in piedi. Selene li contemplava dall’alto col pallido occhio solcato da laghi sconosciuti, abbracciandoli in un raggio diamantino, protettivo. Tempsis aveva sviluppato per il suo popolo un amore paterno e morboso: non cercava plausi o gratifiche, in fondo consumava il proprio sacrificio affinché la città riposasse serena, affinché donne e fanciulli si abbandonassero a Morfeo senza la minima idea dei fiumi di sangue, amico o avverso, che per la loro sicurezza continuavano a striare l’Egeo. Il pensiero dell’enorme minaccia incombente sulla Rocca e sulle sue anime, la coscienza di essere l’unico a comprenderne l’effettiva gravità, costituiva un peso troppo grande, persino per i suoi nervi saldi e il suo cuore impavido: non avrebbe tollerato la sofferenza della sua gente, avrebbe schiacciato il male prima che questo fosse riuscito anche solo a sfiorarla. Era giunto il momento di agire, bisognava stanare il nemico, prevenirlo e sgozzarlo nei suoi stessi domini. Kekrios li condusse tra le tende antisettiche del laboratorio costruito ai margini del centro abitato: gli attendenti del giovane medico accorsero con solerte sollievo; non posero domande, adagiarono i feriti sulle brande disponibili ed operarono all’istante i casi più critici. Tempsis li visitò singolarmente, ignorando il dolore che lo uccideva, incoraggiandoli e lodando il valore, il coraggio, la grinta profusa nello scontro, poi si avvicinò all’uomo disteso sul letto marmoreo al centro dello studio: una densa macula scura si allargava intorno al suo corpo come un lenzuolo liquido che aderiva alle membra arrossandone la pelle. Lo Stratega non badò al moncherino, ridotto ad un grumo di carne maciullata e frammenti ossei, e accarezzò la chioma irsuta del guerriero baciandogli la fronte. Etewas aprì gli occhi, fissò il comandante senza parlare, ma questi vi lesse il tormento di un essere nato per impugnare la lancia, e oramai destinato a piangere sui gorghi dell’Egeo, mirando da lontano la nave dei compagni, gagliarda e veloce, diretta a vele spiegate contro il barbaro invasore. Kekrios rispuntò con una collezione d’aghi chirurgici, pose sulla spalla del nobile il mantello insanguinato e prese ad affilare gli strumenti su uno sprone meccanico. - Rimettimelo in piedi…- mormorò il capitano, non era una richiesta, né una preghiera, era un semplice e indiscutibile ordine, - Fa’ che possa tornare il demone rabbioso dallo sguardo di falco: Micene avrà presto urgente bisogno della sua mano.- - Telestas Tempsis! – Kekrios lo fissò severamente, esterrefatto, - Costringerlo a combattere ancora equivarrebbe a spedirlo tra le nebbie dell’Ade! Mai più sarà in grado di farlo! Non ti consentirò di trascinarlo ancora in mare aperto! - L’acheo sorrise ed annuì: - Tu rimettilo in piedi….- affermò – Il resto verrà da sé.- E si allontanò, stanco e claudicante, ritrovando il fresco delle strade desolate. La notte era ancora lunga, e i suoi doveri erano ben lungi dall’essere pienamente adempiuti. La Reggia del Wanax sorgeva, imponente, oltre le alte facciate dei palazzi, su un’altura ventosa che si elevava cento piedi al di sopra del bosco di pioppi ed olmi che la isolava dalla città. La vegetazione abbracciava il versante settentrionale di Micene, delimitandone il centro abitato, e prolungandosi fino ai confini di Corinto: cespugli e sentieri sterrati si alternavano generando un miscuglio di polvere e foglie verdi luccicanti di rugiada nell’ombra lunare; Artemide sembrava aver donato le meraviglie della sua bellezza e della divina grazia ai fusti degli alberi, ai rami, ai fiori di quel breve squarcio edenico nell’aridità della roccia in cui era scolpita la polis, di quel piccolo paradiso gravido di vita; tenui lamenti, grida stridule, un sibilare sommesso, un brulichio incessante, ogni verso, ogni suono e rumore promanava dalle chiome verdeggianti, dai filari d’erba alta e liscia che accarezzava i polpacci, dal limo fertile in cui i calzari affondavano insidiando le radici, non da creature distinguibili e animate, non dai cuccioli che il verde bosco occultava e tutelava all’interno delle sue vesti naturali. Tempsis si aggirava tra i viali segnati dagli zoccoli dei cavalli appartenenti alla guardia imperiale, debole e pallido, ma la tensione si addolciva, i presentimenti di morte che gli serravano l’anima allentarono la morsa, e lo Stratega si abbandonò al mistero, al fascino della foresta, il tramite tra i sudditi e il sovrano assoluto, l’unico spazio neutrale e apolitico della sua terra. Il figlio di Axelao viveva per Micene, a nient’altro si indirizzavano le sue emozioni, ma nelle cellule del suo corpo, nelle pieghe dello spirito selvaggio, fermentava un virus che talora lo angustiava, perseguitandolo, oltraggiando la sua devozione all’Impero, un alter ego che audacemente si ribellava alle costrizioni di un’esistenza rinchiusa tra le ciclopiche mura della Rocca. La vera essenza di Tempsis sfrecciava lontano, si amalgamava alle maree, volava in cielo e ne ricadeva in forma di pioggia e grandine, o correva tra gli alberi unendo il tuono della propria voce alle strida acute degli animali, vincendo il vento stormente tra gli alti tronchi e i rami che ne guizzavano come dita adunche. Ciò a cui il suo io più intimo anelava era una foresta sulle acque, foglie sul mare…. quello costituiva il vero sogno, il mito universale della sua passione, irraggiungibile, chimerica stella. Urla umane gli ferirono improvvisamente i timpani, offendendo il sacro silenzio della boscaglia che si illuminò di accesi barbagli e riverberò il suono dei tamburi. Il guerriero sobbalzò smarrendo il filo delle sue fantasie, e deviò dal sentiero principale, incuriosito dal baccano e dal nuovo sapore dell’aria che respirava: riconobbe gli effluvi della droga accorgendosi d’esser pericolosamente incline a recepirli. Avanzò celandosi dietro ai giganteschi pioppi che si innalzavano ad intervalli di pochi metri, orientandosi con la fonte luminosa, avvicinandosi ad essa mentre un orrore sottile e magnetico gli scivolava nelle vene. Un falò bruciava nelle viscere della foresta: un cumulo di sterpaglia e gramigna costituiva il combustibile per immense fiamme che frustavano il buio propagando il calore intollerabile del fuoco. C’erano donne intorno al fuoco, e danzavano: alcune si muovevano leggere, prive di qualsiasi indumento, e i folti riccioli sul pube risplendevano come carboni ardenti in attesa d’un novizio; i seni rigogliosi, colmi di latte, oscillavano sul petto come forzieri di spezie nella stiva d’una galea durante l’uragano. Tempsis tentò di sottrarsi all’empio spettacolo, ma persino il più valoroso difensore della Patria non può ignorare il richiamo del basso ventre, specie quando arriva alle tempie e soffia sull’esile candela della ragione. Le donne urlavano e berciavano, ruggivano esibendosi in gesti irriverenti e convulse rotazioni dei fianchi, e ballavano lanciando fasci d’afrodisiaco per alimentare il rogo con l’erba che incendia i sensi e annega l’intelletto in una invincibile palude d’oblio. La schiera si diradò ed un ragazzo fu trascinato accanto al fuoco e disteso sull’erba secca come una salma. Sui tratti del suo volto affioravano, alternandosi, sensazioni completamente divergenti: stordimento, estasi, disperazione, panico, ma soprattutto spasmodica, insopprimibile eccitazione fisica. Le fiamme lanciavano sprazzi dorati sulla cruda nudità del suo corpo, dalla pelle morbida, abbronzata, si innalzavano spirali fumiganti quando qualche scintilla schizzava via dal rogo e dolcemente la investiva, arroventandola. Una soffice peluria castana solcava le guance, smorzando il purpureo colorito della congestione, scendeva sul petto, sul ventre, e risaltava, folta come un lichene, in prossimità del membro, eretto e turgido come il corno di un rinoceronte. Le donne gli correvano intorno, invasate dalla droga, ispirate dal Dio che quella danza folle onorava, il ragazzo scorgeva fulmini nudi sfrecciare attraverso la cortina infuocata, ed ansimò di terrore ed erotica esultanza appena una di esse sgusciò fuori dal frenetico vortice e gli balzò sopra, congiungendo la carne alla sua, accogliendo il fallo rigido nelle profondità del suo sesso, in una copula bestiale e volgare. Tempsis vibrava come il Maestro d’una nave da guerra tra le onde, rapito dall’accoppiamento che si consumava davanti ai suoi occhi impudenti: dai fianchi femminei che cavalcavano l’uomo assorbendo ogni energia di quel giovane corpo sudato, ai seni che sbattevano violentemente sulle labbra della vittima boccheggiante, alla ricerca di un capezzolo da stritolare tra i denti, alle ruvide mani maschili che comprimevano i glutei sodi integrandone il ritmo, tutto il suo sguardo catturava, avido di dettagli, stregato dalla passione. Poi la donna urlò, e il grido feroce fu raccolto dalle compagne che lo innalzarono alla luna: - Esploda il sacro nettare di Dioniso!!! - La schiena del ragazzo si arcuò, l’amplesso toccò il suo culmine e il glande eruttò il seme bianco e denso come melassa mentre la sacerdotessa sopra di lui prorompeva in gemiti schizofrenici aizzati dall’orgasmo. Il rito perse la devastante carica erotica e si mutò in carneficina: schiavizzate dall’euforia, due baccanti si scagliarono nel falò, rosolandosi tra le fiamme tra risa dementi e urla che annichilirono il prode Stratega svaporandone l’eccitazione. Presto l’aria puzzò di carne bruciata, Tempsis ne raccolse una zaffata nelle narici ed arretrò disgustato ma incapace di distogliersi dalla scena: le donne sollevarono il giovane semi esanime e, strattonandolo come un pupazzo di paglia, gli spezzarono le ossa, torsero le membra fino a sentir cedere le carni e le squarciarono strappandole via. Annebbiato dalla droga, il giovane non provò nulla finché non vide l’obbrobrio subito dal suo corpo: il dolore lo raggiunse da lontano, lo caricò come un macigno, gli distrusse le corde vocali nell’unico grido che egli lanciò, ma non lo uccise, lo tenne desto mentre le streghe serravano le zanne sulla carne viva e ne tranciavano frammenti sempre più grandi, addentavano il sesso e i testicoli, e masticavano voracemente maciullandoli. Tempsis sentì il vomito trafiggergli lo stomaco e balzare nella strozza, non riuscì neanche a piegarsi, il conato gli riempì la bocca che lo sputò fuori nauseata dal gusto immondo. Cadde in ginocchio, provò a respirare ma il tanfo della tortura viziava l’ossigeno come un gas venefico, sconvolgendolo: aveva conosciuto la morte in mille modi diversi, l’aveva data e vista in molteplici occasioni che mai avevano anche soltanto sfiorato quegli apici. Sapeva di essere in pericolo, spiare i riti dionisiaci costituiva un empio sacrilegio, e oramai era questione di attimi prima che quelle furie umane si accorgessero di lui. Una fitta gli aggredì la milza, aveva quasi dimenticato la ferita tra le suggestioni della droga e gli impulsi sessuali, e faticosamente si levò in piedi per fuggire. Fu allora che la vide: attratto dal furibondo baccanale non era riuscito ad accorgersi della sua presenza. Ancora adesso ella rimaneva distante dal rito, il fuoco e il sangue non intaccavano il lucore della sua pelle, e le labbra sottili non recavano tracce dell’orrido banchetto. La nudità delle sue membra affascinava senza turbare i sensi: i seni, tutt’altro che floridi e penduli, formavano due piccole sfere perfette sul petto, il ventre era liscio e delicato come la sabbia in riva al mare, le gambe si allungavano dal busto, tornite e snelle, ma rosee come quelle di una bambina, mentre il viso sembrava forgiato in una magnifica fusione tra la luna e il sole, unendo lo splendore etereo di Selene al fulgore indomito di Paiaon. I capelli biondi, gialli come le fiamme che sfioravano le stelle, sormontavano due occhi scuri come il manto di un cerbiatto. Il guerriero la guardò, incantato, disorientato dalla premonizione che, in un istante troppo breve da afferrare, gli aveva solcato la mente, e le ossa fremettero mentre un terrore superstizioso le percorreva. Lei lo stava osservando, unica tra tutte le altre donne che li separavano: le loro iridi erano intrecciate le une alle altre, ipnotizzate, inseparabili. Lei inclinò il capo e dolcemente gli sorrise, poi puntò un dito affusolato verso di lui. Tempsis lo sentì arrivare: l’amore lo travolse con l’impeto di mille onde che sospinsero la sua anima di roccia ai confini del pianeta, la assalirono rodendone la durezza implacabile, consacrandola ai richiami del cuore e della procreazione. Accennò a slanciarsi nell’orgia, preda del sentimento più cruento che avesse mai provato per un esponente dell’altro sesso, ma la fanciulla arretrò svanendo improvvisamente nel buio oltre il rogo, ed egli comprese la follia del proprio istinto. Il sangue affluì alle tempie trascinando seco un barlume di raziocinio: Tempsis si voltò e corse via nella foresta, indifferente al dolore fisico, schizzando come un felino tra le ombre degli alberi che lo incalzavano ed inseguivano, segnando la verde scia del suo avvenire. Due guardie stazionavano in corrispondenza dei battenti marmorei della Reggia, scrutando l’oscurità notturna, appena scalfita dalle lanterne inchiodate al vertice dei blocchi. Una bassa coltre di bruma tagliava il bosco antistante come una lunga spada di ghiaccio, nascondendo la parte inferiore dei tronchi e i cespugli germogliati alla loro base. L’uomo parve emergere dal nulla, ed avanzò, zoppicando, assestando il mantello pregno di sangue ed umidità sulla spalla: i vigilanti incrociarono le lance sbarrando l’ingresso e intimandogli di qualificarsi. Lo Stratega non li degnò d’una risposta ed essi, riconoscendolo, riassunsero le posizioni liberando il varco dalle lame scintillanti delle loro armi. L’ospite attraversò il cortile laterale e non si sorprese scorgendo il lume ancora acceso nel Megaron, una struttura con remote ascendenze preistoriche, costituente il locale centrale e più importante del Palazzo, un’ampia sala delimitata da quattro colonne in cui quotidianamente si svolgevano pranzi e ricevimenti ufficiali, allietati dalle melodie d’arpa che accompagnavano le narrazioni dei migliori cantori del regno. Nessun tendaggio occultava l’interno, il soffitto era aperto e arioso, e Tempsis si fermò sulla soglia inginocchiandosi umilmente. Il focolare in mezzo alla sala bruciava ancora, ma la festa era terminata da tempo, e sul monumentale tavolo in alabastro gli avanzi lasciati dai commensali sembravano i resti di vittime massacrate sul campo di battaglia. Argifane sedeva accanto al cumulo di legna ardente, intento ad esaminare i caratteri sillabici scolpiti su una tavoletta d’argilla: vestiva una tunica viola, lunga fino al ginocchio, adornata con fermagli dorati come gli anelli che brillavano sulle dita e i bracciali stretti intorno ai polsi; i piedi calzavano sandali di cuoio e, al di sopra della caviglia delicata, la curva dei polpacci spiccava ancora marcata, non raggrinzita dall’età. - E’ da lungo tempo che ti attendo, nobile Tempsis.- mormorò senza smettere la sua disamina. - Ti chiedo di perdonarmi, Wanax, un sacrificio in onore del divino Dioniso mi ha costretto ad aggirare le iniziate ritardando la mia venuta.- - Se non avessi deviato dal sentiero non avresti avuto alcun bisogno di fuggire.- Tempsis incassò la malizia del Re arrossendo ed odiandolo per il modo in cui, unico in tutta l’Argolide, riusciva a coglierlo impreparato: - Ho dovuto badare al mio plotone: in molti avevano bisogno di pronte cure.- - I tuoi soldati sono forse pecore, incapaci di gestirsi senza il pastore? - - Quei soldati sono la mia famiglia, e sono io a non sapermi muovermi senza di loro. - - Hai ancora molto da imparare, telestas! La tua abilità e le tue fattezze sono proprie di un aristocratico, ma il tuo pensiero è quello di un semplice guerriero. Dovresti riuscire a conformare le tue parole al rango che occupi nella polis. - Ripose lo scritto argillaceo e lo scrutò per la prima volta, mentre il nobile si sollevava con una smorfia sofferente, lasciando una piccola pozza rossa sul pavimento. Una sincera preoccupazione oscurò le rughe del vecchio: - Non ero stato informato circa la tua ferita.- affermò. - E’ solo un graffio, niente che mi impedisca di riprendere il mare.- Argifane si accasciò lentamente su uno scranno accanto al focolare e fissò i carboni caldi come intento a strappare una profezia alle fiamme languenti. - Il Pankus….- sussurrò. I lineamenti dello Stratega si impietrirono esprimendo gravità e mestizia, ma la stanchezza cominciava a velargli la vista:- Le tue vedette hanno l’occhio lungo, mio signore. – rispose. Provava pena per lui, e rimorso per il baratro di disperazione che stava per spalancargli, ma la Patria rappresentava il summa delle priorità a cui s’erano entrambi votati. Discese il silenzio, per lunghi minuti non dissero altro; Tempsis stentava a tenersi in piedi, ma il rispetto per il Re vinceva la fatica. Poi Argifane parlò: - L’assemblea governativa costituisce il fulcro dell’apparato monarchico di Hattushash. Ogni singolo membro è un combattente di gran classe, ma la sua vita è troppo preziosa per arrischiarla in un banale attacco ai nostri litorali. – - Esatto. Il principe Leland e i suoi bastardi avranno accettato l’impresa dopo aver ottenuto ampie garanzie di successo. Sapevano dove approdare, potente Wanax, sapevano quali sentieri battere per giungere in segreto al Palazzo e neutralizzare la vigilanza: dobbiamo considerare scontato che tutto fosse predisposto.- Argifane volse gli occhi vacui verso di lui che individuò il brillio delle lacrime tra le palpebre: - Già…- replicò,- Ma c’è dell’altro, non è così? – L’acheo infilò una mano nella faretra, ne estrasse il frammento ligneo ritagliato dalla botola sulla galea affondata e lo lasciò cadere ai piedi del vecchio, dove la debole luce del fuoco mise in risalto il rilievo scolpito. - Labris…- affermò, - Era sulla nave della squadra Hittita, ben celato come molti altri indizi: per pura fortuna l’ho rinvenuto.- Il Wanax raccolse l’oggetto rigirandolo tra le dita, cauto come se scottasse, come se fosse un idolo rovente: - La Doppia Ascia…- mormorò, e aggiunse – Ho sbagliato a non fidarmi dei tuoi timori, ora il regno intero è in grave pericolo.- Tempsis annuì: - Da tempo ho avvertito il Consiglio Miceneo che sull’isola a Sud della Laconia si stava sancendo il nostro destino! I segnali erano lampanti: gli ostacoli al commercio, i pretestuosi embarghi, le clandestine spedizioni di Mursilis nello Ionio. Leland si è presentato al nostro cospetto con una vera nave da battaglia, non governava una stupida feluca Hittita! Necessitavano di un rapido e possente mezzo di trasporto di cui solo i Minoici potevano disporre. Persino i miei uomini sono stati sul punto di comprenderlo. Inestinguibile è la sete di conquista di chi ha generato la creatura che fonde insieme l’uomo e il toro: egli ha conosciuto le nostre mire espansionistiche, mio Wanax, altrimenti non avrebbe avuto alcuna utilità nel privarsi d’un valente supporto quale è la nostra flotta. Sa che l’Occidente è alla nostra portata, che siamo oramai in grado di levare le spade al cielo e affrontare qualsiasi avversario senza paura, usufruendo di una efficiente organizzazione politica e militare. Lo sa bene, e non esiterà a porre in essere qualsiasi piano per spazzarci via ed estendere il suo dominio sull’intero Peloponneso.- Argifane sussultò sul marmo, l’ira gli montò dentro nutrendosi dell’onore offeso dall’affronto di chi, fino a poco prima, aveva chiamato amico ed alleato: - Nessun patto ci vincolava all’inazione! – ruggì stringendo i pugni, ipnotizzato dal debole fuoco, - Non ho mai ambito ai suoi possedimenti europei! Ci saremo spinti oltre, navigando fino alle Colonne D’Ercole, avremo colonizzato territori inesplorati e remoti, estranei persino ai suoi interessi commerciali. Mai abbiamo legato in giuramento le nostre scelte alle sue! Siamo indipendenti e sovrani, siamo un Impero! Il Labris non ci ha mai accomunati nei secoli trascorsi, mai ci accomunerà in futuro: vivremo e lotteremo sotto la nostra bandiera, e ci espanderemo secondo le nostre esigenze! - Tempsis chinò il capo, oppresso da un labile e fluttuante presagio di catastrofe, fin troppo conscio della natura illusoria di quelle parole: il nemico aveva moltiplicato le sue file, si era ingigantito come un serpente marino, strisciando invisibile negli abissi, assorbendo segrete energie nell’oscurità. Il popolo dei Monti era stato una minaccia temibile per la prosperità e la grandezza della Rocca, ma il nuovo avversario aveva insegnato la civiltà all’intera Grecia, compenetrandone costumi e credenze con gli elementi della sua cultura, aveva mutato la guerra in arte e ne aveva tracciato e trasmesso le strategie più accurate e micidiali. La stessa Micene aveva attinto a quel patrimonio straordinario di conoscenza universale, ammettendo l’indiscutibile superiorità delle genti che l’avevano irradiato sul continente. Il Wanax parve udire le sue riflessioni, parve comprenderne tutta l’assennatezza, e la sua rabbia sfumò, rapida com’era esplosa, sostituita da un’amarezza logorante: - Solo due uomini nel Consiglio erano informati sui nostri progetti….- riprese, - Soltanto uno di questi due può aver parlato, vendendoci al nemico senza ritegno alcuno.- Si interruppe afferrando il frammento scolpito e scagliandolo tra i carboni. - Il primo sei tu, telestas, e vorrei….. credimi e perdonami… arriverei ad infangare l’Olimpo se questo servisse a renderti colpevole e capro espiatorio della mia delusione… ma….- Si chiuse il viso nelle mani ingioiellate e pianse, senza isteria, senza fragore, un lamento dignitoso e quieto. Il soldato rimase dov’era, mille lucciole oramai danzavano davanti ai suoi occhi stremati, ma la sua voce suonò limpida nel Megaron, filtrando i gemiti del Re: - Ho sempre servito Micene, e in più occasioni gli Dei mi hanno concesso il privilegio di dimostrare la mia devozione a te che sei il mio unico signore, e alla Patria….. Tuo figlio ci ha disprezzati a lungo: ha costantemente gettato discredito sulla tua amministrazione, contestando la tua politica e insultando la tua ostinazione a tenerlo lontano dall’esercito e dalle cariche militari. Tu stesso mi confidasti quanto la sua natura perversa fosse spesso riuscita a turbarti. - I lievi singhiozzi del vecchio si smorzarono, il fuoco si spense definitivamente e flaccide volute di fumo si alzarono dalla cenere. Argifane asciugò le lacrime, si levò in piedi e:- Dovrai agire da solo.- decretò, - Prendi con te coloro di cui ti fidi…. e fallo! Fallo in fretta! Conosco quell’uomo meglio di chiunque altro, so che non indugerà pur di ottenere ciò che vuole e…- Il volto di Tempsis divenne tirato e argenteo, sulla fronte spuntarono infinite stille di sudore freddo, e tutto il suo corpo fremette e si abbatté tra le braccia del Re che fu pronto a sorreggerlo prima che si schiantasse al suolo. Deterse le gocce calde sulla pelle e tenne il suo capo in grembo come un padre premuroso, supplicando Zeus di ridestare il valoroso braccio di quello splendido guerriero, e invocando la morte sul suo seme indegno, parricida e traditore, capace di appiccare l’incendio che avrebbe trascinato Micene verso secoli e secoli di sangue e cadaveri. Accarezzò i capelli di Tempsis, rifiutandosi di cedere nuovamente alla tristezza: - Consulterò i miei medici personali, i migliori del Regno: essi provvederanno a te, restituendoti forza e vigore.- Fissò ancora il legno consumato nelle braci: - Labris…- sussurrò, e il suo odio divenne palpabile e concreto come le propaggini aguzze dell’isola che di quel simbolo aveva fatto il proprio vessillo. Creta, prezioso diamante incastonato tra le placide acque dei mari greci, costituiva la barriera vulcanica tra i due campi celesti prediletti da Poseidon: l’Egeo e lo Ionio correvano l’uno verso l’altro, anelanti a congiungere le maree in un silente e tenero connubio, ma il monte Ida si innalzava tra loro come un severo patriarca, con l’insuperabile vetta avvolta da un cerchio di nubi, i fianchi scoscesi, digradanti, ammantati da roccia e polvere, la base pullulante di palazzi e strade gremite di empori e templi, e li condannava all’eterna scissione. Culla di poeti, drammaturghi, storici e scultori, l’isola a sud della Grecia impressionava alleati e avversari per la sublime raffinatezza della sua arte e l’inarrestabile intraprendenza delle flotte. Per quasi duemila anni le navi minoiche avevano sbaragliato le variegate tipologie di eserciti posti a difesa di territori remoti o limitrofi, abbattendo senza clemenza barbari pagani o combattenti esperti nelle più progredite tecniche di assalto, e la Talassocrazia era divenuta una loro esclusiva prerogativa. L’influenza del Regno si estendeva come olio sul vicino panorama ellenico, plagiando l’intero Peloponneso, dalla Messenia all’Argolide, dalla Laconia all’Acaia, dalle Cicladi ai Paesi del blocco continentale, come la frastagliata Tessaglia e la mitica Tebe, vanto della Beozia, fino alle bellicose coste dell’Asia Minore, alle terre abbeverate dall’immenso Nilo, e all’Occidente, ai lidi meridionali del mondo Italico. Tutto questo era Creta, un crogiolo di razze, religioni, lingue, e proprio in tale commixtio risiedeva il nucleo della sua potenza: il dominio minoico non costituiva altro che un manto scarlatto lentamente calato sul globo, in grado di adattarsi ad ogni sua imperfezione, di rivestire e plasmare ogni concavità, mondandola da impurità e discordanze dal modello centrale. Al principio il prezzo della conquista era stato alto e distruttivo, ora essa avveniva spontaneamente, senza incontrare attriti o resistenze, come se i popoli a cui Creta aspirava invocassero la sconfitta per sottomettersi al Labris e godere della protezione di quel simbolo di perfezione e sacralità. Creta era la luce, superba, brillante, storicamente immortale, valeva il sacrificio degli Stati alla propria indipendente sovranità. Ma esisteva un’anomala eccezione. Micene, la città achea sorta nel segno della volontà divina, aveva accettato l’influsso minoico come ogni altra polis della penisola: aveva importato le sue stoffe, i suoi vasi di terracotta, le armi e i gioielli; da essa aveva appreso le scienze nautiche, insieme avevano diviso grandi battaglie contro chi era divenuto un nemico comune. Eppure qualcosa stava cambiando: gli Achei erano uomini peculiari, orgogliosi, devoti ai loro Dei fino alla morte; lo spirito avventuriero e grintoso che li aveva guidati al di là dei confini dell’universo ellenico emergeva in ogni scontro, in ogni nuova conquista, lasciava intravedere un’insofferenza crescente al primato minoico. La roccaforte sull’Argolide era come un ciclope incatenato, pronto a gonfiare vene e muscoli per divellere i legami che lo avvincevano al dominatore, generando una nuova, fiorente e ancor più dinamica civiltà. La fama dei navigatori micenei sminuiva già le glorie di Creta in innumerevoli zone subordinate alla Doppia Ascia, e nelle spedizioni marittime il cretese svolgeva talora il ruolo di un marginale e fungibile alleato, incapace di eguagliare il furore acheo. Il velo della supremazia minoica rischiava di ridursi ad un’entità puramente simbolica, un’effigie priva di contenuti, un manto sottile, vulnerabile all’affondo della lama achea, e il rimedio per impedire che ciò avvenisse era unico ed indiscutibile: Micene non avrebbe mai più tollerato il giogo, pertanto doveva essere annientata, spazzata via dal pianeta, e i suoi soldati trasformati in concime per i campi. Perché ciò si compisse tuttavia, era necessario integrare le file dell’esercito con chi da secoli considerava la polis achea un ostacolo da abbattere, e ciò costituiva il sintomo della grandezza a cui i Micenei erano assurti, essendo insufficiente la flotta cretese a realizzare quanto sancito dal Sovrano. Minosse sedeva immobile sul trono al centro del podio, costruito sul versante meridionale del Palazzo reale, protetto dal sole mattutino grazie ad un impalco in calcestruzzo che lo sormontava, amalgamandone la struttura alla conformazione della Reggia. Davanti a lui, più in basso, si estendeva la superficie circolare dell’Arena, offuscata da turbinii di sabbia cocente di cui il soffio del vento si appropriava rivestendosene. Gli occhi appena dischiusi, d’un colore strano, amorfi e cangianti come quelli di un gatto randagio, spazzavano il campo pregustando il sangue rosso che di lì a poco avrebbe intriso la polvere saturando l’aria con un profumo acre e invitante. L’uomo al suo fianco si agitò sul seggio le cui gambe di ottone sostenevano senza cedere il suo peso considerevole: ignorava le modalità di svolgimento della rappresentazione, la Tauromachìa esulava dall’elenco delle sue esperienze, e l’attesa lo spazientiva, attenuando l’interesse. La fisionomia massiccia ma tozza svaniva all’interno di una pesante tonaca stretta ai fianchi da una cinghia di pelle, accompagnata da un drappo violaceo che ammantava la spalla destra testimoniando la suprema carica rivestita dall’individuo nel proprio Paese; capelli bianchi, lunghissimi, sparsi senza cura sul dorso, ed un naso aquilino, diritto come un coltello, incorniciavano iridi scure ed inespressive; un elmo di bronzo luccicava sulle tempie, scendendo fino alle sopracciglia, ed ostentando l’immagine di Teshub, il Dio guerriero, scolpita nel metallo. Minosse lo scrutava attentamente, un’analisi silenziosa ma sfacciata e offensiva: forse per questo, i lineamenti di Mursilis, il Sole, conservavano quella snervante, scultorea fissità. Il toro irruppe nell’Arena con diademi d’oro e argento che decoravano le due corna acuminate, e il vocio confuso sugli spalti si mutò nel deliziato boato di terrore della folla. - Zebu!! Zebu!! Zebu! – incitavano i cretesi eccitatissimi, assetati di violenza. Gli applausi e il clamore irritarono la bestia che caracollò verso i banchi ai confini dello stadio, dove i guardiani armati di lance lo respinsero al centro del maestoso cerchio di terra. Un enorme anello pendeva dal naso di Zebu, le cui nari si dilatavano arricciando la mucosa interna, d’un rosa candido in contrasto col nero della pelliccia solcata da strie amaranto nei punti in cui i ceppi avevano sfregato il grasso graffiando le vene. La belva si guardava intorno, i riflessi del sole sulle lame dei pugnali branditi dai soldati schierati lungo il perimetro interno del campo aizzavano l’istinto omicida fino alla sofferenza fisica, ma si conteneva, conscia della superiorità numerica dell’avversario, bramosa d’un obiettivo isolato da caricare e uccidere. L’egizio si materializzò all’improvviso nella nebbia frusciante sollevata da Eolo: il corpo asciutto, atletico, tinto dall’astro della lontana Patria, e i capelli scuri come catrame sembravano modellati dalle dita dello stesso Anubi, lo Sciacallo. Indossava un modesto perizoma che celava pudicamente le parti intime, ma nessun’arma stringeva nel pugno. Zebu lo vide e le fauci grondanti si atteggiarono ad un sorriso gioioso: lo zoccolo sinistro si alzò a mezz’aria oscillando ritmicamente, smuovendo la polvere che formò una nube grigiastra avvolgendo la sagoma del toro, fumante di rabbia. L’ugola si contrasse emettendo un tonante muggito collerico, e la bestia partì al galoppo. Lo schiavo la attese, scintillando di sudore nell’Arena assolata, impassibile mentre il duplice corno mirava alla base del suo ventre in un vortice di pietrisco e rena. Poi, quando l’avorio fu giunto ad un palmo dalla pelle, l’egizio afferrò le corna, separò i piedi dal suolo e si erse verticalmente sul cranio del bovino. Il pubblico trattenne il fiato, ammaliato dalla prodezza dell’atleta, Zebu muggì e dimenò il capo furiosamente, correndo in circolo, senza meta: l’africano mollò la presa lasciando che il suo corpo fosse proiettato in alto dalla pressione degli avambracci e capriolasse in volo precipitando sul dorso eburneo del toro; atterrò senza difficoltà, spalancando le braccia per bilanciarsi e divaricando i piedi che affondarono nella pelliccia, conservando un equilibrio impossibile, insensibile alle scosse rabbiose; rimase qualche secondo in posa, accogliendo senza sorridere l’applauso scrosciante sugli spalti, poi piegò la schiena, abbassandosi e stringendo il pelame sulle vertebre laterali della bestia, e di nuovo unì i calcagni disponendo stavolta le gambe in obliquo, prima di posare una mano al centro del dorso e volteggiare con tutto il corpo, ruotando come una trottola sospinta dal respiro di Osiride. I Cretesi gioirono, acclamando in tripudio la fantastica scena: il frastuono aggredì Zebu che distintamente percepì la pazzia rapirgli il cervello sconvolto dall’ira frustrata. Il peso dell’uomo lo umiliava, ma l’umiliazione moltiplicava la voglia di uccidere, e tale brama apportava un costante afflusso di energia nella sua muscolatura. Sfruttando la spinta impartita dalle vorticose evoluzioni, l’egizio si librò in aria, abbandonando la belva e girando nel vento intorno al proprio asse: toccò di nuovo la sabbia a notevole distanza dal toro, e lo guatò da lontano, incitandolo con la sola intensità dello sguardo. Il torace si gonfiava seguendo il moto dell’affanno, le ginocchia vibravano sulla terra calda come in procinto di sgretolarsi: l’egizio era stanco. Minosse lo capì, e digrignò i denti perdendosi nell’impulso dell’eccitazione morbosa: dimenticò l’ospite, si alzò sporgendosi sulla balaustra e spalancando gli occhi da gatto, godendo del senso d’attesa mortale che aleggiava sugli spalti come un veleno fluido. Zebu si immobilizzò sulla polvere, stordito dall’improvvisa leggerezza, sgravato dal corpo umano che ansimava a trenta metri dalle sue fauci: fissò l’avversario cogliendo nel vento la nota di tensione che contraeva i volti puntati su di lui. L’egizio ripartì nel momento in cui il toro caricò: corsero l’uno contro l’altro, confusi nel miraggio che screziava il campo, la collisione si avvicinò paurosamente, ma l’egizio schizzò via come un boomerang sorvolando la massa nera della belva per atterrare oltre. Zebu non si lasciò ingannare: frenò scavando solchi profondi con gli zoccoli protesi in avanti, si sollevò di scatto sulle zampe posteriori e mulinò le corna intercettando il balzo del nemico. Le punte affilate penetrarono l’egizio dai genitali, troncando l’osso del bacino, proseguirono nello stomaco e deviarono verso l’alto spuntando tra le vertebre, fuoriuscendo dalla schiena nuda. Zebu lanciò un tonante muggito di trionfo, e galoppò lungo i contorni dello stadio ostentando la vittima infilzata sul suo cranio, e masticando le budella che già pendevano dallo squarcio sul ventre. L’egizio non morì subito: il sangue gli ostruiva la gola soffocandolo, impedendogli di urlare, la folla gli turbinava intorno, ridendo e acclamando il suo carnefice che continuava a torturarlo. Quando raggiunsero il podio, scorse il sorriso beato del Re, e la sfumatura incolore delle sue iridi gli si impresse nella mente come un marchio che sigillò la sua fine. Minosse provò un brivido di piacere nel cuore, al pensiero che lo schiavo avrebbe recato nell’oltretomba la sua effigie stampata negli occhi, e gesticolò all’indirizzo delle guardie che accorsero con cinghie e catenacci, circondando la belva, liberandola dai resti del morto e rendendola inoffensiva. - Crudo…- affermò una voce gutturale alle sue spalle, - E inutile.- Il Sovrano cretese si voltò fronteggiando Mursilis:- Al contrario, - replicò – la ritengo un’ottima dimostrazione di valore. Gran parte dei miei soldati hanno affrontato bestie come Zebu e i suoi progenitori su quella terra, prima di asservirsi al Labris: nutro una cieca fiducia nel coraggio, nell’astuzia e nella forza di chi ha primeggiato sulla natura con l’aiuto delle sue nude mani. La Tauromachìa mi consente di selezionare i migliori: lo xenos che hai visto crepare oggi non aveva la stoffa per varcare la battagliola delle nostre navi.- - La nostra alleanza non durerà a lungo, cretese. – L’Hittita abbandonò faticosamente il suo scranno, inclinando il collo sotto il peso dell’elmo da guerra: il Dio intarsiato sul bronzo brillò d’un cupo riflesso e lo scettro di pietra graffiò il pavimento mentre il Re avanzava piantando lo sguardo in quello di Minosse. - Quando il Grande Hattusil si sentì prossimo alla fine, - narrò – chiamò in raduno gli alti dignitari e gli uomini d’arme per designare tra essi il suo successore. Si trattava, in realtà, di un semplice rituale: da tempo era stato deciso, con l’approvazione del Pankus, che Labarna, l’unico figlio maschio del Re, avrebbe occupato il trono dopo di lui. Ma il Sovrano disse di aver osservato attentamente, mentre la malattia lo divorava, le gesta di suo figlio e di aver scoperto quale uomo freddo e senz’anima egli fosse: Labarna anteponeva ambizioni personali e discutibili al bene dello Stato, e un uomo che non era in grado di rinunciare al proprio egoismo non avrebbe mai potuto amare la divina Hattushash. Così Hattusil, sotto gli occhi stupiti dei nobili, pose la corona sul capo del giovane nipote Mursilis, che sempre aveva dimostrato un’onestà e una ragionevolezza adatti ad un Sovrano. Hattusil predilesse il bene del governo agli interessi della famiglia, e cementò l’educazione del successore su solidi pilastri di saggezza e correttezza. – Minosse lo ascoltava mentre un misto di ironia e delusione gli velava i lineamenti felini, ma il vecchio proseguì, fomentato dalle sue stesse rievocazioni: - Ora io, Mursilis, non intendo venir meno alle regole sulle quali ho costruito la mia autorità: combatterò al tuo fianco contro gli achei, perché l’acheo è mio nemico e minaccia la mia gente, ma non parteciperò all’opera di sterminio che intendi compiere, non appartengo alla tua razza, Minosse, il sangue non mi disseta! Sarà sufficiente che Micene rinunci ai miei possedimenti, frenando la sua febbre di conquista e lasciando intatti i nostri confini. - - Se gli uomini di cui disponi sono, in audacia e virtù, inferiori a quanti ora giacciono sul fondo dell’Egeo, persino questo misero obiettivo sarà ben arduo da realizzare.- L’affermazione era calcolata, Mursilis non mostrò di averne risentito e fu pronto a ribattere: - I miei guerrieri si muovono come falchi tra le tormente di neve sulla sommità delle montagne anatoliche, il mare non ci appartiene: eri stato avvertito circa la loro inesperienza nelle arti nautiche, e proprio tu, Signore delle acque, mi giurasti che la galea di Leland non avrebbe incontrato impedimenti fino alle coste orientali dell’Argolide! Io tenni fede alla mia promessa, inviai a Micene il Pankus affinché Argifane trovasse la morte per mano di veri maestri d’arme e di intrighi, gli unici capaci di insinuarsi nella corte e spillare sangue dalle vene del Re, ma i tuoi consigli sono risultati vani e flebili come la nebbia del mattino.- Minosse incassò la provocazione, ma una stizza colpevole turbò l’interiore padronanza che la sua espressione si ostinava a sviscerare: - Qualcosa è andato storto.- ammise. Stavolta fu Mursilis ad esibire un ghigno ironico: - Temo che il principe Leland e i suoi pari grado se ne siano accorti.- Il cretese continuò a fissare deciso gli occhi scuri del vecchio, incastonati nelle orbite rugose come scaglie d’ossidiana:- Ho ancora bisogno del tuo aiuto, nipote di Hattusil il grande. – - Ed io sono disposto a dartelo, ma sta attento Minosse! Mi hai già privato del mio sostegno politico: se altri miei sudditi perderanno la vita a causa dei tuoi assurdi errori, quel popolo fiero che tu sobilli ti si rivolterà contro senza pietà, senza paura alcuna! Siete formidabili navigatori, ma la tua isola è priva di roccaforti e l’impeto delle mie schiere ha travolto bersagli ben più inespugnabili!- Si voltò e si allontanò tra i sonori fruscii della tunica e le ultime scintille sul bronzo dell’elmo. Quando fu sparito, le nappe decorative che mascheravano l’ingresso nella stanza chiusa, attigua alla loggia, ondeggiarono scostandosi, ed un giovane dalla pelle serica come vetro si presentò al cospetto del Re dei mari senza tradire riverenza o imbarazzo. Una cascata di riccioli castani frammisti a ciocche d’un grigio prematuro si attagliava allo sfarzo contenuto ed elegante della veste che fasciava il corpo intero lasciando scoperti i raffinati calcei. La fredda occhiata con cui Minosse lo accolse non scalfì il contegno reale del ragazzo, né gli imporporò gli zigomi pronunciati. - Se esistono altri particolari che non mi hai rivelato ti invito a riferirmeli ora…. altrimenti potrai informarne solo i demoni che incontrerai nell’Ade dove io ti spedirò.- Il ragazzo raccolse con serena alterigia la minaccia: - La notizia ha sorpreso anche me, evidentemente mio padre ha cessato di considerarmi degno di ricevere le sue confidenze politiche, e ha omesso di rivelarmi la disposizione del pattugliamento notturno.- Si avvicinò con passo lieve ad una mensola e versò un’oncia di sidro nel piccolo recipiente di terracotta accanto all’otre; assaggiò il liquido senza forbirsi le labbra e tornò presso il Sovrano scrutando il fondo della tazza con aria riflessiva: - Comunque non mi rammarico,- continuò, - Mursilis è un pazzo idealista, vecchio e stanco, e non è certo il suo appoggio che ci garantirà la vittoria.- - Non possiamo farcela senza di lui! – sibilò Minosse – La mia flotta ha solcato indenne le acque di tre mari, e scommetterei milioni di dracme sulla competenza dei miei militi, ma gli achei sono un osso duro da rodere! Non possiamo sfidarli in una guerra: dobbiamo esser cauti e agire solo quando ci sentiremo sufficientemente sicuri di distruggerli in un unico grande scontro.- - Sopravvaluti gli uomini della mia Terra, mio Signore! Sono un branco di fanatici pronti a scagliare le armi in mare pur di addentare il capezzolo lurido di una meretrice.- - Credi? – il Re lo fulminò schizzando fiamme dalle iridi oblique,- Immagino che tale definizione valga anche per il capitano della galea, per lo Stratega che ha assalito i migliori guerrieri dei Monti sulla mia nave, e li ha spolpati vivi riducendo in cenere l’imbarcazione! Dimmi Atrax, figlio dell’imbattibile Argifane, anche lui è un vigliacco?- La fierezza del giovane vacillò: nella mente balenò la figura del nobile discendente di Axelao col pugno chiuso sulla spada e gli occhi azzurri sfavillanti come zaffiri, e trafisse la sua dignità come un dardo avvelenato. Un odio tormentoso accompagnava i giorni di Atrax, e quell’odio portava il nome di Tempsis: in quest’uomo, bello come un Dio ma virile e diritto come il più forte dei tori, Argifane aveva trovato il guerriero che lui, suo unigenito cagionevole ed effeminato, non era mai divenuto. Se il tradimento gli aveva allettato il cuore spingendolo a rinnegare la propria famiglia e la Patria in cui era cresciuto la ragione profonda risiedeva nel favore illimitato di cui il telestas godeva a Corte, nell’affetto paterno che Argifane riversava su quell’acheo sprovvisto di sangue reale, equiparandolo a lui che amava e rispettava il padre più di ogni altro essere vivente. - Lo ucciderò…- giurò – Gli strapperò l’anima a morsi!- Minosse gli fu addosso in un istante, sembrò sorvolare il breve tratto che li distanziava e Atrax sentì l’alito di carogna insinuarglisi nelle narici, e una mano esile e gelida serrargli la gola comprimendo dolcemente la carotide. - Ascoltami ragazzo! – sussurrò il Re – Hai sbagliato una volta ed il tuo errore stava per costarmi caro: le tue personali vendette mi interessano meno del popolo che spazzerò via dal pianeta! Da oggi non oserai compiere un singolo passo senza il mio previo consenso! Mai ti consentirò di rovinarmi a causa della tua stupida ingenuità! Sei il figlio di un Re, è vero, ma discendi dal Wanax che sto per massacrare: e non dimenticare che, se ho deciso di fidarmi di te, è stato perché un’autorevole fonte mi ha rassicurato sulle tue intenzioni! Se questa stessa fonte dovesse smentire quanto ha attestato sul tuo conto, non esiterei a stringere la morsa sulla tua gola o…. a riservarti un diverso trattamento…- Minosse spalancò gli occhi folli, un fiotto di saliva schiumosa intinse le labbra e scivolò sul mento: - Sai Atrax? Anch’io ho un figlio…- Atrax deglutì, rammentando la sua natura mortale, inferiore pertanto a quella di chi vantava un’esistenza intrisa delle foschie misteriose del mito, e le gambe divennero pesanti come l’acciaio delle armature micenee. - Non costringermi a sfamarlo, ragazzo…- proseguì il Re, - Non è cordiale con gli estranei.- Il giovane annuì ripetutamente, come se avesse perso il controllo dei movimenti. Minosse lo squadrò accentuando la pressione delle dita - Non deludermi, Atrax. Non fare sciocchezze….- e ritrasse la mano dalla sua gola. Le correnti calde provenienti dall’Africa si combinavano ai Monsoni del nord-est asiatico, generando un flusso aereo di tale vigore e intensità da trainare il carico di nubi grigie, formatesi sugli altipiani del Tibet, lontano dalle terre del Peloponneso: il cielo offriva un incantevole spettacolo azzurro screziato dal vapore candido che filava via aggrappato al vento, transitando sul disco giallo di Paiaon senza ottenebrarne lo splendore. La galea stazionava nel porto, ormeggiata accanto alla cengia sporgente dall’alta costa: nell’arco di un mese i restauri e il calafataggio operato su entrambe le fiancate le avevano restituito un aspetto solido e rampante, preparandola ad altre notti di dura navigazione. Kekrios inchiodò l’argano nell’incavo prodiero utilizzando la punta del pugnale, e si sdraiò sulle tavole del fondo scoprendo il magro torace per assorbire la luce del sole. – Il Minotauro…- mormorò, riflessivo. Alwon, seduto sul banco di voga, tracannò avidamente un intero boccale di vino rosso, e tranciò la coscia dell’agnello crudo con un grugnito di piacere: - Hai paura che la Bestia risucchi le tue misere membra da dotto? – chiese con la voce impastata dal boccone. - Non ci riderei tanto sopra! – reagì infastidito il medico, - In troppi giurano di averlo udito urlare nelle tenebre.- Tempsis era in piedi sulla piccola rupe sovrastante, godendo dell’aria pura dopo la convalescenza nella Reggia del Wanax: gli specialisti di Corte avevano operato con grande professionalità, ed ora ciò che restava della ferita era un lieve bruciore nelle zone suturate. – Ad un uomo di scienza non è lecito confidar ciecamente nelle leggende.- osservò. Kekrios si sollevò sul gomito e li guardò entrambi: - Recatevi ad Atene,- iniziò – e chiedete se i quattordici fanciulli che ogni anno partono per Creta fanno mai ritorno. Sette maschi e sette femmine: spetta a loro placare la fame del gigante dalla testa di toro. – Alwon gonfiò i bicipiti e snudò i denti cariati ruggendo come un drago:- Io avrei un metodo diverso per deliziare il suo stomaco! – sentenziò ruttando come un cammello. Il medico non badò all’interruzione: - Minosse seminò Pasifae e ne rinchiuse il frutto nel Palazzo di Cnosso. Lo stesso Poseidon decise la natura antropofaga del figlio del Sovrano cretese: la sua nascita fu sancita da un patto stipulato tra il Re e il Dio.- Le parole gli tremarono sulle labbra mentre fissava sgomento il capitano:- Per uccidere Minosse, dovrai prima distruggere il Minotauro, altrimenti non riusciresti neanche a graffiare la sua pelle.- - Non ho intenzione di dare la caccia agli spiriti, mio buon Kekrios! – rispose Tempsis cedendo all’ilarità, - Mi limiterò ad affrontare esseri umani che possiedano una testa simile alla mia! – Il medico tornò a stendersi con una smorfia di disprezzo, grattando delicatamente il punto in cui un tempo c’era stato il suo orecchio destro: - Le vostre eresie non otterranno perdono! – affermò stizzito. - Comunque non ho ancora ascoltato il vostro responso, soldati.- annunciò il telestas tornando serio, - Siete tra i migliori elementi della ciurma, e il consenso da voi prestato alla missione lo considererei vincolante per gli altri. - Alwon raccolse un femorale rosicchiato tra gli avanzi del pasto e lo strinse nel pugno lasciandone sgusciar fuori un’estremità su cui posizionò il pollice: bastò una lieve pressione perché l’osso si spezzasse in due con un crepitio secco. - Questo è quanto avverrà dell’invincibile Signore dei mari quando lo avrò tra le mie manine! – decretò. Nonostante la sua fede incrollabile nella mitologia, Kekrios fu fermo e convinto nell’indicare i propri propositi: - La mia strada è quella che segue il mio capitano, Tempsis, e tu lo sai.- - Stavolta è diverso, amico mio. Nicke ci assisterà anche nell’impresa a cui ci accingiamo, ne sono sicuro, ma voi come me sapete quanto incostanti siano gli umori degli Dei. – Il giovane sorrise, e dal sorriso trasparirono la giovialità e il coraggio che lo distinguevano: - Sono un uomo di scienza! Proteggo gli uomini, non temo l’Olimpo, brandirò la mia spada al tuo eterno servizio.- Uno slancio di gratitudine e ammirazione rapì lo Stratega acheo che attinse a tutta la sua forza d’animo per evitare di esprimere quanto provava in quel momento: se l’avesse fatto avrebbe solo disorientato e imbarazzato i suoi uomini, più avvezzi alle escandescenze belliche che alla commozione. Pensò ai soldati non ancora in grado di salpare: l’urgenza lo spingeva a partire con un organico incompleto, non poteva attendere che fosse ultimato il periodo di guarigione prescritto da Kekrios, dovevano attaccare al più presto. Pochi giorni prima Etewas aveva abbandonato l’ospedale: il giovane medico era riuscito a ricucire i lembi di pelle sul moncherino compattando la sutura con l’azione di uno stoppino infiammato, formando una superficie di carne tonda e lucida sul gomito. Un lavoro coi fiocchi, perfetto, ma la convalescenza avrebbe dovuto durare fino ai mesi invernali affinché il soggetto restasse sotto osservazione per consentire un intervento tempestivo nel caso in cui la cancrena fosse tornata a manifestarsi in forma di virulente infezioni. Nonostante l’opposizione dell’intero personale medico, il guerriero non aveva resistito oltre all’immobilità sulla lettiga di marmo: Tempsis non era intervenuto, da lontano lo aveva visto andar via, una figura piegata dal dolore, mutilata nel corpo come nello spirito. Sapeva che avrebbe avvertito la mancanza del grido rabbioso e del braccio possente della sua vedetta. La pietà lo invase, e un irrimediabile senso di perdita lo demoralizzò, ma fu un attimo: la preminenza incrollabile del dovere lo spronò e gli restituì la fiducia nel proprio valore. Guardò i suoi ufficiali e disse: - Coraggio allora! Il nemico ci aspetta e il piano d’attacco deve ancora esser delineat….!- Si interruppe, allarmato. Kekrios era balzato in piedi; Alwon aveva spalancato la bocca da cui colavano i liquidi secreti dalle interiora dell’agnello: entrambi fissavano un punto alle spalle del capitano, sulla bassa spelonca rocciosa. Il figlio di Axelao si voltò di scatto come un fantoccio di legno, e ciò che vide gli parve quanto di più orripilante ed osceno Zeus avesse mai concepito. Una creatura semi umana si avvicinava: indossava un semplice perizoma ricavato dalla pelliccia d’un alce dei boschi tessalici, e il suo corpo esprimeva morte e vita con eguale intensità, la meiosi tra avorio ed ebano che donava una tinta mulatta ai muscoli rigidi come il tufo che i piedi nudi e callosi calpestavano. Le mascelle prominenti, squadrate, da orango, comprimevano il viso prognato e truce, brutale, al centro delle spalle larghe e piatte ammantate da un intrico di spessi riccioli neri; i pettorali, macigni che l’intermittenza del respiro a stento smuoveva, preludevano al ventre robusto come un pilastro, e alle gambe tozze da cinghiale, dotate dell’identica energia della bestia che, con la sua carica impetuosa, abbatteva gli alberi nelle foreste; il braccio sinistro era un rigoglio di tendini, nervi e muscoli ben armonizzati nella generale conformazione fisica, ma un’ampia striscia di cuoio, fusa alla pelle con catrame bollente, scendeva dalla clavicola destra, causticando lo squarcio sul bicipite, seguendone la curva fino alla base dell’omero. Al di sotto carne e ossa non esistevano più, ma una sottile e cilindrica spranga d’acciaio era unita al moncherino da un’elsa semi sferica, e culminava in un uncino acuminato. Alwon riconobbe il compagno, ed un sorriso gli intenerì i lineamenti da bisonte:- Per tutti i numi dell’Olimpo! – esclamò, abbracciando Kekrios, divorato dall’ira di veder vanificati giorni e giorni di cure e tensioni, - Comincio a credere che i tuoi miti siano fondati, mio pallido dotto! Un tizio cornuto come un toro non sarà certo più incredibile di quello che adesso vedono i miei occhi! – Etewas si fermò: l’indaco nelle iridi del suo Stratega scintillò di lacrime, ma egli non vi badò. Col cervello percorso da un impulso di demoniaco furore, rivisse lo scontro consumatosi sull’Egeo, recuperò quel particolare che lui, primo fra tutti i marinai, aveva colto e: - A chi apparteneva quella nave? – chiese, arrochito dall’eccitazione dell’impresa imminente. Tempsis scacciò il pianto dagli occhi ed annuì con fervido orgoglio: - Al Sovrano che insieme andremo ad uccidere. – Il sentiero si diramava dalla strada maestra scavata dalle ruote dei carri che quotidianamente coprivano la distanza tra Festo e Cnosso, mantenendo attivi i rapporti economici e militari tra le due città. Consisteva in un lungo rettilineo polveroso, confuso con gli sterpi che riuscivano a mimetizzarlo nel paesaggio brullo della campagna, e si insinuava tra gli scheletri degli alberi, nascosto dalle fronde fitte e pur spoglie. In molti conoscevano la natura del sentiero di cui persino i predoni evitavano di usufruire, spostando i centri d’assalto per le scorrerie e le imboscate più ad Ovest, verso la fascia interna della foresta. Conduceva diritto alle buie grotte dell’Ida, era l’unico transitabile collegamento tra la polis del Labirinto e la dimora dell’Oracolo. La luce del sole nascente ancora riposava oltre il velo brumoso dell’alba: il cielo si stendeva sui rami spettrali, opacizzato dall’umido che indugiava sugli elementi come un usbergo rinfrescante. Il cavallo avanzava lentamente nella foschia: era un pomellato di antico lignaggio, dal portamento fiero, elegante, e i suoi zoccoli scalpitavano quieti lungo il sentiero che più volte avevano solcato. L’uomo che lo montava sedeva con entrambe le gambe su un lato del dorso vellutato e robusto, e il mantello grigio che lo proteggeva dalla rugiada scopriva solo le dita dalle unghie appuntite che trattenevano le redini. Il cappuccio di feltro ombreggiava i tratti del viso, ma due iridi oblique e rapaci lampeggiavano scrutando l’impenetrabile atmosfera. L’antro della caverna emerse d’incanto, manifestandosi nella sua terribile maestosità, vuoto e nero nel bianco puro della nebbia, ed inghiottì il cavaliere e la bestia nel silenzio assoluto dei refoli. Il cavallo nitrì tra le pareti concave che amplificarono il verso acutizzandone il suono. Minosse smontò e tese l’udito per captare qualsiasi rumore gli avesse anticipato l’arrivo della Dea: spesso l’attesa si protraeva per un tempo intollerabile, ma sempre alla fine si rivelava fruttuosa, perché l’Oracolo non tradiva, e il Re aveva imparato ad apprezzare i consigli e i moniti inviatigli dal divino. Si riteneva un eccellente Basileus, ed un intelligente condottiero, ma il suo percorso necessitava talora di una guida sovrannaturale, affinché egli potesse aggirare i meandri ciechi in cui avrebbe rischiato di smarrire la luce del potere. Creta aveva oramai piantato il suo stendardo su gran parte delle terre note, spiagge lontane, popoli stranieri e irreligiosi vivevano sotto l’egida del Labris, e la mente geniale del Re dei mari reclamava un supporto mistico per compiere le scelte che avrebbero consolidato il predominio minoico estinguendo ogni focolaio ribelle. La Rocca sull’Argolide avvelenava le notti del Sovrano: Micene rappresentava un tormento costante, una minaccia che il trascorrere delle lune ingigantiva, sviluppandone la portata distruttiva, eppure Minosse esitava, perché l’Oracolo soffiava sul fuoco delle sue brame, temporeggiava, lo induceva a pazientare rendendolo insicuro e pavido. Ma ora i tempi sembravano maturi per agire, sulle vette dell’Anatolia echeggiava l’urlo di battaglia delle immense schiere di Mursilis il Sole, nelle acque circostanti l’isola dello Ionio, le sue navi incrociavano cavalcando le onde come farfalle sui flutti, le vele tese allo spasimo, amanti del vento e dell’azione. La Dea apparve, senza mostrarsi…. ma apparve. Minosse non vide leggiadri corpi femminili dalla pelle fina e trasparente, né occhi incandescenti, né chiome fulgide sul viso di una stella, ma percepì la sua venuta e si inginocchiò gettando indietro il cappuccio. Una scia di rena scarlatta si contorse nell’aria, guizzò intorno al capo scoperto dell’uomo ed aleggiò statica davanti a lui. - Il tuo servo è qui, divina Musa. - - Non può definirsi mio servo, il figlio del mio Signore. – la voce della Dea era suadente e morbida, - Minosse, generato da Zeus, protetto da Poseidon, perché anche oggi vieni a cercarmi? - - Sai che le tue parole sono sempre state le orme che mi hanno condotto alla saggezza: i tuoi suggerimenti hanno scritto la storia della mia Patria sui mari del pianeta, ma in questi giorni la notte mi circonda e mi opprime, ed io fremo per il destino di Creta e delle sue conquiste. - La Musa tacque, ma Minosse non distinse la solita sferzante irritazione vibrare nell’aria ammuffita. Attendeva il solito invito alla calma, ma la Dea doveva aver intuito che stavolta il suo consiglio avrebbe incontrato solide resistenze e: - La mente achea è forse più acuta di quanto tu creda, Re dei mari. – disse, - Chi ti persuade che il piano che ti accingi ad attuare sia oscuro per le sfere del potere Miceneo? - - Che vuoi dire? – Non ottenne risposta, ma il fischio del vento penetrò nella grotta e gli recò alle narici l’odore di una salma: Minosse si voltò, intirizzito, e la visione gli ghiacciò le membra. Il cavallo fu tramortito da un brivido freddo mentre, in sella, si stagliava un cadavere: i polsi erano legati dietro la schiena, gli arti nudi trafitti da frecce, con ecchimosi marce sulla pelle intorno all’asta, il petto flagellato dalla frusta e corroso dal sale sparso sul sangue, il volto…. Minosse osservò il proprio riflesso tumefatto, tinto dal colorito verdognolo della morte, e lesse il futuro nelle orbite vuote. - I Greci si preparano ad infliggerti lo stesso castigo che avevi in serbo per loro. - Il Re indicò il fantasma evanescente sul cavallo e: - Sciocchezze, - berciò, - nessuno può umiliare e annientare il figlio di Zeus! – Ma il suo tono tradiva più l’auspicio che una certezza matematica. - Sulle pietre della Rocca è germogliato un fiore, - riprese l’Oracolo – un fiore che l’Olimpo non potrà mai reclamare poiché esso cesserà di appartenergli, anche se adesso ancora brilla e risplende come i propri simili sul monte di Zeus. Il fiore ha occhi azzurri come i mari che tu domini, potente cretese, un mantello rosso che garrisce come una bandiera, una fascia d’oro e smeraldi a circuirgli la fronte. Il figlio di Axelao, Minosse, il figlio di Axelao ti ucciderà! - - Conosco l’individuo a cui ti riferisci. Vanta nobili natali e un coraggio strepitoso: il suo grido risuona sulle onde, la sua spada ha vinto la polvere di mille campi di battaglia, ma è un soldato, nulla di più! La prole degli Dei è immune all’arbitrio degli uomini: e costui non mi eguaglia neanche tra le creature umane, non possiede il mio grado, non ha un trono, non governa un Impero! Perché mai dovrei temerlo? - - Quest’uomo forma un’unica entità con la sua terra, il suo coraggio si radica nella pietra della Rocca, onore ed onestà sono incrollabili in lui, dominano le ricchezze che pur possiede e su cui potrebbe adagiarsi. Sceglie il pericolo per passione, combatte con grande fervore, senza paura. Se anche il successo ti arridesse, Minosse, egli diverrebbe la tua ombra, la tua eterna persecuzione. - - Sono ben protetto. – replicò il Re. La scia esitò, sembrò tremare nell’atmosfera greve della grotta, tacque, tacque a lungo, poi riprese: - C’è… c’è qualcosa che lo rende diverso…. Qualcosa che ci è ignoto ma che sta crescendo e sviluppandosi al di là del nostro potere. Tieni alta la guardia, figlio di Zeus! Non sono in grado di valutare fino a che punto ti salveranno le tue origini e i tuoi eserciti. - Minosse guardò il suo alter ego torturato e spirato: dimensioni e fattezze divenivano ogni minuto più nitide e concrete. – Come potrò prevalere? – chiese umilmente. - Finché Tempsis continuerà a respirare, la vittoria non sarà completa. Dovrai attendere che lo Stratega sia lontano dalla polis, ed agire in modo da annientarlo nel momento stesso in cui la sua patria sarà data alle fiamme. Il duplice attacco dovrà essere simultaneo e micidiale - - Come potrò far sì che questo si realizzi? - - Tempsis verrà qui! Approderà sulle tue coste per ucciderti! In quel momento non potrà difendere la sua Patria e, quando sbarcherà nell’ombra, tu sarai al comando della flotta, navigando verso l’Argolide! Il nemico raggiungerà incolume la tua isola, ma non troverà te…. Troverà tuo figlio! - Minosse sorrise, scrutando grato e perfido la scia volatile abbagliante: - Illuminami, o Musa! Con ansia mi inchino alle tue parole! - La polvere scintillante balenò nel buio, e la Musa parlò. Spezzò un ramoscello d’ulivo e ne staccò coi denti le gemme apicali e ascellari, servendosi poi delle unghie per grattare via il rivestimento di corteccia, appuntendone un’estremità. Si inginocchiò tra le foglie secche, le scostò a manciate ed iniziò ad incidere il terreno morbido. Tempsis si accomodò sul fusto abbattuto di un platano, e lo osservò disegnare. Nutriva una fiducia illimitata in quel vecchio iracondo ed eccentrico: era stato il suo tutore negli anni della giovinezza, lo aveva assistito durante i lunghi mesi in cui il padre era impegnato nelle campagne belliche, partecipando al suo addestramento ed integrando talora le nozioni impartitegli da Axelao. Maneggiava la spada con la semplicità e il dinamismo di un ragazzo, eseguiva parate e affondi in quel modo fulmineo e sgusciante che lo Stratega imitava nei duelli. A Micene era trattato con riserbo e distacco, a causa della sua origine italica: tutti si mostravano pronti ad ammetterne l’intelligenza, l’invidiabile esperienza, ma il Consiglio non lo aveva mai ritenuto degno di onorificenze politiche, neanche dopo l’ingresso nel casato del nobile Axelao, il quale era giunto a finanziare l’attività commerciale intrapresa dal vecchio. - Ci vorrà ancora molto, Rodarius? – Il perfezionismo frustrante del tutore non mancava mai di spazientire lo Stratega acheo. L’uomo contemplò la mappa riprodotta sulla sabbia e tracciò con l’indice una linea diritta tra la stilizzata Creta e l’Argolide; corrugò la fronte e calcolò mentalmente le leghe di distanza e il tempo per attraversarle. Il silenzio si prolungò. Gli alberi erano immobili nella calma di vento. - Allora? – il tono di Tempsis si fece più pacato, - Che ne pensi? - - Possiamo farlo, dominus. – replicò l’italico concentrandosi sui dettagli della figura, - Se davvero Creta non sospetta nulla non soffriremo alcun disagio: a nessuno passerà per la testa di perlustrare la mia galea e ci avvicineremo tranquillamente. - - Dove sbarcheremo? - - A Sud, nei dintorni di Festo: seguiremo la rotta occidentale aggirando Cnosso. - - Possibilità di incontrare mercantili minoici in viaggio verso le colonie sicule? - - Molte, ma non temere: conosco i comandanti dei mezzi e loro conoscono me. Bazzico spesso quelle acque in modo da entrare in contatto coi grandi velieri asiatici che vi si ancorano per rifornirsi di viveri ed erbe curative. Non riterranno insolita la mia presenza, ma sia ben chiaro: io approderò da solo, perché prima di espormi nel porto voi sarete scesi per raggiungere a nuoto la terraferma. Potrò fornirvi qualche tronco per agevolarvi, ma niente di vistoso. Non ho mai avuto apprendisti, fingendovi tali rischiereste di solleticare il naso di qualche vigilante scrupoloso. Meglio evitare complicazioni. Resterò ad attendervi gravitando al largo senza perdere di vista la costa.- Tempsis rifletté coniugando quanto affermato da Rodarius al piano già da lui predisposto, e instaurandovi un collegamento tale da rendere trascurabili i risvolti negativi, poi si convinse, alzandosi: - Ti dono la mia gratitudine, vecchio padre, come sempre il tuo appoggio sarà fondamentale. - L’uomo si avvicinò e gli strinse le mani forti nelle sue: non era al corrente circa il vero fine della missione, lo Stratega lo prediligeva proprio per la sua rara discrezione, ma un oscuro presentimento gli turbava il cuore. – Quando calpesterai Creta, dominus, sta lontano dal Palazzo!…- lo ammonì, - Sta lontano…. dal Labirinto. – Tempsis sciolse la stretta e accarezzò la chioma bianca e rada dell’antico maestro: - Temo che quella rappresenti la prima tappa del mio pellegrinaggio, mio buon amico.- E sparì nell’erba. Il deposito di armi era placidamente immerso nel verde della boscaglia che segnava il confine tra Micene e Corinto: in pochi erano al corrente della sua ubicazione, occultata dai ramificati spettri delle roveri millenarie, e godevano del privilegio di accedervi liberamente. L’intero arsenale acheo veniva custodito tra quelle quattro robuste pareti di pietre argillose, un deposito costantemente rifornito di elementi forgiati dal martello dei fabbri che colmavano i vuoti lasciati da spade, lance e scudi consumati in battaglia o persi in mare. Tempsis vi si recava saltuariamente per controllare l’ammontare dei pezzi, ed ora incedeva tra i pini slanciati, seguendo il percorso rivelato dalle tracce convenzionali da lui stesso intaccate nella vegetazione: consistevano in una oscura simbologia in grado di confondersi con l’ambiente senza destare inopportune curiosità. Respirava il profumo dei fiori, respirava il vento che sfiorava le foglie e intonava serene melodie insinuandosi tra i cespugli e gli intrecci dei rovi; sentiva i polmoni danzargli nel petto come stalloni bardati, e l’atmosfera lo inebriava e lo commuoveva. I bramiti dei cervi, i sibili dei rettili, il canto dei volatili, il fruscio ovattato delle alte fronde perenni, tutti i suoni crescevano nel cuore della foresta madre unificandosi nel suo inimitabile e silente urlo di pace. E quell’urlo poteva cambiare un uomo, poteva purificare il suo spirito e renderlo venerabile, poteva lavar via il sangue nemico dalla pelle e cancellarne la sete eterna, quell’urlo minava alla base le convinzioni dell’acheo, le ribaltava confutandole con una logica ugualmente drastica ma radicalmente opposta. Dagli alberi sarebbe sorta una diversa umanità, animata da sentimenti nuovi, e la guerra avrebbe mortificato i popoli senza sobillarne il furore atavico. Tempsis era maturato specchiandosi nell’acciaio del nemico, aveva capeggiato scontri e soddisfatto la sua lama, eppure il contrasto tra i valori su cui aveva impostato la sua esistenza e le riflessioni a cui la mente si abbandonava non lo spaventava, non lo stupiva, come se l’ardore bellico e la dolcezza ammaliante della natura si integrassero perfettamente nell’anima e nel corpo, costituendo l’inscindibile fulcro del destino. Scorse la prima quercia e in un istante tornò alla realtà, barcollando per l’afflusso di nausea in gola; riconobbe la disposizione dei tronchi spogli e intravide i mattoni angolari della costruzione, approssimandosi. Al terzo tentativo rimosse il macigno di cemento che occludeva l’ingresso e il tanfo di ruggine fresca lo aggredì mentre scivolava nella penombra verificando lo stato di conservazione dei metalli. Qualcosa lo colpì alle spalle scaraventandolo contro il muro d’argilla: le tempie sbatterono violentemente sulla superficie ruvida, l’istinto di Tempsis ne fu tramortito ed egli rovinò sul cumulo di lance mentre l’incoscienza iniziava a fluttuargli intorno. Riuscì a voltarsi, girandosi sul dorso, opponendosi energicamente allo shock che viziava la sua prontezza, ma negli occhi annebbiati si profilò la visione di un’informe creatura avvolta in un saio che mascherava ogni particolare del suo corpo e la mano non ebbe la forza di raggiungere la spada. L’essere balzò su di lui col ringhio feroce del giaguaro e lo immobilizzò sull’acciaio tagliente delle alabarde; lo Stratega grugnì e il dolore pungente sulla schiena lo riscosse, ma l’aggressore gli piantò un ginocchio sul torace e, veloce come il più letale dei serpenti, lo bendò legando una fascia nera intorno al capo. - Vigliacco!! – Tempsis si dimenò, completamente accecato, incapace di distinguere luci ed ombre, mentre due mani gli stritolavano i polsi e unghie simili ad artigli affondavano nelle vene. – Chiunque tu sia…! – gridò, - Se vuoi spedirmi nell’Ade guardami in faccia!! Se c’è un frammento d’onore in te, abbi l’ardire di affrontarmi da uomo e…! - Labbra tenere, sensuali, si unirono alle sue, e un intenso bacio umido bruciò il panico e ne ottenne cenere. Tempsis accolse quella bocca tumida e gli insulti sfumarono nella tempesta emotiva che gli avvinse le viscere. Non poteva vederla, ma la sentiva, ne assorbiva il calore corporeo, torrido e divorante, accettava la sua lingua, il suo alito ansioso, e quelle mani, quelle mani che gli correvano sulla pelle, irrefrenabili, leggere e venefiche come la tenue carezza di una medusa, e la esploravano nei recessi che egli da sempre conservava intonsi. Ciò che ancora lo inchiodava alla terra si sciolse, svanì, ed egli fu libero di librarsi come era stato creato. L’intero suo fisico si tese come una balestra carica, un parte di esso si inturgidì rizzandosi come un obelisco, ed un rantolo rauco di piacere gli scaturì dalla gola, un verso sconosciuto che le sue stesse orecchie stentarono ad identificare. La donna lo afferrò per le spalle e lo trascinò sul suolo di limo fresco, solidificato; l’uomo tentò di strappar via la benda ma lei lo prevenne, lo montò lasciando cadere la lurida tunica di lana, e gli agguantò le dita portandosele al petto, strofinandole sul turgore elastico dei seni e dei capezzoli. Tempsis trattenne un singulto ed obliò il buio abbandonandosi al sesso di lei che si serrò intorno al suo come un cratere rovente e vi consumò un attrito frenetico, spasmodico, asfissiante. I movimenti si impacciarono nell’assoluta assenza di sincronia, si smarrirono nella foga che ostacolò l’orgasmo, poi si uniformarono in un solo ritmo meraviglioso che conquistò gli amanti e li trascinò alle soglie dell’estasi, tenendoli in bilico sull’abisso prima di indurli a precipitare in un tripudio di urla. Una cascata di capelli si rovesciò sul volto del guerriero ansante, lei ricadde su di lui, lui la strinse a sé e rimasero avvinghiati, stremati, rinati, annullati dalla passione. L’imbrunire incombeva sulla boscaglia quando lo Stratega si destò: la schiena era indolenzita a causa dei graffi superficiali inflitti dalle lance, ma le labbra che in quel momento gli sfioravano il collo e il torace nudo recavano un immenso sollievo alla sofferenza. Accarezzò i fianchi vellutati della donna, si accorse d’essere ancora bendato, sciolse la fascia senza che ella vi si opponesse e rimirò il suo viso, riconoscendola. Il terrore gli spezzò il cuore, ed un pianto di morte strozzò le parole: - Sei tu….- disse, scattando in piedi, sgravandosi dal peso delle sue membra pallide e delicate, straordinariamente belle ma sottratte in eterno all’amore umano, - Gli Dei ci perdonino! Cosa… cosa abbiamo fatto!? Cosa… cosa..- Arretrò, fissandola come lei aveva fatto con lui la notte in cui le Baccanti si erano immolate nel fuoco di Dioniso: aveva violato la carne di una sacerdotessa, aveva posseduto ciò che solo la divinità poteva plasmare ed usare, aveva commesso un sacrilegio. Si immaginò ramingo per le lande della Tracia, rinnegato dai suoi soldati, ripudiato dalla Patria, e rabbrividì per l’orrore. Lei sorrise, ma gli occhi scuri erano tristi mentre raccoglieva la benda nera: - Sapevo che non mi avresti voluta, se avessi rammentato il mio aspetto. - Tempsis tentò di odiarla, di distinguere in quel viso la crudeltà e l’oscenità di una strega, ma il timbro della sua voce era disarmante, dolce, assurdamente dolce, e il roseo candore delle gote gli frustava lo spirito. Non riuscì ad evitarlo, si avvicinò e la baciò: - Qual è il tuo nome? - - Althea…- rispose in un sospiro, - Mi chiamano Althea. - Il soldato lo ripeté assaporandolo sulle labbra, imprimendolo e marchiandolo nel cuore: - Hai violato i doveri inerenti al tuo ordine..- sussurrò. Lei chiuse gli occhi trattenendogli le mani sulle guance: - Non definire “mio” ciò che non mi appartiene. Non sta a noi scegliere di servire il dio: è Lui che ci destina al suo seguito. – - Non posso amarti… lo capisci, vero? – La donna lo guardò, il suo sguardo parve solcargli l’anima intera: - Giungerà l’epoca in cui tutto questo avrà fine. La luce, Tempsis… io sogno la luce, e il buio intenso che la circonda, e il freddo gelido del deserto, il pianto delle iene tra le dune, e le orme, le orme dei cammelli sulla sabbia….- la bellezza di Althea accentuava la melodia della sua voce, - Il potere, Tempsis… il potere è nella caverna, ma la caverna è lontana da qui, non appartiene al nostro mondo né al nostro tempo. - L’acheo indietreggiò, ritrovò il chiarore della foresta, lei non si mosse: - Non ti comprendo. – disse semplicemente il soldato, eppure…. era strano ammetterlo, ma avvertiva intimamente il supremo nesso tra quelle frasi ermetiche e vaghe. - Non posso credere in ciò che non conosco. – concluse. Althea inclinò il capo di lato, supplice e contrita, ella stessa insicura della coerenza delle proprie parole: il suo corpo nudo splendeva come una torcia nell’ombroso arsenale tra spade, scudi ed elmi di bronzo, e i capelli biondi gli ondeggiavano dietro come una lunga fiamma guizzante. – Concedile il tempo di mostrarsi, guerriero. Un giorno i figli dei tuoi nipoti la scopriranno nella carne di un loro simile, e la seguiranno senza esservi costretti; la Luce scenderà in un uomo, e l’uomo parlerà con noi. Non ci imporrà di spargere sangue, non ci ordinerà di accoppiarci per distruggere, questo non accadrà mai più! – Ma la voce le tremava, tremava perché ella intuiva che non sarebbe stato così semplice, che la Terra avrebbe tremato e la bufera avrebbe risucchiato il cielo, e tre croci di dolore avrebbero suggellato il patto. - La mia vita è qui…- replicò l’acheo, - ed è adesso. - - Ma l’Olimpo non è più onnipotente! Tu puoi opporti agli Dei! - - Taci, donna! – Tempsis si guardò intorno; gli alberi lo osservavano in un’arcigna mutezza, - Io servo il Padre Zeus e sono alla mercé della sua progenie! Ho una missione da compiere, e mai rinuncerò alla benedizione del Sacro Monte! - La donna sgusciò fuori dall’oscurità del deposito e si avvicinò fissandolo: - Allora portami con te… Portami via. - Lo Stratega fu attratto dal suo viso come se un sublime incantesimo imprigionasse i suoi calcagni, e la accarezzò di nuovo, e di nuovo assorbì il suo tepore: - Non sarai mai mia, Althea.- affermò, - La tua dimora risiede su vette che mai potrò scalare. – La baciò sulla bocca teneramente e si incamminò verso il cavallo senza voltarsi. La brezza notturna soffiava fresca e leggera increspando la calma piatta dello Ionio. Le querce, radicate sugli scoscesi declivi rocciosi, lanciavano i massicci fusti contro il cielo stellato, e a breve distanza crepitavano i
fuochi della florida Festo: i palazzi di marmo liscio, luoghi di culto e di potere, di amministrazione, raccolta e ridistribuzione delle principali risorse economiche, si innalzavano al di là della fiorente vegetazione boschiva che guarniva la costa. Rodarius la mirava dal ponte dell’amata galea e il profilo irregolare dell’isola si ingigantiva dinanzi alla sua prua che fendeva i flutti puntando verso l’insenatura che proteggeva il porto. Prima di giungere in
vista degli ormeggiatori ammainò le vele, si assicurò che il suo corpo fosse celato alla terra e lanciò un saluto apparentemente rivolto all’oscurità incombente sulle acque. Il verso di un uccello rispose al suo gesto, un suono a cui il vecchio latino fece eco con le mani a coppa dinanzi alle labbra, per poi sorridere, lanciare uno sguardo supplichevole agli Dei affinché vegliassero sul suo diletto e sparire tra i
bracci rocciosi che delimitavano l’accesso alla terraferma. Un piccolo tronco di leccio galleggiava al largo dell’isola, cullato dalle onde: un uomo si teneva aggrappato ad esso, e l’uncino d’acciaio in cui culminava il suo braccio era conficcato saldamente tra i nodi segnati
dalla linfa inaridita. Intorno a lui altre creature si muovevano nell’acqua; emergevano solo la fronte e gli occhi, iridi brillanti e terrificanti, fosforescenti sulla sconfinata distesa salata, come se innumerevoli draghi stessero dirigendo le
loro zanne verso le sfarzose regge dell’isola sovrana dei mari. Tempsis sentiva l’acqua aderire alla pelle, e lo sguardo d’indaco puro abbracciava ogni elemento che costituiva la frastagliata costa che di lì a poco avrebbero toccato. La sabbia umida e soffice gli lambì le ginocchia, ma né lui né i suoi fedeli emersero finché la riva liscia e compatta non fu raggiunta: Etewas ed Alwon issarono il tronco sulla battigia, Malleus si avvicinò, estrasse
un pugnale dalla corda di canapa legata in vita, e squarciò i sacchi di cuoio uniti al fusto cilindrico da robuste funi d’ormeggio. Spade e lance caddero tintinnando sulla spiaggia ed ogni guerriero raccolse le proprie armi. Kekrios affiancò Etewas, lanciando un’occhiata critica al suo braccio posticcio: - Sei certo di farcela? - chiese. Con sorprendente rapidità l’uncino acuminato saettò sul capo ricciuto del giovane medico strappando una ciocca bruna e arzigogolata. Quest’ultimo balzò indietro troppo tardi per sottrarsi alla mossa, e quando vide i
suoi capelli occultare il puntale scintillante imprecò come una megera zitella. Etewas gli sorrise restituendogli la ciocca: - E tu sei certo che allo spuntar del sole non sarai un citaredo alla corte di Zeus ed Era? – Lo Stratega, immobile e concentrato, volgeva le spalle ai soldati e scrutava ogni angolo della radura che si estendeva al limite della spiaggia: da quel momento in poi sarebbe bastato un miserrimo errore perché la missione fallisse, ed allora le loro vite sarebbero valse quanto le membra carbonizzate degli Hittiti sul fondo dell’Egeo. Si addentrarono nella vegetazione, sottraendo le lame lucenti
agli inopportuni riflessi lunari e, giunti in prossimità di un sentiero scosceso, si dispersero appostandosi in gruppi di due dietro i cespugli di licheni fiancheggianti la via sterrata. Il silenzio era opprimente, ma rimaneva pur sempre l’alleato ideale: le prede avrebbero attraversato quel tratto, ma prima ancora che il vento recasse il loro odore, essi avrebbero udito le loro cavalcature, i loro sussurri, persino il loro respiro, preparandosi
comodamente allo scontro. Le informazioni del vecchio Rodarius erano precise ed affidabili: anche quella notte i mercanti macedoni, gli unici a godere del privilegio di poter trattare personalmente con il Sovrano, avrebbero transitato lungo la via accidentata per Festo, fornendo pertanto agli achei in paziente attesa il mezzo di trasporto e la copertura ideale per raggiungere la reggia del Wanax senza destare sospetti. Tempsis ispezionava l’ambiente valutando l’esatta dislocazione degli uomini, Etewas gli era vicino e raccolse un fico dal terreno, ingollandolo senza sbucciarlo. - Prigionieri? – si informò. - Ne basterà uno che conosca la prassi. – replicò il capitano, - Il gruppo dei commercianti varia in maniera incostante, Minosse non sarà sorpreso di incontrare facce nuove, ammesso che abbia il tempo di sorprendersi.
- Il tramestio di zoccoli e il clangore delle ruote sulla ghiaia risuonarono nella notte, lo Stratega portò due dita alle labbra e fischiò come convenuto, mentre Etewas sgusciava fuori dal cespuglio per svanire nella coltre
di nebbia calata sul bosco. Kekrios rispose al fischio del capo e gli achei si acquattarono come leopardi in attesa delle lepri, sguainando i pugnali e stringendo la presa sulle spade ancora umide. Un canto monotono accompagnava la marcia dei mercanti, il profumo delle spezie e dei frutti destinati a riempire le capienti dispense della reggia minoica impregnò l’aria e si fuse con l’odore selvatico aleggiante
sulla radura, celando l’intenso afrore dei guerrieri. Con uno scalpitio frenetico i sei pezzati imbrigliati trascinarono il carro sul sentiero che si inerpicava lungo la roccia ammorbidita dalle felci, e il macedone a cassetta tirò ed allentò le redini in una armoniosa alternanza, garantendo abilmente la stabilità del veicolo. Un caribù emerse dal fogliame ai margini della strada e la sua sagoma si delineò a
pochi metri dalle zampe dei cavalli: per un secondo cercò di scoraggiarne l’avanzata mulinando le corna oblunghe e indirizzando all’invasore un bramito collerico, ma il galoppo continuò incurante dei suoi moniti, e la bestia balzò oltre il sentiero smarrendosi nella brughiera sul lato opposto. I passeggeri videro il caribù svanire in lontananza e sghignazzarono ascoltando gli insistenti versi di sfida che la
progressiva distanza affievoliva. Il conducente sogghignava ancora, quando la nebbia si dissolse ed un curvo uncino d’acciaio uscì dal nulla ed arrestò il suo urlo entrandogli in gola e strappando via le corde vocali. Etewas ciondolò per qualche secondo in più sul ramo del rovere, godendosi le espressioni allibite dei macedoni, poi lasciò la presa e atterrò in cassetta mentre gli equini, atterriti e privi di
guida, si lanciarono in una fuga rocambolesca lungo il sentiero. L’acheo fronteggiò gli avversari ed ammiccò ironicamente: - Felice notte, compagni! – salutò. Dopo i primi istanti di confusione, i macedoni reagirono disponendosi in una asserragliata falange sull’ampio letto del carro, guatando la mostruosa apparizione notturna, scacciando via lo sgomento ed estraendo i pugnali
forgiati nei cantieri sulle rive dell’Aliakmon. Etewas brandì il braccio di metallo che tracciò grigie scie luminose captando il candore lunare, magnetizzando l’attenzione dei mercanti armati che, in precario equilibrio sul mezzo scosso dallo scalpitio delle bestie, si allargarono a semicerchio imprigionando l’acheo. Nessuno di loro notò la schiera di nere figure sfreccianti come fantasmi nella foschia e, nel momento stesso in cui i macedoni si scagliavano come iene all’assalto del prode Etewas, Tempsis e la sua squadra piombavano
sul carro da tergo e dai due lati come un’unica e spumeggiante onda che travolse l’avversario senza alcuna pietà e lo annegò nel suo stesso sangue. Uno solo fu lasciato in vita: l’enorme Alwon lo afferrò per le ascelle e lo piazzò accanto al seggio del conducente; poi raccolse le redini ed incitò i cavalli che uniformarono il galoppo ai suoi ordini, recuperando grazia e disciplina nella marcia: - Puoi concedermi il privilegio di farmi udire il tuo nome? - disse rivolgendo un allegro sorriso sguaiato al superstite che deglutì più volte prima di rispondere: - A…Amphieta! - Alwon gli battè un colpo sulle spalle: - Molto bene Amphieta! Spero che tu non me ne voglia per quei quattro graffietti fatti ai tuoi soci! Abbiamo un viaggio da affrontare insieme e faresti meglio a prendermi in simpatia! - I corpi dei mercanti, alcuni orribilmente storpiati, furono spogliati e scaraventati al di là del sentiero nel marasma di cespugli che avrebbero provveduto a celarli ad occhi curiosi. Gli ordini urlati da Tempsis
sovrastarono il frastuono della corsa: - Indossate i loro abiti ed utilizzate l’acqua nei vasi per lavare il sangue! - Il carro avanzava spedito nella foresta: Alwon conduceva con impareggiabile maestria, le dita sporche e grasse accarezzavano appena le redini ed una lieve torsione del polso era sufficiente per indicare il percorso ai
cavalli che, mansueti e docili, accettavano i comandi senza recalcitrare. Attraversarono Festo circondata dalle amorevoli braccia di Morfeo, con i suoi sontuosi palazzi reali in cui anche i più sfrenati bagordi si erano oramai consumati lasciando un senso di lussurioso disfacimento, e si inoltrarono nell’unica e più ampia pianura dell’isola, la Mesarà, che riempiva la
distanza tra Festo, Gortina ed Haghia Triada, prolungandosi fino ai tortuosi cammini serpeggianti tra i rilievi montuosi che si affastellavano fino alle grotte dell’Oracolo. Nei pressi di Kamares non rallentarono, ma lambirono i confini della città e seguirono il versante meridionale dell’Ida riguadagnando ad Ovest la pianura su cui, poco distanti l’una dall’altra, sorgevano Iraklion ed Amnisos, due tra le
più rilevanti polis minoiche erette sulla costa, esposte alle tempeste dell’Egeo. L’alba stendeva un rosa languido sull’intera Cnosso. Stormi di rondini disegnavano vaghe sagome di ancore nel cielo acceso dai primi lumi del mattino. Il popolo riposava ancora, i lastricati giacevano nella desolazione
e i cani randagi rantolavano la propria fame innanzi agli usci sbarrati. La guardia armata era appostata sulla piattaforma cinta da colonne doriche, posta a circa cento metri dal magnifico ingresso del Palazzo reale: l’intreccio urbano della polis era sprovvisto di sorveglianza, le poche
truppe che non avevano abbandonato l’isola al seguito del Sovrano si stanziavano tutte intorno alle mura del Labirinto e nelle sale interne della Reggia. Le navi erano partite da lungo tempo: i dignitari di corte e gli ufficiali avevano raggiunto Mokhlos prima che calassero le tenebre, ed erano salpati dal porto facendo rotta verso l’Argolide. Tainiskos, uno dei capi reggimento adibiti all’organizzazione e
supervisione della sorveglianza, si accostò al plinto affilando la lancia sulla scozia marmorea della colonna, e sbirciò il branco apparso in lontananza. Al suo cenno due dei militari lasciarono il rango a riposo e gli si affiancarono seguendolo giù dal palco di pietra: distinsero le dimensioni del mezzo che veniva fornito ai macedoni quando sbarcavano; i cavalli correvano ansimando, il sudore sul manto
scintillava nel bigio aurorale, e le corregge che li aggiogavano al carro stridevano sul pelame producendo fischi sommessi. L’orario insolito non li insospettì, le spedizioni commerciali si svolgevano seguendo ritmi che mal si conciliavano con quelli del vivere quotidiano, senza contare il frequente, impellente bisogno di liquidità dei
mercanti per soddisfare gli usurai. Il profumo inebriante degli unguenti macedoni nonché il volto noto riconosciuto in cassetta contribuirono a sedare l’allarme già silenziosamente diffusosi nella schiera. Tainiskos si parò innanzi alla vettura, mostrando il palmo della mano che, unito al sonoro – Fermi!! – impartito dal conducente, distolse le bestie dal procedere oltre. - Salute a te Amphieta! - esclamò il cretese, inchinandosi con rispetto. Il macedone sorrise, un ghigno tirato e falso, che Tainiskos imputò alla stanchezza: - Gli Dei ti lodino comandante! – replicò, - Sono venuto con i miei compagni affinché Minosse figlio di Zeus possa ungere le sue membra recando sollievo alle piaghe che affliggono le sue notti. - - Temo che quest’oggi ti sarà impossibile incontrare il Re, mercante, ma potrai ugualmente depositare la merce e prelevare l’ammontare di dracme stipulato nell’accordo. - - La tua cortesia mi onora e gratifica la tua stirpe, grande capo. – I due soldati eseguirono un esame superficiale sui braccianti già pronti a scaricare le merci: le vesti logore e le espressioni umili e contrite
costituivano i tipici tratti che li distinguevano. Tainiskos sfiorò con noncuranza le briglie consunte e fissò Amphieta: - Dov’è finito il vecchio Macheras? Chi è costui che guida il tuo calesse? - - Macheras è malato! – mentì il macedone, - Non ha partecipato alla traversata: gli Dei mi maledicano in eterno se non ho dovuto penare come un asino per trovare un valido stalliere nelle bettole pulciose della
campagna! - Tainiskos rise di cuore: - Quel vecchio girovago! – esclamò, - Dovrebbe mettersi a riposo o prima o poi ci lascerà la pelle sulla vostra dannata galea! – Niente nell’espressione o nelle contrazioni dei muscoli rivelò
quanto seguì alle sue parole: sfoderò la spada dal balteo di cuoio ad armacollo e ne puntò la lama diritta ed immacolata sulla gola nerboruta di Alwon. - A te la scelta nobile Tempsis! – cominciò mentre all’ilarità teneva luogo l’implacabile lampo negli occhi: - Puoi arrenderti ora e ordinare che la tua squadra abbandoni le armi, o puoi accettare la testa di questo scimmione come mio regalo di benvenuto! - Il resto della truppa abbandonò la piattaforma ed accerchiò il carro, mulinando le lance e mostrando gli scudi marchiati dal Labris. Lo stratega acheo lasciò cadere il manto di
stoffa che ne mascherava fattezze e lineamenti, e in tutta la persona ostentò l’umiliazione estrema della sconfitta. Tainiskos lo osservò cogliendo al volo al natura dei suoi pensieri: - Un piano geniale, comandante! – ammise, - Consentimi di congratularmi per l’astuzia e l’audacia con cui avresti condotto l’azione. Tuttavia ignorasti un dettaglio cruciale: chi ti sta parlando saprebbe identificare un
acheo celato sotto il più perfezionato travestimento. - Si portò un dito alle narici e, - Ne sento l’odore, - aggiunse, - quel tanfo villano e barbarico che recate impresso nelle carni, la puzza di bestie selvatiche che sopravvivono grazie agli agi di una civiltà importata! – La punta della spada scorse leggera sul collo dell’ex forzato, e l’incisione stillò un rigagnolo rossastro che gocciolò sul petto. Il cretese cacciò fuori la lingua forbendosi le labbra grondanti del piacere di
arrecar quello spiraglio pur minimo di sofferenza, ed Alwon gli sbadigliò in faccia limitandosi a grattarsi la gola. Tempsis sorrise, raccolse il gladio dal fondo del vagone ligneo e lo scagliò sui ciottoli ai piedi del nemico: - Ecco, usa la mia arma per trafiggermi! E servitene anche per i miei uomini: almeno morranno a causa
dell’acciaio di chi li ama e rispetta, non per mano dello squallido schiavo di un mostro! – Tainiskos lo scrutò in volto, altezzoso e severo, ma cupo, come se afflitto dal rimpianto: - Più e più volte ho implorato il mio signore di concedermi l’opportunità di misurarmi con te… purtroppo mi è stata negata, e poiché l’inottemperanza agli ordini regi è sanzionata con la morte, temo che spetterà
a qualcun altro sancire il vostro destino! - - Prima che il mio ultimo giorno volga al termine, rivelami l’identità del delatore, dimmi chi mi ha impedito di compiere la missione affidatami, affinché io abbia un nome a cui votarmi quando tornerò tra le mie rocce,
investito da Proserpina del potere di rendere giustizia al popolo intero. - Tainiskos gli elargì uno sguardo solenne e: - Quando il buio denso della leggenda avvolge i natali di un Sovrano, - spiegò, - non è saggio tramare contro di lui: forze che neanche il più impavido dei guerrieri
riuscirebbe a contrastare gli rendono omaggio e si schierano al suo fianco. Forza!! - gridò poi rivolgendosi ai suoi uomini: - Prendeteli e rinchiudeteli dove vi è stato ordinato! – Lo Stratega si voltò e vide la propria squadra apatica e sfiduciata: la spada del condottiero nella polvere era una visione che frustrava l’impulso innato degli achei a lanciarsi nella mischia nemica cercando la morte
invece di attenderla. Le guardie di palazzo riconobbero i segni della disfatta sui visi marcati e selvaggi degli achei, puntarono le candide lance in avanti ed accerchiarono il carro incitandone gli occupanti a seguire l’esempio del comandante. Kekrios fu il primo a farlo, slacciando la cintura appesantita dagli assegai e rendendola agli aguzzini; Malleus, il giovane nocchiero dalla chioma iridescente come rame
liquido, lo imitò, ed a poco a poco il plotone miceneo fu disarmato. Etewas sedeva in disparte, accucciato in un angolo solitario sul letto del vagone, l’intera sua stazza nascosta dal mantello macedone, negli occhi il luccichio spento del cane bastonato. Il pugnale gli giaceva accanto, la lama catturò lo zampillo d’un raggio solare e lo rifranse diffondendo un pallore amorfo sui lineamenti rozzi del guerriero.
Fu l’unico a non rispondere all’intimazione di lasciare il mezzo. Le guardie gli si strinsero intorno, scrutandolo dai lati del vagone. - Coraggio! – berciarono, - Tirati su e getta via il coltello! - L’acheo non reagì, lo sguardo si perse nel vuoto vacuo della disperazione, le membra assunsero il rigore pietrificato della paura. I cretesi risero ed uno dei soldati montò sul letto del veicolo approssimandosi al
greco, stancamente raggomitolato come l’emblema del fallimento. – Ci hai sentito, pezzente? – il suo ghigno sembrava gentile e accomodante, mentre si chinava sull’uomo e gli afferrava i capelli irsuti, - Deciditi a muoverti o la Bestia dovrà accontentarsi delle tue ossa frantumat….! – Il sibilo fu sommesso, quasi inaudibile, ma il cretese portò le mani alle palpebre serrate, e si schiantò sull’assito torcendosi nelle convulsioni scatenate dal veleno del cobra. L’urlo gli spezzò le mandibole,
disarticolando i muscoli facciali e ripercuotendosi nel cranio che gli parve esplodere in cento pezzi, le dita corsero sulla chioma e la strapparono a ciocche che lasciarono macchie cremisi sul cuoio capelluto furiosamente dilaniato. Etewas sputò la cerbottana sulla bocca contorta del bastardo, agguantò il pugnale, scattò in piedi e, senza mirare, scagliò la lama grigia nella falange e la vide affondare
completamente nel petto di una giovane recluta. La voce di Tainiskos si levò alta nel silenzio del sole nascente: - Massacratelo!! – sbraitò, voltandosi - Sgozzatemi quel maiale!! – Alwon fu abile e fulmineo: il suo destro partì come uno squalo all’attacco, varcò l’intera lunghezza del gladio e piombò sulla fronte del cretese con la violenza di una valanga. Il comandante schizzò via dal suolo e precipitò sul lastricato: il duplice impatto gli stordì il cervello, ma i riflessi lo soccorsero e il braccio si tese lanciando la spada a mezz’aria
contro il ventre ampio del gigante. Questi scartò come un bisonte e si bilanciò sul cardine che univa lo sterzo all’avantreno, sottraendosi con incongrua agilità alla traiettoria dell’arma: l’acciaio sfolgorò e gli sfrecciò ad un palmo dal busto, fischiò e morse il vento, ed Amphieta ne accolse il puntale acuminato nello stomaco, stramazzando sulla via, lordandola col proprio sangue. Con straordinario
recupero Tainiskos fu di nuovo in piedi e in due balzi prodigiosi raggiunse il carro, mulinando il giavellotto e mirando l’enorme greco inerme ancora in bilico sul montante. Tempsis si raccolse come un puma e spiccò un volo basso e fendente contro il nemico, intercettandone la corsa e neutralizzandone l’assalto. I due ruzzolarono sul cemento, avvinti dall’identico, genetico livore, ma l’acheo aveva rocce e
pietre nei muscoli, e i suoi pugni prevennero le difese del cretese colpendolo alle costole e sul mento, spappolando la mandibola. La schiera minoica si rovesciò sul vagone, le alabarde lampeggiarono sinistre e letali, ma Etewas stracciò dal torso il mantello macedone e l’uncino spuntò come una lunga zanna scintillante. La carica svigorì,
l’entusiasmo delle guardie impallidì innanzi alla creatura infernale che le fronteggiava; alcune arretrarono istantaneamente, ma il greco non le risparmiò: prese a ruotare su se stesso con la rapidità di ciclone, tendendo verso l’esterno l’arto mutilato, e lo stelo d’acciaio divelse lance, scudi, veli e carni. Nella confusione generale gli achei riconquistarono le armi e l’ira della Rocca scaldò i loro animi troneggiando sul nemico ancora incolume che a stento ne assorbì l’impeto, battendosi con drammatica perseveranza. Il
clamore intenso dello scontro destò Cnosso, e la folla si addensò nelle strade, riversandosi innanzi al Palazzo con un boato rabbioso. Tainiskos boccheggiava stremato sotto il peso del suo corpo, e Tempsis smorzò la gragnola di colpi, assordato dall’urlo del popolo: - Alwon! – gridò, scattando verso il carro su cui erano ripiegati, barricandosi, i suoi uomini, - I cavalli!! – Dietro di lui, il comandante blaterò stentate minacce: - Torna indietro acheo! Non ho finito con te!! - Tempsis si voltò scorgendo il cretese barcollante col pugno proteso verso di lui e il volto tumefatto ed insanguinato: - Non è per la tua morte che sono giunto fin qui soldato! Né tu né nessun altro potrà impedirmi di fare ciò che devo! - Tainiskos
crollò a terra grugnendo come un leone moribondo, Tempsis piombò alle spalle dei nemici accerchianti il carro, travolgendoli come un macigno dell’Argolide. In molti caddero nella polvere e furono calpestati dal greco che si impadronì di due spade ed usò i loro corpi come perni per guadagnare il vagone di assi. Alwon lo vide atterrare, ruotando i gladi, sferzando il vento con le lame piatte che tranciarono ossa
e tendini, e si liberò dall’impaccio di uno stupido vigilante aggrappato ai suoi fianchi calciandolo via, per poi balzare in cassetta e frustare le bestie ancora aggiogate che nitrivano disorientate dal trambusto. I cavalli proruppero in un galoppo sfrenato verso le mura calcificate, brillanti come scogliere di corallo: le frecce piovevano sul veicolo a nugoli compatti, Alwon percepì il metallo gelido graffiargli
la pelle strappandone via lembi rosei e sanguinolenti, ma non mollò le redini ed incitò la mandria con quanto fiato aveva nei polmoni. I greci più prossimi, non impegnati in duelli corpo a corpo, si agganciarono allo scannello issandosi a bordo del mezzo in fuga, aiutati da chi già vi si trovava. Le due colonne di granito delimitanti l’accesso al Palazzo di Minosse si ergevano solenni e raffinate, ad una distanza, l’una dall’altra, tale che non avrebbe impedito il passaggio del carro. - Devi entrarci amico!! - berciò Tempsis, affiancando il gigante ed indicandogli il varco con la punta della spada - Costi quel costi dobbiamo attraversare quel dannato muro! - La lama di Kekrios sibilò nell’aria dietro la sua nuca e il dardo dal puntale bronzeo cadde in pezzi prima di averlo raggiunto : - Malleus, Etewas, Owitnos e chissà quanti altri sono ancora sul campo! - disse il giovane medico. Negli occhi di Tempsis si succedettero tristezza e costernazione, ma anche assoluta ed irremovibile inflessibilità: - Ho giurato al mio Wanax che avrei ottenuto la testa di Minosse, e non intendo tradire la sua fiducia! – rispose velando il pianto
nella durezza cruda del tono, - Presto avremo modo di rincontrare i nostri compagni nelle cupe vallate dell’Ade! - La folla incalzava ma sotto la frusta dell’acheo il carro volava sul viale d’accesso e i greci distanziavano gli assalitori, rassegnandosi a subirne l’assedio una volta rinserrati nella Reggia. Il recinto murario si
avvicinò, e tra i merletti discontinui apparvero altre guardie, già disposte e sorridenti alla vista del nemico che correva ad infilzarsi sulle lance spianate contro di lui. I cavalli giunsero a dieci metri dal colonnato e una molteplicità di armi diverse grandinò dalle postazioni sopraelevate investendo i guerrieri di Argifane: in molti furono colpiti e scaraventati giù dal carro. Quanti non morirono
all’istante videro i compagni proseguire senza raccoglierli, videro il popolo inferocito sopraggiungere, unito al resto delle truppe, e si trafissero a vicenda per non cadere nelle loro mani. Mezza dozzina di soldati dalle lucenti corazze si parò dinanzi all’ingresso della Reggia riempiendo lo spazio tra i due piloni e agitò alabarde d’avorio contro gli equini in rapida avanzata. - Maledizione!! - imprecò Tempsis scacciando via la terra dagli occhi, - I Numi ci hanno abbandonati! La nostra corsa terminerà su quelle lance !! - Alwon si levò in piedi, scosse le briglie col poderoso ondeggio delle braccia e il branco lo assecondò lanciandosi senza paura alcuna contro le armature baluginanti e le lame affilate: uno strato di polvere ricopriva la
pelle del gigante, e solo le pupille rossastre spezzavano quella tinta fosca sprizzando folgori di pazzia: - Morte! O Argifane!! – sbraitò, e il carro viaggiò a rotta di collo contro la Reggia. Tempsis non lo fermò, ma impugnò saldamente la spada e il suo grido di guerra, unito all’ebbrezza della fulminea velocità con cui tutti insieme volavano tra le fauci della tigre sobillò il cuore ribelle dei micenei
arroventandone il coraggio e la brama d’azione: - In piedi! – tuonò il telestas, - Pronti a saltare al mio comando! - Deciso come un suicida, il carro divorò i metri che lo separavano dallo schieramento cretese, finché le lance saettarono nuovamente nel vento, colpendo animali e uomini: un cavallo nelle retrovie cadde fulminato da
un’alabarda che trapassò il cranio da parte a parte, e tre greci, subirono l’identica sorte, inchiodati al suolo dall’avorio. Con un taglio netto Alwon recise la correggia che assicurava la bestia uccisa al mezzo, liberando la corsa dal suo peso, calò lo staffile urlando ed intimando la furia al resto degli equini, ma anche il suo destino era segnato: uno dei soldati saltò in groppa alla bestia più prossima
al cocchiere e scagliò la sua arma che si piantò come una radice nel petto del forzato. Alwon barrì come un elefante ferito, non tentò di estrarre la punta dalla carne ma piegò l’enorme mole su un giavellotto caduto in cassetta e con un’unica rotazione dell’arto lo indirizzò al carnefice che, per evitarlo, perse stabilità, scivolò e finì maciullato dagli zoccoli scalpitanti .Un’altra alabarda volò
verso il forzato, ma la lama esperta dello Stratega la spezzò in volo prima che potesse infilzarlo. - Per me è finita comandante! - ansimò Alwon trattenendo ancora le redini, - Uccidete il Re in mio onore! - - Lo ucciderai anche tu amico! Io ho bisogno di te! Non puoi lasciarmi adesso! - Ma l’arco
di un cretese vibrò e una freccia infuocata penetrò le tempie del gigante incenerendogli il cervello. Per un attimo il gigante stette immobile, negli occhi ancora la determinazione della lotta, poi si abbatté sul letto del carro con il volto in fiamme e le dita sempre strette sulle briglie di cuoio. Tempsis gemette urlando il suo odio contro il cielo, ma avevano oltrepassato l’ingresso, ed ora filavano lungo le basse mura intonacate della Reggia minoica, inseguiti dalle guardie a cavallo. - Adesso! Coraggio!! - ordinò, e i pochi achei superstiti abbandonarono il carro aggrappandosi all’orlo delle mura e balzando sul tetto assolato. Il Palazzo si sviluppava attorno ad un vasto cortile centrale, con una fitta rete di stanze e corridoi sormontati da una regolare copertura in cemento armato: Tempsis conosceva
perfettamente l’ubicazione della sala del trono dove il vecchio Minosse risiedeva per la maggior parte del giorno e, in testa alla squadra affamata di sangue, saltò di pilone in pilone dirigendosi verso il punto in cui avrebbero potuto calarsi all’interno. Sulla superficie liscia che proteggeva il soffitto dal calore diurno era disseminato un insieme di botole con maniglie anulari d’ottone: come per magia le
botole si spalancarono all’unisono ed una moltitudine variopinta affollò le terrazze della Reggia, sfoggiando armi ancora intonse. I greci non arrestarono il loro impeto, parvero non accorgersi affatto della coltre di uomini che aveva ricoperto quell’insolito campo di battaglia e i loro corpi seminudi aggiravano e filtravano le file cretesi appesantite dalle armature dorate. L’estremità sottile di una frusta
si avvinghiò alla gola di Kekrios che cadde sul cemento sentendo gli occhi strabuzzare dalle orbite: poi spezzò lo staffile con un colpo di gladio attenuando la pressione sulla trachea, si voltò di scatto e il suo assegai roteò come un boomerang che si infilò tra le labbra del milite tranciando metà del viso. Il medico fece per rialzarsi quando la punta di una lancia gli accarezzò il collo rubizzo, ed il volto soddisfatto di un soldato si disegnò sulla tela celeste del cielo che lo sovrastava: - Non andrai lontano infame barbaro! - Il cretese strinse i pugni sull’impugnatura, Kekrios vide la punta riverberare come un diamante mentre si abbassava verso il torace esposto e... la spada vorticò nell’aria emanando argentei barbagli e mozzò la testa
del nemico che crollò indietro come un ammasso di carne inutile. Tempsis superò il corpo supino di Kekrios con un balzo e recuperò la sua lama: l’ufficiale cretese sopraggiunse alle sue spalle, e la sfera di piombo legata alla catena che stringeva nel pugno calò sulla schiena dello Stratega. Kekrios recuperò lo scudo della guardia decapitata, e lo frappose tra le dorsali del capitano e l’arma prima che la
parabola si concludesse frantumando le vertebre del figlio di Axelao. Questi si accorse del pericolo scampato ed affondò la lama fino all’elsa nel ventre del cretese: - A buon rendere soldato! - disse abbracciando Kekrios. - Il conto è già saldato comandante! - Davanti a loro si allungava la distesa di cadaveri falciati dalle armi: distinsero pochi compagni tra i corpi in agonia, e le salme cretesi erano in sovrannumero. Un nuovo plotone accorreva dal versante meridionale del
Palazzo, ma era lontano e i due achei si lanciarono all’inseguimento dei compagni scavalcando i morti ed ansimando sotto il maglio bruciante del sole ormai alto. Avanzavano rasentando i due lati opposti del tetto, precludendo alle guardie a terra la possibilità di arrampicarsi: le loro spade si abbattevano come mannaie sul cranio di chi osasse tentare la salita, e annientavano i pochi che riuscivano nell’intento
prima che questi potessero impostare una qualsiasi forma di difesa. Ma il fato aveva in serbo un destino diverso per lo Stratega: Tempsis non avrebbe mai raggiunto la sala del trono. Uno dei pini domestici cresciuti accanto alle mura slanciava il fusto longilineo verso il cielo, e la fitta chioma aghiforme e piramidale ombreggiava parzialmente il rettilineo percorso dal telestas. Tempsis vi giunse trafelato e qualcosa scivolò sul tetto dai rami resinosi in un diluvio di foglie. Un giovane femmineo, dalla capigliatura castana intrisa da un insolito grigio senile cadde innanzi ai suoi occhi e la sua sciabola tracciò precisi fendenti nel vento. L’acheo arretrò mentre una cieca indignazione gli avvampava nell’anima: - Atrax! – esclamò, ed il ragazzo si abbandonò al folle riso del traditore. - Da lungo tempo aspetto questo giorno, telestas! Ora nessuno si azzarderà a privarmi della mia vendetta! - Si scagliarono uno contro l’altro con più rabbia di quanta i loro corpi potessero contenere e incrociarono le lame finché i volti non si lambirono: - Perché? – lo Stratega gli piantò l’indaco freddo delle iridi nelle pupille, - Tu appartieni al nostro popolo! - - Sbagliato! – reagì il rampollo di Argifane, - E’ il popolo che appartiene a me! E’ mio di diritto: il potere scorre nelle mie vene e né tu né mio padre mi impedirete di esercitarlo! - - Non potrà mai governare chi non ha esitato a vendere la patria al nemico! - Si sganciarono ruggendo: i petti si gonfiavano e i muscoli si flettevano per imprimere al fisico la forza necessaria ad infliggere il colpo, gli
occhi risplendevano all’ombra del pino, ma era il chiarore opaco della morte. Kekrios si fermò incerto, la presenza di Atrax lo sconvolgeva ma le guardie si avvicinavano. - Comandante! – chiamò tentennando. - Va Kekrios! – lo incitò Tempsis senza voltarsi, - Raggiungi gli altri! Non pensare a me! - Il medico esitò, imprigionato tra il senso del dovere e la devozione verso il proprio capitano in pericolo. Poi fuggì via, le gambe snelle fluttuanti che lo conducevano lontano dal pericolo, la bocca sdentata sbavante, le
sottili braccia spalancate mentre attraversava con ripetuti salti i vari dislivelli tra le diverse stanze della Reggia. La sala del trono costituiva la frazione più elevata, la parete formava un angolo retto con il soffitto sottostante delle altre camere ma, usufruendo dei pertugi scavati dalle intemperie tra i mattoni, i greci l’avevano scalata agilmente. Il medico arrivò mentre l’ultimo della squadra compiva
l’ascesa, e si accodò a lui. La botola fu spalancata senza difficoltà, e i greci balzarono giù stringendo i pugnali tra i denti. Kekrios fu l’ultimo ma, prima che il suo corpo svanisse nella voragine, egli colse la fugace immagine dei cretesi che spuntavano come corolle sulla terrazza con un ghigno perfido stampato sul volto. Una morsa di ghiaccio gli stritolò le
viscere e, appena toccato il fondo, il medico fissò il cerchio di luce in alto rendendosi conto che il nemico non aveva alcuna intenzione di seguirli. La botola si richiuse lentamente rabbuiando il sole, producendo una tonante eco tra le mura affrescate della Reggia e, quando l’eco si spense, l’urlo affamato del Mostro scatenò la pazzia nel cervello dei guerrieri. Atrax era il figlio del Wanax, nel corso della sua breve vita aveva imparato le dure leggi del comando e le regole della corte, la diplomazia, l’infida arte dell’intrigo, ma mai il suo braccio esile si era teso
nell’atto di sprofondare la lama nel ventre dell’avversario, mai sulle sue guance sudate aveva aderito la sabbia sollevatasi sul campo di battaglia. Atrax non era un guerriero, e il suo cadavere martoriato dagli impietosi affondi dello Stratega ne rappresentava la prova più evidente. Tempsis si stagliava su di lui, bello e possente come Ares, nessun rimorso sul viso, ma uno strazio dilaniante nel cuore. Le
ultime parole del giovane ancora gli rimbombavano nei timpani, sillabe sospirate mentre la vita lasciava quelle membra ignobili: - La tua terra brucia telestas! - aveva sussurrato Atrax consumando l’estremo respiro, e Tempsis ne aveva compreso l’immenso, tragico significato. - Una trappola…. - La verità gli schiacciò la mente col carico di disgrazie che essa lasciava presagire e il suo spirito si svuotò di ogni volontà di combattere. Tutto era stato inutile, le vite dei suoi uomini erano
state sacrificate per una causa che non esisteva più ed egli, cieco e ingenuo, si era battuto lontano dal luogo che amava e che scompariva senza di lui. Le guardie stavano arrivando: venivano anche dal versante in cui prima aveva scorto Kekrios e il resto della squadra precipitarsi indisturbati verso la sala. Venivano dal nulla: si chiese quale fine avessero incontrato i
suoi fedelissimi, ed un senso di scoramento e tragica impotenza lo avvolse nella pesante coltre del dolore. Pensò di scaraventarsi contro la falange, trascinando seco nell’Ade il maggior numero di anime, ma era troppo stanco e affranto per farlo. Mirò dall’alto il terreno incolto che cingeva l’edificio, abbandonò le armi e si lanciò in picchiata come un uccello. Il suo corpo attraversò la chioma
dell’albero, fu frustato e graffiato dai sottili rami taglienti, e toccò il suolo in un gemito sofferente, ma la morbidezza del limo aveva attutito l’impatto e i muscoli rispondevano ancora: l’intorpidimento che provava era causato dal vuoto in cui all’improvviso il suo cervello precipitava. Micene era svanita come fumo, come se non fosse mai esistita, Micene non era più sua, ma caduta sotto lo stridore della Doppia Ascia. I cretesi si stavano calando giù dal muro e le loro minacce e il balenio delle loro
spade lo attrassero appena; provò a fuggire, ad allontanarsi dalla morte che implacabile stava per aggredirlo e trascinarlo via, ma non c’era più nulla per cui valesse la pena di vivere. Per un istante considerò assurdo attribuir fede cieca a quanto aveva profferito l’ugola tremante di un moribondo, ma il presagio era troppo concreto e tangibile, e la sua veridicità lo attanagliava bruciando i dubbi. La corsa
già instabile e sbandata si interruppe ed egli cadde sulla strada gremita con lo sguardo rivolto al cielo azzurro come i suoi occhi spenti. L’Olimpo apparve, adesso che tutto si era compiuto apparve, e stavolta Tempsis non sorrise, non ringraziò: l’odio gli traboccò dallo sguardo e le sue fiamme si scontrarono con le saette di Zeus e vinsero. L’Olimpo crollò, in un frastuono crescente cadde a pezzi tra le
nuvole bianche, ed egli lo osservò impassibile frantumarsi e distruggersi, perdere fianchi e sommità, riducendosi in una misera grotta, una caverna: versi ferini rintronavano al suo interno, bestie che Tempsis conosceva, ma un lamento nuovo al suo orecchio accompagnava quei suoni, e quel lamento era il pianto di un bimbo, e in quel pianto si annidava il potere. Tempsis
rammentò la fanciulla, la sua pelle limpida, il biondo puro dei capelli rovesciati sul suo petto, e la preghiera gli scorse fluida nella mente e sulle labbra: - Un giorno tutto questo avrà fine! Signore…perdona la mia cecità…- I cretesi lo videro, arenato come un relitto consunto dalle acque, e corsero da lui, brandendo i gladi, puntando le lance tese, estraendo i pugnali, ma l’angelo lo raggiunse prima di loro, mulinò l’ascia fendendo la
folla irata, issò il corpo sul garrese del cavallo e lo sottrasse alla Nera Signora che rimase a guardarli scomparire come folgori nella notte. Le guardie si precipitarono ai carri in una confusione di armi tintinnanti, ma quando le ruote di legno stridettero sui lastricati i due erano già lontani, e l’angelo cavalcava deciso verso la costa…. Un angelo dal braccio d’acciaio e il volto da cane selvatico. Il buio assoluto imperava in ogni angolo della sala: impossibile discernere la realtà dall’immaginazione, facile convincersi di essersi smarriti in un folle incubo di sangue, privo di materialità e dimensioni fisiche.
Ma il costante masticare delle zanne, quel pasteggio ciclico e vomitevole, quelle grida ridotte a lamenti rassegnati e scioccati dall’orrore più atroce, tutto questo conferiva un senso perverso all’oscurità. Kekrios sedeva appoggiato all’invisibile parete intarsiata, le mani strette intorno alle ginocchia, i canini piantati nel labbro inferiore fino a spaccarlo, gli occhi sbarrati e ruotanti nelle orbite: voleva vederlo quando avrebbe annusato l’aria e colto la sua usta, voleva che il suo sguardo penetrasse il buio e disegnasse nella mente la figura del carnivoro, voleva scorgere l’arrivo del momento in cui avrebbe urlato il suo addio al mondo, perché restare lì ad attenderlo, a capire di averlo vicino solo quando l’alito putrido gli avesse soffiato nelle narici, costituiva il
sentiero più breve per disintegrare l’ultimo esile baluardo che isolava le sue facoltà dalla pazzia furiosa. Ascoltava il suono stracciante delle gambe divelte, dei tendini staccati a morsi, delle viscere estratte come funi dalle bitte, e il gemito debole dei compagni, l’identico strazio infantile di cui quella stanza sembrava
ancor pregna: il banchetto stava per concludersi, le cibarie si assottigliavano, e il Mostro anelava a carne ancora calda, perché la fame lo angustiava perseguitandolo nell’eterna maledizione. Kekrios tentava e ritentava, ma la notte lì dentro si ostinava a premergli sulle palpebre annullando ogni visione, e la creatura si muoveva silenziosa e svelta come un minuscolo ratto. Un piano ardito, ma audace e ben congegnato era stato scoperto e sventato, Micene era in procinto di crollare come un Ciclope accecato, e i posteri avrebbero cantato la sua fine deprecando chi era stato insignito dell’onore di salvare le sue mura ed aveva fallito nella missione suprema. Quando il buio denso della leggenda avvolge i natali di un Sovrano, non è saggio tramare contro di lui…forze che neanche il più impavido dei guerrieri riuscirebbe ad affrontare gli rendono omaggio schierandosi al suo fianco… La memoria gli restituì le parole di Tainiskos, precise e stentoree come se il cretese gli fosse accanto. Il medico le stava ancora ascoltando quando due braccia disumane lo afferrarono e due possenti e ricurve corna d’avorio gli scoperchiarono il cranio. Rodarius intuì la direzione del soffio e tese la sartia angolando a babordo il timone. La piccola vela latina si gonfiò contro l’albero e la chiglia segò la cresta del maroso trascinandosi rapida e leggera al di là
della baia. Lo scirocco garantiva una portanza tale da consentire di incrociare tra i flutti dello Ionio ad una velocità di almeno nove nodi: ciò li avrebbe spinti in vista del Peloponneso in poche ore. Etewas fissava il porto di Amnisos mentre la distanza lo confondeva con la costa impervia dell’isola: l’apprensione gli cresceva dentro come un cancro, eppure le acque minoiche continuavano ad esser deserte, eccetto i
rari natanti adibiti al trasporto merci. La flotta non si mobilitava, nessuna nave spuntava dalle barriere rocciose che custodivano le poleis cretesi, nessuno li inseguiva. Disteso sul pagliericcio posto a protezione del banco di prua, Tempsis contemplava il cielo terso, perso in sogni nuovi e preconizzanti, confuso in un bailamme di sentimenti in cui il credo religioso si mistificava, moriva e rinasceva senza
logicità. I polmoni del cavallo su cui avevano attraversato l’intera fascia costiera settentrionale erano scoppiati sull’altura oltre la quale si estendevano le vie della città marinara: lo Stratega aveva retto il passo rapido del suo salvatore per un centinaio di metri, poi si era accasciato, frustrato dall’estrema debolezza fisica e morale. Etewas l’aveva caricato sulle spalle massicce, trasportandolo
fino alla rada ai margini dell’acropoli. L’imbarcazione del vecchio latino era apparsa tra le fronde della laguna, il luogo convenuto per l’incontro: Rodarius aveva assistito l’acheo mutilato nel trasbordo del capitano senza avanzare quesiti, ed aveva bordeggiato riguadagnando il mare aperto. Ora erano lì, soli nello Ionio aizzato dal vento, in attesa di un esercito omicida che non giungeva. Rodarius notò l’espressione trepidante della vedetta e: - Inseguono voi, - affermò, - non me: vi ho spiegato quanto frequentemente il mio navigare mi spinga verso questi lidi. Nessuno bada più a me, ormai, nessun soldato si caccerebbe per la testa l’idea idiota di starmi
alle costole. - L’acheo scosse il capo: - Non mi convince…- mormorò, - Minosse non lascerebbe nulla di intentato pur di accalappiarsi le teste di chi ha osato sfidarlo sul suo terreno. E’ illogico che non invii neanche una pattuglia
in perlustrazione. Qualcosa non quadra…- - Il Re non ha navi da inviare… - trasalirono entrambi al suono cupo della voce dietro di loro, era la prima volta che Tempsis apriva bocca da quando erano stati tratti in salvo - Le sue navi sono altrove…- e un silenzio tombale calò sull’esiguo equipaggio. Micene bruciava in un unico immenso, inestinguibile bagliore. Le fiamme danzavano sulle rocce, corrodendo e annientando quanto vi era sorto in secoli di arte architettonica, divorando la boscaglia che limitava la polis e
aggredendo la residenza del Wanax con la foia devastante di un’eruzione vulcanica. Presagendo la sventura, Argifane aveva inviato messi e corrieri onde richiamare d’urgenza in Patria il grosso delle truppe impegnato in spedizioni transmarine, ma l’assalto era avvenuto con scaltrezza ed impressionante volume di forze avverse, e il residuo contingente armato era stato schiacciato tra due fuochi. Minosse era calato sulla città come un avvoltoio: dai ponti delle sue navi le enormi baliste avevano scaraventato proiettili incendiari contro la Rocca, sorprendendo la popolazione nel sonno; gli incendi si erano sviluppati con straordinario vigore, alimentati dal vento energico che ne estendeva l’azione sull’intero altopiano, e i militi cretesi avevano vinto la resistenza sulle fortificazioni, dilagando per le strade, irrompendo nelle abitazioni e massacrandone gli occupanti. La truppa micenea era stata catturata ed impiccata sulle pire ardenti, tra gli sputi e gli insulti degli ufficiali minoici, e le armi scagliate nel fuoco che ne aveva fuso l’acciaio e il bronzo. La guardia del Wanax si era rinserrata nel Palazzo opponendo una tenace resistenza alla fanteria cretese nelle cui file si erano presto aperti vuoti considerevoli e nefandi. Fu allora che Mursilis il Sole e i suoi guerrieri dei Monti avevano sferrato l’attacco dal Settentrione, e un’impetuosa orda umana era piombata sulla Reggia radendola al suolo. Althea lo vide arrivare, con gli occhi della mente lo vide arrivare, prenderla tra le sue braccia e strapparla via dal fuoco che la perseguitava, perché il fuoco era Thanatos,
la Nera Signora, l’epiteto con cui sua madre aveva ribattezzato la morte. Si scoprì a pensare a lei, mentre correva veloce tra i cadaveri carbonizzati. Conservava un ricordo dolcissimo di sua madre, piccola, dai capelli gialli come il fieno, gli occhi scuri e tristi e le guance tiepide come il primo raggio di sole all’alba. Il dolore l’aveva uccisa quando la sua unica figlia era stata introdotta nel tìaso, e
consacrata al culto del Dio del vino, anche se l’intima consapevolezza dell’ineluttabilità di quella sorte da sempre aveva in lei dimorato. Il dono…il dono aveva afflitto la sua stirpe sin dai primordi: il futuro, il destino, la vita e l’eternità scorrevano negli occhi delle donne, che dal suo stesso ramo discendevano, in una continua, anacronistica successione, unendosi e disgregandosi, rifuggendo l’intelletto o colpendolo con la furia di mille bufali, terrorizzandolo con la grandiosità dei sogni evocati. Nel corso dei secoli il dono
aveva vinto il tempo, reiterandosi di generazione in generazione, con un’alternanza ciclica che legioni di streghe avevano studiato e ritenuto sancita dallo stesso Dioniso. Le sacerdotesse avevano sottratto bambine impuberi alle famiglie ergendole a guide spirituali dei sanguinari riti mistici, per le qualità innate da esse possedute, le avevano adorate ed osannate, nominandole Custodi del Sacro Nettare, ad esse
vietando di congiungere la propria carne con la vittima nelle orge sacrificali. Quando era toccato a lei, sua madre si era prostrata nella polvere giurando sugli Dei che la figlia era immune dalle forze malefiche che avevano reso i suoi avi disperati mostri predicatori di catastrofi. Le Baccanti
avevano ignorato il suo lamento, avevano afferrato la fanciulla e l’avevano iniziata prima che ella potesse realmente concepire l’irreversibile cambiamento avvenuto nella sua esistenza. Ma nelle notti di luna, quando il rogo crepitava nella foresta e il sacrificio si consumava violento sotto le stelle, in quei momenti Althea aveva compreso e percepito la menzogna disperata dell’anziana genitrice. Assordata dal
grido di assassina euforia delle streghe, ipnotizzata dalla carne liquefatta dal fuoco, ella aveva scrutato le fiamme, le lingue gialle e rosse si erano riflesse nelle iridi brune e queste erano andate oltre, avevano osservato il rogo e la verità al di là del rogo, la storia filtrata attraverso la cenere rovente. Althea aveva odiato il dono con tutte le sue energie, aveva vagato nella notte alla ricerca di un
rifugio in cui eclissarsi per sempre, per non udire le urla dei morti che confluivano nell’unico vero grido trionfante della Nera Signora, e il dono l’aveva seguita, dappertutto l’aveva braccata, e forse proprio la sua ostinata ribellione ne aveva sobillato l’intensità superiore con cui ella aveva contratto quel morbo malefico. Ogni fuga si rivelava inutile, ad ogni sua lacrima l’Olimpo sorrideva ironico e
sprezzante: lei era stata prescelta, fregiato del supremo mandato del Padre dell’empireo, Dioniso stesso l’aveva introdotta nel suo harem, e niente al mondo poteva mutare il volere degli Dei. Ma Althea era diversa: le sue antenate si erano concesse spontaneamente al Dio del vino e dell’erotica frenesia, avevano abbracciato il suo culto convinte e fanaticamente devote, avevano scorto luci nei bivacchi e nelle
luci avevano interpretato le brame di Dioniso, estasiandosi, incrudelendosi nei superbi spettacoli di morte e sangue a cui presiedevano, assorbendo tutto il cruento sapore della violenza remota e futura che i loro occhi leggevano nei fuochi sacri. Ciò che Zeus e la sua corte non potevano immaginare, era che quello stesso carico di guerre e tragedie che aveva ed avrebbe accompagnato il cammino della civiltà ad essi
fedele non sarebbe mai giunto a scalfire la purezza, la dolcezza e l’amore che nel piccolo cuore di quella fanciulla bionda avevano trovato una casa. Così Althea aveva visto le luci, le stesse luci da cui le antenate avevano avuto il privilegio di essere investite; le luci avevano riempito la sua mente nel sonno e negli effluvi della droga, poi erano salite al cielo squarciando le nubi, avevano toccato la sommità
dell’Olimpo da cui Dioniso s’era proteso per agguantarle, modellarle a sua immagine e rispedirle sulla terra, ma le luci erano sgusciate via, oltre l’Olimpo, giungendo dove un sole perenne le aveva accolte e protette, un sole che nessun Paiaon faceva splendere, un Sole sconfinato, un nuovo e arcaico Padrone. Le streghe avevano acclamato le sue danze intorno al fuoco, inneggiando all’invincibile fede, senza sapere che, quando la fanciulla danzava, lo faceva in onore di un’Entità diversa. Per lunghi anni ella aveva resistito
in quell’inferno, per lunghi anni aveva tollerato la prigionia mistificando la fede, trovando conforto nelle praterie celesti sorvolate dalla sua anima, poi l’amore era esploso dentro di lei, ed ella ne aveva avvertito la scossa con tutta l’energia della sua sensibilità. L’aveva visto e nell’azzurro intenso degli occhi di lui, più che in qualunque oscena
fiamma, aveva letto il comando del Cielo, la scelta ricaduta su di loro, investiti del compito eccelso di dar vita ad un nuovo popolo, non vincolato dalla legge della spada, legato alle armi non per distruggere, ma per costruire e salvare. L’aveva amato di un amore potente e istantaneo, selvaggio come la foresta, l’aveva accolto in sé ed egli le aveva lasciato una traccia nel corpo. Per questo adesso correva,
perché sapeva che Tempsis stava arrivando e che il suo Dio la voleva con lui: sfiorò con le dita la pelle morbida del ventre, e qualcosa di vivo scalpitò al suo interno. Si asciugò il sudore sulla fronte, scorse in lontananza il luccichio del mare e i suoi piedi si munirono di ali. Il profilo dell’Argolide svaniva in un’alta spirale di fumo nero: l’eco delle urla non si spingeva fino al mare, una calma edenica regnava sulla penisola come se un guscio vitreo la avvolgesse. La flotta del Signore
delle acque riempiva le baie e persino le minute insenature, ovunque spiccava il vessillo del Labris. - Possenti Dei…- sospirò Etewas con un filo vocale impercettibile. Tempsis non parlava, mirava la sua Patria incendiata e serbava nel cuore spaccato la sofferenza che lo lacerava. La Rocca si ergeva ancora nobile e spavalda, non sarebbero valsi cento eserciti per annullarne la storica
dignità. Rodarius bordò la vela e lentamente volse la barra a tribordo. Lo Stratega non si voltò ma il suo ruggito di collera investì il vecchio come lo schiaffo della frusta: - Dove hai intenzione di andare, vecchio idiota? – Sul volto del latino l’acqua del mare si fuse col pianto: - Dominus, - iniziò,
- una parte di me brucia con Micene. Il mondo italico mi ha partorito, ma questa terra è divenuta mia sin da quando avrei potuto armare il mio braccio per difenderla. Vedo la mia casa distrutta e sento il mio spirito seguire l’identica sorte, ma sfidare il Fato equivale ad avvicinarsi a Tanathos fino a sfiorarle le labbra. - - Il mercante ha ragione telestas.- intervenne Etewas, - Ho servito Micene fino a sprezzare la mia stessa vita, il mio corpo è stato mutilato ma io ho continuato a lottare per
essa. Non credere che non comprenda ciò che stai provando, lo comprendo più di chiunque altro, ma salire sulla Rocca adesso, servirà solo a fornire altre teste con cui Minosse adornerà la sua cintura. - Tempsis serrò i denti e raccolse la spada dal fasciame: - Non sono più il vostro condottiero! Siete liberi di fuggire se è questo che vi preme: io so solo che la mia città non morirà senza di me! Calcherò per l’ultima volta le sue strade e...- Qualcosa apparve, sotto i
rilievi fumosi della Rocca: la nube si era ingigantita ed ora anneriva la sommità dell’Argolide nonché i due versanti fino alle aguzze propaggini e al mare circostante; ingoiava le navi e le rendeva fantasmi, spettri, ma tra quegli spettri, tra quelle presenze gravide di guerra e devastazione, ne avanzava un’altra che appariva asettica in mezzo ad esse, un unico punto luminoso al centro del buio. Tempsis vide
la zattera travolta dall’onda, la vide scomparire tra i flutti e riemergerne: la vide prima che il fumo si diradasse e la svelasse agli sguardi. Una fanciulla vi giaceva immobile e pallida: l’acheo la guardò, la riconobbe, e di nuovo udì il fragore di un monte sventrato dal tuono, di nuovo l’Olimpo si frantumò davanti ai suoi occhi: - Rodarius!! – gemette sporgendosi sull’impavesata, - Va da lei…va da lei, ti scongiuro! Fa in fretta! - Il latino non comprese immediatamente: fissò costernato il dominus e fu sul punto di supplicarlo ancora, poi individuò quanto lo aveva attratto, e la galea balzò in avanti sospinta dallo Scirocco. Pochi secondi dopo
abbordavano la zattera, formata da tre modesti tronchi di leccio, uniti da brandelli di stoffa e radici rinsecchite. La ragazza distesa su un lato con la bionda chioma a ricoprirle il viso chiazzato dai gelidi spruzzi, aveva infilato un polso sotto una delle funi così da assicurare le proprie membra al relitto, ma il moto delle onde ne aveva turbato l’assetto, il braccio le si era contorto fino a lussare il polso
ed ella aveva perso i sensi. Tempsis tagliò la fune con cura, prese la fanciulla tra le braccia e la issò a bordo: il punto in cui l’osso si era spezzato presentava una varietà di colori che andavano dal vermiglio al nero, ma non era gonfio, l’acqua fredda aveva contribuito a contenere il turgore. Le scostò una ciocca dalle labbra e la baciò. Althea rinvenne per un breve istante e non ebbe bisogno di aprire
le palpebre per sapere di chi fosse la bocca premuta sulla sua: - Mi porterai con te adesso? - chiese in un sussurro. - Si. - rispose semplicemente il greco. - V...via? Via di qui? Per sempre? - Tempsis contemplò il viso splendido ed etereo della sua donna, contemplò le ultime ceneri di Micene levarsi in cielo, ed il contrasto tra ciò che era ancora vivo e vegeto tra le sue braccia e ciò che oramai era perduto
senza rimedio lo colpì come un colore acceso su un fondo scuro. Annuì, finalmente deciso: - Andremo via! – disse, - Ti porterò lontano da qui, dove la guerra non è ancora arrivata, né mai arriverà, ti condurrò in un posto che non scomparirà mai! - Althea prese la sua mano spingendola dolcemente sul
ventre: - E lì germoglierà la tua stirpe. – sancì. Reclinò il capo indietro sulla spalla dell’amato e questi la accarezzò con una tenerezza che strabiliò i compagni. Etewas si accovacciò accanto a lui, i rudi tratti del viso addolciti da un sentimento indefinibile: - Chi è costei telestas? – domandò. - E’ la madre dei miei figli Etewas, lo so con la certezza con cui so che da oggi tu non sarai più il mio soldato ma mio fratello. - Rodarius si grattò il capo pensoso: - Qualcuno potrebbe vederci e venirci a prendere!- constatò. Lo Stratega lo guardò, poi: - Dimmi vecchio, - disse, - tu che meglio di ogni altro conosci i mari al di là di Pilo, sapresti ritrovare la strada fino alla tua terra d’origine? Sei ancora in grado di tornare a casa? - Il volto rugoso dell’anziano
mercante si illuminò di nostalgia e gioia: - Se non sapranno farlo i miei occhi, ci penserà il mio cuore, dominus!- - Allora muoviti! - Il vecchio rise forte, afferrò il timone e la galea puntò la prua ad Occidente. Prima che svanisse, Tempsis fissò ancora la Rocca fumante tra i monti argolici, e giurò a se stesso che, se mai il Cielo gli avesse donato una nuova Patria, mai egli l’avrebbe abbandonata: avrebbe vissuto tra le sue mura, tra le sue mura avrebbe atteso la morte. Un sole fulgido lo mirò dall’orizzonte prima di inabissarsi nell’Egeo, lo stesso sole innanzi al quale il comandante aveva giurato vendetta contro Creta dopo lo scontro col Pankus. La possibilità di tener fede alla
promessa era stata divorata dal fuoco minoico, ma in futuro nessuno gli avrebbe impedito di rispettare il suo giuramento, nessuno al mondo gli avrebbe mai strappato la sua terra. Né l’avrebbe strappata ai suoi figli.
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