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IMMORTALITA'

scritto da Luca Bonatesta

 

 

La donna grassa sta divorando la terza portata e non è ancora stanca. Ha un vestito azzurro scollato e capelli biondi. Una collana di perle sul seno florido e labbra rosso fuoco. I denti candidi macinano un boccone dopo l'altro. Accanto, suo marito, snello e un po' più alto di lei, seziona con metodo un piatto di verdure e ingoia, non troppo convinto, qualcosa di rosso con sfumature arancione.

Nel ristorante esotico affollato, l'aria è satura degli odori di cibi fritti, lessi, arrostiti, delle musiche lamentose e ripetitive, delle risate e delle voci. Una cortina invisibile che ricopre l'intera sala. I grandi ventilatori appesi al soffitto non riescono ad asciugare completamente il sudore.

Negli angoli, vasi e piante.

Alle pareti e sulle colonne, quadri raffiguranti tigri e draghi.

Specchi enormi moltiplicano lo spazio.

Ad un tavolo lungo occupato da un'unica comitiva i bambini si agitano, vogliono alzarsi, non riescono stare fermi.

Li osservo con i gomiti appoggiati sul tavolo e il collo della camicia sbottonato. La stanchezza mi confonde la vista. Non ricordo perché mi trovo qui, né come ci sono arrivato. Si avvicina un cameriere -i suoi lineamenti asiatici mi inquietano- con un piatto lungo di ceramica decorata: dentro ci sono undici tipi di carne misti a verdure e frutta secca. Affondo il cucchiaio nel caos gastronomico e lo porto alle labbra. Il sapore è piccante. Ingoio, imponendomi di non pensare a quale animale potrebbe appartenere la carne...Niente male...niente male davvero...

A qualche metro di distanza si siede un gruppo di ragazzi e ragazze, sui vent'anni, vestiti di pelle nera e jeans, con acconciature che variano dalla cresta punk ai capelli lunghi fin sotto le spalle. Qualcuno di loro ha gli occhi iniettati di sangue.

Continuo a mangiare.

Verso del liquore trasparente. Dalla bottiglia di ceramica al bicchiere di vetro. Buono. Forte. Almeno quaranta gradi.

I camerieri attraversano lo spazio della grande sala dividendolo lungo linee immaginarie: ogni tavolo diventa un microcosmo completo, un universo che si autogiustifica.

Un uomo calvo sui quaranta e una donna snella con lunghi capelli neri stanno consumando dei piatti a base di pesce.

Una madre ancora giovane rimprovera un bambino che piange.

Un adolescente dai capelli biondi attraversa in diagonale la sala, diretto verso la toilette. A metà strada si ferma in uno dei punti dove le linee si incrociano, si volta e mi guarda con occhi azzurri trasparenti.

Un invito?

La luce al neon sfuma i contorni delle immagini; l'aria trema come nelle giornate estive. Dal soffitto le pale dei ventilatori girano  più veloci  ma il caldo sembra aumentato.

Di fronte a me una donna grassa con la pelle segnata dalle rughe, i capelli biondi a tratti grigi e il trucco pesante, mangia rassegnata l'ennesima porzione di ravioli. Accanto a lei un uomo magro con i baffi grigi e le spalle curve sta immergendo con calcolata lentezza il cucchiaio in una zuppa verde.

Non vedo più i bambini. Ragazzi da poco usciti dall'adolescenza siedono pazienti accanto ai loro genitori invecchiati. Giovani donne unitesi alla comitiva ridono forte contagiando gli altri con la loro allegria. I più vecchi sorridono con gli sguardi annebbiati, saturi di ricordi.

Non ci sono più giovani con la cresta o con i capelli lunghi. Uomini di mezza età in giacca e cravatta e una vecchia tossica che dimostra più dei suoi quaranta anni. Un uomo con i capelli grigi legati a coda di cavallo sorride, triste e contento.

Verso salse dolci e piccanti su dei ravioli insipidi.

I camerieri si muovono agili e svelti, vere incarnazioni di forza e giovinezza. Non sono stanchi e non sudano: le camicie restano bianche, gli occhi neri e luminosi. Servono i clienti con sorrisi veloci per poi riprendere le loro espressioni indifferenti.

Una donna sola sta bevendo un bicchiere di vino rosso. Il volto sottile è circondato da una cascata di capelli grigi.

Un uomo di circa trenta anni si alza da tavola e si allontana lasciando seduta una donna di mezza età.

La sala, che per un momento mi aveva dato l’impressione che si stesse svuotando, adesso è di nuovo piena. Sembra anche più grande. I numerosi specchi moltiplicano all'infinito gli avventori che, nel passare da una superficie riflettente all'altra, cambiano, invecchiano, sono sostituiti da nuovi. Per pochi attimi appaiono riflessi di scheletri e velocemente scompaiono. Tutti parlano e ridono. L'atmosfera si è vivacizzata. Non distinguo più le voci dei clienti da quelle registrate dei cantanti, le risate dai colpi di tosse: un forte brusio indistinto mi avvolge e al suo interno avverto un cigolio continuo, un ticchettare d’orologio.

Non è solo un suono: ha consistenza materica: attraversa la pelle: entra nei muscoli: arriva fin dentro le ossa.

Il cuore accelera i battiti. Inspiro con forza. Ingoio avidamente il poco ossigeno rimasto nell'aria viziata. Mi alzo con difficoltà, appoggiando al bordo del tavolo le mani dalla pelle rugosa e macchiata. Pelle antica che non riconosco. Respiro a fatica.  Le dita ossute artigliano la tovaglia bianca. Spingo con forza per sollevare un corpo vecchio e fragile. La schiena curva in avanti.  Mentre provo a raddrizzarmi, mi assale un ricordo:

un ragazzo biondo...qualcosa successa secoli prima...un'adolescente che si volta e mi sorride...

Dura solo un istante.

Decido di andare alla toilette.

Mentre cammino verso la parte opposta della sala, negli specchi si riflettono decine di uomini anziani tutti identici.

Apro una porta di legno marrone lucido.

Entro, ma mi sono sbagliato: questa è la cucina. Gli inservienti mi guardano ostili: non dovrei stare qui. Sui ripiani di marmo ci sono pezzi di carne cruda disossata, sminuzzata e macinata. Gli orientali impugnano coltelli lunghi e lame di varie forme. Attaccati al soffitto con dei ganci,  dei cadaveri umani grondano ancora sangue...La stanza è piena di vapore.

Esco. Chiudo la porta lentamente con gli asiatici che ancora mi fissano: seguono tutti i miei movimenti. Mi allontano dalla cucina, ben attento a non voltarmi. Quando arrivo al centro della sala, provo una sensazione improvvisa di torpore. Voglio stendermi su un tavolo e dormire. Il pavimento è ricoperto di polvere grigia. Non c'è più nessuno. I tavoli sono stati abbandonati con sopra ancora le pietanze consumate a metà o intatte. Gli specchi riflettono la sala silenziosa e inanimata. Le tigri e i draghi raggelati nell'atto di aggredire o di sputare fuoco.

Fuori dalla porta a vetri la notte è diventata nera.

Esco.

L'aria fredda mi scuote.

Un vento innaturale muove le sagome scure degli alberi. La strada è deserta. Avverto un suono lontano, indistinto, che, mentre si avvicina, riconosco gradualmente come il rumore degli zoccoli di cavalli in corsa.

Sono qui adesso, a due passi da me.

Animali alti dal manto nero e lucido. Le zampe anteriori sollevate come una minaccia incombente. Gli occhi spiritati. Le bocche schiumanti. Le briglie che ne contengono la furia sono tirate con forza da un cocchiere magrissimo vestito di scuro.

La carrozza è di legno lucidato con vernice nera. Tendine rosse dietro i vetri degli sportelli. L'uomo magro sul predellino ha l'aria cadaverica. Sorride e mi invita a salire con un largo movimento del braccio destro ed un inchino. La portiera è aperta, ma non riesco a vedere nell'interno. Capisco che mi si offre una possibilità.

Entro.

L'uomo dà dei violenti colpi di frusta ai cavalli che si lanciano subito in una corsa folle.

Pagine strappate del Dracula di Bram Stoker si sollevano da terra e iniziano a vorticare in aria come foglie morte.

La diligenza entra sempre più nella notte fino a diventare una macchiolina nera.

Infine scompare.

 

"Benvenuto nel regno delle tenebre eterne!"

"Benvenuto nell'oscuro e rutilante mondo dei non morti!"

 

RACCONTO SELEZIONATO (8° POSTO) PER IL CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2001

 

 

LUCA BONATESTA

Luca Bonatesta è nato a Brindisi il 26 - 01- 1972. Attualmente lavora in un agenzia giornalistica. Si è classificato al quinto posto nell’edizione 1999 del premio “Cristalli Sognati” con il racconto “L’ospite” e  ha ricevuto una segnalazione all’edizione 2000 del premio “Lovecraft” per il racconto “Tanatomorfosi”. Oltre alla narrativa scrive anche sceneggiature per fumetti.

 

  

 

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