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L'INGANNO scritto da Tatiana Chessa
Da quando ero piccolo ed andavo all’asilo, sono sempre stato deriso per il mio aspetto fisico. C’era chi si prendeva gioco di me per la mia altezza, chi per il mio naso enorme, chi per la mia voce esile come quella di una donna, chi per la macchia rossastra che copre la metà sinistra del mio volto, chi per il modo in cui appoggio il piede destro quando cammino. La mia vita è sempre stata un inferno. Durante le ore di ginnastica ero costretto a stare seduto in un angolino, mentre i miei compagni davano libero sfogo alla loro allegria e alla loro voglia di vivere, di ridere, di giocare. Io, da lontano, li guardavo e qualche volta piangevo. Sì, perché loro, così belli e così perfetti, a volte mi passavano accanto e mi spostavano il cappello che era perennemente posato sul mio capo per ricoprire quei brutti capelli rossi. E allora iniziavano a chiamarmi “pel di carota” o cose simili. Anche “handicappato” mi dicevano, a volte. Già, handicappato. Così, ben presto, realizzai che il mio unico destino poteva essere quello di diventare un topo da biblioteca. Presi gusto nella lettura e fui finalmente felice;le storie che leggevo mi trasformavano in uno scalmanato Tom Sawyer o in un triste Oliver Twist; potevo essere chiunque volevo. Intanto, gli anni passavano ed io ero a volte il giovane Werther, a volte Romeo, a volte ero persino Amleto, con il suo irrisolvibile dubbio: “Essere o non Essere, è questo che mi chiedo: se è più grande l’animo che sopporta i colpi di fionda e i dardi della fortuna insensata, o quello che si arma contro un mare di guai e opponendosi li annienta. Morire… dormire, null’altro. E con quel sonno mettere fine allo strazio del cuore…”. Anche io mi chiedevo se non sarebbe stato meglio addormentarsi, per non svegliarsi mai più. Fortunatamente, avevo un amico. L’unico amico che avevo mai avuto e che mai mi aveva abbandonato, che mi era sempre stato vicino, non perché aveva pena di me, ma perché mi rispettava e mi stimava. Così crebbi tra i miei libri e le rare uscite con il mio unico amico; dico rare perché spesso stavamo in casa a leggere; io sul divano e lui sulla poltrona di pelle di mio nonno. Gli anni passarono, ci diplomammo e poi ci iscrivemmo all’Università: io a Lettere e lui ad Architettura. Il tempo scorreva; a volte lento come un treno locale che si ferma in tutte le stazioni, a volte rapido come un Intercity. Arrivò finalmente il giorno della mia laurea e lì conobbi Sharon. Era la ragazza del mio amico, la sua compagna, la sua donna. Era bellissima: gambe d’ebano levigato, capelli neri e ricci che le davano un’apparenza indomita, occhi così scuri che a guardarli avevi l’impressione di guardare in faccia la notte; una notte limpida e serena, però. L’amai da subito. Non potevo controllare quel sentimento, non potevo cancellare le sensazioni che provavo, le poesie che sgorgavano dalla mia mente se solo chiudevo gli occhi e, per un secondo, la immaginavo davanti a me. Non andai più a trovarlo per non rivedere quella donna dalla bellezza afrodisiaca: un incontro era stato fin troppo. A lui, non lo dissi mai. Come avrei potuto? Eppure anche lui, come me, era fisicamente… non voglio dire repellente, ma… L’invidia iniziava a crescere dentro di me come erba gramigna ed io non riuscivo ad estirparla. La notte salivo in macchina e guidavo, guidavo, guidavo fino a sconvolgermi; poi parcheggiavo in una piazzetta al bordo della strada, da dove si potevano scorgere il mare e le luci della mia città in lontananza. Guardavo le luci della città addormentata che mi sorridevano ed io sorridevo a loro. Sembrava che mi invitassero a raggiungerle, a cercare, nel loro luccichio, un po’ di felicità. Ed io lo facevo: rimettevo in moto e le raggiungevo. Ma quando arrivavo in centro… non sorridevano più. Allora premevo sull’acceleratore conscio dell’ennesimo inganno, dell’ennesima derisione. E intanto pensavo a lei, a Sharon; pensavo all’ebano delle sue gambe e alla notte nei suoi occhi. Un giorno erano quasi le quattro quando mi fermai ad uno stop, in centro, e la vidi sotto il lampione dalla luce rossastra. Non poteva essere lei, non poteva essere. E invece… lo era. Con le mani che mi tremavano aprii il finestrino anteriore sinistro, e lei si appoggiò e si sporse dentro: “Ehi bello, vuoi divertirti?”. Ero sconvolto. Non lei, non Sharon, non la donna che io desideravo ormai da mesi. Ma non si ricordava di me? Allora, indeciso, quasi spaventato, le dissi: “Ma tu non sei Sharon, la ragazza del mio amico Giulio?”. “Cocco, posso essere tutto quello che vuoi!”. “Ma io, noi, tu… tu… eri alla mia festa di laurea ed eri con lui. Quando ci ha presentati tu ti sei limitata a sorridere e a stringermi la mano. Non hai detto nemmeno una parola, ricordi?”. “Proprio non lo capisci che io sono la ragazza di mille diversi Giulio che mi chiedono di sorridere e di non parlare quando mi presentano al loro amico, ai loro amici?” Si stava allontanando. Non potevo lasciarla andare. Non così. Non ora. “Sharon… Sharon… torna qui”. “Senti bello, io ho da fare. Non ho tempo da perdere. Quindi, se vuoi il mio tempo… paga!” Poi si voltò e se ne andò, ancheggiando. E così era finito il mio sogno, con quella sola, semplice parola: “PAGA”. Quella parola accompagnata da un tanfo di whisky di bassa qualità… aveva spazzato via i mie sogni, le mie poesie. Mi aveva rubato la speranza che anche io, un giorno, come Giulio, avrei trovato una venere da adorare. Aveva distrutto l’illusione che forse, invece, avrei potuto conquistare proprio lei, la mia Sharon. Sì, perché era lei e nessun’ altra che io volevo. Perché era lei che il mio corpo desiderava e che la mia mente esaltava. Era che lei che cercavo di notte, quando spingevo sull’acceleratore per dimenticare la rabbia che provavo. Era sempre lei. Nonostante fosse la donna del mio unico amico. O questo era quello che avevo pensato fino a quel momento. Giurai a me stesso che non l’avrei perdonata, che avrebbe pagato per il desiderio soffocante che mi aveva fatto provare, per i sensi di colpa nei confronti del mio amico, per tutte le notti trascorse a pensare a lei e per le migliaia di parole che avevo sprecato in suo onore. Non sapevo come, ma avrebbe pagato. Così, una sera, tornai. Tornai a quello stesso stop. E lì la trovai. Aprii il finestrino, sicuro di me come mai ero stato. Si avvicinò e mi disse: “Ehi bello, vuoi divertirti?”. “Solo se posso divertirmi per tutta la notte, risposi”. “Devi pagare in anticipo, allora”. Estrassi il portafoglio dalla tasca dei jeans, afferrai una manciata di banconote da 100 e gliele diedi. Lei salì in macchina. Puzzava di whisky, come la volta precedente. Ed io che ero sempre stato convinto che, in sua presenza, sarei stato avvolto da un profumo ambrato ed intenso, da un profumo che mi avrebbe immediatamente trasportato in paesi lontani! Mi diede lei le direzioni per la pensione più vicina. Ci registrammo come il signore e la signora Wilkinson. Salimmo in camera. Iniziò subito a spogliarsi. Le chiesi di fare con calma e le ricordai che avevamo tutta la notte; una lunga notte che né io né lei avremmo mai dimenticato. Lei rideva, alle mie parole. Rideva perché era convinta di averne vissute tante, di notti come quella che io le volevo offrire, e poi le aveva immancabilmente dimenticate. Le dissi di sdraiarsi e mi guardai intorno. I muri erano scrostati, la poltrona su cui Sharon aveva appoggiato i vestiti era macchiata. Che brutto posto, pensai! Allora spensi la luce e andai a scostare le tendine luride che coprivano la finestra. La stanza fu inondata da un’argentea luce lunare ed io… dimenticai tutto: dimenticai dove ero, dimenticai chi ero, dimenticai i miei difetti e le mie malformazioni e soprattutto dimenticai che Sharon era solo una volgare puttana. Tornò ad essere la mia musa, la mia statua d’ebano i cui occhi erano una notte tersa. Ed in quel momento il suo profumo era veramente ambrato ed intenso, avvolgente, eccitante. Ed io ero perso di lei, per lei, in lei. Ed ogni volta che emergevo dall’abisso per poi rituffarmi ancora ed ancora nel suo corpo era come rinascere a nuova vita. Avevo l’infinito intorno a me e dentro di me. Io ero nell’infinito e più niente aveva importanza. Dopo aver fatto l’amore per l’ennesima volta, sfinito, mi alzai. Poi andai alla finestra e guardai fuori. Anche da questa lurida stanza si vedeva il mare. Il mare puro e bello, immenso. Infinito. Fui scosso da un brivido. Chiusi le tendine e la stanza piombò nel buio. Cercando l’interruttore della luce, inciampai sulle mie scarpe. Poi lo trovai. Accessi la luce. Mi girai verso il letto. E allora, solo allora, ricordai. Ricordai che quella donna non era la mia Sharon, non era il mio infinito. Quella donna era solo un puttana. Tornai ad odiarla perché anche lei mi aveva ingannato, perché la donna che io avevo amato non esisteva, non esistevano neanche i miei sentimenti. E nemmeno io esistevo. E allora, in lei, odiai anche tutte le persone che nell’arco della vita mi avevano ingannato. Tutte. Tornai verso di lei. Pensò forse che volessi ricominciare a fare sesso, perché mi guardò con aria maliziosa e mi fece un cenno invitante. Perché no, pensai, ora sarò io ad ingannarla. Mi avvicinai a lei e ricominciai a penetrarla, ma questa volta non ero dimentico di tutto; questa volta ero conscio e meccanico. Nonostante ciò il mio corpo, immancabilmente, rispose. Ed allora io, mentre lei mi sorrideva, appoggiai le mani sul suo collo vellutato e presi a stringere. Sempre di più, sempre più forte. Intanto il suo sorriso scompariva. Diventava una smorfia. Un rantolo. Poi più nulla. Era finita. Nessuno più mi avrebbe ingannato. La lasciai lì. Uscii dalla camera, dalla pensione, dall’incubo. Salii in macchina e me ne andai.
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