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LILITU (idea xenofoba per una favola sui vampiri) scritto da Alessandro Forlani
Augustin salutò il ritratto con un inchino. E piegarsi gli costò fatica. Suo padre sì che era stato un uomo d’azione. Alla battaglia di Vienna, con il Signore di Montecuccoli, caricava alla testa dei Dragoni austriaci i Giannizzeri del
Cadì di Costantinopoli. Li sbaragliava. Sfidava alla sciabola il Sultano di Antiochia e gli mozzava con un fendente la testa. Un uomo, un soldato, un condottiero per Dio! E si era infatti fatto ritrarre arcigno tutto vestito dell’armatura bruna, ma elegante, coi baffoni, con la gorgiera che spuntava dalla corazza e quella folta riccioluta parrucca. Augustin ogni mattino all’alba, nello scendere in biblioteca
giusto alla fine del corridoio, sulla porta di quella, si fermava a considerare il quadro e a fissarlo per un po’. Restava in silenzio a mani giunte dietro la schiena e spesso si era sorpreso a sorridere, d’un sorriso fiero, e sprezzante, sull’attenti innanzi allo sguardo del genitore e tutto confuso da emozioni marziali. Gli pareva di avvertire l’odore di polveri nere, da qualche parte, e di udire uno
sfrigolio di micce. Da giovane, più giovane, del resto era stato così. Poi un campanello da una mensola rococò annunciava l’ora che destinava agli studi; schiavava l’uscio della sala dei libri e scostava una sedia pesante, e raccoglieva due volumoni dagli scaffali e si curvava a leggere, ad annotare al margine, fino a che un campanello più insistente lo chiamava ch’era servito il pranzo. Si abbuffava fino a
slacciare il primo bottone e c’erano poi la cioccolata e la crema e la panna; fra piatti e tazze verdeazzurro di porcellana, fra cucchiaini e forchettine d’argento. Zollette, chiacchiere, opinioni politiche, un romanzo d’appendice, canarini. Un pappagallo, un orologio, una catena d’oro. Biscottini a forma d’orsetto ed uccellini con le madame illustri ospiti di Samira. Tutto, in genere, lo costringeva ad una
pennichella nel pomeriggio. La sua signora, Samira. Lo avesse visto e saputo ancora in vita il Generale suo padre, dei Turchi sempre acerrimo nemico, che Augustin sarebbe finito sposato con una donna dalla carnagione scura de La Porta… uno scandalo. Prima ancora
dell’innamoramento e la frequentazione ed il fidanzamento, però, un formidabile cannone saraceno, ch’era chiamato “la voce di Maometto”, lo elevava agli altari della guerra schiacciandolo, a cavallo, sotto una palla d’acciaio infocato. Così era morto papà e così, certamente, aveva avuta la sua pace. Augustin, per qualche mese, portò il lutto a fronte alta, nobile, severo, così come si porta
un’insegna. Progettava di armare un suo reggimento, di gonfiare le vele di una sua nave, di adottare stendardi neri, una croce, così investire ogni suo bene. Ottenere dai Pascià vendetta e da Teresa, l’Imperatrice, un bastone del comando d’oro ed il riconoscimento d’essere figlio di tanto padre. Poi, giusto a metà di tutti questi propositi, Samira. L’aveva conosciuta a Marsiglia, s’una terrazza tutt’odorosa di limoni. A vent’anni di una bellezza assoluta. I tratti morbidi, la carne nocciola, gli occhi neri, i riccioli neri che le scendevano lungo la schiena, il portamento, le
conferivano un lignaggio diverso e superiore da quello pallido, algido, perfetto e di cristallo, però, delle fanciulle che gli avevano sempre presentate. E vestiva di quei colori ed ori orientali che sapevano di terra, e di salsedine, e di cibi e di odori; che la rendevano vera e materiale e sensuale. Augustin capitolò al solo vederla muoversi, alzarsi da una poltrona, in salotto, per rinfrescarsi alla bell’aria
di fuori da un lungo e noioso concerto di clavicembalo. Proprio non ne comprendeva la melodia. “Preferirei corni di capra soffiati dai pastori – disse – la voce dei muezzin. E le mani di un vecchio che battono su un tamburo.” Però a tutto ciò non desiderava ritornare. Voleva, della terra ottomana, le restasse la sola nostalgia. Le vetrine delle botteghe dei parrucchieri le interessavano. Passeggiare con le
ragazze. Recarsi, una volta al mese, a trovare mammà su una carrozza a quattro. Regalare del pane arabo al cocchiere. Amata ed ammirata e fosse pure invidiata in città per essere “La Madame Turque”. Un amante. Animare un qualche cenacolo di intellettuali e queste cose occidentali ed altro vivere da infedele. Augustin, ricco, che pure infine era un giovane intelligente, e gentile, e brillante e di
bell’aspetto, era quello perfetto e lo tenne. Lui, fino a quel giorno, aveva creduto intensamente e con religione d’avere nella vita tutt’altri scopi ed obiettivi: priorità era l’esercizio nella spada e la matematica applicata alla balistica, e la lettura delle gesta dei Cesari e di
Alessandro e dei condottieri italiani. L’ammirazione per il Gran Condé. Alle ragazze che gli si avvicinavano, per quanto luminosi fossero i loro occhi, sempre rifiutava un nuovo incontro con un sermone mandato a memoria da tempo: “Signora, certo Voi comprenderete che un amor sacro, ed un sacro dovere più forte d’ogni mia propria aspirazione…” e via di seguito con questo tono da gesuita. Samira - quella negra mussulmana! – di parole non lasciò profferirgliene: non poté. Piuttosto un gemito, ed altro ancora che è decoroso tacere. Appena un semestre dopo, battezzata e comunicata lei, le nozze. Rammentava quel motto dal Rinaldo: “Amor, ch’unito alla virtù, sempre è più forte”. Augustin, ancora quel mattino in chiesa, giurò a se stesso che le coniugali delizie non lo avrebbero
distolto dai suoi propositi di gloria, dal prender l’armi e combattere i nemici dell’Occidente. Certo avrebbe dovuto mutar condotta, e cangiar vita, questo si; pensare agli altri e a se stesso e al domani in maniera ora dissimile, forse più prudente, ma… Solo, un’ora prima della cerimonia, si era recato con la sciabola di suo padre al cimitero alla cappella di famiglia, ché intendeva con la lama nuda
appoggiata al cuore pronunziare, innanzi alla tomba del genitore, un voto di fermezza. Qualcosa però lo trattenne dallo sguainare. Colmo di imbarazzo ritornò, con le gambe che gli tremavano, agli invitati alla famiglia agli amici. Appena un anno di matrimonio e divenne un grasso, pigro, pantofolaio. Un distinto erudito, un ricercatore in questioni d’araldica al servizio della casa imperiale. Samira una perfetta signora. Papà mi raccontava spesso di sera, innanzi al camino, quand’era a casa lontano dal fronte a godersi gli ozi della famiglia, di storie terribili dei vampiri turchi, dei Lilitu, tutti figli e figlie di
Lilith, che hanno sciolti i capelli neri lungo la schiena e si presentano con sembianze bellissime. Chi dorme solo – dicono i nomadi – lo prenderanno. Sfiancano a letto, non gli interessa il sangue. Augustin, invecchiando sui libri, s’accorgeva di esser sempre più fiacco. Arrampicarsi sugli scaffali era difficile. Era difficile reggere i tomi polverosi. Difficile, da qualche tempo, anche comprenderne il significato. E spesso,
benché in piedi da un’ora o due soltanto, e riposato, s’addormentava a mezzo dei più noiosi trattati e russava e lo ascoltavano i servi. Ridendo. Una volta non gli capitava, mai. Recitava un poeta che amava: Non c’era cosa ove posare gli occhi che non fosse ricordo della morte”. Samira riceve le amiche, apre alla belle gens con le sostanze del marito. La frequenta un delicato cicisbeo che si tormenta divorato dal desiderio. A lei basta fissarlo negli occhi, quello soffoca. Lo
consuma e gli ruba il sonno per tutta la notte. (Novembre 2001)
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