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MAMMA scritto da Massimo Perissinotto
1 Il piano era perfetto... L'avrebbe portata allo chalet di montagna per il fine settimana, fracassato il cranio, o tagliato la gola o strangolata o, per andare sul sicuro, tutte e tre le cose. E infine l'avrebbe sepolta in mezzo ai boschi. Damiano odiava la madre con tutte le sue forze. Odiava la sua ingombrante presenza, con tutto quel flaccidume tremolante. Odiava essere svegliato, tutte le mattine, con il caffè. Odiava le crostate di frutta, il budino alla vaniglia e la panna cotta. Odiava doverle fare compagnia, tutte le sere, davanti alla TV. Odiava le sue litanie religiose, i rimbrotti e le prediche. Odiava i suoi interrogatori: - Dove sei stato? Con chi sei stato? Non avrai mica conosciuto una donna? Odiava i suoi deliri possessivi: - Lo sai che solo io ti voglio bene... perché non mi fai mai un po' di compagnia? Figlio ingrato, mi devi tutto! Ricordati che come t'ho fatto, posso anche distruggerti! Odiava sua madre più di qualsiasi altra cosa. Più della pancia gonfia di birra. Più della calvizia incipiente. Più della eiaculazione precoce. Più di una merda di cane appena pestata. Il suo era un odio puro come un diamante sfaccettato dal rancore e dalla rabbia.
2
Mamma era morta. Finalmente! Era bastato un colpo di martello, ben assestato, e la sua testa si era rotta come uno stupidissimo uovo di Pasqua. La sorpresa si era sparsa, tutta, sul pavimento della cucina. Ucciderla era stato facile e divertente... trascinarla fuori dallo chalet e seppellirla era stato un casino! La vecchia pesava come una scrofa e la terra era maledettamente dura. Alla fine, quando la baldracca era sotto tre metri di terra, Damiano aveva le mani gonfie di vesciche e la schiena che pulsava dolorosamente! La prospettiva della nuova libertà acquisita leniva, come un magico balsamo, i dolori della fatica.
3
Non si era nemmeno fatto una doccia. Damiano era crollato esausto sul letto. Sperava di rivivere, in sogno, il momento magico dell'impatto col martello... risentire il crack... come un uovo di cioccolata quando si rompe. Il cervello della madre che si spandeva, andando a ristagnare nelle fessure tra una piastrella e l'altra del pavimento. Il gorgoglio del sangue... gli occhi della stronza sbarrati, increduli..
4
Damiano dormì un sacco, e non sognò... forse. Fu il freddo a svegliarlo. Un freddo insolito per quella stagione... umido, penetrante. Il matricida si alzò a sedere e si guardò intorno. La stanza era piena di muffa, sul pavimento, sul soffitto e sulle pareti. Spugnosa e viscida muffa verde. Un rumore, come un fruscìo, lo destò completamente dal torpore. Passi! Qualcuno in corridoio si trascinava faticosamente, ansimando come un vecchio sotto il sole cocente di Agosto. Damiano poteva sentire i pochi capelli rimastigli rizzarsi, mentre la maniglia della porta si muoveva. Mamma entrò nella camera. Damiano soffocò a stento un urlo. La donna era sporca di terra, e il sangue, ormai coagulato che le era sceso in faccia, l'aveva trasformata in una grottesca maschera di morte. Damiano notò che le unghie erano spezzate, come se avesse scavato per uscire dalla tomba. - Oh mio Dio! - L'aveva sepolta che era ancora viva! Impossibile, il suo cervello era sparso per tutta la cucina! Per un lungo istante, nel quale Damiano si sentì sprofondare nelle viscere dell'inferno, i loro sguardi si incontrarono. Gli occhi della creatura, che un tempo era stata sua madre, erano spenti, privi di quella luce che illuminava tutti gli esseri viventi. Il cadavere deambulante allargò le braccia in una parodia di abbraccio... e parlò. Un suono rauco, pieno di terra, uscì dalla cavità oltretombale, partorendo un ratto insanguinato. Damiano urlò e urlò, urlò. Stava ancora urlando quando si scagliò, terrorizzato, dalla finestra, e continuò a urlare mentre rotolava sul prato, conficcandosi, in profondità, schegge di vetro nella carne. E urlava ancora, mentre saliva in auto e schizzava via a tutta velocità. L'auto sbandava pericolosamente, alzando cortine di fango e ghiaia, Damiano non riusciva a staccare il piede dall'acceleratore. Solo quando i polmoni si riossigenarono, riuscì a riprendere il controllo dell'auto e di sé stesso. Doveva ragionare... trovare una spiegazione. Non lo avrebbe mai lasciato in pace, la morte non l'aveva cambiata. Lo avrebbe tormentato ancora... lo avrebbe perseguitato con il suo istinto materno. Un giorno se la sarebbe ritrovata in casa, con il sorriso e lo sguardo folle, ripugnante rimembranza di quella che era stata un tempo. Oppure, aperta la porta del bagno, l'avrebbe trovata sotto la doccia; intenta a lavarsi via l'odore di sepolcro. I pensieri si accavallavano senza dargli tregua, mentre con la sua auto scompariva all'orizzonte e il tramonto calava come una mannaia.
5
La vita di Damiano divenne una fuga continua. Passavano i mesi e gli anni, ma lui continuava a fuggire. Ogni giorno un albergo diverso di una piccola diversa provincia. Con i pochi capelli ormai imbiancati e le rughe che gli solcavano il volto, il vecchio saliva lentamente le scale dell'albergo. La primavera era prossima e i profumi della stagione stavano cambiando. Damiano lo sentì subito, prima ancora di infilare la chiave nella serratura, l'odore acre della morte, della dannazione, e... si, ne era sicuro, dell'inverno. Girò la chiave, la serratura scattò, la porta si aprì e...
6
Damiano si fece strada tra lo sciame di mosche, arrivò alla finestra e la spalancò; facendo entrare la luce del caldo sole di Aprile e uscire l'olezzo untuoso della putrefazione. E la vide, brulicante di vermi, seduta sulla sedia vicino al letto. - Figlio mio... - Disse con la sua solita voce petulante, resa appena un po più gorgogliante dalle larve che le uscivano a frotte dalla bocca. - Vieni qui, dalla tua mamma... E Damiano, figliol prodigo,era troppo stanco per disobbedire, troppo stanco.
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