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IL MESTIERE DELL'ASSASSINO scritto da Francesco Borghi
all’ultimo piano Non so chi sia quella donna che mi fissa seduta sul bordo del letto. Mi osserva e sembra chiedermi qualcosa con lo sguardo: non parla mai. Che cos’è questa morsa dietro alla gabbia toracica? Mi fa male il cuore. Scendere le scale di questo faro: Questa volta devo riuscirci. Devo scendere fino alla base, nelle stanze in cui non mi sono mai avventurato. Le scenderò con calma, mi ripeto mentre esco dalla sala di controllo, senza fretta. Questa volta le scenderò tutte, fino in fondo. Ci ho pensato tante volte, da
quando mi trovo qui, ma ogni volta qualche cosa interveniva e mi distoglieva dal mio progetto. Un segnale dalla radio, una luce dall’orizzonte, persino le previsioni del tempo e un bollettino di guerra. Il più delle volte una futile distrazione diventava improvvisamente un valido motivo per rinunciare a ciò cui mi ero preparato con determinazione. Altre volte ho sbagliato percorso, fermandomi in altre stanze più vicine e rassicuranti. Partivo deciso e motivato a raggiungere le fondamenta di questa torre faro, poi mi ritrovavo non si sa come in una stanza a poche rampe dal punto di partenza. E mi pareva tutto bello e interessante. Leggevo alcune righe dei libri che trovavo nella stanza. Sì, ogni volta trovavo un numero impressionante di libri, quasi tutti rovinati dall’umidità e con le pagine illeggibili. Solo di alcuni potevo capire parte del testo e allora mi mettevo a leggere fino a quando, inspiegabilmente, le parole si
confondevano e io non riuscivo più a proseguire. In quei momenti non mi accorgevo di perdere tempo ma intanto, fuori, era già sera. Una volta impiegai una mattina intera per vestirmi in modo adatto all’impresa col solo risultato di starmene tutto il resto del giorno a leggere quelle poche righe trovate per caso in un libro che, maledetto, sporgeva dal fondo
dell’armadio. Non lessi abbastanza per arrivare a capirne la storia ma i personaggi avevano qualcosa che sembra mancare alla mia esistenza in questo faro in rovina. - ...Tutto quello che doveva fare era simulare una disgrazia e nessuno avrebbe ficcato il naso. In fondo era davvero stata una disgrazia. Marco Parma aveva solo, come dire, colto l’occasione quando si era presentata. Sua moglie soffriva di cuore da tempo e lui da tempo voleva farla fuori e i due fattori si erano solo...incontrati. Marco, ufficiale di marina, trentasei anni, fisico atletico e un grande senso per gli affari, aveva almeno un milione di motivi per uccidere Alessandra Gaslini, trentatreenne, assistente di
letteratura inglese, fisico dimesso e un pessimo senso pratico. In un’ ipotetica classifica avrebbe subito citato il carattere passivo di quella che all’inizio gli era sembrata una della sua stessa pasta. Alessandra non aveva un’opinione personale su praticamente nessun argomento, a parte naturalmente
quei maledettissimi libri di cui parlava ogni giorno a quei quattro gatti che seguivano il suo corso. Poteva restare ore e ore a blaterare dei significati più reconditi di un brano di quella lesbica della Woolf o di quel frocio di Forster. Marco ormai era arrivato alla conclusione che i letterati erano tutti quanti dei degenerati o al massimo dei personaggi squallidi che credevano di essere chissà chi perché sapevano cucire una parola all’altra. E noi uomini di mare, allora? una vita a studiare e il resto a comandare navi per l’oceano!” gridò al cadavere disteso sul letto con indosso ancora la vestaglia e la smorfia di dolore sul viso. Quante volte avevano discusso mentre lei cercava, non so, uno dei suoi preziosi volumi dalla sua biblioteca ormai strabordante. Lei allora ascoltandolo lo guardava con un sorriso che Marco sapeva benissimo essere quello che si destina
normalmente a un bambino che interviene su un argomento più grande di lui. - Caro... - sì, tra i motivi per cui l’aveva fatta fuori c’era quel “caro” con cui la stronza se ne usciva quando doveva rinfacciargli la sua ignoranza - caro, tu non hai mai comandato una nave perché lavori al faro e poi non è la
stessa cosa.- - Sì che lo è, maledizione, è la stessa fottutissima cosa... -
l’obiettivo Mi persi a seguire l’evoluzione di un temporale, in piedi, davanti alla vetrata con ancora ai piedi i miei scarponi. Lasciai cadere il libro, ormai illeggibile e il giorno dopo non lo ritrovai più. Quei libri erano sirene che mi distoglievano dal mio obiettivo. Non ne capivo il senso, ormai non riuscivo neppure più ad intenderne le parole, ma mi affascinavano sempre di più, fino a quando si affacciava ancora la domanda: ”che cosa ci
sarà alla base del faro?” Ho un lontano ricordo di qualcuno, una donna mi pare, che mi fece visitare l’edificio. Il giorno lontano che arrivai qui. Non ho ricordi particolari di quella visita, a parte lo sguardo di quella donna in cui mi sembrò di riconoscere
qualcosa della mia vita passata, e del resto non rammento neppure quando ho cominciato a desiderare di scendere laggiù. L’ansia, il richiamo di qualcosa di incomprensibile, una voce che non può essere solo il rumore delle onde. Era notte, dormivo. Nel sonno mi raggiunse un grido. Non ci poteva essere nessuno lì con me. L’ultimo visitatore doveva essere passato da lì molto tempo prima, lasciando solo un bicchiere vuoto come ricordo. Sentii il vento chiamarmi dal
fondo della torre, restai sveglio per non so quanto tempo e alla fine persi i sensi. Una nuova inquietudine si era impadronita di me e mi abitò come io abito questo faro, costantemente. Provai a scendere il giorno seguente ma, come vi ho detto, fui distratto da qualcosa. Oggi ho deciso: dopo colazione partirò. Il tè bollente mi serve a scaldarmi, che sento una morsa di gelo, lì, sopra il cuore. Bevo dalla tazza con calma. Ho preparato il cappello e le chiavi stanno lì, in fila davanti a me sopra il tavolo.
Sono in divisa, vestito di tutto punto. Non ho ricevuto segnali particolari e mi sembra la giornata ideale per tentare una volta per tutte questo esperimento. Mi prende una fretta improvvisa: appoggio la tazza vuota e prendo il cappello. Mi guardo nello specchio sistemandomi. Mi schiarisco la voce. sono nervoso come se stessi andando al mio primo appuntamento. Senza indugiare mi dirigo verso la porta, la lascio dietro di me e immediatamente le narici si riempiono dell’odore del mare. Non ho più dubbi e scendo le prime scale. Mi fermo dopo una rampa. ho scordato le chiavi sul tavolo. Come avrò
fatto a dimenticarle? Eppure mi stavano sotto il naso. Al diavolo, scenderò senza di loro, ormai non torno indietro! Vorrà dire che se una porta mi sbarrerà la strada me la sarò cercata. Ci penserò più tardi: ora devo scendere. Le scale sono ben illuminate. Anche se è pieno giorno, c’è bisogno di una luce, perché non ci sono che poche finestrelle che danno tutte sulla scogliera. La scala mi ricorda la spina dorsale di un
serpente arrotolato su se stesso. Le lampadine da qualche giorno emettono una luce tremolante, probabilmente per un calo di tensione. Non vedo fino in fondo ma questa volta niente mi fermerà. scendo con calma. Nessuno dietro di me. Ci sono solo i miei passi, le onde e i respiro del mare. Sono sceso già di una rampa. Dal piano di sopra sento un messaggio alla radio. Mi fermo: non so cosa fare. Penso che mi siederò qui un momento; intanto fuori il sole è già calato. Da quanto tempo sono qui? Non ho l’orologio al polso:
strano, l’ho sempre con me e non riesco a ricordare quando l’ho tolto e dove l’ho messo. Mi viene in mente che non ho nessuno a cui volere bene a questo mondo. Né famiglia, né madre né padre. Ho solo lontani ricordi, di tanto tempo fa. Cerco le sigarette e i cerini, quelli li ho portati con me. Fumo. Fumare mi può dare una scansione del tempo che passa: quanto durerà una sigaretta, due, tre minuti, quanto? Da sopra la radio continua a gracchiare qualcosa che non capisco. Butto il mozzicone nel vuoto. La sigaretta ancora accesa cade lentamente; dopo qualche attimo non la vedo più. Penso che mi rialzerò: vorrei fermarmi prima nella prossima
stanza. Vi sono degli oggetti che spero mi ricordino qualcosa. Vi ho riposto mobili, fotografie, una lampada a petrolio e alcune delle cataste di libri che misteriosamente continuano a sbucare da ogni parte. Dovrò dare una pulita un giorno o l’altro. Ho preso in mano un libro che ha le pagine con i bordi mangiucchiati. Alcune parole sono sbiadite e a mala pena riesco a
leggerne il titolo e il nome dell’autore. Mi fanno male gli occhi: l’odore di salsedine è ancora più intenso. Scendo qualche scalino. La radio gracchia sempre più lontano, che ore saranno? Apro la porta del ripostiglio. Accendo la luce ma la lampadina è saltata. Illuminata dalla fiamma del cerino, ogni cosa mi mostra un lato di se stessa, deformato. Una cassettiera aperta, la manica di una camicia pende da un
cassetto, un mazzo di carte sparpagliate per terra, un volume aperto, un cannocchiale. Buio. Sento qualcuno che singhiozza da un angolo oscuro della stanza. Non riesco più a capire da dove vengano i rumori, le grida improvvise, le risate che a volte nel buio resto ad ascoltare, impaurito, sempre di più. Il singhiozzo si
interrompe come era incominciato. Accendo un altro cerino, in cerca della lampada. Forse non dovevo accettare di venire qui, in questo faro, da solo per troppo tempo. Due occhietti rossi mi fissano da un angolo del pavimento: ecco chi rosicchia le pagine dei libri. Non trovo la lampada ed esco dalla stanza evitando un cavallo a dondolo con le zampe all’aria. Dalla stanza di sotto sento il suono del pianoforte. E’ la stanza ottagonale, da dove a volte il
vento soffiando tra le corde fa venire la musica. Sono stanco, mi andrebbe di sedermi ancora per un’altra sigaretta, ma poi mi scordo il desiderio di fumare. Scendo, gradino per gradino, mi manca ancora un ultimo piano. Strano, questa torre io me la ricordavo più alta. Posso vedere la base dell’edificio, avvolta nell’ombra. Guardo dalla finestrella: la luna è un puntino bianco e illumina debolmente le scale. L’acqua mi arriva alle ginocchia. Cammino senza pensare
alla divisa che si bagnerà e al freddo. Sì, l’acqua è gelida ma non è spiacevole quel torpore alle gambe. Sposto i mobili fradici e i libri che galleggiano. Ogni tanto la luna illumina un oggetto, un quadro, un volto che mi tiene compagnia in questo mare calmo. Non riconosco quel viso ma penso che dovrebbe ricordarmi qualcosa. Colgo un libro dall’acqua. non riesco a sfogliarlo, perché le pagine sono
diventate un solo blocco di carta. il delitto - ...Si alzò dal bordo del letto, uscì dalla stanza e corse in salotto, dove si versò un altro bicchiere. Bevve avidamente e cominciò a pensare a cosa avrebbe detto al medico. - L’ambulanza arriverà tra pochi minuti! - gridò verso la porta della stanza da letto. - Povera, povera la mia Alessandra, così giovane e così fragile...ma si stancava troppo, troppe lezioni, troppe ricerche e la correzione delle tesi e i viaggi di studio!Io le dicevo sempre che si
doveva riposare ma lei no, lei viveva per i suoi studenti e per i suoi libri del cazzo! shhhh, Marco shhh, non urlare sennò quei due cazzoni dei vicini ti sentono.- Quella cretina della vicina era la sua più preziosa testimone. - Sono subito andato a chiedere loro aiuto. Vi prego! Alessandra sta male! Vi prego!- Marco bevve un altro sorso e poi spalancò gli occhi, come se avesse ricevuto un’illuminazione. Rientrò in camera e si sedettte sul letto. - Mi ricordo ancora quando hai avuto il primo attacco. Fu uno dei momenti più belli della mia vita. Da quel momento ho saputo che avrei potuto sbarazzarmi di te uscendone pulito. Avevi un punto debole che ti rendeva così facile a...- Sentì bussare, tacque e coprì il viso della moglie. - Avanti!- gridò. La vicina entrò subito e lo trovò accasciato sul letto, con la mano fredda della moglie tra le sue mani tremanti.Gli occhi arrossati dal troppo
piangere. La donna mormorò che se gli serviva qualcosa sarebbe passata tra pochi minuti, ora sarebbe andata davanti al portone ad aspettare l’ambulanza. Marco singhiozzò un grazie e riaccompagnò la donna alla porta. -Senza di voi non so come farei.- La vicina gli strinse le mani, non senza una punta di imbarazzo notò Marco, e mormorò -è troppo grossa, è troppo grossa - poi uscì. Marco chiuse a chiave, poi ci ripensò, meglio farsi trovare in attesa dei medici. Ricominciò a parlare con la moglie sulla soglia della camera. - Eravamo appena tornati da Londra e tu, come mi dicesti poi, ti eri stancata troppo in quel viaggio su non so quale cazzata letteraria. Mentre disfacevamo le valige ti sentisti stringere il petto, come se, sono parole tue cara, come se un artiglio ti stesse per strappare il cuore. Niente dolori al braccio, nessun sintomo rivelatore di quelli che si vedono nei film. Solo un
immenso dolore e poi il buio.- Si alzò dal letto e andò verso lo scrittoio. -Cadesti più o meno lì - disse indicando l’armadio e io ero qui, a controllare la posta. Naturalmente mi precipitai a soccorrerti, sembrava tutto quanto finito ma tu ti riprendevi sotto i miei occhi. Sussurrasti aiuto e che volevi essere
portata sul letto. Ti sollevai delicatamente, ti posai la testa sul cuscino e andai a prendere un bicchiere di cognac. Ho sempre sentito dire che fa bene in questi casi. Chiamai il dottore che arrivò subito. A quel tempo abitava a due passi da qui, prima che quell’incidente ce lo togliesse dai piedi, già, dai piedi. E’ stato un incidente, il dottore, si sa, beveva un po’ troppo. Chissà come la prenderebbero i nostri tutori dell’ordine, se, grattando sotto certi incidenti, scoprissero che qualcuno è stato, come dire, provocato. Il dottore beveva, certo, e io lo sapevo. Me lo aveva raccontato proprio lui una sera, naturalmente al bancone di un bar dove, guarda la fortuna, lo avevo sorpreso a farsi un cicchetto di troppo. Era da quel giorno che aveva visto morire quel
povero bambino davanti ai suoi occhi senza che lui ci potesse fare niente. Che storia triste. Da quel dì il rimorso lo torturava. Così, una sera, lo inseguii in una strada isolata, gli diedi una botta in testa, gli feci ingoiare qualche sorsata di incoraggiamento e via, la sua automobile si schianta misteriosamente giù da una scarpata. Non è stato facile, ma l’avevo visto fare in un paio di film e sono stato
ben lesto a saltare giù dall’auto prima che fosse troppo tardi. Mi dirai, tutta questa fatica per niente. Ma il dottore non è stato che uno dei pezzetti di questo mio bel puzzle. Ti ricordi Erik, il tuo cockerino? Non è stato il marito di quella del quarto piano ad avvelenarlo, anche se io ti ho aiutata a rafforzare questo atroce sospetto. E tua madre, la sua paralisi cerebrale? Dovresti guardare di più la televisione, amore, invece di leggere tutti quei libri, tra i quali naturalmente nessuno giallo. Io invece ho visto tutte le puntate del tenente Colombo e di Quincy, oltre ad avere letto tutto della zia Agatha. Tanto nessun poliziotto è intelligente come il tenente dagli occhi storti e non cercherà mai quella puntura alla base della nuca
dove il segno dell’ago non è evidente e poi non ho iniettato niente dentro, ho solo tolto un po’ di liquido spinale e poi, dopo l’ho rimesso dentro. Amore mio, il delitto perfetto è quello che ogni telefilm ci può insegnare ogni giorno dalla TV. Pensa, c'è chi impara 100 ricette per cucina e invece io ho imparato ... 1000 ricette per uccidere! Per te ho architettato qualcosa di originale,ti meritavi un omicidio che non fosse di seconda mano. Ti ho fatto trovare i tuoi libri distrutti, uno ogni tre giorni per diciamo un paio di mesi. “Gita al faro” è stato il primo, poi i racconti di Poe (quelli li avevo letti e “Il barile di Amontillado” mi ha dato lo spunto per far fuori la tua amica del cuore che nessuno ha trovato ancora nella sua taverna dietro a quel muro). Mi ricordo che ho proseguito con “Il giro di vite” di James. Oh, distruggere quelle paginette e fartele trovare nell’armadio! Amore mio, c’è sicuramente un maniaco che ha
le chiavi di questo appartamento. Poi questa sera il maniaco è stato sorpreso a fare a pezzi la tua preziosissima edizione di Caucher. Dovevi vederti, dovevi vedere lo sguardo che mi hai lanciato quando mi hai visto con le forbici in una mano e il libro nell’altra. Sei riuscita a dire soltanto “Marco...” Pochi secondi dopo le pagine distrutte erano al sicuro in una borsa che tra poco distruggerò e io ero a chiedere aiuto ai vicini, mentre tu, amore mio, non eri ancora morta e, quando ti aggrappavi a me gridando il mio nome per accusarmi, tutti hanno pensato che dovevi amarmi davvero tanto per spegnerti col mio nome sulla bocca. -
alle fondamenta
L’acqua qui è alta e mi arriva alle spalle. Istintivamente tengo il mento alzato: bevo un po’. Mi fermo all’ultimo gradino: ce l’ho fatta! Guardo in alto: la cima del faro è nascosta nel cielo stellato. Devo fare solo un ultimo salto. Mi lascio andare. Per un po’ galleggio insieme agli oggetti. Prima di perdermi nell’abbraccio del mare, mi dico:”Tutto svanisce, tutto svanisce”. Ma l’abbraccio dura pochi istanti, qualcosa mi fa girare su me stesso e mi ritrovo a guardare il fondo.
Sotto di me vedo una camera da letto perfettamente ordinata. La donna seduta allo scrittoio guarda in su verso di me e nella mia testa la sua voce è un atto di accusa :”tu non mi hai mai amato!”. Cerco di respirare e mi ritrovo a pancia in su. Finalmente aria. Improvvisamente non voglio più abbandonarmi all’acqua, voglio vivere, sarà assurdo non so chi sono e non so perché mi trovo qui ma è sempre meglio
che morire. Voglio vivere! Ho fame d’aria, respiro a bocca aperta come se stessi mangiando. Cerco di nuotare ma la corrente quaggiù è troppo forte . Grido aiuto. Il solo appiglio che trovo per galleggiare sono i libri che galleggiano attorno a me. Sono aumentati e formano un secondo strato che si chiude sopra di me
impedendomi di respirare. Cerco di liberarmi ma ormai sono sepolto quasi del tutto e oltre la crosta di libri è rimasta solo la mia mano tesa verso un aiuto che non arriva. Guardo sotto di me. La stanza è scomparsa, c’è solo buio alle fondamenta di questo faro. Ora conosco la paura. Grido e la mia voce si disperde nel nulla acquatico in preziose bolle d’aria. Forse questo è l’inferno.
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