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LA META

scritto da Giuseppe Acciaro

 

 

“Alla fine del XV secolo, l’impero di Costantinopoli era a brandelli; la marea turca aveva rotto di nuovo la diga bizantina e questa volta si spinse fino all’Europa finché non trovò sul suo cammino il Leone di San Marco”.

La guida stava narrando al gruppetto di viaggiatori un frammento delle vicende storiche di Corfù; gli astanti mostravano un accentuato interesse ogni volta che il cicerone accompagnava con dei gesti quanto stava esponendo.

Un uomo se ne stava in disparte, chiuso nell’atteggiamento di chi è concentrato solo sui suoi pensieri.

Nella sua mente improvvisi flash-back prendevano una forma nitida e distinta: una stanza piccola, un letto a una piazza, una splendida ragazza riversa sul pavimento, gli occhi sbarrati come se avesse veduto qualcosa di spaventoso, di incredibile.

Sul corpo della ragazza non vi era nessuna traccia di sangue, né la prova di una colluttazione.

Jeriko l’aveva trovata così, a Parigi, nell’appartamento che condividevano.

Soku, la sua donna, se n’era andata per sempre; la sua morte sembrava uno scherzo crudele, il tragico evento esprimeva un forte senso di irrealtà, di mistero.

L’interrogatorio del commissario, svolto con tutti i crismi dell’indagine canonica tesa a individuare un colpevole, aveva alimentato i forti sospetti che la polizia nutriva nei confronti di Jeriko. Quest’ultimo, infatti, era stato coinvolto più volte in storie poco pulite.

Di lui si sapeva pochissimo: che era nato in un accampamento di zingari, che il suo nome aveva un oscuro significato presso le popolazioni nomadi.

La morte della ragazza non aiutava certamente Jeriko a crearsi un’immagine migliore nei confronti dell’autorità locale.

Dopo l’accaduto Jeriko continuò la sua solita vita di vagabondo, esasperandone i lati negativi.

 

Jeriko continuava a ricordare, a pensare a Soku.

Soku, divina orientale, conosciuta in un villaggio del lontano Giappone.

Geisha dai capelli corvini, dal bianco incarnato; tra i fumi provocati dai liquori, tra danze, balletti, tra le raffinate movenze degli interpreti del teatro kabuki, apparve agli occhi di Jeriko con l’effetto di un potente shock.

Fu un vero e proprio colpo di fulmine.

Rapirla al suo padrone, appiccando il fuoco in un punto del villaggio per distogliere l’attenzione, e fuggire con lei fu un attimo.

Immagini forti, violente: lo yamabushi (lo stregone dai grandi poteri) che urla, colpito a morte dal pugnale di Jeriko, e lancia un ultimo sguardo carico d’odio verso i fuggitivi.

Il vociare confuso e isterico, le grida altissime; la corsa precipitosa verso la fitta boscaglia circostante, il nascondersi tra i cespugli per eludere il tentativo di inseguimento.

I contatti tra persone “sbagliate “ non è difficile stabilirli; quindi non fu difficile procurarsi in un centro abitato un passaporto falso per ambedue.

Soku continuò ad essere una geisha, ma con rinnovato slancio, con ritrovata vitalità., con un’adorazione stavolta sincera.

Fu serva e nello stesse tempo regina in quel piccolo tempio che Jeriko eresse per lei nel loro appartamento a Parigi.

Tappeti, incensi, ceramiche orientali, tessuti di seta fine costituivano il pittoresco addobbo della stanza di Soku.

Ella non chiedeva nulla; puliva la casa, svolgeva tutti i lavori domestici, ed evitava di chiedere a Jeriko dove questi si procurava il denaro.

Tutte le mattine lo svegliava con un bacio, un rito in cui la piattezza dell’abitudine non aveva modo di insinuarsi.

Soku era anche un’ottima cuoca; preparava sontuosi banchetti per il suo uomo, il quale assaporava le inusuali delizie della cucina giapponese.

Quando la sera lui rientrava a casa trascorrevano ore ed ore abbracciati, seduti su una poltrona davanti alla fiamma del camino che Jeriko accendeva durante l’inverno.

Ai primi di marzo la vita di Soku venne estirpata da un ignoto assassino.

Jeriko, profondamente turbato, cominciò a fare dei brutti sogni: i volti delle persone da lui uccise in passato gli apparivano come ghignanti e distorte, lo yamabushi lo minacciava di morte.

Un altro sogno era ricorrente: un cartello, sul quale era riportato il nome di una località, appariva per qualche istante poi scompariva immerso in una fitta nebbia.

Le prime volte il nome non era chiaro; in seguito, invece, si manifestò con sorprendente nitidezza: Corfù.

Il sogno, con tutti i suoi significati latenti o manifesti, aveva da sempre costituito una fonte di interesse per Jeriko; in precedenza, per esperienza personale, aveva dovuto riscontrare una forte credibilità nel materiale onirico.

Da ricorrente quel sogno divenne quotidiano.

Jeriko pensò allora di non trascurare le indicazioni; l’unica cosa da fare per saperne di più era partire, raggiungere quella meta che forse gli avrebbe dato modo di fugare i suoi dubbi, i suoi angosciosi interrogativi.

 

Il traghetto si stava facendo strada in mezzo alle più grosse imbarcazioni; era approdato finalmente al porto di Corfù.

Il cuore di Jeriko fece un grosso sobbalzo.

“Ci siamo!” pensò, mentre la guida continuava con la sua lezioncina imparata a memoria.

Sceso dalla passerella, Jeriko si separò immediatamente dagli altri passeggeri, coi quali non aveva scambiato nemmeno una parola durante il viaggio.

Faceva molto caldo, i raggi del sole, in sintonia con i muri delle case, disegnavano una serie di ombre dell’imponente figura di Jeriko. Imboccò una strada in salita, che conduceva verso una zona particolarmente rigogliosa.

Predominavano olivi, viti e alberi da frutta (agrumi, fichi). Il silenzio era rotto di tanto in tanto dai rumori causati dagli animali, spaventati dal sopraggiungere di un essere umano.

Jeriko ridiscese lungo un’altra strada; l’uomo si sentiva parzialmente risollevato dalla contemplazione di quello splendido squarcio naturale.

Dopo un breve percorso si trovò in prossimità del centro di Corfù. All’angolo di una viuzza lesse l’insegna di un piccolo albergo. Entratovi, usò la sua sommaria conoscenza della lingua italiana (a Corfù si parla il greco e l’italiano) per comunicare con il portiere di turno.

Affittò una stanza la cui vista dava su una piazza piuttosto estesa.

 

Trascorsero alcuni giorni, nei quali ebbe modo sia di simpatizzare con alcuni abitanti del luogo, sia di passeggiare frequentemente per le vie di Corfù, non tralasciando di visitare le bellissime chiese bizantine e veneziane.

Una mattina, si soffermò all’ingresso di un museo che esponeva oggetti di provenienza cino-orientale.

Erano circa le 11; l’orario di visita era dalle 9 alle 13.

Jeriko pensò di fermarvisi; gli oggetti esposti gli avrebbero fatto sentire più vicina la rimpianta Soku.

Un individuo di piccola statura e dai lineamenti asiatici lo invitò ad entrare.

Il suo strano sorriso, caratterizzato da una forte increspatura del labbro superiore, procurò un certo disagio a Jeriko.

Questi pagò il biglietto e venne accompagnato fino alla sala.

L’omino ringraziò con un inchino e si dileguò.

La stanza era immensa; Jeriko si stupì del fatto che non vi fosse nessun altro visitatore.

Molti degli oggetti esposti ricordava di averli acquistati in un negozio di Parigi; altri, per lo più statuette, raffiguravano imperatori e divinità.

Jeriko li osservava a lungo, esaminava un altro settore, poi tornava sui suoi passi e riguardava le stesse cose.

 

Jeriko guardò l’ora; erano le 13 e 30.

Si meravigliò del fatto che nessuno lo avesse avvisato di aver abbondantemente superato l’ora di chiusura.

La porta d’accesso alla sala si chiuse bruscamente alle sue spalle. Girò più volte la maniglia, ma vanamente: la porta era saldamente chiusa.

Si voltò e vide qualcosa che lo paralizzò.

Davanti a lui vi era la sagoma dello yamabushi, con il coltello, che Jeriko riconobbe immediatamente, ancora conficcato nel petto.

Lo sguardo dello stregone era come lo ricordava: uno sguardo saturo d’odio.

Il cuore non resse: Jeriko si accasciò al suolo, emettendo un urlo strozzato.

 

Il suo cadavere venne scoperto il mattino seguente da una donna delle pulizie; negli occhi la stessa espressione di Soku…

 

 

    

   

Giuseppe Acciaro

Giuseppe Acciaro, ha pubblicato novelle e poesie (Frigidaire, Tempo Libero, Macabrina, Fatece Largo, Antologia dei poeti bolognesi, Inchiostro, Orto, Spiragli, Virgole, Giallo Mondadori, Moby Dick, poesie nel casset to…)

Ha scritto diversi racconti di genere fantastico (soprattutto di impronta horror).

  

 

 

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