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UN MONDO MIGLIORE scritto da Francesco Cicogna
PROLOGO A vederlo dall’alto è uno spazio immenso, azzurro, sconfinato. L’aria è fresca e pungente, la sua superficie è liscia come il panno di un biliardo. E’ l’oceano. Con tutti i suoi abitanti primordiali. Sulla terraferma immense creature vivono secondo le più elementari leggi della natura. Il carnivoro si nutre dei suoi simili che cercano scampo da lui, gli enormi erbivori tritano tonnellate di cibo come la loro dieta vegetariana impone. L’essere che pretenderà di essere perfetto non ha ancora trovato una collocazione in questo mondo selvatico, è solo un’idea embrionale nella mente del Creatore, sia esso un’entità suprema e divina o il semplice risultato di millenni di evoluzione. Il silenzio regna sovrano, ovunque. Ma qualcosa sta per succedere. Un enorme boato scuote il mondo intero, una gigantesca massa di materia nera, scurissima, penetra nell’atmosfera come la lama di un coltello farebbe nel burro, andandosi a schiantare nell’oceano stesso, provocando un’immensa onda anomala che decreta la fine di quel mondo primitivo. In seguito, i veri autori di quell’evento catastrofico si fecero vivi e vennero accolti con timore e venerati come dei. Gli studiosi, circa duecentocinquanta milioni di anni dopo, avrebbero concluso che un gigantesco asteroide di tipo C, cioè della famiglia degli asteroidi carbonacei dalla classica colorazione scurissima per la presenza nella loro struttura del carbonio, era precipitato nei pressi dell’attuale Australia, originando un cratere della dimensione di parecchie centinaia di chilometri quadrati e portando all’estinzione di quasi tutte le forme viventi di quell’era. Ciò che loro ignoravano o non riuscivano a comprendere erano quelle strane incisioni rupestri preistoriche che ritraevano l’adorazione di dei antropomorfi anche se troppo dissimili dall’anatomia umana dell’epoca.
1) Cottlesloe, Perth – Australia.
- Mark, tira su la rete!- - Va bene papà, lo sto facendo! – Mark Farina era un ragazzino biondo dagli occhi azzurri, dell’approssimativa età di tredici anni. Suo papà Giuseppe, un omone grande e grosso di quasi due metri di altezza, era emigrato in Australia trent’anni prima, per sfuggire dalla miseria della sua terra natale, la Sicilia. Era solo uno dei tanti emigranti italiani sfuggiti in Australia e ora la vita per lui scorreva tranquilla. Era riuscito ad aprire una piccola attività nella baia di Perth, meta turistica di alto livello e ora la sua situazione economica era decisamente rosea. Si trovava bene lì, anche se non avrebbe mai escluso la possibilità di tornare a vivere in Italia non appena avesse racimolato un po’ più di denaro. Guardò con tenerezza suo figlio, avuto da Amanda, una splendida ragazza australiana che aveva conosciuto dopo pochi mesi dal suo arrivo nella terra dei canguri e che ora era la sua felice consorte. Non poté fare a meno di osservare la tenacia e l’applicazione che animava Mark nel riavvolgere la rete durante una delle loro rare battute di pesca. Il suo lavoro lo teneva impegnato spesso anche nei week-end, diminuendo di molto il tempo da dedicare al figlio e questa situazione suscitava un profondo rammarico nel suo animo, cosicché non appena poteva, chiudeva il negozio e lo portava a navigare nella baia con la piccola barca a remi che gli aveva regalato. Cercava di tenersi alla larga dal reef, cioè dalla barriera corallina; sarebbe stato pericoloso incagliarsi nei pressi. I coralli avevano i bordi talmente seghettati che erano in grado di infliggere fastidiosi tagli profondi alla pianta dei piedi o alle braccia. C’era anche il rischio di beccarsi una denuncia per tentata asportazione abusiva di corallo, da decenni protetto strenuamente dalle autorità locali, per evitare atti di sciacallaggio da parte dei turisti o dei pescatori di frodo, giacché risorsa imprescindibile per l’ecosistema marino del luogo. Quel giorno poi la corrente tirava pericolosamente al largo, quindi decise che sarebbe stato più prudente rimanere a distanza di sicurezza. - Ecco, ci siamo! – La voce eccitata di Mark distolse Giuseppe dalle sue riflessioni. L’uomo si spostò lentamente per raggiungere il figlio, cercando di evitare che la sua enorme mole potesse causare pericolose oscillazioni della barca. Legò la cima della rete alla piccola bitta e terminarono di riavvolgerla. - Avanti, vediamo cosa hai preso! – Non fece in tempo ad avvicinare le mani che un violento strattone fece sobbalzare la barchetta, la quale iniziò ad acquistare velocità, come fosse mossa da una forza invisibile. - Papà ma cosa succede! – urlò Mark - Non lo so! Dobbiamo esserci agganciati a qualcosa, ma non riesco a vedere bene! – La risposta, agghiacciante, non tardò a palesarsi da sola. Una pinna di colore grigio scuro, lunga più di cinquanta centimetri fuoriuscì dall’acqua e iniziò a solcare le onde poco davanti alla barca stessa. - Porca puttana! – imprecò Giuseppe – uno squalo! – Mark fu impietrito dal terrore e nel frattempo suo padre analizzò, in una frazione di secondo, tutte le possibili vie d’uscita a quella drammatica situazione. La più logica non tardò a focalizzarsi nella sua mente. Tagliare la rete. Ma era più facile a dirsi che a farsi. Essa era tesa, ritta e lui stesso si meravigliò del fatto che non si fosse ancora spezzata e maledì quel venditore che lo aveva invogliato ad acquistarla decantando le doti di resistenza e durata. Si frugò nelle tasche e tirò fuori il coltellino da campeggio che portava sempre con sé. Iniziò così a tagliare le maglie della rete da pesca ma ben presto si accorse che ci stava impiegando troppo tempo. Diede un’occhiata veloce intorno e vide con orrore che l’imbarcazione si stava pericolosamente avvicinando nei pressi della barriera corallina. Raddoppiò allora gli sforzi e finalmente riuscì a liberare anche l’ultima maglia legata intorno alla bitta. La barca ebbe un sussulto e rallentò la sua corsa, fermandosi nei pressi del reef. I due, ansimanti, si guardarono negli occhi. - E’ andato via? – chiese con voce tremante il ragazzo. Giuseppe non rispose, limitandosi ad osservare il mare intorno a loro, in una situazione di calma apparente. Un colpo secco e dirompente fu fatale alla barca, che si rovesciò. Il ragazzo e suo padre finirono in acqua. E di nuovo la pinna fendette l’acqua. Veloce. Implacabile. Inesorabile. Giuseppe si girò nervosamente cercando Mark ma non lo vide. Mise la testa in acqua e vide che il ragazzo era rimasto impigliato con il costume nei coralli e tentava disperatamente di risalire. Allo stesso tempo una sagoma affusolata e scura puntava diretta verso di lui. L’uomo capì che si trattava del temibile white pointer, meglio conosciuto come squalo bianco. La morte bianca. E iniziò a contare i secondi che lo separavano da una fine atroce. Improvvisamente lo squalo fermò la sua corsa assassina. Rallentò e si diresse verso il ragazzino che ormai era allo stremo delle forze. Iniziò a compiere dei cerchi sempre più stretti verso di lui e poi puntò dritto verso Mark. Giuseppe cercò di reagire nuotando verso la preda del cacciatore dei mari, ma la differenza di velocità era troppo marcata. Lo squalo bianco era a meno di un metro dal ragazzo. Fu in quel momento che si fermò. I suoi occhi neri, opachi, apparentemente senza vita osservavano quello strano essere formato da quattro arti e da un ciuffo di capelli biondi. Il quale gli restituì lo sguardo. Il padre del ragazzino era ormai giunto alla fine della riserva di ossigeno immagazzinata nei polmoni. Se non voleva annegare doveva ritornare su al più presto. Ma era disperato per il figlio e la sua mente non riusciva a ragionare con la dovuta lucidità. Assistette così ad uno spettacolo incredibile. Lo squalo prese il più delicatamente possibile fra le sue fauci il braccio di Mark e lo condusse verso l’alto. Lo abbandonò in corrispondenza della barchetta rovesciata che galleggiava ancora, diede un ultimo sguardo e allontanò silenziosamente il suo splendido corpo idrodinamico. Giuseppe riemerse velocemente e si diresse verso Mark. - Mark! Stai bene? – - Tutto a posto papà – e si arrampicò sulla chiglia dell’imbarcazione. Effettivamente era in buone condizioni, a parte qualche piccola lacerazione al braccio che lo squalo aveva tenuto nella sua enorme bocca e qualche graffio alle gambe causato dai coralli. Pochi minuti dopo una lancia della guardia costiera li raggiunse e li caricò a bordo. L’uomo raccontò l’accaduto e i due ufficiali lo osservarono con sguardo interrogativo. - Così lei sostiene che lo squalo avrebbe liberato il ragazzo dai coralli? – disse uno dei due, un uomo di mezza età con i capelli che iniziavano ad ingrigirsi e una spolverata di barba bianca intorno al mento. - Sì, è proprio così. Non mi crede?- rispose Giuseppe un po’ alterato. - Si calmi – riprese l’ufficiale – Sono semplicemente convinto che suo figlio si sia liberato in qualche modo e che abbia evitato lo squalo per miracolo. Anche se effettivamente è strano che l’animale se ne sia andato via così, senza ripetere un secondo attacco -. - Col cavolo che mi sono liberato! Stavo quasi per morire ed ero paralizzato dal terrore! – protestò il ragazzino. - Va bene, va bene, ma siete rimasti in acqua parecchio tempo e le vostre percezioni sensoriali avrebbero potuto facilmente essere falsate. – aggiunse il secondo agente. - Ma non potrebbe esserci una spiegazione più semplice? – disse Giuseppe - Forse lo squalo non aveva fame in quel momento, ha visto mio figlio in difficoltà e in qualche modo ha provato, per così dire, compassione?- La risposta dell’ufficiale fu gelida: - Lei dimentica, signor Farina, che gli squali non hanno sentimenti –
2) Milano, oggi, ore 21.30
“ ultimo appello per i merdaioli, finitevi la merce che di là non funziona, altro girone, altro regalo, niente caramelle per i leccaculo, il girone è giusto, OK? OK! A che ora è la fine del mondo, a che ora è la fine del m…” CLICK!
- Adesso basta Valsecchi, quante volte le ho detto che non deve accendere la radio? – Una voce seria e autoritaria fece balzare sulla sedia il giovane, che era intento a studiare alcuni campioni di tessuto animale al microscopio. - Mi scusi professor De Martini, ma il silenzio mi angosciava. E’ da stamattina alle nove che sono chino su questo tavolo a studiare le analisi del tessuto B4 e avevo bisogno di un po’ di distrazione – Il professor De Martini era uno stimato ricercatore sui sessant’anni, i capelli brizzolati tagliati a spazzola e gli occhiali con le lenti sottili gli conferivano un aspetto burbero e severo. Quale lui era d’altronde. Aveva trascorso la sua esistenza a studiare gli effetti delle medicine sperimentali sugli animali, meritandosi la fama di numero uno nel suo campo. Non si era mai sposato ed era facile intuirne il motivo. Pareva quasi non provare sentimenti nei confronti di nessuno, neppure delle bestie che lui stesso sezionava, alle quali somministrava virus e preparati di ogni tipo, allo scopo di verificare le cure e i progressi effettuati dal suo laboratorio di ricerca. Fino a quel giorno però, i risultati erano stati piuttosto deludenti. Avevano messo a punto un preparato che ritenevano potesse essere in grado di distruggere le cellule cancerogene, rigenerando i tessuti e sconfiggendo le masse tumorali. Se fosse stato effettivamente così, la cura dei tumori avrebbe fatto un considerevole balzo in avanti. Invece gli studi condotti sulle cavie non avevano registrato progressi clamorosi. Eppure lui era convinto della bontà delle sue conclusioni, quindi aveva sottoposto i risultati degli studi ad una commissione scientifica, per ottenere l’autorizzazione di poter condurre esperimenti su esseri umani. Ovviamente la sua richiesta era stata bocciata dalla commissione stessa e giudicata non etica dall’ordine dei medici, quindi dovette arrendersi e ripiegare su esseri il cui patrimonio genetico era estremamente somigliante a quello umano: le scimmie. Soprattutto quelle Africane, straordinariamente simili all’uomo per caratteristiche molecolari e struttura cromosomica.
- Va bene, va bene Valsecchi, non importa - incalzò De Martini. - Piuttosto, mi dica se ha trovato qualcosa di interessante – - Siamo sempre al solito punto. Se analizziamo attentamente le cellule, notiamo che la massa tumorale inizialmente regredisce, poi le cellule malate hanno la meglio e il tumore si riforma. Deve esserci ancora qualcosa che non siamo stati in grado di mettere a punto. – Il ragazzo osservò l’espressione del professore, che era alquanto accigliata. - D’accordo. Continuiamo così e proviamo ad aumentare la dose di preparato. Mi faccia sapere – e si congedò. - Professore, aspetti. C’è un’altra cosa. – - Avanti sentiamo – - Ecco, è un paio di giorni che le scimmie della gabbia B14 sono molto agitate -. - La gabbia B14? – rispose sorpreso il professore. – Quella dove sono state messi gli arrivi dell’ultimo carico? – - Esattamente. Sembrano iperattive, nervose. Ho fatto fatica a trascinare fuori l’esemplare per l’ultimo esperimento. – - D’accordo. Mi tenga informato. Se questo comportamento dovesse perdurare, somministri loro dei sedativi. Lexotan, precisamente. Diluisca una cinquantina di gocce nell’abbeveratoio. Se non ricordo male le scimmie in quella gabbia sono quattro, basteranno. Ma adesso vada pure a casa che è tardi. Sto per chiudere il laboratorio.- E si allontanò con passo leggero.
De Martini salì sulla sua potente BMW 530d e mise in moto. Svoltò a destra ad un semaforo e si immise sul vialone principale, che a quell’ora era deserto pigiando l’acceleratore a fondo. Il motore turbodiesel da 184 cavalli iniziò a rombare e dopo una breve incertezza dovuta al turbo-lag, prese i giri spingendo la vettura fino alla velocità di cento chilometri l’ora, in meno di otto secondi. Intanto l’uomo rifletteva su quanto gli aveva riferito il suo giovane collaboratore. In realtà l’accaduto non avrebbe dovuto preoccuparlo più di tanto, non era un fatto raro che questi animali dimostrassero nervosismo. D’altronde la loro incredibile somiglianza con l’uomo rendeva queste reazioni decisamente plausibili per bestie che erano pur sempre chiuse in gabbia. Ma la sua preoccupazione aveva un altro nome: Nicholas. Nicholas era suo nipote di dodici anni, figlio della sua unica sorella; un bambino bellissimo, con i capelli castani e gli occhi azzurri, piuttosto alto per la sua età poiché misurava circa un metro e mezzo. Ed era l’unica persona verso la quale riusciva a dimostrare un briciolo di affetto. Qualche giorno prima l’aveva condotto a visitare il laboratorio e il bambino ne era rimasto affascinato. La madre non era molto convinta di questa visita; secondo lei la vista di quei poveri animali ingabbiati e degli strumenti per la vivisezione avrebbe potuto essere deleteria per suo figlio. De Martini l’aveva liquidata bruscamente, sostenendo invece che poteva essere un’esperienza formativa. Ma quel giorno era successo qualcosa. Durante il giro di presentazione del laboratorio, il ragazzino aveva chiesto di poter vedere anche gli animali chiusi in gabbia. Lo zio aveva acconsentito e gli erano stati mostrati i criceti e i topolini utilizzati per gli esperimenti. Ma lui aveva saputo che c’erano anche le scimmie, animali che stuzzicavano la sua fantasia molto di più di qualche comune roditore. E finalmente lo avevano condotto dove lui desiderava; lo stanzone dove erano ingabbiati questi animali era off-limits. Solo il professore e i suoi assistenti potevano accedervi tramite l’utilizzo di un pass magnetico personale. La stanza era ben illuminata e le gabbie, decisamente grandi e confortevoli, contenevano dai tre ai cinque animali ciascuna. Non era certo per compassione che le scimmie erano mantenute in condizioni ottime. Esse dovevano partecipare agli esperimenti giungendo nella migliore condizione di salute possibile. Nicholas era estremamente attratto da questi animali, che incredibilmente al suo passaggio si avvicinavano curiose senza dimostrare l’indole aggressiva che avevano invece con i ricercatori. Persino lo zio si era stupito di questo atteggiamento, ma aveva trovato una spiegazione logica. Questi animali potevano chiaramente percepire la differenza fra adulto e “ cucciolo ” e quindi la presenza del ragazzino non incuteva loro timore. Ma improvvisamente un cardine della porticina pertinente alla gabbia B14 era saltato, senza spiegazione alcuna e due scimmie si erano avventate su Nicholas, scaraventandolo per terra. Fortunatamente non ci fu bisogno dell’intervento degli inservienti. I due animali si bloccarono come pietrificati e il bambino le condusse delicatamente per mano all’interno della gabbia. Il professor De Martini assistette sbigottito alla scena. Le scimmie sembravano essersi calmate improvvisamente. Avrebbe voluto impedire al ragazzino di avvicinarsi alla gabbia, ma qualcosa lo indusse a non farlo. Così Nicholas salutò le due scimmiette stringendo le loro mani da fuori della gabbia con una naturalezza tale da essere assolutamente incredibile.
Lo squillo del cellulare lo distolse dai suoi pensieri. Era sua sorella e sembrava agitatissima. - Agata, ma cosa succede? – - Nicholas è sparito! Dovevo andarlo a prendere a casa di un suo amico ma ci hanno detto che aveva insistito per rincasare da solo! E non è ancora arrivato! Tu non l’hai visto? – - No. Come avrei potuto? Lo sai che ho lavorato fino adesso. E non era in programma che ci vedessimo- - Dannazione, speravo fosse venuto lì al laboratorio. Sai ne è rimasto completamente affascinato. Ora è meglio chiamare la polizia! Sono disperata! – - Si, è meglio; chiamala subito e fammi sapere se ci sono notizie -. Riagganciò.
Maledizione, pensò. Possibile che in quegli ultimi dannati giorni nulla andava per il verso giusto? Non lo avrebbe ammesso mai, ma era in pensiero per il nipotino. Dove poteva essere andato? Girò a sinistra all’ultimo semaforo e imboccò la via che conduceva alla sua villa. Dall’esterno sembrava una delle tante villette di nuova costruzione che erano proliferate negli ultimi anni nell’hinterland milanese. In realtà essa celava un secondo laboratorio tecnologicamente avanzato dove il professore proseguiva da solo i suoi esperimenti. La biblioteca poi era una rappresentazione vastissima di tutto il sapere medico dell’ultimo secolo. Trattati moderni e antichissimi, alcuni dei quali introvabili, erano disposti in rigoroso ordine cronologico e di branca medica. Si poteva asserire senza possibilità di smentita che la storia della medicina fosse degnamente rappresentata in quella collezione sconfinata. Il cancello automatico si dischiuse silenziosamente e lui entrò lasciando la sua vettura parcheggiata nel vialetto d’ingresso. Aprì la porta di casa e si recò in salotto. Si distese sul divano togliendo le scarpe. Avrei bisogno di un po’ di riposo, pensò. Erano ormai due anni che lavorava almeno quindici ore il giorno, senza soluzione di continuità. Non conosceva domeniche, festività o vacanze. Il lavoro e le ricerche assorbivano quasi totalmente la sua esistenza. E poi la scomparsa di suo nipote, che ora gli causava ulteriore inquietudine. Improvvisamente avvertì un rumore che proveniva dal laboratorio. - Porca puttana! Cosa succede adesso? – Il professore scivolò velocemente verso la scrivania e aprì un cassetto, estraendone una pistola. Se è un ladro, avrà il fatto suo, pensò. Si avvicinò silenziosamente verso la porta d’ingresso del laboratorio e con enorme stupore vide che era socchiusa. Non riusciva a capacitarsene. Esisteva una sola chiave per aprire quella porta ed era in suo possesso. Imprecò sommessamente per non aver controllato le tasche della giacca per sincerarsi che la chiave si trovasse ancora lì. Trattenne il fiato e tentò di sbirciare dal piccolo pertugio che lasciava intravedere solo una piccola porzione del laboratorio. Il rumore di una provetta che si infrangeva sul pavimento gli fece balzare il cuore in gola ma riuscì a restare lucido. Forse non si è accorto di me , pensò. Probabilmente sta cercando qualcosa nei miei archivi… se così è si prenderà una bella pallottola nella schiena. Nessuno può permettersi di violare il mio laboratorio. Analizzò in un breve istante le possibili strategie d’attacco, scegliendo di entrare di forza nel laboratorio stesso. - Chiunque tu sia, fermati o sei morto! – L’uomo si ritrovò in mezzo al laboratorio apparentemente deserto e semibuio, illuminato solo dalla tenue luce di una lampada da tavolo. Il suo sguardo corse velocemente dai sofisticati strumenti per le analisi, ai frammenti di vetro della provetta rotta sul pavimento. Rimase smarrito per un istante. La stanza sembrava effettivamente deserta. I muscoli tesi del professore si rilassarono per un istante e si chinò per raccogliere i piccoli pezzi di vetro sparsi a terra, prestando così facilmente il fianco al primo attacco. La lama di un bisturi si conficcò nella spalla dell’uomo, che lanciò un grido di dolore lacerante e rotolò sul pavimento. Si girò e lo vide. Un essere metà scimmia e metà bambino, non più alto di un metro e mezzo, lo guardava dall’alto verso il basso. I tratti del viso erano umani, ma esso era ricoperto da peli marroni. Gli occhi rossi e fiammeggianti erano spalancati e osservavano feroci l’uomo accasciato sul pavimento. Ma anche da quello sguardo carico di odio, il professor De Martini riuscì a riconoscere suo nipote Nicholas. Quell’orrenda metamorfosi lo sconvolse a tal punto da dimenticare il dolore causato dalla profonda ferita alla spalla, dalla quale fuoriusciva un caldo fiotto di sangue che aveva colorato di rosso la camicia dell’uomo. - Nicholas … ma cosa è successo? Io…io non me lo spiego e… - La voce del professore si faceva sempre più flebile e il sangue scorreva sempre più velocemente, formando una pozza sul pavimento. - Verrà un giorno in cui voi umani saprete tutto. E questo giorno verrà prima di quanto crediate. Il Progetto sta per compiersi. Ma per giungere allo stadio finale è necessario eliminare gente come te, che non esita a torturare creature indifese non già per essere di beneficio all’umanità, bensì per la soddisfazione del tuo ego e per accrescere la tua potenza economica e politica. - Questo può essere vero, ma la realtà è che i miei esperimenti possono veramente portare alla scoperta di una cura contro il cancro e salvare molte vite…- - Silenzio! – la voce dell’essere si fece ancora più roca e ringhiante. - E’ proprio a causa del denaro che voi umani non siete stati ancora in grado di trovare una cura per tutte le malattie che vi affliggono. Siete sempre pronti a spartire i già pochi finanziamenti che i vostri governi destinano per la ricerca medica, con l’unico scopo di farli confluire nelle vostre tasche! E poi anche se la tua cura avesse successo, non sarebbe certo possibile attuarla su larga scala. Si sa che all’inizio una nuova cura frutto di una nuova tecnologia brucia capitali su capitali e che l’unico modo per rientrare e vendere i medicinali a prezzi spropositati. Ti ricordi della somatostatina? Anche se la sua efficacia scientifica non è stata mai provata o smentita definitivamente, quante persone sono morte senza poter neppure contare sull’illusione e sul sollievo che comunque questa medicina poteva dare loro? E’ il solito discorso. Se sei ricco hai qualche possibilità di continuare a vivere. Se sei povero i dottori par tuo ti hanno già condannato a morte. – - Ma … io sono in buona fede… - rispose con le ultime forze l’uomo. Non poté finire la frase che la lama del bisturi produsse una lacerazione all’altezza del suo cuore, il quale in pochi istanti cessò di battere. Il bambino-scimmia lasciò cadere a terra il bisturi, osservando il cadavere dello zio. In un istante avvenne la metamorfosi inversa. Era tornato il solito, bellissimo bambino. Una lacrima scese dalla sua guancia e cadde sul pavimento. Poi si dileguò.
3) Da qualche parte nello spazio. Adesso.
A volte verrebbe da chiedersi che tipo di rumori possono essere percepiti dall’orecchio umano nello spazio più profondo. Ebbene, in quel momento da qualche parte lassù, un oggetto che produceva un lieve sibilo, simile allo scarico di un aereo, disturbava l’afonia di quell’immensità. Era un astronave gigantesca, brillante. La sua forma allungata e aerodinamica, ma allo stesso tempo possente, solcava il vuoto con maestosità e leggiadria. Migliaia di puntini luminosi sulla sua superficie facevano intuire che doveva essere abitata da qualche entità; padrona di una tecnologia tale da incutere timore e soggezione.
Il rumore ovattato di una porta automatica destò la creatura dal suo sonno. - La prima fase del Progetto è terminata, fratello Albert, forse dovremmo riferirne a lui. – L’essere che pochi istanti prima giaceva addormentato, premette un pulsante e una tuta biomeccanica avvolse rapidamente il suo corpo glabro e sottile. La sua carnagione era pallida e grigia, il suo viso presentava due occhi scuri, leggermente allungati verticalmente. Una ciocca di capelli neri scendeva dalla parte posteriore del capo, fino a giungere ben di sotto alle spalle. Fissò negli occhi il suo interlocutore. Quest’ultimo non indossava una tuta, anzi, era completamente nudo, ad eccezione di una fascia color porpora che gli copriva i genitali e si andava a legare come un perizoma a livello delle natiche. Il suo fisico era perfetto. I muscoli pettorali erano in risalto e ben scolpiti, senza dare quell’impressione di gonfiore che talvolta è ben riconoscibile osservando il corpo di un culturista. Le gambe erano affusolate e sottili, ma al tempo stesso toniche e tornite, con il quadricipite e il bicipite femorale in bella evidenza. Il capo era completamente rasato, ad eccezione per alcuni capelli castani raccolti in cinque punte ben distinte e disposte con precisione sulla superficie della testa. - Si, hai ragione fratello Daniel. E’ ora di riferire dei nostri progressi- I due attraversarono un lungo corridoio, percorrendolo grazie ad un tappeto scorrevole ed in pochi istanti si trovarono di fronte ad una porta di vetro opaco che recava incisi alcuni simboli incomprensibili, probabilmente un qualche tipo di scrittura cuneiforme derivata da qualche antica civiltà. La porta si aprì e i due alieni entrarono all’interno di una piccola stanza a forma di cilindro. Si sedettero su due piccoli sgabelli integrati nel pavimento e chiusero gli occhi. Iniziarono a pronunciare a voce sommessa alcune frasi, quasi una preghiera, che doveva senza dubbio costituire la parte iniziale del rituale necessario al compimento del loro viaggio. Dopo pochi istanti un raggio laser li avvolse e scomparvero. Una serie di particelle luminose circondava lo spazio intorno a loro. Percorsero alla velocità della luce una sorta di tunnel spaziale, nel quale lo spazio stesso era indefinito, così come la presenza di stelle e pianeti. Poi il buio assoluto. Videro in lontananza una luce tenue e mossero a piedi verso di essa. Percorsero decine di chilometri, guidati dalla luce che man mano si faceva sempre più decisa e forte e finalmente giunsero a destinazione. Un immenso palazzo di cristallo che era allo stesso tempo fonte di quella luce chiara e di calore, li dominava dall’alto. Si incamminarono lungo il sentiero che conduceva a quella splendida costruzione e si fermarono di fronte all’ingresso. Una sentinella sbarrava loro il passo. I suoi lunghi capelli biondi ricadevano su due ampie ali che avevano origine poco sotto le spalle. Una tuta biomeccanica bianca ricopriva il resto del suo corpo. - Vogliamo vedere God, dobbiamo riferire del Progetto. – Senza proferire verbo, la sentinella distese le ali e si allontanò. Trascorse qualche minuto e il gigantesco portone di ingresso si aprì. I due alieni entrarono e il loro sguardo si perse nella maestosità del castello. Colonne alte decine di metri spiovevano dal soffitto fino al pavimento disposte con precisione geometrica assoluta. Le colonne erano cave e contenevano ognuna un ascensore. Erano suddivise in piani, dai quali partivano lunghe rampe di scale che salivano sempre più in alto. Il colore dominante era il bianco, che risplendeva tramite il materiale usato per la costruzione del meraviglioso edificio, un materiale simile al marmo ma sconosciuto sulla Terra. Gli abitanti di quel palazzo erano tutti muniti di ali e della stessa tuta che indossava la sentinella. Ciascuno di essi volteggiava con leggiadria e aveva un compito ben preciso. Quel palazzo si poteva paragonare ad un’immensa città operosa, nella quale tutti avevano un’attività e tutti vivevano in armonia. Incontrarono un’altra creatura che li invitò a prendere un’ascensore. Durante l’ascesa verso il trono di God, i due poterono ammirare gli edifici che stavano alla sommità delle scalinate. Case, palazzi maestosi, gioielli di architettura e vere opere d’arte per funzionalità e bellezza. Il chiarore originato dal materiale con cui erano composte, contribuiva ad infondere pace e serenità nell’animo degli abitanti di quel luogo. Infine giunsero da lui. Varcarono un portone grandioso e furono ammessi alla presenza dell’entità suprema. La solenne figura di God troneggiava davanti ai loro occhi. Morfologicamente era simile alle creature che i due fratelli alieni avevano incontrato durante la loro breve permanenza nel palazzo, ma il volto scavato lasciava intuire l’età decisamente avanzata. Nonostante questo, la sua massa muscolosa e possente era almeno quattro volte più grande rispetto a quella di tutti gli altri esseri e anche alla loro. Albert fu il primo ad avvicinarsi. - Mio Signore, vengo a riferire del Progetto – - Parla, ti ascolto – La voce stentorea del vecchio lo mise in soggezione, poi proseguì. - Volevo informarla che la prima fase si è conclusa. Le nostre sentinelle sono collocate in tutti i luoghi chiave del pianeta, pronte all’attacco. – - Molto bene. Si dia inizio alla seconda parte e si proceda alla conquista e alla bonifica del pianeta Terra. Assicuratevi che tutto vada come previsto e sarete ricompensati, altrimenti sapete già quale sarà il vostro destino. – Albert e Daniel deglutirono contemporaneamente. Quella velata minaccia copriva un significato orribile. Se avessero fallito, non sarebbero mai stati ammessi al palazzo d’argento, che era l’obiettivo della loro esistenza. - Non falliremo altezza! – - Va bene, ora potete andarvene – Due sentinelle sollevarono gli alieni e li portarono al di fuori dell’enorme portone dal quale erano entrati. Li accompagnarono ad una stanza ermetica che si aprì non appena i due esseri appoggiarono in contemporanea i palmi della loro mano destra. All’interno erano presenti due sgabellini integrati nel terreno, che fungevano come veicoli di teletrasporto, simili ai medesimi presenti sulla loro astronave. - God ha deciso di concedervi il privilegio di ritornare alla vostra base senza affrontare il lungo sentiero purificatore, quindi sedetevi e pronunciate le parole necessarie al compimento del rituale di partenza. In pochi istanti furono proiettati lungo il tunnel spazio-temporale che avevano percorso nel viaggio di andata e si ritrovarono velocemente all’interno dell’astronave. Restarono alcuni secondi in silenzio, attoniti e soprattutto desiderosi di riprendere la missione che avrebbe dovuto spalancare loro le porte del palazzo di God.
4) New York, pochi giorni dopo.
Maxime Zepar crollò dalla stanchezza sul letto sgualcito e col materasso dalle molle sfondate nel piccolo albergo all’estrema periferia del Bronx. Si slacciò gli anfibi neri e li scaraventò ai piedi del letto. Poteva permettersi solo un breve riposo, dopo avrebbe dovuto continuare la sua missione. I segnali erano inequivocabili. Le tracce che aveva seguito nei mesi precedenti avevano svelato ciò che sarebbe successo entro pochi giorni. Ben presto il mondo sarebbe stato sconvolto dalla più grande ribellione che una forza vivente non avesse mai potuto organizzare e lui doveva cercare di impedirlo ad ogni costo. Ma aveva bisogno di un alleato per contrastare l’enorme attacco imminente. Sentì bussare. Si alzò dal letto stordito, indossò gli anfibi e aprì la porta. La padrona della pensione, una vecchia obesa, dall’aspetto sciatto e poco pulito lo scrutava dal basso verso l’alto. Maxime era un ragazzone di quasi un metro e novanta. I capelli scuri tagliati a spazzola e un tatuaggio sull’avambraccio tradivano un passato da marine. - Per la camera sono quaranta dollari anticipati per tre giorni.- gracchiò la donna - Se vuoi cenare fatti trovare di sotto alle sette, non un minuto più tardi altrimenti resterai a bocca asciutta. – L’uomo ringraziò a denti stretti e dopo aver sfilato dalla tasca due banconote da venti consegnandole alla donna, rientrò nella stanza. Prese il suo cappotto nero di pelle e ne estrasse un cellulare dalla tasca. Richiamò un numero di telefono dalla rubrica elettronica e lo compose. - Pronto – Una voce conosciuta e acuta dall’altro capo della cornetta non tardò a rispondere. - Ciao Amon, sono Maxime. E’ parecchio tempo che non ci sentiamo. – Silenzio. Poi finalmente l’interlocutore rispose. - … Maxime! Per un momento… - - Per un momento non mi hai riconosciuto – - No, per un momento … non ci ho creduto – Per qualche attimo ancora tutto tacque, poi finalmente Amon riprese la parola. - Maxime, è passato veramente tanto tanto tempo. Che novità mi porti? – - Nulla di buono purtroppo – - Vuoi dire che il momento è giunto? – - Sì – Ancora silenzio. - Sono passati alcuni anni da quando discutevamo di questo problema. Sapevamo che prima o poi il momento sarebbe giunto e ora dobbiamo studiare una strategia di difesa. – - D’accordo Maxime. Io ora sono a Sidney, ma sarò a New York per lavoro domattina. Passa a prendermi all’aeroporto. Il mio volo sarà il numero ZS9711 e atterra alle 10.30; ci incontreremo e cercheremo di preparare tutto nel migliore dei modi. A domani – E riagganciò - A domani – concluse Maxime.
Amon Sanders era un uomo sui quarant’anni, basso e un po’ tarchiato. I capelli completamente rasati a zero dovevano servire a nascondere la pelata ormai incipiente che decorava il suo capo come se fosse stata una baia che abbracciava un piccolo tratto di mare. Portava due occhialini tondi che contribuivano a conferire un aspetto intellettuale e fine, idea accentuata anche dalla sua propensione al vestire elegante e sempre in ordine, l’esatto opposto del suo amico Maxime. Non era bello, assolutamente, eppure le donne lo trovavano irresistibile. Sembrava avesse quasi un fluido magico che le catturava. - Tesoro, chi era? – Una splendida ragazza dai lunghi capelli corvini si alzò dal letto seminuda e si avvicinò a lui baciandolo sul collo. Dimostrava non più di venticinque anni. - Non dirmi che era tua moglie! – e soffocò una risatina. - Non sono fatti tuoi – rispose brusco l’uomo – e ora rivestiti e vattene. Ho da fare – L’espressione della ragazza tradì ira e disgusto. - D’accordo, me ne vado, ma questa è l’ultima volta che mi vedi! – - Ok, ciao cocca, sparisci – La ragazza uscì dalla stanza del lussuoso albergo sbattendo la porta con violenza. Amon osservò la scena quasi divertito, poi aprì la sua valigetta estraendone dei documenti. Nell’arco di due secondi la sua mente aveva già cancellato il ricordo della ragazza, spostandolo quasi come un click di un ipotetico mouse, in una delle directories dei ricordi nel suo cervello. Accese il televisore e si imbatté in un telegiornale. Le solite notizie di politica, pensò e si rimise ad analizzare i documenti, che non erano altro che le carte d’imbarco e i biglietti per l’aereo del giorno successivo. Ma una notizia di cronaca catturò la sua attenzione:
… e ora la linea al nostro inviato sulle coste australiane della baia di Perth. - Grazie Glenda e buonasera a tutti i telespettatori. Le immagini che vedete si riferiscono a ciò che resta di alcune imbarcazioni di pescatori attaccate poco al largo da branchi di squali bianchi inferociti. I possenti animali, secondo i testimoni in numero variabile da 10 a 15, si sono accaniti con attacchi calcolati su un gruppo di piccoli pescherecci usciti questa mattina presto per una battuta di pesca. I barconi in legno hanno ben presto ceduto alla furia dei predatori e quasi tutti gli occupanti delle barche stesse hanno trovato un’orribile fine tra le fauci di questi pesci sanguinari. Ma la notizia più sorprendente è che un attacco simile si è verificato pochi giorni fa anche lungo le coste del Sud Africa, nei pressi di Dyer Island a Gaansbai, causando la morte di venticinque pescatori locali e di otto turisti, impegnati in attività di cage diving. Lo squalo bianco o Carcharodon Carcharias appartiene all’ordine dei Lamniformi. Raggiunge una lunghezza massima superiore ai sette metri; la sua pinna caud… CLICK!
Amon aveva sentito abbastanza. Non c’era più alcun dubbio sull’esattezza delle teorie di Maxime. Notizie come questa sarebbero state all’ordine del giorno in brevissimo tempo. Spense la luce e si coricò, lo attendeva un lungo viaggio in aereo.
5) Washington D.C. ore 8.30 del mattino.
- Buongiorno signor Presidente, ben alzato – - Buongiorno Coleman, che notizie mi porti? – - Ancora attacchi di squalo. Ciò che è successo ieri a Perth è solo la punta di un Iceberg. Numerosi attacchi si sono verificati sulle nostre coste nelle località balneari, e anche in Europa si segnalano attacchi non provocati sulle coste francesi, italiane e croate. – - Da quanto tempo sono iniziati questi attacchi? – - Il numero è aumentato a dismisura negli ultimi sei mesi, la percentuale rispetto agli scorsi anni è salita del 300% - - Mmmh, non credo che un Presidente degli Stati Uniti debba occuparsi di alcuni attacchi di squalo. Dopotutto ci sono altri problemi da risolvere. Il terrorismo, la caccia a quel fottuto sceicco assassino, la recessione… - - Mi scusi se la interrompo signor Presidente, ma credo che la cosa non debba essere sottovalutata. Oggi pomeriggio mi sono preso la libertà di fissare un incontro con il Professor Carlton O’Neill, uno dei massimi studiosi di Scienze naturali dell’intero pianeta. Il professore mi ha avvicinato due giorni fa e ha parecchie notizie da riportare, alcune decisamente allarmanti e inquietanti – - Cosa vorresti dire Coleman? – aggiunse il Presidente. - Voglio dire che c’è il sentore di una rivolta della fauna mondiale… –
Una berlina scura, lunghissima e imponente, si fermò nel piazzale antistante all’Università di Washington. Quattro uomini in nero con impenetrabili occhiali scuri accolsero il Professor O’Neill all’interno del veicolo, ripartendo velocemente pochi istanti dopo. Il Professore aveva cinquantanove anni, i capelli grigi neri erano in netto contrasto con la barba lunga e folta, oramai ingrigita dal passare degli anni. Durante la sua lunga carriera, il cui principio risaliva a più di trent’anni prima dedicata allo studio della zoologia e dell’etologia, aveva partecipato a centinaia di meeting, incontri e convention, conoscendo tutti i più grandi specialisti del pianeta, in ogni campo delle scienze naturali. Era stato più volte ospite di programmi televisivi e talk-show, ma mai e poi mai avrebbe pensato di poter essere un giorno ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti e la cosa lo rendeva un po’ nervoso. Infine fu accolto da Coleman, segretario personale del Presidente, che lo condusse nell’ufficio dell’uomo più potente del mondo.
- Lei quindi è il Professor Carlton O’Neill, vero? – - Si, signor Presidente, è un onore conoscerla… - - Bando alle formalità, mi può dire esattamente che cosa sta succedendo? – - Ecco, vede, attenti studi che stiamo conducendo in gran segreto da alcune settimane, hanno evidenziato una mutazione nel comportamento di gran parte delle specie animali conosciute. – - Non stiamo parlando quindi solo di squali, vero? – - No, signore. Gli squali sono solo l’esempio più evidente e più d’impatto per l’opinione pubblica. In realtà anche altre specie stanno seguendo il loro esempio. In India ad esempio, c’è stata una rivolta delle tigri nella riserva di Sariska, che hanno assalito gli inservienti, uccidendone tre fino a che non sono state abbattute o disperse dall’arrivo degli altri dipendenti. Senza contare poi che le stesse tigri sembra comunichino telepaticamente con quelle che ancora vivono nella giungla… - - Telepaticamente?- Interruppe sbigottito il Presidente. - Esattamente – continuò il Professore. – Può sembrare strano ma è l’unica spiegazione plausibile. Da quando sono iniziati gli episodi di attacco, c’è stato un continuo convergere di questi felini alle porte della riserva, senza contare che esse sono pericolosamente vicine ai villaggi dove vivono i turisti. Pare siano organizzate e dimostrano intelligenza che oserei quasi definire militare. - Militare? – - Già, si organizzano in gruppi di cinque o sei e vanno all’attacco dei villeggianti che sorprendono nella giungla nei paraggi dei loro insediamenti, attaccandoli da più lati e senza lasciar loro vie di scampo.- - E’ incredibile! – Il Presidente che aveva affrontato l’inizio di quel colloquio quasi seccato, considerandolo di poca importanza, ora assumeva un’espressione di acuto interesse. - C’è altro? – - Si, c’è dell’altro… - - Avanti – lo esortò il Presidente. Il Professor O’Neill sospirò e riprese con il suo racconto. - Qualche giorno fa ho appreso della morte del Professor De Martini, uno dei ricercatori più stimati e capaci esistenti al mondo. Ecco, in realtà il mio collega è stato ucciso brutalmente. – - Ucciso? E da chi? – Domandò Coleman - Le autorità hanno catalogato l’omicidio come eseguito da un balordo che aveva fatto irruzione a casa sua nello studio, cercando forse qualcosa da rubare… ma… - - Ma cosa? – Il Presidente era sempre più incuriosito. - Ma mi è stato riferito che l’arma del delitto, un bisturi ritrovato nel laboratorio del Professor De Martini recava sopra impronte digitali apparentemente non umane. – - Cosa significa questo? – - Significa che attente indagini hanno stabilito che le impronte sopra quella che, senza ombra di dubbio è stata l’arma usata dall’assassino, erano appartenenti alla specie animale dei Primati Catarrini, ovvero una particolare specie di Scimmie africane. So da fonti privilegiate che il Professor De Martini stava conducendo esperimenti segreti utilizzando come cavie proprio scimmie di quel genere e quindi ritengo che … - - Ritiene che le stesse scimmie si siano ribellate uccidendo il loro aguzzino – concluse il Presidente. - Ecco, direi di sì. Tanto più che due giorni dopo la sua morte, tutte le scimmie sono riuscite a fuggire dal laboratorio, nonostante fossero tenute chiuse in gabbia -. - Qualcuno deve averle fatte fuggire! – esclamò Coleman - E’ quello che hanno pensato anche le autorità, ma non c’è alcun segno di effrazione. Le gabbie sono state aperte utilizzando le chiavi dei lucchetti, che erano in possesso solo ed esclusivamente del Professor De Martini e di nessun altro ricercatore o dipendente del laboratorio. – - Ora cosa dobbiamo fare? – - La cosa migliore è studiare attentamente il fenomeno e iniziare a sviluppare dei rimedi per bloccare sul nascere ogni singola possibilità di attacco da parte di qualsiasi specie animale e … - Improvvisamente un forte rumore fece sobbalzare i presenti. Poi grida nei corridoi, rumori di corse disperate, voci sovrapposte, un trambusto infernale. - Insomma, cosa sta succedendo? – Urlò il Presidente uscendo in corridoio. Vide una scena terribile, una delle cameriere giaceva a terra sgozzata, mentre uno degli inservienti, con un braccio insanguinato e la fronte ferita, avanzava barcollando verso di loro. - Signor Presidente… signor… - e cadde a terra svenuto. I tre riuscirono a rianimarlo in pochi attimi. - Maledizione, mi vuoi spiegare cosa sta succedendo? – - I vostri cani… i vostri cani… - - Vai avanti! Parla!- - I vostri dobermann sono scappati dal recinto e ci hanno attaccato di sorpresa … non abbiamo potuto fare altro che scappare … - - Coleman! – urlò il Presidente - Chiami subito la vigilanza e un medico per questo poveretto, presto! – - Sissignore! – In pochi minuti il chiasso terribile si esaurì. I due cani furono abbattuti dalle guardie, non senza aver ferito alla gamba una di queste. Il corpo della povera cameriera fu fatto velocemente sparire ed infine il Presidente chiamò a sé il Professor O’Neill. - La situazione è ancora più grave di quello che pensassi. Bisogna agire al più presto. Prenda accordi con Coleman, avrà a disposizione tutto ciò di cui avrà bisogno. Ora andate, ma tenetemi informato! –
6) Ancora nel Palazzo di God.
Il maestoso palazzo di cristallo e le sue creature leggendarie, assistevano nuovamente alla visita dei due fratelli alieni, Albert e Daniel. - Mio Signore – - Avanti, parla pure – lo esortò God con voce solenne. - Ecco, io e mio fratello Daniel siamo qui per riferire riguardo la messa in atto della seconda fase del Progetto. Le nostre armate stanno iniziando la bonifica a ritmo lento, sia in mare che in terra. Tutto sta procedendo secondo i piani – - Molto bene! – La voce di God era sempre più profonda e cavernosa e mise i brividi ai due alieni. Entrambi sapevano che la loro missione non avrebbe ammesso fallimento e quindi prima di intraprendere il nuovo viaggio verso il mondo fantastico di God, si erano assicurati che tutto fosse in ordine. E lo era. Tranne per quel piccolo particolare, che avrebbero preferito tacere all’entità suprema, ma che avrebbero dovuto riferire per forza. - Ora attendiamo i suoi ordini, maestà! – - D’accordo. Possiamo iniziare ad aumentare le intensità degli attacchi. Coinvolgiamo anche le forze del cielo e tutte quelle di terra e mare. – - Si, Signore, sarà fatto.- - C’è solo un piccolo problema – aggiunse titubante Daniel. - Che tipo di problema? – La voce di God era nuovamente dura e solenne, quasi infastidita. - Alcuni nostri informatori sulla Terra ci hanno avvisato della presenza di alcuni elementi che potrebbero dar fastidio alla nostra missione. I loro nomi e i loro volti ci sono sconosciuti, ma li troveremo al più presto – - In che modo darebbero fastidio al Progetto? – - Beh, sembra che abbiano sentore di quanto sta per accadere e stiano cercando di organizzarsi e resistere. – - Ho capito. Scovateli al più presto e fateli sparire. Ho detto.- I due fratelli furono nuovamente accompagnati alle cabine di teletrasporto dalle sentinelle di God e in pochi istanti furono di ritorno sulla loro astronave. - Hai sentito? Sarà meglio eliminarli al più presto. – - Già, hai ragione. Non ci dovranno essere interferenze di alcun genere. Allertiamo i capi formazione sulla Terra affinché possano trovarli e renderli inoffensivi. – - D’accordo – Daniel uscì dalla porta scorrevole, mentre Albert rimase nella sua stanza a digitare su un monitor una serie di comandi.
7) New York ore 11 a.m.
Maxime andò a prendere Amon all’aeroporto. Nonostante fossero passati alcuni anni, i due si riconobbero all’istante. - Amon, finalmente! – - Maxime! Non sei cambiato per nulla! Ma santo cielo, non potresti cambiare questo tuo dannatissimo cappottone nero? E’ da quando ti conosco che ti vesti così! – - Mmmh, anche tu sei sempre il solito scocciatore… E dimmi, come sta la tua donna? – - Parli di Joanna? Ma lei è acqua passata… ci siamo lasciati due anni fa, credo non sopportasse più i miei continui tradimenti. – - Eh già, avrei dovuto immaginarlo… ma ancora non ti sei stufato di far cadere le donne ai tuoi piedi? – Amon fece una risatina furba e diede una pacca amichevole sulle spalle dell’amico. - Parliamo di cose serie; sei veramente convinto di ciò che mi hai detto al telefono? – - Si, e ci sono stati ancora parecchi episodi a suffragare la mia tesi – - Tipo? – - L’altra sera, i dipendenti e i ricercatori di una società che praticava esperimenti sulle cavie sono stati attaccati e sfigurati dalle cavie stesse, che sono scappate a centinaia dalle loro gabbie – - Capisco. D’accordo, cosa pensi di fare? – - Ho una duplice strategia. Da un lato intendo farci assumere dal governo americano – - Dal governo americano? E come ci riuscirai? Non puoi mica andare da loro e dirgli: ciao assumeteci! – - Non ti preoccupare. Ho le mie strade. Nei prossimi giorni temo che succederà qualcosa di terribile, così ci ascolteranno. E qui arriviamo anche alla mia seconda strategia d’azione – - E cioè? – - Gli attacchi degli animali non potrebbero essere coordinati e così efficaci se non ci fosse qualcuno che li guidasse. Dobbiamo trovare queste loro guide e renderle inoffensive. E’ anche per questo che abbiamo bisogno dell’apporto militare. Da soli non riusciremmo mai a farcela.. - Improvvisamente una donna iniziò a urlare: - Mio Dio, ci cade addosso! - Pochi istanti dopo ci fu un tremendo boato e una terribile onda d’urto scosse le pareti di vetro e di cemento dell’aeroporto. La gente prese a scappare disordinatamente accalcandosi verso le uscite di sicurezza. Le donne urlavano tenendo al petto i bambini piccoli e cercando protezione dai loro mariti. Un fumo acre e denso proveniva dalla pista di atterraggio e si diffondeva all’interno delle sale di attesa e per il check-in. Era precipitato un aereo. Maxime e Amon erano stati scaraventati per terra dalla tremenda esplosione e scivolarono sotto le sedie della saletta per cercare di proteggersi alla meglio dalle macerie che cadevano dal tetto. La mente di tutti i presenti tornò a quel drammatico giorno di settembre, che aveva mutato le abitudini e gli incubi della popolazione statunitense e non solo. Maxime fu il primo a rialzarsi, Amon lo seguì a breve distanza. - Ma che cazzo è successo? – disse il secondo. - Ciò che temevo – Guardò l’inferno di fumo e fiamme che si stava sviluppando sulla pista e le corse disperate dei pompieri e dei militari per cercare di spegnere l’incendio e trarre in salvo qualche superstite. - Questo incidente non è casuale. Dobbiamo recarci al più presto alla Casabianca.
8) Washington ore 14.30
- Signor Presidente, in onda 5,4,3,2,1 … - - Buongiorno a tutti. Di certo saprete cosa è successo oggi all’aeroporto JFK. Purtroppo un Boeing 777 della Lauda Air è precipitato sulla pista causando più di 200 morti, fra passeggeri, personale e gente a terra.. Per evitare speculazioni, vi dico subito che non è stato un attacco terroristico, come invece riportato da alcune agenzie di stampa. Purtroppo ciò che è successo è solo l’ultimo di una serie di episodi che nei giorni passati sono avvenuti in più parti del mondo. Sembra quasi incredibile, ma uno stormo di gabbiani, saranno stati più di duemila, ha attaccato il possente aereo, penetrando nei reattori, sfondando i vetri della cabina di pilotaggio e rendendo così impossibile una qualsiasi reazione da parte dei piloti, che hanno perso il controllo del velivolo. Tutti i motori dell’aereo, che era già in fase di atterraggio, sono stati danneggiati e hanno perso potenza quasi subito. I piloti hanno tentato un atterraggio di emergenza ma il secondo attacco, quello che ha distrutto la cabina di pilotaggio, è stato fatale. Purtroppo devo aggiungere una notizia ancora più grave. Altri otto aerei sono precipitati su altre città del mondo. Il Cairo, Città del Messico, Londra, Parigi, Roma, Tokyo, Pechino. Ci sono state migliaia di vittime e danni incalcolabili al patrimonio storico di queste metropoli. E’ dura da accettare, ma sembra che la fauna di tutto il mondo si stia rivoltando contro di noi. Stiamo ancora studiando il fenomeno per sviluppare contromisure adeguate – Una pausa di silenzio, poi con uno sforzo visibile il Presidente riprese a parlare. - Ora potete fare le domande – - Signor Presidente, Signor Presidente! – - Dica, signorina Lerner – - Questi terribili episodi sono da mettere in relazione con gli attacchi di squalo dei giorni passati?- - Sì signorina. Purtroppo è tutto collegato. Anche altri attacchi portati da animali come tigri, scimmie e cavie sono da ricollegarsi a questo strano fenomeno. - Signor Presidente! – - La parola a lei signora Moore – - Ecco, alcune voci parlano di un attacco subito da dipendenti della Casabianca da parte dei suoi due cani, che sembra siano stati abbattuti. Può confermarlo? – Silenzio - Si, è così. Ed è per questo che nessuno può stare al sicuro. Tutti gli animali domestici sono potenzialmente pericolosi. Nessuno escluso. – - Ma allora cosa si può fare? – - E’ dura ammetterlo, ma per il momento non esistono rimedi. Come detto, ci stiamo lavorando. – Un uomo elegante entrò in sala e passando attraverso i giornalisti raggiunse il palco presidenziale. - Signor Presidente. Ci sono di là due uomini e …beh, sembra che ne sappiano parecchio a riguardo di ciò che sta succedendo. Forse bisognerebbe ascoltarli – - Va bene Coleman. Li trattenga e dica che sarò a loro disposizione dopo la conferenza stampa. – - D’accordo – e uscì velocemente dalla stanza Trascorse circa un’ora, durante la quale il Presidente fu assediato dai giornalisti, che lo sottoposero ad un vero e proprio fuoco incrociato di domande. I quesiti esulavano dalla mera competizione giornalistica e dal desiderio di poter vincere il premio platonico di telegiornale più visto o di quotidiano più letto. Chiunque si fosse trovato a studiare ed analizzare l’espressione e gli atteggiamenti di tutti i giornalisti vi avrebbe letto prima stupore, poi crescente e vera preoccupazione. Poi finalmente uscì dalla sala stampa e si recò verso gli uffici presidenziali, camminando nervosamente. Com’era possibile che due perfetti sconosciuti fossero al corrente di particolari specifici di quanto stava accadendo? Entrò nel suo studio e si trovò al cospetto di Coleman e dei suoi ospiti. Il suo sguardo fu colpito dall’uomo alla sua destra. I capelli neri tagliati a spazzola, la barba lunga di qualche giorno e il fisico atletico e possente racchiuso nel vecchio e pesante cappotto di pelle nera gli conferivano l’aspetto di un killer. L’amico dell’uomo, invece era bassotto, panciuto e ben vestito, nel suo completo blu scuro corredato di gilet e cravatta stile regimental scura, a strisce blu e verdi. Nel taschino della giacca, un fazzoletto faceva bella mostra di sé, richiamando il motivo della cravatta. - Allora, posso sapere chi siete? – Esordì il Presidente - Buongiorno signor Presidente, io sono Amon Sanders e lui è il mio amico e collega Maxime Zepar. Facciamo parte della società Bioingen S.p.a, che si occupa di studio e ricerca sull’ingegneria genetica applicata agli animali. – - Capisco… siete dei macellai che conducono esperimenti strazianti sulle povere bestie. E ora cosa c’entrate col casino che sta succedendo? – - Non ci rende onore signor Presidente – rispose freddo Amon. – A dir la verità, noi conduciamo studi a livello teorico e non pratico. Studiamo il comportamento degli animali e ci occupiamo soprattutto del loro istinto di sopravvivenza. Solo in un secondo momento, quando siamo sicuri della bontà delle nostre teorie, allora programmiamo un intervento diretto. Ecco, è proprio studiando il comportamento degli animali e analizzando ciò che sta succedendo che, beh, potremmo ipotizzare che ci troviamo di fronte ad un E.L.E. – - E.L.E? Che significa? – - Significa Extintion Level Event, evento di livello istintivo. Credo che se non facciamo qualcosa, la razza umana potrebbe presto scomparire – - Scomparire? Ma non dica scemenze! E per mano di chi? – - Degli stessi animali. Voi non avete idea della potenza dirompente che può avere un branco di elefanti o rinoceronti che caricano oppure una mandria di bufali scatenati. Dico, i suoi due dobermann hanno ucciso una persona qui, non è vero? – - Ma questa informazione è Top Secret! Come avete fatto a entrarne in possesso? – gridò visibilmente alterato il Presidente. - Abbiamo le nostre fonti. Non mi costringa a rivelarle, metteremmo inutilmente nei guai delle persone che in realtà sono solo preoccupate per ciò che sta accadendo. E comunque deve crederci. O quantomeno creda a quello che è sotto gli occhi di tutti. – - Ma come è possibile che gli animali possano concepire di distruggere la razza umana e riuscirci? – Un senso di angoscia e impotenza iniziava ad attanagliare il Presidente, le cui mani iniziarono a farsi fredde e sudate. - Perché al riuscirci non sarebbe un problema, come le ho già spiegato. Riguardo al concepire, semplicemente non lo fanno, seguono l’esempio e l’istinto – - Esempio? Istinto? Non capisco! – - Sono guidati. E ora la pregherei di ascoltare attentamente ciò che ho da dire. Può sembrare ridicolo e fantascientifico ma le assicuro che non è così. Guidati dicevo, da alcuni esseri su questa terra. – - Esseri umani? – - Non proprio. Sono creature che erano umane e che ora hanno ricevuto la facoltà di tramutarsi in animali. Questa facoltà è stata data loro da un’entità che non è presente sulla Terra. – - Ma cosa mi sta dicendo signor Sanders! Non pretenderà che io creda a queste cose… Extraterrestri… Per carità! – Amon non si scompose e ribatté: - Avrebbe mai creduto fino a poco tempo fa che tutti gli animali si sarebbero rivoltati all’uomo? – Il Presidente si irrigidì. Le sue convinzioni stavano vacillando fortemente Quell’uomo aveva ragione. Non poteva più essere sicuro di nulla. - D’accordo, vada avanti. – - Dunque, sinceramente non sappiamo ancora da dove vengano e perché ci stiano attaccando. Di certo hanno studiato un piano d’azione decisamente efficace. Prima hanno messo in posizione le loro sentinelle, impossessandosi di corpi umani di ragazzini, uomini, donne, senza possibilità di essere riconosciuti. Dopodiché questi esseri – guida hanno iniziato a convogliare i loro sforzi verso le specie di appartenenza, scatenando piccoli attacchi via via sempre più ingenti e pericolosi. Crediamo che esistano uomini-squalo, uomini-scimmia, uomini-tigre e così via. Sono loro a coordinare e guidare gli assalti di queste truppe molto particolari. – - Ma voi come diavolo avete fatto ad avere tutte queste informazioni? – - Diciamo che siamo stati fortunati a trovare delle analogie in diversi attacchi e abbiamo potuto studiare determinati comportamenti equivalenti da parte della fauna mondiale. Li abbiamo analizzati con potenti computer e con alcuni programmi informatici di nostra invenzione. Di più non le posso dire. Top Secret – Il presidente era decisamente innervosito. Quell’uomo parlava con lui come se fosse suo pari, senza essere minimamente messo a disagio dalla figura presidenziale da lui incarnata. Dopotutto, l’interesse e il futuro della nazione e del mondo intero avrebbe dovuto prevalere, tanto che per un istante ebbe il desiderio di prendere per il bavero quell’ometto insopportabile, facendogli sputare tutti i suoi dannati segreti. Ma si trattenne. Forse avevano veramente bisogno di quei due. Per il momento avrebbe atteso. - Va bene. Ipotizziamo che tutto ciò sia vero. Che cosa possiamo fare per contrastare un’entità aliena? – - Innanzitutto dobbiamo coordinare le nostre informazioni con le vostre, in modo da poter prevedere i loro futuri attacchi. Dopodiché intendo essere messo al comando delle vostre forze armate. Avremo bisogno di tutte le macchine da guerra conosciute. – - Che cosa? Adesso basta! Lei deve essere impazzito! Crede che io metta il primo venuto al comando delle forze armate americane? – Il Presidente ora stava gridando e il volto divenne rosso per la rabbia e lo sgomento. Coleman cercò di tranquillizzarlo, riuscendoci. Ora era nuovamente padrone di sé e disse: - Adesso andatevene, ho sprecato anche troppo tempo. Non intendo più ascoltare le vostre corbellerie. – E indicò a Coleman che i signori dovevano essere messi alla porta. - Signor Presidente, lei non si rende conto di ciò che sta succeden… - Amon non fece a tempo a terminare la frase che un boato assordante di vetri rotti, insieme ad uno sbuffo di polvere e calcinacci scosse il Palazzo. Un’enorme nuvola nera era penetrata all’interno dello stesso. Cento, mille, diecimila corvi avevano preso il possesso della Casabianca. Il Presidente vide Molly, la segretaria di Coleman, cadere a terra attaccata da un nugolo di piccoli assassini neri, che le ghermivano i lunghi capelli castani e affondavano zampe e becchi nel cuoio capelluto. Poi uno di questi iniziò a beccarle gli occhi, e le grida della povera ragazza aumentarono di intensità. Il corvo continuò ad infierire finché non riuscì a strappare il suo trofeo. Un bulbo oculare cadde sul pavimento, recando con se un fiotto rossastro di sangue e pezzi di fasci nervosi ancora attaccati ad esso. Nessuno poteva fare alcunché per lei, era condannata. I corvi beccavano senza pietà e i superstiti, nascostisi dietro la scrivania presidenziale, erano costretti ad osservare la macabra scena inorriditi. Il corpo senza vita della poveretta cessò di agitarsi, sdraiato sul pavimento, mentre il nero stormo della morte terminava la sua orrenda missione. - Presto non possiamo stare qui! – urlò Maxime e trascinando con sé Amon e il Presidente uscì dalla stanza. La scena che apparve nel corridoio era orripilante. Sangue e piume nere ovunque. Urli, corse disperate. I tre, seguiti da Coleman, si incamminarono verso le uscite di sicurezza, dovendo più volte superare i corpi senza vita degli altri dipendenti, orribilmente straziati. Stavano per raggiungere l’uscita di sicurezza quando un flebile lamento li fece sussultare. - Aiutatemi… aiutatemi vi prego – Maxime cercò la fonte di quel lamento e la individuò facilmente. Aprì la porta di quello che sicuramente era un ripostiglio riservato agli attrezzi da lavoro e vi trovò dentro una donna. Era semisdraiata e appoggiata al muro su un fianco. La camicetta bianca era sporcata da numerose macchie di sangue. Maxime si avvicinò e la girò. Trattenne il respiro. La metà destra del volto era quasi totalmente scarnificata. Il labbro inferiore penzolava senza avere più il sostegno di quello superiore. La guancia era ormai inesistente e si poteva notare la fila di denti tutti insanguinati, nonché mandibola e mascella ormai messe a nudo. - Mi aiuti… - Improvvisamente una delle finestre del corridoio andò in frantumi. Uno stormo di corvi era penetrato nel corridoio. - Via! Via! Scappiamo! – Amon si precipitò verso Maxime. - Lasciala andare, non possiamo fare più nulla per lei! – Maxime guardò la donna un ultima volta e capì che ormai era incosciente. Raggiunse allora Amon e si involarono verso l’uscita di sicurezza. I corvi si gettarono sul corpo moribondo della poveretta, saziandosi delle sue carni. Il quartetto uscì dal palazzo appena in tempo per assistere ad uno spettacolo apocalittico. Il traffico era paralizzato dalle centinaia di incidenti causati dall’attacco di innumerevoli volatili, che si erano accaniti anche sulle vetture. Centinaia di persone erano morte sotto i colpi feroci dei becchi di corvi, falchi, aquile, gabbiani. Terribile. Era il primo aggettivo che si era focalizzato nella loro mente. La morte veniva dal cielo. Senza fucili, senza pistole o carri armati. Semplicemente becchi e artigli. Il Presidente guardò verso l’alto e vide che il cielo e il sole erano oscurati. Oscurati da milioni di uccelli di tutte le razze che volteggiavano minacciosi sopra la città. Tigri, leoni, cani e gatti, uccelli, insetti, rettili, scimmie, elefanti e rinoceronti. Il mondo intero in pochi minuti aveva conosciuto assalti mortali di ogni tipo di specie animale conosciuta. Attacchi dal cielo, dalla terra, dal mare. Tutte le più grandi potenze mondiali erano in ginocchio, prostrate da un esercito che non conosceva sentimenti quali la pietà o la compassione. Avevano bisogno di un mezzo, per togliersi di torno al più presto. Maxime vide un’auto nera incidentata, proprio accanto a loro. Era una Ford Mustang 390 Fastback del 1967, un vero pezzo da collezionisti. Aveva un finestrino rotto, probabilmente infranto dall’attacco di un uccello. Il pilota aveva perso il controllo e aveva sbattuto lateralmente contro un palo della luce. Il proprietario era morto. A lui non sarebbe servita più. Aprirono la portiera ammaccata, salirono e si sistemarono sui quattro posti disponibili. Maxime accese il motore e con enorme sollievo vide che non aveva avuto problemi derivanti dall’incidente. Il potente V8 rombava piacevolmente e il 320 cavalli della vecchia auto erano ancora in grado di fornire una buona accelerazione e progressione. Il presidente diede degli ordini parlando con il telefono cellulare. - E adesso cosa facciamo? – disse Coleman - Adesso ci rechiamo al rifugio segreto. Ho già allertato i miei uomini, che hanno predisposto tutto per il nostro arrivo.– Ben presto la città lasciò il posto a strade di campagna. Ovunque regnava la desolazione. Fattorie distrutte, incendi un po’ ovunque. Anche la grande città sembrava un gigante ferito a morte. Grattacieli esplosi a causa di roditori che avevano attaccato le condutture del gas, grandi strutture incendiate in seguito a cortocircuiti nei loro impianti elettrici. Gente che correva disperata per le strade, alla ricerca di parenti e amici coinvolti nei crolli e nelle esplosioni. Avevano evitato miracolosamente una serie di incidenti causati dall’attacco degli uccelli, alcuni dei quali si erano accaniti con la carrozzeria della Ford Mustang, che però viaggiava veloce e sicura sulla strada verso il rifugio segreto. Il Presidente non poté far a meno di notare l’abilità di Maxime nella guida. Pericolosi slalom perfettamente eseguiti a 70 – 80 miglia orarie per le strade della città, escursioni in fuori strada nei parchi e nei giardini per evitare ingorghi e incidenti, e passo deciso sulle highways a 120 miglia all’ora, seguendo le sue indicazioni alla lettera. Che strano individuo, pensò. Era un misto fra un berretto verde ed un pilota professionista e soprattutto, con la sua prontezza e solerzia, gli aveva salvato la vita.
9) Palazzo di God
God si alzò dal suo trono di cristallo muovendo lentamente la sua enorme massa muscolare. Il momento era quasi giunto, pensò. Il momento in cui il Progetto si sarebbe finalmente compiuto e avrebbe potuto nuovamente regnare sulla Terra. Erano passati milioni e milioni di anni da quando gli asteroidi convogliati da lui sul pianeta avevano distrutto gran parte delle forme di vita e altrettante decine di secoli da quando le prime forme umane primitive avevano iniziato a popolarlo. Seguendo i suoi ordini, numerose navicelle erano andate a studiare il comportamento degli esseri umani nel corso dei millenni, quelle stesse navicelle che più volte erano comparse nei disegni primitivi degli uomini dell’età della pietra o nei racconti degli storici antichi. Fino ad arrivare a tempi e avvistamenti più recenti. Aveva pensato di ripetere lo stesso genere di attacco, certo, ma l’uomo si era sviluppato tantissimo. Non vi erano garanzie sul fatto che lo schianto di un asteroide sul pianeta Terra avrebbe avuto lo stesso successo ottenuto al tempo dei dinosauri. Per le informazioni in suo possesso, anzi, c’erano enormi possibilità che la tecnologia umana sarebbe stata in grado di fronteggiare il fenomeno. Per questo decise di mettere in atto un attacco da parte della fauna terrestre, assolutamente imponderabile e quindi più subdolo ed efficace. Aveva appreso con soddisfazione della riuscita della prima fase del conflitto, che aveva causato gravissimi danni al sistema sociale degli umani. Ora i capi formazione avrebbero dovuto assumere un’iniziativa più concreta, facendosi vivi onde proseguire alla sottomissione della popolazione terrestre e preparare la sua venuta. C’era solo un pensiero che lo preoccupava, un piccolo tarlo che gli rodeva una microscopica sezione del suo immenso cervello. Maxime Zepar e Amon Sanders. I suoi inviati avevano scoperto i nomi e le sembianze degli unici individui in grado di porre un freno al Progetto. Quei due nomi non gli erano del tutto estranei, ma non riusciva a ricordare da dove provenissero. Comunque l’unica cosa importante era che fossero eliminati al più presto. Non avrebbe tollerato nessun tipo di interferenza in ciò che aveva programmato da milioni di anni. La Terra non poteva sottrarsi al suo destino.
10) Milano
Erano passati pochi giorni dalla morte dello zio, il Professor De Martini e Nicholas non provava più nessun tipo di rimpianto. Era stato il carnefice di suo zio, ma ormai si era persuaso che aveva agito per il meglio. I messaggi che riceveva dallo spazio erano sempre più precisi. Il momento era quasi giunto, il momento in cui l’umanità li avrebbe conosciuti era imminente. Ormai anche il suo fisico era mutato, sviluppandosi e crescendo enormemente in poche ore. Osservò la sua mano pelosa da scimmia, tutta insanguinata, nella quale teneva impugnato un affilatissimo coltello da cucina. Sulla punta del coltello stesso vi era una goccia di sangue, che cadde sul pavimento arricchendo una pozza rosso vivo. Accanto ad essa c’erano due cadaveri. Non avrebbe voluto ucciderli, non avrebbe mai voluto uccidere sua madre e suo padre, ma lo avevano scoperto mentre era in corso la metamorfosi in uomo-scimmia e non potevano restare vivi. Il Progetto aveva la precedenza su tutto e tutti, anche sulla sua vita stessa, se si fosse trovato nella necessità di doversi sacrificare. Aveva condotto le sue scimmie all’attacco di inservienti degli zoo dove erano rinchiuse, aveva distrutto numerosi laboratori di ricerca che le tenevano segregate sul modello del laboratorio dello zio. Era stato il responsabile dell’uccisione di centinaia di persone. Ora non gli rimaneva che mettersi in contatto con gli altri capi formazione. Avrebbero raggiunto gli Stati Uniti il giorno successivo e avrebbero rivelato la loro presenza occupando gli schermi della CNN e di tutte le più grandi emittenti radiotelevisive statunitensi e mondiali.
11) Nell’Oceano
Silenziosa e veloce, una pinna fendeva l’acqua. Le branchie provvedevano alla respirazione, come la natura imponeva fin dal tempo della sua millenaria creazione. La sagoma affusolata di uno squalo bianco scivolava veloce verso le coste degli Stati Uniti. Era diventato l’uomo-squalo, non esisteva più il Mark di una volta. Nel frattempo era stato portato a conoscenza del Progetto e lui, contattato dall’uomo-scimmia Nicholas, si stava recando al luogo dell’appuntamento. All’inizio era un po’ in difficoltà negli spostamenti acquatici, ma in breve tempo le cose erano andate decisamente meglio. Era consapevole di essere scappato di casa e che probabilmente non vi avrebbe mai più fatto ritorno. A causa di questo pensiero, una lacrima andò a formarsi nell’occhio vitreo e apparentemente privo di vita del suo nuovo corpo di pesce. Ma tale ricordo fu scacciato subito. Anche per lui il Progetto era l’interesse primario e la devozione verso i suoi padroni un atto dovuto.
12) Stati Uniti D’America, 6.51 am
- Martin, nove minuti alla diretta! – - Grazie Glenda, ora mi preparo – Martin Chambers era da anni responsabile del telegiornale del mattino sulla CNN. Quarantatreenne sposato con due figli, aveva ereditato la conduzione dopo una dura gavetta. Aveva trascorso cinque anni facendo numerose ricerche in archivi polverosi, e altri tre come inviato speciale in luoghi impervi e pericolosi in tutti gli angoli del mondo. Dopodiché si era distinto nella preparazione di speciali e reportage di successo che gli valsero l’opportunità di condurre il telegiornale di mezzanotte. In breve tempo la sua scalata lo portò a diventare caporedattore e unico responsabile dell’edizione mattutina, anche se ancora non immaginava che avrebbe condotto il suo ultimo notiziario di lì a pochi minuti. - Ehi tu! Non si può entrare qui! Ehi non senti quello…- La voce di Chambers si estinse all’interno della gola. Il ragazzo in piedi davanti a lui si era tramutato in qualcosa di orrido. Il volto era tutto ricoperto da peli marroni, le braccia erano diventate muscolose e villose anch’esse, per non parlare delle dita nodose dalle unghie lunghe. La maglietta che indossava si era stracciata in più punti e la sua voce era roca e cavernosa. Dietro di lui, Martin vide Glenda distesa a terra in un lago di sangue. Capì che era stata barbaramente uccisa. Lo strano essere gli intimò: - Ora tu farai quello che dico io, non sto scherzando come hai potuto notare – - S-s-si, va bene – La sigla del telegiornale risuonò consueta all’interno di milioni di case in tutto il mondo. Uno spettatore attento si sarebbe accorto immediatamente che c’era qualcosa che non andava. Chambers era nervoso e visibilmente sudato. … Buongiorno cari telespettatori. Purtroppo oggi il telegiornale non andrà in onda. La sede della nostra rete è stata invasa da… beh, è difficile da spiegare. Vi posso dire che è in relazione alla guerra che sembra esserci stata dichiarata dal mondo animale… Una lama di coltello improvvisamente trafisse la carotide di Martin e un fiotto di sangue uscì dalla sua bocca; poi si accasciò sulla scrivania. Nicholas, il terribile uomo-scimmia, si impossessò del microfono e iniziò il suo lungo monologo. L’umanità finalmente ebbe una spiegazione dei terribili fenomeni che stavano accadendo in tutto il Mondo. - … Pertanto stiamo preparando la venuta di nostro Signore God, re di una galassia lontana, che ha deciso di prendere possesso della Terra. Chiunque oserà opporsi sarà annientato. Lo stesso discorso è ora in onda su tutte le più grandi emittenti mondiali, in tutte le lingue. I capi formazione sono posizionati e ben presto seguirà l’attacco finale – Nicholas prese fiato e proseguì. - Poi ho un’altra richiesta da fare. Dovete immediatamente consegnarci due terrestri: I loro nomi sono Maxime Zepar e Amon Sanders – La perentorietà del suo discorso fece venire i brividi alla schiena a gran parte della popolazione mondiale che assisteva incredula a quello strano tg.
13) Nel rifugio segreto
Il Presidente era sconcertato. In pochi giorni si era trovato a dover fronteggiare e risolvere problemi mai capitati ad alcuno prima di lui. Animali che si rivoltano, sconosciuti che sono in possesso di segreti presidenziali e adesso anche gli alieni. Il senso di angoscia e tensione che già lo attanagliava da qualche giorno si era acuito a causa delle parole di quello strano essere e sentiva un blocco al torace che gli causava difficoltà respiratorie e indolenzimento. Pensò di essere sul punto di vomitare e cercò con tutte le sue forze di mantenersi lucido e calmo. E c’era anche qualcos’altro. Cosa volevano questi alieni da Zepar e Sanders? E se fossero stati d’accordo con loro? Avrebbe ancora potuto fidarsi? Dopotutto non sapeva praticamente nulla di loro. A questo punto potevano benissimo essere anche loro alieni infiltrati allo scopo di preparare il campo all’attacco finale. Finale. Questa parola lo fece sorridere amaramente. Se solo un anno prima, al momento della sua elezione, gli avessero predetto che avrebbe dovuto scontrarsi con visitatori di un altro mondo, si sarebbe messo a ridere a crepapelle. Ora invece era tutto terribilmente reale e minaccioso. Pregava Iddio che quei due uomini misteriosi di cui si era fidato, riuscissero a fare qualcosa per salvare l’umanità. Comunque una cosa era sicura. Dovevano sapere. Gli alieni li avevano menzionati direttamente. - Allora signori, che cosa significa tutto ciò? – - Non saprei cosa dirle signor Presidente – rispose Amon - Non sa cosa dirmi? Come è possibile ? Ci troviamo di fronte ad una possibile invasione aliena, con questi esseri che sembrano conoscervi benissimo e lei mi dice che non sa cosa dirmi? – Il Presidente stava iniziando a perdere la pazienza. Lui amava parlare chiaro e non gradiva essere tenuto all’oscuro di particolari che potevano rivelarsi vitali. - Glielo ripeto, non capisco. Forse siamo diventati popolari nello spazio! – Amon era quasi strafottente e il Presidente non riuscì più a trattenersi. - Lei non può prendere in giro il Presidente degli Stati Uniti! Non si deve permettere! Siamo di fronte ad una crisi mondiale, che potrebbe essere fatale per il prosieguo dell’esistenza della razza umana stessa e lei non trova nulla di meglio che fare battute idiote? Ora voglio tutta la verità! Avanti! - Amon Sanders lo guardò, abbasso gli occhi e sospirò. - Signor Presidente, se l’ho offesa, la prego di accettare le mie scuse – Prese fiato e proseguì. - Va bene. Le dirò tutto. Deve sapere che la società che presiediamo non si occupa solo di ingegneria genetica. In realtà sono alcuni anni che effettuiamo studi approfonditi sul fenomeno degli UFO. E abbiamo raccolto elementi tali da aver potuto prevedere con anticipo ciò che sarebbe potuto accadere. – - D’accordo, ma chi sono questi alieni e che cosa vogliono da noi ? – - Vengono da una galassia lontana, oltre lo spazio conosciuto. E vogliono farci guerra – Queste ultime parole fecero rabbrividire il Presidente. Guerra. Questo termine assumeva un significato ancor più terrificante perché non vedeva possibilità di vittoria alcuna. - E’ per questo Signor Presidente, che rinnovo il mio invito a concedermi il comando delle forze armate. – Seguì un silenzio prolungato da parte dei due uomini. Il Presidente infine si spostò verso la sua scrivania e si sedette. Stette a mani incrociate davanti al viso per qualche secondo e poi alzò la cornetta del telefono. Credette di essere impazzito, poi si disse che era l’ultima speranza. - Coleman? Comunichi subito a chi di dovere che ho appena dato al signor Amon Sanders il comando di tutte le forze armate. Egli risponderà direttamente e solo alla mia persona. Sì, ha capito bene. Faccia come le ho detto – E riattaccò. - Ecco, ha avuto ciò che voleva e ora per cortesia desidero essere lasciato solo per un po’. Darò ordine a Coleman di accompagnarvi ai vostri appartamenti. – Amon e Maxime uscirono dall’ufficio presidenziale e seguirono Coleman per un lungo corridoio. Il rifugio segreto era in realtà un vero e proprio palazzo blindato, interrato a partire da dieci metri di profondità per almeno tre piani. Al suo interno vi erano otto appartamenti di 60 metri quadri ciascuno dedicati ai collaboratori stretti e agli uomini della sicurezza, più l’appartamento presidenziale da 200 metri quadri dotato di ogni comfort. In aggiunta a questi vi era l’ufficio del Presidente, una sala briefing dotata di radar, mezzi di comunicazione e computer tecnologicamente avanzati, il deposito delle armi e la dispensa. Il tutto a prova di nucleare. In caso di crisi, il rifugio poteva ospitare fino a cento persone, garantendo loro la sopravvivenza per quindici mesi. In alcuni hangar sopra di esso erano ospitati un elicottero Apache AH64 e un caccia F15 Eagle, dei bombardieri B52, più alcune grosse berline blindate. Maxime e Amon furono accompagnati al loro appartamento da Coleman, che si congedò. Entrarono e si soffermarono sui dettagli della loro provvisoria sistemazione. Esso era arredato in modo spartano ma funzionale. I fornelli rigorosamente elettrici, il forno a microonde e il frigorifero componevano parte della dotazione della piccola cucina. Vi era poi il bagno, con vasca e doccia e la stanza da letto, che conteneva due letti a castello e due brande separate. Amon scrutò ogni stanza con circospezione. L’aspetto generale gli sembrava grottescamente dozzinale e povero, lui che era abituato a soggiornare nei più eleganti alberghi di tutto il mondo. Maxime invece non fece caso a nulla e si distese sul letto. Gli doleva una spalla, ricordo della movimentata visita alla Casabianca e desiderava riposarsi un poco. Il suo amico intanto era ancora impegnato nel giro di ricognizione dell’appartamento. Si accorse della presenza di tre piccole telecamere facenti parte di un circuito chiuso. Come volevasi dimostrare, pensò, la prudenza non è mai troppa. Mise sotto sopra la stanza alla ricerca di eventuali “ cimici ”, non trovandone. Potevano parlare senza problemi. - Allora, trovato niente? – esordì Maxime. - No, nulla. Non ci sono microfoni nascosti – - Bene. Ah, toglimi una curiosità. Come ti è venuto di dire che la nostra società si occupa dello studio degli Ufo? – Il volto di Maxime non riusciva a celare un’aria divertita. - Uhm, è stata la prima cosa a venirmi in mente. Mi ero messo in un vicolo cieco e il Presidente poteva mettermi in difficoltà. Per fortuna se l’è bevuta. – E sorrise a sua volta. - Ma non hai pensato che possa fare eseguire delle ricerche sulla Bioingen? E se scoprisse tutto? – - Non ti preoccupare. – Amon si accese una sigaretta, si slacciò la cravatta e si sedette sul letto di fianco a Maxime. - Ho già provveduto tempo fa a creare una copertura solida. La Bioingen risulta in tutto e per tutto come una società perfettamente in regola e funzionante. Per di più paghiamo milioni di dollari di tasse, siamo puntuali e precisi alle scadenze fiscali. Un’impresa modello insomma – E strizzò l’occhio al suo amico. - Ora che ti ha dato il comando delle forze armate, cosa pensi di fare? Non sarà una passeggiata, l’esercito nemico è temibile. Anche le armi più avanzate di distruzione di massa possono poco contro l’assalto di milioni e milioni di animali. – - Si, hai ragione. Ma ho già una mezza idea che potrebbe essere vincente. – - Bene, ma credo che dovremmo agire con circospezione. Quei maledetti hanno scoperto i nostri nomi e credo sappiano benissimo chi siamo – - Infatti. L’appello che ha fatto quel dannato uomo-scimmia è chiaro. Ma non ti preoccupare, se tutto va come deve andare non avranno il tempo di darci la caccia – Il mozzicone di sigaretta venne schiacciato con forza sul posacenere, quasi che Amon volesse sfogare l’odio che covava nei confronti di quell’entità che stava minacciando la Terra.
14) Studi della CNN, ore 13.33
Anche Mark, l’uomo-squalo, aveva raggiunto gli studi dove era asserragliato l’uomo-scimmia. Prima di lui erano giunte tutte le altre sentinelle che avevano avuto un ruolo chiave nella preparazione dell’invasione del pianeta. L’uomo-leone era stato il primo ad arrivare, seguito dall’uomo-serpente. Giù nella strada la loro sicurezza era garantita da un esercito di animali di stazza notevole. Elefanti e rinoceronti la facevano da padroni. La città era invasa e l’atmosfera quasi irreale. Decine di migliaia di morti tappezzavano le strade ormai deserte. I sopravvissuti erano chiusi nelle loro case, paralizzati dal terrore e interrogandosi su quello che sarebbe stato il loro futuro. Ormai gli studi della CNN erano diventati la loro roccaforte. Da lì avrebbero potuto agevolmente coordinare gli sforzi e prepararsi all’attacco finale. - Ci sono notizie dei due ricercati? – Nicholas interrogò Mark e gli altri capi formazione. - No, sembra che il nostro appello sia caduto nel vuoto – - Va bene. Cercate di mettermi in contatto al più presto col Presidente. Agite in modo di procurarmi il suo numero di cellulare diretto. Sicuramente qualche dipendente della Casabianca deve averlo. Uccidete tutti quelli che si rifiuteranno di cooperare ma usate criterio. Dobbiamo assolutamente metterci in contatto con lui. – - D’accordo! – L’Uomo-leone e l’uomo-gazzella, in perfetta simbiosi inimmaginabile nel mondo animale governato dalla legge del più forte e dal rapporto predatore-predato, si mossero insieme per eseguire il compito loro assegnato. Intanto Nicholas passeggiava nervosamente. Era trascorsa appena un’ora dall’ultimo contatto telepatico avuto con la grande astronave madre e con i due fratelli alieni Albert e Daniel. Il traguardo stava per essere tagliato, gli esseri umani sembravano ormai impotenti di fronte al loro ultimo attacco. Tuttavia era stato messo in guardia dal pericolo che potevano rappresentare quei due uomini da loro ricercati. Eliminati loro, il Progetto poteva finalmente compiersi. Prima no. Gli ordini erano tassativi. Dopo un paio d’ore, l’uomo-leone fu di ritorno.
15) Rifugio segreto ore 15.42
- E adesso che cavolo c’è? – Il Presidente raggiunse il suo cellulare che squillava insistentemente dall’interno della giacca. - Pronto?- - Parlo col signor Presidente? – Ci fu una piccola pausa. - Si, sono io. Chi parla? – - Penso che lei abbia capito chi sono. Mi ha visto sicuramente sulla CNN questa mattina, mi chiamo Nicholas e sono l’uomo-scimmia, coordinatore dei capi formazioni che hanno condotto gli animali all’attacco del vostro pianeta. – Il Presidente ebbe un brivido lungo la spina dorsale e rispose con voce rotta dal terrore e dalla rabbia. - Maledetto, certo che so chi sei. Avete ucciso milioni di persone in tutto il mondo per il vostro folle disegno! Adesso che cazzo vuoi? – - Stia calmo. L’uccisione di tutti quelli che potevano essere di ostacolo al Progetto è stato un atto dovuto… - - Dovuto? E per cosa? Chi stabilisce se un atto è dovuto oppure no? – - Nostro signore God. E’ lui che stabilisce ogni cosa e a lui dobbiamo rispetto e obbedienza assoluta – - E per la vostra sete di conquista volete sterminare la razza umana? – - Ah! Che coraggio! Voi uomini sterminate ogni anno milioni di animali, in nome di ideali come il progresso o il consumismo. Le vostre petroliere scaricano in mare tonnellate di rifiuti petroliferi uccidendo l’ecosistema marino. Le vostre signore trascorrono l’inverno al caldo di pellicce costosissime ottenute dal massacro di decine di migliaia di animali innocenti. E potrei citare la distruzione di flora e fauna in nome della più sfrenata corsa edilizia a cui si sia mai potuto assistere nella storia dell’umanità. E non solo questo. Noi non vogliamo annientarvi definitivamente, ma voi dovrete sottomettervi a God, che scenderà su questo mondo per assumerne il comando. Siamo qui per costruire un mondo migliore. Arrendetevi e consegnateci Maxime Zepar e Amon Sanders. – Il Presidente sentiva la tensione salire all’interno del suo corpo. Il discorso dell’essere abominevole l’aveva profondamente colpito. Le sue ragioni potevano essere anche valide. Ma la sua mente tornò alle centinaia di corpi straziati che aveva potuto osservare durante il tragitto che li aveva portati al rifugio segreto. E nuovamente rabbia e orgoglio ebbero il sopravvento. - E se noi rifiutassimo? – disse con voce ferma e decisa L’uomo-scimmia si stupì della tenacia dell’uomo e rispose con voce grave: - Vi stermineremo – E chiuse la comunicazione. Pensieri come turbini di vento si susseguirono nella mente dell’uomo. Arrendersi? Lottare fino all’ultimo? Fidarsi di Zepar e Sanders e proseguire con il loro piano? D’altronde ormai aveva conferito a Sanders il comando delle Forze Armate e non poteva più tirarsi indietro. - Coleman! – - Si, signore? – - Faccia chiamare subito Sanders e Zepar – - D’accordo, subito signore – Pochi minuti dopo ci fu una riunione nella sala briefing. Insieme al Presidente e a Coleman vi erano i due uomini misteriosi. - Ho capito. C’è pochissimo tempo per agire – Amon si fermò un secondo a riflettere e poi continuò - Ho bisogno di un gruppo di soldati scelto, il migliore possibile. Non più di cinque o sei però. Devono essere espertissimi nel combattimento e in grado di poter compiere l’assalto al palazzo della CNN in pochi minuti ed in modo letale.- - A questo ci penso io – disse il Presidente. - Conosco l’uomo che fa per noi. Ha capitanato un nucleo d’assalto delle forze speciali a Tora Bora, nel conflitto seguito agli attentati dell’11 settembre. In cinque sono riusciti a uccidere centinaia di soldati talebani nell’arco di poche ore. Lo faccio contattare subito. – - Molto bene, e poi ho bisogno di un permesso speciale per l’utilizzo di armi chimiche. – - Armi chimiche? Di che tipo? – Amon Sanders si avvicinò all’orecchio del Presidente e bisbigliò qualcosa. - Santo cielo! Ma si rende conto di ciò che mi sta chiedendo? – - L’America ancora vive nel terrore di questa minaccia e lei … - - E io le sto offrendo l’unico modo per salvare il pianeta dalla distruzione- La tensione fra i due era nuovamente avvertibile. Il Presidente guardò Sanders dritto negli occhi. - E va bene, avrà la mia autorizzazione anche per questo – - Perfetto. Ora attendiamo l’uomo di cui mi ha parlato. –
16) Palazzo di God
Una forte aura azzurrina circondava il corpo di God. I suoi muscoli si erano rigonfiati e vibravano con violenza. Il suo volto era teso e preoccupato. Finalmente aveva compreso tutto. Sapeva esattamente chi erano i due uomini e qual’era il loro vero scopo. Doveva impedirlo ad ogni costo, altrimenti la sua venuta sulla Terra avrebbe potuto trovare un ostacolo insormontabile. La lotta millenaria non si era quindi ancora conclusa. Doveva annientarli definitivamente. Fece chiamare Albert e Daniel. - Allora, cosa vi hanno detto i terrestri? Consegneranno i due uomini? – Albert prese la parola. - No, mio signore. Per adesso si stanno rifiutando, ma credo che in poco tempo capitoleranno. – - Li voglio vedere morti al più presto! Avete capito chi sono quei due? – I due annuirono. La rivelazione che God aveva fatto loro poche ore prima, aveva configurato perfettamente la portata della pericolosità che la coppia rappresentava per il Progetto. La perentorietà dell’ordine impartito da God li fece rabbrividire. L’imponente alieno si alzò dal trono e fece qualche passo verso i due. Li osservò con sguardo penetrante e duro e potè percepire il timore che provavano nei suoi confronti. Finalmente i lineamenti del volto si rilassarono e un lieve sorriso increspò le sue labbra. - Mi raccomando figlioli, il momento è delicatissimo e non dobbiamo permettere che quei due abbiano partita vinta. – Albert e Daniel furono sorpresi dal mutamento del tono della voce di God che ora era meno stentorea, quasi dolce. - E … cosa succederebbe se fallissimo? – Chiese Daniel pentendosi un istante dopo della sua domanda. - Succederebbe che, beh… non voglio neppure pensarci. – - E non ci dovrà pensare. Non succederà – disse Albert togliendo dall’imbarazzo suo fratello Daniel e congedandosi da God.
17) Rifugio Segreto ore 18.06
- Signor Presidente? – - Sì Coleman, dimmi pure – - E’ arrivato il Colonnello Ira Donovan – - Va bene, fallo entrare – Ira Donovan era un uomo possente di circa quarant’anni. I capelli rasati in stile militare, una profonda cicatrice che partiva un centimetro sotto l’occhio destro e andava a congiungersi con il labbro superiore, le rughe profonde sulla fronte e intorno agli occhi, tradivano le numerose fatiche che aveva dovuto affrontare quest’uomo. Le sue truppe scelte avevano setacciato le grotte di Tora Bora per centinaia di chilometri, alla ricerca delle loro prede. Avevano ucciso centinaia di appartenenti a truppe di terroristi islamici, procedendo in gruppetti di cinque, massimo sei elementi. I suoi uomini e lui stesso erano killer in grado di uccidere una persona a mani nude in pochi istanti. - Ira, ci incontriamo di nuovo dopo tanto tempo! – Il Presidente andò incontro all’uomo e si strinsero calorosamente le mani. - E’ vero, sono passati almeno dodici anni – - Già, ma credimi che ho seguito tutte le tue imprese in medio Oriente, durante la Guerra del Golfo e poi in Afghanistan. Il mio pensiero non ti ha mai abbandonato – Il duro militare sorrise e diede un piccolo colpetto sulla spalla del suo dirimpettaio. - Ma ora dedichiamoci al motivo per cui tu mi hai chiamato – Il Presidente parlò per quasi mezz’ora, riassumendo la sequenza degli avvenimenti, presentando Maxime e Amon e spiegando il ruolo che avevano avuto durante la crisi. Amon spiegò a Ira quale sarebbe stata la sua tattica e come avrebbero dovuto agire per realizzarla. Al termine del lungo discorso, Ira stette qualche secondo in silenzio con le mani incrociate vicino alla bocca. Poi si alzò e si rivolse ai due uomini: - Va bene. Penso che il vostro piano sia realizzabile. Più tardi ci riuniremo ancora qui per stabilire come e quando agire. Ora, se permettete vorrei scambiare due parole in privato con il Presidente. Dopo tutti questi anni abbiamo molte cose da dirci – I due annuirono e uscirono dalla sala briefing e dirigendosi nuovamente verso i loro alloggi. Ira si sedette e iniziò a scrutare il suo amico. - Ma sei impazzito? Hai veramente dato il comando delle Forze Armate a quell’uomo? – Il Presidente fece per rispondere poi tacque. - No, non sei impazzito, ti conosco troppo bene. Cosa c’è sotto? – - Hai ragione, non ho agito con leggerezza. Questi uomini avevano più informazioni degli stessi servizi segreti. E poi c’è dell’altro…- - E cioè ? – - Gli alieni hanno espressamente richiesto la consegna di questi due uomini. Evidentemente credo possano rappresentare un pericolo per loro. E’ per questo che ho deciso di fidarmi. Spero di non commettere un errore, ma è la prima volta che ci troviamo a fronteggiare una minaccia simile…- - Già, capisco. Ma sappi che io non accetterò di prendere ordini da un tipo simile. C’è qualcosa che non mi piace sia in lui che nel suo amico – - Ira, per cortesia… - - Stammi a sentire, il mio istinto dice che non ci dobbiamo fidare del tutto. Hanno uno strano sguardo e il mio sesto senso non sbaglia mai. – - Forse hai ragione. Ma per adesso ti chiedo di collaborare. Quando sarai alla guida della spedizione avrai ampia discrezionalità di comando, ma ti prego di seguire il piano e le indicazioni che ti daranno quei due. – Ira non sembrava pienamente convinto. Ma alla fine cedette. - Va bene, farò come dici. – Il Presidente guardò Ira compiaciuto, gli strinse la mano e lo ringraziò. - Ci vediamo tutti insieme fra un’ora in sala briefing, adesso vai pure a riposarti un pochino. – - D’accordo, a dopo. –
18) Studi della CNN ore 18.32
L’esercito animale era ormai entrato in possesso dell’intero palazzo, che era diventato la loro roccaforte. Tutti i capi formazione si erano riuniti all’interno della sala congressi e stavano discutendo animatamente. Gli ordini provenienti dai loro capi erano chiari. Doveva partire il conto alla rovescia per l’atterraggio dell’astronave aliena e allo stesso tempo i due terrestri pericolosi dovevano essere eliminati. Nicholas passeggiava nervosamente. Erano passate quasi due ore da quando aveva inviato i suoi messaggeri e attendeva febbrilmente il loro ritorno. Finalmente uno sbatter d’ali lo fece voltare. L’uomo-aquila e l’uomo-falco erano tornati. - Abbiamo localizzato il rifugio dei due terrestri. Si trovano all’interno di una base fortificata a circa duecento chilometri da Washington – - Benissimo! Voglio che venga immediatamente organizzata una spedizione imponente. Mark? Vieni qua per favore – - Eccomi – - Occupatene tu per favore. Attendo un resoconto dei numeri della spedizione entro un’ora al massimo – - Va bene, tra meno di un’ora avrai ciò che chiedi – Mark osservò l’uomo scimmia e non poté fare a meno di notare come fosse teso e agitato. Il Progetto rappresenta il suo tutto, pensò. Ora sta vivendo solo per la sua riuscita. E lui invece? La devozione che aveva mostrato verso i suoi capi era assoluta, ma adesso stava provando un momento di sbandamento. Aveva visto succedere di tutto, esplosioni, combattimenti, decine di migliaia di morti. E per giunta gli mancava la famiglia. Gli mancava suo padre, gli mancavano le domeniche trascorse con lui a pescare o a giocare a baseball nel giardino di casa. E per cosa stava combattendo? Per la venuta di un essere che neppure aveva mai visto? Dal giorno dell’incidente, in cui era finito in acqua e aveva avuto l’incontro ravvicinato con lo squalo, era cambiato qualcosa. Ma ora il condizionamento psicologico stava sensibilmente scemando e non era più sicuro di cosa volesse realmente fare. Dopo qualche secondo scacciò i suoi cattivi pensieri. Il Progetto doveva vivere. E lui aveva un ruolo primario, gli piacesse oppure no. E si apprestò ad organizzare il piano di attacco. Un’ora dopo era già da Nicholas a riferire delle sue scelte. - Avanti, come pensi di organizzare il tutto? – - Dunque, sappiamo che la base è fortificata, quindi sarà molto difficile penetrare dall’alto. – - Allora? – - Allora pensavo a topi, serpenti e insetti. – - Topi? – - Si, un attacco in massa di roditori penso possa essere efficace. Essi riusciranno a entrare sfruttando ogni piccolo varco e fungeranno da apripista. Una volta dentro, inizieranno a mettere fuori uso tutte le apparecchiature elettroniche e di difesa e solo a quel punto interverranno le nostre forze d’aria. Condor, falchi, aquile si getteranno all’interno della base indifesa. Da terra invece subentreranno le forze pesanti, come rinoceronti ed elefanti, che schiacceranno ogni minima possibilità di resistenza umana. I serpenti sfrutteranno invece i varchi dei topi e attaccheranno il personale all’interno della base con il loro veleno. Gli insetti faranno altrettanto e si accaniranno sulle ultime resistenze che potremmo incontrare. E infine, io, che sarò a capo della spedizione, detterò le condizioni della resa e mi farò consegnare Zepar e Sanders – Nicholas riflettè per qualche istante poi disse: - D’accordo. Penso che sia proprio un ottimo piano. Numericamente, di quante forze pensi ci sia bisogno? – - Tutte quelle possibili. Voglio ogni singolo insetto presente sulla faccia della terra, ogni topo, ogni serpente – L’uomo-scimmia comprese allora l’esatta portata dell’attacco che intendeva scatenare l’uomo-squalo. Milioni e milioni di animali all’assalto della base segreta. Si, decisamente un piano così non avrebbe mai potuto fallire. - E per quando sarebbe previsto l’attacco?- - Per domani a mezzogiorno. I Terrestri non potranno abusare ancora della nostra pazienza –
19) Sala Briefing del rifugio segreto, ore 18.59
- Allora signori, il momento è giunto. Illustratemi le vostre conclusioni – Il Presidente pronunciò queste ultime parole con tono grave e deciso. Il tavolo di forma ellittica intorno al quale sedevano i cinque uomini si era ben presto tappezzato di fogli e mappe dell’edificio in cui erano asserragliati i capi formazione del terribile esercito animale. Finalmente Ira prese la parola. - L’idea è di utilizzare spore ultra potenziate del batterio Bacillus Anthracis, come già Amon ti aveva accennato. Se noi riuscissimo ad immettere nell’impianto di areazione dell’edificio una quantità sufficiente di batteri, tutte quelle strane creature dovrebbero esserne contagiate. In pochi minuti sarebbero talmente debilitate da non potersi muovere e respirare. A quel punto procederemo con l’immissione di gas venefici e completeremo l’opera. Siamo convinti che gli animali, una volta perso il giogo cerebrale a cui sono soggetti da parte degli alieni, scapperanno terrorizzati senza neppure rendersi conto di dove si trovino.- Il Presidente si fermò a riflettere per qualche secondo. - E’ un piano abbastanza complesso, siete sicuri di poterlo realizzare? E che tipo di gas intendereste usare? Un nervino? – - No, non siamo sicuri di poterlo realizzare. Ma è l’unica, disperata speranza che possiamo vantare. In quanto al gas beh, il gas nervino no, ci serve un altro tipo di gas, più veloce nella sua azione e più di facile dissolvenza quando sfonderemo. – Ira Donovan fece una piccola pausa. Poi sospirò e riprese - Useremo il gas Zyklon B – - Zyklon B… questo nome non mi è nuovo. Oddio, è forse… - - Già, è il gas che utilizzavano i nazisti per soffocare gli ebrei nei loro campi di concentramento – Amon concluse il discorso in vece del Presidente. - Si, ricordavo bene allora. Ma è tremendo! -. - Infatti. Ma è terribile anche la minaccia che ci pende sul capo. – Il Presidente pensò che Amon avesse ragione. Gli restava solo un altro dubbio, che però venne fugato pochi istanti dopo da Ira. - Per la sicura riuscita di un piano simile avremmo bisogno di un infiltrato. Ma data la particolare natura delle creature che dovremo fronteggiare, dovremo farne a meno. Vi anticipo signori che sarà dura, molto dura. Potremo contare solo sulle nostre forze e sulla nostra intelligenza. E su una buona dose di fortuna. Ma vi posso assicurare che io e i miei uomini faremo di tutto per sconfiggere il nemico. L’impresa non ci spaventa. – - D’accordo, quando pensate di agire? – - Se non ci saranno intoppi, domani notte un gruppo speciale da me capitanato entrerà in azione verso mezzanotte –
Il buio. Il buio profondo. E poi un lampo di luce rossa ad illuminare la stanza. La stanza era vuota, completamente spoglia. Le pareti, illuminate da un riverbero rossastro sembravano costruite con un materiale sconosciuto. Cercò di trovare un’apertura, una porta da cui potesse uscire da quella strana ed enorme costruzione, grande quanto un campo da calcio. La ricerca di una via d’uscita si fece febbrile. Ispezionava ogni metro con cura maniacale e l’angoscia era sempre più accentuata. Non c’erano vie di scampo, era prigioniero. I muri mutarono di aspetto. Divennero decadenti e sporchi. Il riflesso di luce rossa che moriva sulle pareti divenne più scuro, fino ad assumere il colore del sangue e si coagulò sul muro. Sul soffitto vi era una lampada arrugginita, poi un’altra ed ancora una. La stanza si era trasformata in un lungo corridoio, con alcune porte ai lati. Su queste porte vi erano etichette ormai scrostate sulle quali si potevano intravedere delle indicazioni. I numeri delle stanze. Stanza 106, stanza 108. Poi seguirono l’ambulatorio e i servizi. Come ipnotizzato aprì la porta dei bagni e vi entrò. Lavandini rotti e accatastati sul pavimento, docce arrugginite e specchi infranti facevano da tetra cornice. Non c’era anima viva. Proseguì nel suo folle cammino e la sua attenzione fu catturata dall’ultima porta che sembrava essere il sigillo a questo corridoio senza uscita. Il numero di essa era parzialmente stracciato. Cercò di desumerlo osservando le cifre. La prima era un 6. La seconda era un 6. La terza era illeggibile. Si voltò di colpo e vide che anche il corridoio era scomparso. A un metro da lui era sorto dal nulla un muro che gli impediva di tornare indietro. Si fece forza e varcò la soglia. C’era una scrivania di fronte a lui e seduto su una poltrona girevole c’era un essere completamente avvolto da un mantello nero, che gli dava le spalle. Fece qualche passo all’indirizzo della creatura ma questa non si voltava. Arrivò a meno di un metro di distanza. Appoggiò una mano sulla poltrona e tirò verso di sé. Improvvisamente l’essere si girò di colpo. Rimase pietrificato dall’orrore. Aveva il volto di Amon Sanders, aperto in un ghigno malefico che metteva in risalto denti aguzzi e gialli. Una risata folle e sgangherata gli penetrò i timpani. Sanders rideva, rideva come un pazzo. cercò di schermarsi le orecchie come meglio poteva, ma il terribile suono era troppo penetrante e violento e non poté far altro che crollare per terra. Il Presidente gridò e si mise a sedere sul letto madido di sudore. Guardò l’orologio sul comodino e vide che segnava le 4.32. Il cuore gli batteva in petto a mille e la tempia pulsava dolorosamente. Si sdraiò nuovamente e alzò gli occhi verso il soffitto. Erano passate solo due ore da quando si era coricato ed era conscio che di lì a poco avrebbe dovuto nuovamente alzarsi per organizzare l’offensiva. Strinse con forza il lembo del lenzuolo. Avrebbe voluto addormentarsi di nuovo e lasciarsi tutto alle spalle. Ma non poteva. L’incubo che aveva avuto si era dissolto con un grido. Ciò che stava accadendo alla Terra era solo realtà. Si diresse verso il bagno per una doccia ristoratrice. Lo scrosciare dell’acqua sul viso lo indusse in uno stato di semi torpore e la sua mente iniziò ad elaborare teorie su quanto ciò stava accadendo. La fine del mondo. Le profezie di Nostradamus. Tutti i pensieri che potevano portare alla distruzione si susseguirono nel suo cervello. E.L.E, eventi di livello estintivo. Era sempre stato convinto che il Pianeta prima o poi sarebbe arrivato al collasso a causa dell’uomo. Non per colpa di un attacco extraterrestre.
20) Fuori dal rifugio segreto, ore 11.45
- Quindici minuti all’ora X – Mark, l’uomo-squalo, informò con solennità i capi missione che era quasi arrivato il momento di attaccare. Erano giunti a pochi chilometri dal rifugio segreto dove si nascondevano i loro bersagli. Durante il viaggio di spostamento dalla loro base al rifugio, i suoi dubbi si erano moltiplicati. Cadaveri, ancora cadaveri. Uomini, donne e bambini giacevano ad ogni lato delle strade. Palazzi devastati, auto incendiate, vetrate infrante e ponti distrutti davano l’esatta dimensione dell’Olocausto che avevano dovuto subire i terrestri. Lui si stupiva degli ordini che aveva ricevuto. E non si capacitava di tanta ferocia da parte dei suoi capi. Era stato informato sulla vera identità dei due uomini ospitati nel rifugio segreto, ma la vista di centinaia di migliaia di corpi straziati avevano ormai reso iperattivo il tarlo che si era insinuato nella sua mente. Tentando un’ultima opera di devozione assoluta al Progetto, chiamò a sé i capi missione. L’uomo-serpente, l’uomo-topo, e i vari uomini-insetto si strinsero a lui. Dopo le raccomandazioni sulla conduzione dell’attacco, alzò gli occhi verso il cielo. C’era un silenzio irreale, quasi un presagio di morte. La quiete prima della tempesta. Guardò l’orologio, erano le 11.59. - Meno 3…2…1.. Attacco! –
21) Interno del rifugio segreto, ore 12.00
Il Presidente, Ira e i due uomini misteriosi si erano recati nei sotterranei, ove era ubicato un magazzino di stoccaggio di batteri per la guerra chimica, bombole di gas letali e antidoti vari. Il Professor O’Neill, che collaborò con loro, fece un cenno di assenso; tutto era quasi pronto. Le fialette con le spore letali furono alloggiate in uno speciale contenitore infrangibile e depositate all’interno di uno zaino rinforzato che venne affidato a Ira Donovan. In altri zaini trovarono sistemazione alcune bombole del gas Zyklon B. Improvvisamente avvertirono un’esplosione. - Adesso che succede? Andiamo di sopra, presto! – Giunti agli appartamenti sentirono delle grida provenienti un po’ da ovunque. Tentarono di raggiungere l’ascensore, che li avrebbe portati agli hangar. Si aprì la porta ed un mare nero di topi sfociò nel corridoio. Maxime fece appena in tempo a lanciarsi sul Presidente, prima che questi fosse assalito dai feroci roditori. Ira invece fu pronto a proteggere Amon, spostandolo di fianco all’ascensore e rifugiandosi dentro una camera. - Maledizione, ci hanno attaccati! – urlò il Presidente Fece un cenno a Maxime e si diressero verso le scale. Ira ed Amon li seguirono dopo pochi istanti, facendosi largo fra quelle bestiacce impazzite. - Aspettate! Se ci fermiamo al primo sotterraneo, troveremo un deposito di armi – suggerì Coleman. - D’accordo, andiamo! – Penetrarono all’interno del deposito e con enorme sollievo videro che non era ancora stato invaso dagli animali. Maxime frugò negli armadietti e si mise in spalla un lanciafiamme. Si assicurò che fosse carico di combustibile e poi distribuì ai suoi amici alcune pistole mitragliatrici UZI e AK 74 Spetnaz. Non fecero a tempo ad imbracciare le armi che una nuova minaccia stava di fronte a loro. Centinaia di migliaia di velenosissimi serpenti, cobra, aspidi, vipere dal collare uscivano dalle griglie, dai condotti di areazione, dalle porte. Maxime accese il lanciafiamme. - Fatevi da parte – La fiammata, micidiale, colpì la prima avanguardia carbonizzandola. I corpi viscidi degli animali, bruciavano e si contorcevano emanando un odore acre di carne bruciata. - E adesso fuori di qui, stanno aumentando a vista d’occhio! – La stessa sorte di fuoco avvolse topi e insetti che sbarravano la strada al passaggio del gruppetto. Molti altri dipendenti e militari ospitati dal rifugio segreto, non avevano avuto la prontezza di mettersi in salvo e avevano trovato una morte orribile, dilaniati dai topi impazziti. Amon riconobbe il corpo di un cameriere che aveva servito loro la cena la sera prima. Adesso parte dell’osso del suo cranio era messo a nudo, un occhio giaceva fuori dalla sua orbita e il naso era ormai una poltiglia insanguinata di pelle e ossa. Dai vestiti stracciati si potevano vedere le lacerazioni e le ferite che aveva subito la sua pelle e che erano serviti da pranzo ai maledetti roditori. Finalmente riuscirono a raggiungere gli hangar siti in superficie e solo allora si accorsero di ciò che stava accadendo realmente. Centinaia di elefanti e rinoceronti presidiavano la zona, il cielo era oscurato da milioni di uccelli volteggianti e l’invasione da parte di topi e serpenti proseguiva incessantemente. Sgattaiolarono nella rimessa numero due, quella destinata ai bombardieri B52. Evidentemente gli hangar erano state le prime costruzioni visitate dagli invasori. I tre poveri inservienti incaricati della pulizia erano riversi sul pavimento, morti e completamente sfigurati. Ma la quiete era tornata a regnare. Dopo essersi assicurato che non ci fosse nessuno in ascolto, Ira accese un walkie-talkie che portava nello zaino. - Marcato! Kowalsky! Berkeley! Dannazione rispondete! – L’apparecchio emise dei fruscii e un fischio prolungato. Il militare allora cambiò frequenza e ripeté il suo appello. Finalmente giunse una risposta - Colonnello, è lei? – - Si, Kowalsky, maledizione che fine avete fatto? – - Siamo stati sorpresi dall’attacco di quei fottuti topi e ci siamo rifugiati all’interno della dispensa!- - Dovete uscire di lì al più presto, prima che sia troppo tardi! Ci siete tutti? – - Io, Marcato, O’Hara e Blake stiamo bene, ma Berkeley e Johnson purtroppo non ce l’hanno fatta – Ira si lasciò sfuggire un’imprecazione. Aveva perso due fra i suoi migliori uomini. Le cose stavano prendendo una pessima piega. - Sentite, passando per il deposito armi nel primo sotterraneo dovreste riuscire a raggiungerci abbastanza agevolmente. Siamo nascosti nell’hangar numero due. Ma fate in fretta! – E chiuse la comunicazione. Il Presidente si avvicinò ad Ira e gli mise una mano sulla spalla. - Mi dispiace per i tuoi uomini – - Erano dei ragazzi in gamba, senza di loro sarà tutto più difficile – L’attenzione di Ira si soffermò improvvisamente, troncando il discorso, verso l’hangar numero quattro. Una creatura molto strana, metà uomo e metà squalo indossante un’uniforme, discuteva animatamente con un’altra creatura altrettanto strana, un uomo-rinoceronte. I gradi sulla spallina non lasciavano spazio a molti dubbi, quello era senza dubbio il comandante della missione. Ira radunò Maxime, Amon e gli altri, spiegando la situazione. - Capite? Se riuscissimo a catturare quell’essere a forma di squalo, potremmo in qualche modo pararci il culo e riorganizzarci. Non credo che gli altri attaccherebbero senza una guida che li comandi – - Mi sembra un’ottima idea – confermò Maxime - Come pensate di fare? – chiese Amon - E’ un’idea folle ma potrebbe essere vincente. Guardate là – Tutti diressero il loro sguardo e videro di fianco ai grossi bombardieri un pick-up furgonato. - Se saremo tanto bravi e veloci da avvicinarci a lui il più possibile, ho qualcosa che potrebbe servirci. – Tirò fuori dallo zaino una pistola molto particolare. - Questa spara una rete metallica pressoché indistruttibile; lo cattureremo proprio come si conviene ad un pesce – Improvvisamente percepirono un rumore. Si diressero vicino ad un aereo e si nascosero dietro di esso. La porta di servizio dell’hangar si dischiuse e un soldato in uniforme entrò con circospezione. - Ehi! Psst, Kowalsky! – - Chi è? – rispose il militare, visibilmente impaurito, imbracciando il suo fucile. - Sono io, girati di qua! – Finalmente riconobbe Ira e fece un cenno di intesa. Ben presto i quattro soldati entrarono all’interno del capannone e furono immediatamente edotti sul piano elaborato dal colonnello. Si diressero verso il pick-up, un potente Dodge Ram Dual-Cab appositamente modificato per l’esercito statunitense. I soldati si nascosero all’interno del vano posteriore, sufficientemente grande per accoglierli tutti. Kowalsky si accomodò alla guida mentre Ira si sistemò di fianco a lui con la pistola spara rete ben carica. Amon, Maxime, Coleman e il Presidente si sistemarono sui sedili posteriori. Il mezzo, dotato di un potente V8 da 245 cavalli e 5900 cc, era perfetto per accogliere almeno nove persone. Un colpo di fortuna.. Kowalsky forzò col suo coltello uno sportellino e cominciò a lavorare sui cavi. Dopo pochi istanti il veicolo si mise in moto. - Proviamoci – ordinò Ira, imbracciando la sua arma. Uscirono dall’hangar sfondando il cancello e in meno di cinque secondi, sfruttando il fattore sorpresa, si trovarono di fianco alla loro preda. Mark non ebbe il tempo di reagire di fronte alla fulminea azione del manipolo di guerrieri. I suoi occhi vitrei videro per una frazione di secondo un uomo che imbracciava una specie di fucile e pochi istanti dopo venne scaraventato per terra trascinato all’interno della rete agganciata al fuoristrada. Kowalsky rallentò, dando modo ai suoi uomini di issare la creatura all’interno del cassone. Quando fu certo che tutto era in ordine affondò il piede sul pedale del gas, ottenendo una risposta fulminea dal poderoso veicolo. Ora dovevano solo pregare di riuscire a superare la barriera formata dagli animali e allontanarsi il più presto possibile. Furono fortunati. Il condizionamento psicologico più potente e determinante della loro folle obbedienza era proprio quello che li legava a Mark. Il capo spedizione, prontamente addormentato con un forte anestetico era fuori combattimento. Prima che i suoi aiutanti potessero essere in grado di recuperare il controllo delle povere bestie, erano riusciti a scappare sufficientemente lontano. Risolsero velocemente anche il problema del rifugio. Lungo la statale che attraversava la campagna circostante videro una piccola fattoria e vi si diressero a gran velocità. Sembrava che la furia degli animali avesse risparmiato quell’inerme costruzione. Kowalsky fermò il fuoristrada nel piazzale antistante, permettendo al Presidente, a Ira e ad Amon di scendere dal mezzo. Gli altri sorvegliavano strettamente l’uomo-squalo. La fattoria però non era deserta come appariva a prima vista. E l’accoglienza dei suoi occupanti non fu per nulla amichevole. Uno sparo secco sfiorò il volto di Amon, che fu abile a gettarsi subito a terra evitando un secondo colpo. Ira si lanciò subito sul Presidente, evitando che un terzo proiettile potesse andare a segno. Dopodichè si avvicinò strisciando alla porta di ingresso e analizzò in pochi istanti la situazione. Vide la canna di un fucile che sporgeva dal pertugio utilizzato abitualmente come spioncino. Aveva ben chiaro come agire; con un calcio preciso, dal basso verso l’alto, disarmò chi stava all’interno. La porta cedette sotto il peso di una robusta spallata. Entrò e capì subito che non avrebbe più dovuto preoccuparsi. Vide un vecchietto disteso sul pavimento, che si massaggiava la schiena dolente. Ira raccolse il fucile e aiutò l’uomo a rialzarsi. Lo sguardo del vecchio era duro e penetrante. Un accenno di barba bianca e ispida gli arricchiva il volto, scavato dall’età e dalla fatica accumulata nei campi. - Chi è lei e cosa ci fa qui a casa mia? – gracchiò lui - Non si preoccupi. Il mio nome è Ira Donovan, sono un militare degli Stati Uniti – - Posso fidarmi? Sono alcuni giorni che sono costretto a chiudermi qui in casa. Le bestie sono impazzite tutte, tranne Lucky Roger. – - Lucky Roger? – - Si, è il mio cane – disse l’uomo indicando una cuccia dove un vecchissimo e sonnolento bracco riposava ignorando il trambusto che si era creato. - E’ vecchio quasi quanto me, ha diciotto anni ed è completamente sordo! – aggiunse lasciandosi sfuggire un sorriso sgangherato che mise in evidenza gli unici tre denti sopravvissuti nella sua bocca. - L’ho chiamato Lucky, fortunato, perché l’ho salvato per miracolo dal canale dove era caduto quando aveva pochi mesi - - Beh, siete due campioni di longevità – aggiunse Ira sorridendo – Signor… - - Roy MacNamara per servirla! Credo di potermi fidare di lei. Per caso è in grado di spiegarmi cosa sta succedendo? – - C’è qualcuno che potrà farlo meglio di me. Il Presidente degli Stati Uniti – - Mi sta prendendo in giro? – - No, non la sta prendendo in giro – Il Presidente entrò nella piccola abitazione seguito da Amon e si intromise nella conversazione. Spiegò brevemente i fatti al vecchio, il quale era sempre più sbalordito e gli disse: - Adesso abbiamo bisogno del suo aiuto – Il signor MacNamara aiutò i militari a nascondere il pick-up nel fienile e non fece obiezioni quando portarono la strana creatura al piano superiore, immobilizzandola sul letto con corde e catene, lasciando Blake e O’Hara con i mitra spianati a controllarla, aiutati da Zepar. Poi iniziò a raccontare le vicissitudini dei giorni precedenti, con le sue uniche tre mucche che si erano imbizzarrite, sfondando il cancello della stalla e scappando via come se qualcuno le stesse richiamando. Spiegò ai militari di come avesse visto centinaia di uccelli volteggiare in cielo per ore e mostrò loro la gabbia dove teneva Cippy, il suo piccolo canarino, morto nell’estenuante tentativo di sfondare le pareti di acciaio per raggiungere i suoi simili. - Credetemi, in quasi ottantacinque anni di vita non ho mai visto nulla di simile – - Le crediamo Roy, abbiamo pensato la stessa cosa anche noi – Adesso che avevano trovato un rifugio piuttosto sicuro, dovevano riorganizzare un piano efficace. Non sarebbe stato per nulla semplice, ma dovevano tentare ad ogni costo. Forse l’uomo-squalo avrebbe potuto essere loro utile. Ormai l’effetto dell’anestetico stava per terminare e decisero di raggiungere il piano superiore. In effetti il corpo della creatura tremava e i suoi occhi vitrei roteavano come se si stesse riprendendo. Ira e i suoi soldati erano schierati in posizione difensiva, con i mitra pronti a fare fuoco. Dopo circa un’ora il tremito del suo corpo si era nettamente attenuato e il suo sguardo appariva ora lucido e presente. - Che cosa volete? – La voce dello strano essere era quanto di più umano si potesse pensare. - Vogliamo sapere chi sei, da dove vieni e chi sono i tuoi capi. Ti conviene collaborare, altrimenti ti faremo fuori immediatamente – La voce di Ira aveva un tono deciso, che non ammetteva repliche negative. - Mi chiamo Mark Farina, uomo-squalo e vicecomandante dell’esercito animale terrestre. Fino a poco tempo fa ero un ragazzo come tanti altri. Adesso God e i suoi alieni sono i miei capi – - Parlaci di God – Amon incalzò e si rivolse direttamente a Mark, nonostante l’invito di Ira a tacere. - God è un’entità suprema, proveniente dallo spazio più profondo. Come già avete saputo, la sua intenzione è quella di attaccare ed invadere le Terra. – - Di questo siamo a conoscenza, ma vogliamo saperne di più. Chi è veramente God? – - Ve l’ho già detto, è un’entità extraterrestre proveniente dallo spazio remoto – Amon prese un fucile e colpì violentemente con il calcio il muso dell’uomo-squalo che digrignò i denti e sbuffò, senza accusare il colpo più di tanto. Ira prese il fucile dalle mani dell’uomo e lo ammonì severamente. - Signor Sanders, qui gli interrogatori li faccio io a mio modo. Non ci provi mai più. E’ in ballo la sicurezza del mondo intero – - Gliela faccio sputare io la verità a questo bastardo – e si avvicinò per colpirlo di nuovo, tentando di strappare il fucile dalle mani del militare. Ma Ira non mollò la presa, guardò Amon con occhi di fuoco e gli disse con tono sprezzante: - Allora non hai capito. Non ti azzardare nuovamente ad agire di testa tua o ti faccio saltare le budella – La canna del fucile era adesso puntata all’altezza del ventre di Amon, il quale guardò per un istante Ira con odio intenso, finchè intervenne il Presidente. - Calmatevi adesso, non è proprio il momento per metterci a litigare fra di noi. Amon, nonostante ti abbia assegnato il comando delle Forze Armate, ti pregherei di lasciar condurre questa delicata fase a Ira. Te lo chiedo per favore – Amon stava per replicare ma ci ripensò. - D’accordo signor Presidente, farò come dice. – - Grazie, lo apprezzo molto – Amon si allontanò, mentre Ira lanciò un’occhiata riconoscente verso il Presidente. Un cenno di intesa. Si conoscevano da così tanto tempo che egli comprese immediatamente cosa significasse quello sguardo. Ok, hai agito per il meglio. Era il modo scelto da Ira per ringraziarlo. Il militare si diresse nuovamente verso l’uomo-squalo - Così mi stavi dicendo che tu in realtà eri un ragazzo come tutti gli altri e che un bel giorno ti sei tramutato in pesce e hai deciso di vendicarti di tutti i fritti misti che ci siamo gustati? – La voce dell’uomo era adesso volutamente ironica. Aveva deciso di provocarlo per analizzare la reazione. - La prego di risparmiarsi la sua ironia da quattro soldi, colonnello – La voce pacata dell’essere lo sorprese. - Ho avuto l’onore di essere scelto da God e dai suoi inviati sulla Terra per poter essere uno degli elementi essenziali per la riuscita del Progetto. E’ per questo motivo che ho dovuto abbandonare la mia casa e i miei genitori e obbedire ai miei capi – - E i tuoi capi ti hanno ordinato di sterminare i Terrestri? – - Non avete voluto arrendervi e allora abbiamo agito con la forza – - Ah questo è bello! – il Presidente irruppe nella conversazione alzando la voce - Avete attaccato senza il minimo preavviso, vi siete presentati e fatti conoscere dopo aver già ucciso migliaia e migliaia di persone. Cosa pretendevate, che vi dicessimo prego, siete i benvenuti? – Mark stette un istante in silenzio meditando su una possibile risposta. Il suo silenzio stesso faceva intendere che le parole del Presidente erano difficili da contraddire. Chinò il capo e a bassa voce disse: - Non avevamo altra scelta. Un gruppo di bestie organizzate può essere più letale che qualsiasi esercito conosciuto, ma avevamo bisogno di sfruttare il fattore sorpresa, giacché le armi terrestri possono facilmente annientarci. L’attacco in massa di milioni di animali era l’unico modo per mettervi in ginocchio, come è stato – In ginocchio, già. Il Presidente immaginò un uomo genuflesso a chiedere perdono. Perdono per cosa? Gli tornarono in mente le parole dell’uomo-scimmia, del tributo che il progresso e la civilizzazione avevano richiesto al mondo della natura e non solo. Alle popolazioni povere del terzo mondo, milioni di morti ogni giorno, uomini, donne e soprattutto bambini, falcidiate da malattie, fame e carestia. E loro, i ricchi con una bella casa, una bella macchina e la loro famiglia felice. Era realmente un mondo perfetto questo? Un mondo che permette ad alcuni di arricchirsi a dismisura mentre milioni di persone crepano ogni giorno? Chi poteva arrogarsi il diritto di giudicarlo tale? Perché dovevano sentirsi migliori di questi alieni che volevano annientare la razza umana o quantomeno dominarla? Non avevano fatto altrettanto loro sfruttando le risorse delle popolazioni povere, abbandonandole poi al loro destino? No, decisamente non erano molto meglio. Ma il suo compito era comunque quello di garantire a questo mondo imperfetto di sopravvivere alla terribile catastrofe che era in atto. Intanto Ira si era allontanato dal letto dove era adagiato lo squalo e si diresse verso il suo zaino. Ne ispezionò con cura l’interno, fino a trovare ciò di cui aveva bisogno. Con un rapido movimento estrasse un PC portatile, un potente Asus L3540. La batteria era carica e in pochi istanti le usuali videate di caricamento occuparono lo schermo ultrapiatto da quindici pollici. Collegò ad esso un cellulare satellitare e si preparò a navigare in Internet. Ringraziò il cielo quando vide che la rete era ancora funzionante. Evidentemente non aveva subito danni irreparabili dagli attacchi degli animali, che probabilmente si erano concentrati in prevalenza su bersagli umani. O forse era solo un caso fortunato. Digitò l’indirizzo di un sito e riuscì a entrare, grazie ad una password che gli era stata fornita in modo assolutamente confidenziale da un suo vecchio amico, ex direttore della CIA ora in pensione, ad un archivio top secret. Si avvicinò nuovamente al letto. L’uomo squalo stava ora in silenzio, rifiutando di rispondere alle domande che gli ponevano Sanders, Zepar e il Presidente. - Come hai detto che si chiamano i tuoi genitori? – chiese Ira. L’uomo squalo girò il capo verso di lui, con aria interrogativa, poi rispose. - Giuseppe Farina e Amanda Prescott – Ira digitò i nomi nel campo destinato alla ricerca per nome. L’intestazione del sito diceva: CIA – archivio decessi popolazione australiana – Dopo pochi secondi apparvero i due nomi, con i link relativi. Cliccando sul nome del padre, si aprì una pagina che mostrava tutti i dati anagrafici e personali e la sua foto. Sulla foto stessa vi era applicata una scritta rossa: DECEASED. Deceduto. Morto. La stessa frase appariva sul viso sorridente della moglie. Ira si avvicinò al letto e mostrò la sua scoperta alla creatura. Mark osservò il monitor con i suoi occhi apparentemente senza vita e guardò la data di morte. Era risalente a due giorni prima. Quell’archivio della CIA era aggiornato praticamente in tempo reale. Lui si era allontanato da loro da meno di una settimana. I suoi genitori erano stati massacrati da esseri che credevano nel Progetto tanto quanto lui, animati dallo stesso ideale. Le immagini del sito della CIA, semplice e scarno, ebbero l’effetto di un maglio nel cuore di Mark. Pensieri sempre più vorticosi si inseguivano nel suo cervello e quell’idea che risiedeva in qualche recondito angolo della sua mente aveva preso corpo nuovamente. Le sue certezze vacillavano sempre più, ora God e il Progetto appartenevano ad un mondo distante anni luce. Un dolore insistente aveva attanagliato ogni singolo organo vitale, un dolore derivato dall’angoscia, dalla tristezza e dalla consapevolezza di aver sostenuto una lotta che aveva causato la morte delle persone a cui voleva più bene nella sua esistenza. Ormai il condizionamento mentale che aveva subito era svanito ed in pochi istanti accadde qualcosa che quelle persone non avrebbero mai dimenticato. I denti aguzzi delle mascelle dello squalo si ritrassero indietro, la pinna dorsale e quella caudale vennero riassorbite nel tronco corporeo, il cui color grigio scuro si attenuò sempre più, fino a sfociare in un rosa pallido. Gli occhi neri divennero più piccoli e si formò dentro di essi l’iride chiara e una pupilla azzurra. La testa di squalo diminuì le sue dimensioni, come il corpo stesso, dal quale si svilupparono braccia e gambe. Infine la pelle dura, quasi imperforabile, si dissolse lasciando spazio a carni morbide e una lieve peluria bionda appena accennata. Sul viso, ormai tornato umano, si disegnarono le sopracciglia e per ultimi i capelli, biondi anch’essi. Ira, Amon e gli altri si trovarono davanti ad un ragazzino biondo, sdraiato sul letto in lacrime. L’incredibile mutazione aveva restituito le sembianze naturali di Mark. Ira si avvicinò e liberò il ragazzino dai lacci che erano serviti per tenerlo imprigionato quando aveva assunto le sembianze dell’enorme pesce. Mark scoppiò in un pianto dirotto e chiese perdono per ciò che aveva fatto. Roy MacNamara, che aveva allevato ben cinque figli di cui ormai non aveva notizie da anni, si avvicinò al letto e posò la sua mano sulla testa del ragazzo. Il vecchio contadino era profondamente commosso, perché avvertiva il peso che gravava nell’animo di Mark. Scoprirsi carnefice, anche se involontario, dei propri genitori a tredici anni, era un’esperienza terribile, i cui effetti potevano essere devastanti per la mente del ragazzino. Lo prese per mano e volle condurlo in cucina, per preparargli una camomilla. Amon tentò di intervenire, ma Ira lo bloccò - Ma… - - Niente “ma” signor Sanders. Lo lasci fare – Meno di un’ora dopo, Mark era decisamente più calmo. Il ragazzo però aveva avuto una maturazione incredibile dopo quei drammatici avvenimenti che gli avevano sconvolto la vita. Ora il suo desiderio era solo quello di vendicarsi. Chiamò Ira e tutti gli altri e li rese partecipi di questo suo sentimento. - D’accordo – disse Ira, ma abbiamo bisogno assolutamente del tuo aiuto. - Ditemi cosa devo fare e lo farò – - Abbiamo ancora bisogno dell’uomo-squalo. Sei in grado di poter effettuare nuovamente la trasformazione? – Mark rimase in silenzio, perplesso. Assumere ancora le sembianze di quell’essere diabolico lo ripugnava non poco, ma alla fine si decise. - Va bene, lo farò. Avete già un piano? - Ira aprì lo zaino ed estrasse la scatola che conteneva le spore che avrebbero dovuto utilizzare. Espose velocemente le loro idee sull’attacco e studiarono il ruolo che Mark avrebbe dovuto ricoprire. - Dovresti tornare al quartier generale dove è asserragliato l’uomo scimmia e gli altri adepti. Noi ti seguiremo a debita distanza. Ti presenterai ferito e in cattive condizioni, dicendo che dopo una dura lotta siete riusciti ad uccidere Amon e Maxime, nonché il Presidente. All’inizio ti crederanno e quando cominceranno ad avere qualche dubbio noi saremo già in azione. Allo stesso tempo dovrai tentare di spianarci la strada, per consentire a me e ai miei soldati di immettere le spore letali nell’impianto di aerazione senza che nessuno si accorga di nulla. L’effetto di questi batteri è praticamente immediato, quindi la nostra speranza è che, una volta neutralizzati i capi formazione, tutti gli altri animali cessino la loro guerra contro la razza umana. – - Questo è fuori di dubbio – . Mark rispose a Ira. - Nel momento esatto in cui i capi non esercitano il loro condizionamento mentale, gli animali smettono di essere delle macchine da guerra – aggiunse. - Perfetto. Dopodichè termineremo l’opera utilizzando il gas Zyklon B. Naturalmente ti daremo una maschera a gas che provvederai ad occultare e una fialetta di antidoto che assumerai oralmente al momento del nostro attacco. Se te la senti direi che si può agire domani mattina – - Va bene. – Mark chiuse gli occhi e sospirò. - Siamo d’accordo. Intorno alle sei sarà tutto pronto e potrai agire. La salvezza del pianeta è in mano tua – Mark annuì nuovamente e chiese di essere lasciato a riposare per un po’. Roy rimase a vegliarlo tutta la notte.
22) Rifugio della CNN ore 07.29
- Non è possibile, non posso crederci! – Nicholas, l’uomo-scimmia, sbattè i pugni sulla scrivania mentre i suoi collaboratori lo osservavano intimiditi. - Venite qui a dirmi che un manipolo di una decina di Terrestri è riuscito a sfuggire alla cattura e ha preso Mark in ostaggio? - La voce dell’uomo scimmia era tanto alterato quanto dura. - Purtroppo è così – aggiunse l’uomo-leone con tono sommesso. - E’ così. Voi non capite! Vi ho già detto milioni di volte che non avrei ammesso un fallimento! God non ammette sconfitte! – - Ci dispiace, ma… - - Ma niente! Cosa pensate di fare adesso? Il Progetto subirà un rallentamento imprevisto e God non ne sarà per nulla felice! Fate in modo di rimettere in piedi la situazione, altrimenti prevedo che non vivrete a lungo! – Le vene sul volto di Nicholas pulsavano ferocemente e ogni suo muscolo vibrava di nervosismo. La sua schiena fu percorsa da un fremito di terrore, al pensiero della reazione che avrebbe potuto avere God una volta messo a conoscenza del grave intoppo che era sopravvenuto. Sapeva che qualora avesse fallito non ci sarebbe stata pietà per lui. Gli ordini erano chiari. Improvvisamente avvertì un trambusto ai piani inferiori. Cosa stava succedendo? Uscì di corsa dalla stanza e si recò verso l’origine di quell’agitazione. Ben presto l’uomo-leone lo raggiunse e iniziò a parlare in maniera concitata. - Nicholas, presto vieni! E’ rientrato Mark, l’uomo-squalo! E’ un po’ malconcio e ferito, ma sembra che abbia portato a termine la sua missione – L’uomo-scimmia ebbe un sussulto e poi corse verso la stanza dove era stato ospitato il suo braccio destro. Scansò con forza l’uomo-gazzella e si ritrovò al cospetto del suo braccio destro. Non aveva certo un bell’aspetto. La sua uniforme era in gran parte stracciata e si potevano osservare alcune ferite all’altezza delle pinne pettorali. Il corpo intero era sporco di terra e intorno agli occhi vi erano altre piccoli solchi su cui si era ormai formato sangue rappreso. Sembrava veramente reduce da una dura battaglia. Ira Donovan e i suoi uomini avevano fatto un bel lavoro. Quella mattina presto avevano sventrato le anatre che erano rinchiuse nelle gabbie della fattoria del vecchio Roy e ne avevano utilizzato il sangue per simulare le ferite sul corpo di Mark. Servendosi di coltelli affilati avevano inciso superficialmente la dura pelle di pesce della creatura, cospargendo quei tagli con il sangue d’anatra e l’effetto era miracolosamente realistico. Prima ancora avevano fatto rotolare l’uomo-squalo nel fango e nella sabbia, stracciando poi i lembi dell’uniforme. I residui del breve viaggio che aveva sopportato agganciato al pick-up e che erano ancora evidenti, completavano alla perfezione il quadro che avevano provveduto a rappresentare. Solo un esame molto approfondito poteva svelare il trucco, ma godevano del fattore sorpresa. L’improvviso ritorno dell’uomo-squalo al quartier generale degli animali e il desiderio di informazioni avrebbero fatto passare in secondo piano qualsiasi rilievo sull’effettiva veridicità delle ferite. Ed in effetti fu così. Prima che arrivassero tutti i capi formazione al suo cospetto, Mark aveva provveduto a nascondere la maschera a gas in un piccolo armadio della sua stanza, insieme ad un cellulare satellitare che Ira gli aveva fornito, poi si era sdraiato sul letto simulando sofferenza e dolore. - Mark! Come stai? – Nicholas si rivolse verso il suo amico. - Come vuoi che stia – rispose l’uomo-squalo - Beh, ma almeno raccontami qualcosa! Cosa è successo esattamente? – - E’ successo che hanno fatto una sortita improvvisa, prendendomi di spalle e sono riusciti a catturarmi. Poi mi hanno portato in un altro rifugio segreto … - - Rifugio segreto? Strano! Non ne eravamo a conoscenza. Mi sembra impossibile… - Mark si maledisse in silenzio, aveva commesso un errore e rischiava di tradirsi. In pochi secondi analizzò tutte le possibili scuse che avrebbe potuto raccontare. - Eppure è la realtà. Non molto distante da dove avevamo attaccato. Anzi, anche lo stesso Presidente ne ignorava l’esistenza. Sono stati Zepar e Sanders ad indicarglielo. Non si trattava di un rifugio militare o governativo, questo è certo. Semplicemente un piccolo edificio fatiscente nella campagna circostante, una specie di silos. E’ per questo che non ne eravamo a conoscenza.– L’uomo-squalo pensò che la bugia poteva reggere e difatti Nicholas l’aveva bevuta. - Capisco, certo non può essere che così. E poi? – - Poi mi hanno addormentato, legandomi con delle catene. Fortunatamente hanno calcolato male la dose di anestetico e quindi mi sono svegliato prima di quanto prevedessero. Sono riuscito a liberarmi e a cogliere di sorpresa la guardia che mi sorvegliava. L’ho uccisa e ho preso la sua pistola automatica. Non mi è stato poi difficile eliminare il Presidente e Amon; ho avuto qualche problema in più per Maxime Zepar, con il quale ho ingaggiato una dura colluttazione prima di riuscire a farlo fuori. – - Magnifico! Significa che i due elementi pericolosi sono stati eliminati? – chiese Nicholas trionfante. - E’ così. La minaccia è stata scongiurata – - Perfetto! – disse l’uomo-scimmia – Ora manderò alcune sentinelle a recuperare i cadaveri dei nemici, in modo da dare a God la prova definitiva. Mark indicò volutamente delle false coordinate in modo da guadagnare tempo. Calcolò che avrebbero impiegato almeno un’ora prima di arrivare al punto indicato e parecchi minuti prima di comprendere che erano stati buggerati. Nel frattempo Ira e i suoi uomini stavano studiando la situazione. Si erano volutamente tenuti a distanza di sicurezza dall’edificio, in modo da analizzare i possibili varchi da cui penetrare. Dovevano però stare attenti ai condor, agli avvoltoi e a tutti gli altri animali che pattugliavano le strade. Imbracciarono le armi e si diressero in un vicolo adiacente al palazzo della CNN. Notarono alcune grate che senza dubbio alcuno portavano alle fondamenta dell'edificio stesso, il punto migliore da dove iniziare il loro attacco. Il cellulare satellitare che avevano fornito a Mark, sarebbe servito ad agevolare la loro ascesa verso l’impianto di aerazione, il cui cuore centrale era sito al sesto piano dei venti totali di cui era composto l’edificio. Si mossero con circospezione nell’oscurità della stretta stradina e si avvicinarono alla prima grata. Le viti erano arrugginite, ma aiutandosi con cacciavite e tenaglia, uno dei soldati ebbe successo nello scardinarla. Scivolarono all’interno dell’edificio. Sembrava tutto tranquillo, quindi Ira decise di comunicare con Mark. L’uomo squalo, che aveva chiesto di essere lasciato solo a riposare, raccolse immediatamente la chiamata, non appena sentì vibrare il telefonino. Uscì dalla stanza e prese l’ascensore, arrivando fino al primo piano sotterraneo. Arrivò alla porta che conduceva alle cantine, quando una voce lo fece voltare. - Chi è la? – Mark si voltò lentamente. Era l’uomo-topo, che evidentemente aveva ricevuto l’ordine di pattugliare le fondamenta, per sicurezza. - Ah, sei tu. Ma non dovresti essere a riposarti adesso? E poi cosa ci fai qui? – - No, niente di particolare. Nicholas ha dei nuovi ordini per te; se ti avvicini te li spiego – L’uomo-topo si avvicinò a Mark senza sospettare nulla. E non si accorse praticamente di nulla quando, con un rapido movimento di una delle pinne pettorali, l’uomo-squalo lo tranciò di netto in due, facendo rotolare il cranio contro una parete. Varcò la porta e scese una rampa di scale. Finalmente si trovò al cospetto di Ira. - Presto, l’impianto di aerazione si trova al sesto piano. Se ci sbrighiamo riusciremo ad arrivarci in pochi minuti, prima che Nicholas mi chiami. Probabilmente vorrà conoscere nuovi particolari sulla mia impresa. Dovrete fare in fretta. Tra meno di mezz’ora scoprirà che ho mandato le sue sentinelle da tutt’altra parte e comprenderà tutto. Per quel momento dovrete agire. – Salirono sull’ascensore. Ira era accompagnato dai suoi uomini fidati, Kowalsky, Marcato, O’Hara e Blake, ciascuno di loro armato fino ai denti. I primi due avevano anche in custodia gli zaini con le fialette venefiche. L’avveniristico montacarichi raggiunse il sesto piano in pochi istanti. - Adesso fatemi uscire per primo, vi darò io il via libera. – Mark uscì dall’ascensore. Girò l’angolo e si apprestò a controllare il corridoio. La penombra rendeva l’analisi dello stesso un po’ difficoltosa, ma non c’era nessun ostacolo apparente. Stava per indicare l’OK ai soldati quando da una delle porte adiacenti uscì l’uomo-leone, che lo osservò un po’ sorpreso. - Ciao Mark, dove stai andando? Nicholas ti sta cercando e ha mandato me ad avvertirti. Ma nella tua stanza non c’eri. - Oh, hai ragione, adesso andrò subito da lui. Ero semplicemente andato a fare un giro – Appena l’uomo-leone gli girò le spalle, la creatura a forma di squalo gli fu addosso. I due si dibatterono furiosamente. L’uomo-leone non era certo malleabile come l’uomo-topo e Mark fece parecchia fatica a sopraffarlo. Un colpo della pinna caudale mise KO l’essere e la possente mandibola attaccò la giugulare, finendolo. Con la bocca ancora sporca di sangue, l’uomo-squalo chiamò Ira e gli altri. Indicò velocemente la porta della stanza dove erano ospitati gli aeratori principali e aggiunse: - Ora devo andare, Nicholas mi aspetta. Ormai resta solo un quarto d’ora. – Ira guardò l’orologio. - Ma tu cosa hai intenzione di fare? – Mark sospirò e disse: - Tenterò di ucciderlo con le mie mani – Ira lo guardò, stava per chiedergli di desistere dal suo proposito, poi comprese che non avrebbe mai potuto fargli cambiare idea. - Va bene, buona fortuna. Hai l’antidoto e la maschera a gas. Fanne buon uso. – L’uomo-squalo annuì e si mise sull’attenti. Ira fece altrettanto, salutando quel povero ragazzo che aveva provato così tanta infelicità negli ultimi giorni. - Spero per lui che ce la faccia – mormorò il militare a voce bassa. Poi si voltò e indicò la porta ai suoi uomini.
Mark passò velocemente nella sua stanza e prese antidoto e maschera antigas. Nascose la fialetta in una delle tasche e adagiò la maschera su un tavolino. Uscì, chiuse la porta a chiave e corse velocemente all’ultimo piano. Entrò nell’ufficio di Nicholas. Che lo scrutò. - Ti vedo agitato, non sei riuscito a riposare? – Mark era nervoso, guardava l’orologio, mancava meno di un minuto all’ora X. - No, non ti preoccupare, appena ho saputo che mi cercavi sono arrivato di corsa e ora mi sento ancora un po’ debole, tutto qui. – - Va bene, ti rimetterai presto. Adesso dobbiamo parlare di cose importanti. Penso che tra non molto l’uomo-gazzella sarà di ritorno con i cadaveri di quei maledetti. A quel punto comunicheremo a God il nostro trionfo. E voglio che ci sia anche tu. – Improvvisamente entrò trafelato l’uomo-cavallo, un altro dei capi formazione. - E’ appena rientrato l’uomo-gazzella e mi ha detto che non ha trovato nulla di nulla! – - Maledizione! Come può essere? – Il corpo di Nicholas era nuovamente pervaso da tremori nervosi e si voltò verso Mark. - Cosa significa? – L’uomo-scimmia rivolse un’occhiata penetrante all’uomo-squalo. Mark osservò le lancette dell’orologio, il momento era giunto. Prima ancora che potesse dare risposta, si attivarono i meccanismi dell’aria condizionata. Una leggera caligine vaporosa emerse dalle griglie. - E adesso cos’è questo fumo? – La creatura mezza uomo e mezza scimmia si avvicinò alla fonte di quello strano vapore e Mark decise che era il momento buono per dileguarsi. Si precipitò sulle scale e raggiunse la sua stanza. Raccolse la maschera antigas e ritornò nel corridoio. - Fermo! – Una voce perentoria alle sue spalle lo bloccò. Mark si girò e vide Nicholas davanti a lui. Era quasi irriconoscibile. Ansimava affannosamente e sulle sue narici si era formata una crosta di sangue. Osservò Mark e vide che reggeva una maschera antigas. - Maledetto, ci hai tradito! Come hai potuto? Come hai potuto tradire la fiducia che io e God ti avevamo concesso? – In un attimo balzò sull’uomo-squalo. Le sue braccia pelose da scimmione erano serrate intorno al corpo di Mark che fu sbalzato sul pavimento. La fialetta di antidoto andò in mille pezzi e il suo contenuto bagnò il fianco destro della creatura che comprese che ormai c’era poco da fare. Ripresosi dal primo attacco passò alla controffensiva. Con le sue pinne pettorali colpì Nicholas sul volto, causandogli due profonde ferite. La sua mandibola agì su un braccio dell’uomo-scimmia, serrandosi come un maglio all’altezza del polso e la mano pelosa venne tranciata di netto. La creatura emise un urlo di dolore ma si riebbe subito. Colpì Mark sulle branchie, causandogli un provvisorio blocco alla respirazione. L’uomo-squalo barcollò e cadde in ginocchio. - Brutto bastardo, non ti lascerò in vita! – Il respiro di Nicholas era sempre più rauco, mentre l’aeratore diffondeva implacabilmente le spore di super-antrace. Anche Mark iniziava a subire gli effetti devastanti del veleno e impiegò parecchio tempo prima di riuscire a normalizzare la sua respirazione. Sentiva i polmoni che bruciavano, come se avesse aspirato i fumi di un tubo di scarico. Aveva un’enorme difficoltà a mettere a fuoco le immagini e le sue branchie, già provate dai colpi del suo avversario, gli dolevano insistentemente. Evitò per un pelo un altro attacco e tentò a sua volta di colpire l’uomo-scimmia. Oramai mancavano solo pochi minuti prima che il gas Zyklon B entrasse in azione per terminare l’opera. Nel suo apparato uditivo poteva percepire in lontananza i lamenti degli altri capi formazione che stavano cadendo uno a uno, falciati dalle emissioni velenose. Si trovarono avvinghiati in un feroce corpo a corpo. La bocca di Nicholas perdeva bava mista a sangue, ma nonostante le difficoltà respiratorie la sua furia omicida non accennava a diminuire. Colpì violentemente lo squalo, lacerandogli un occhio e poi infierì più volte sul fianco. Le condizioni dei due contendenti andavano sempre peggiorando quando Mark prese la parola: - Lo sai anche tu, ormai non c’è più nulla da fare, siamo condannati a morte. Il regno di God non avrà inizio. Tutti i capi formazione stanno morendo. Senza di voi e senza la vostra potenza mentale, God non è in grado di preparare la discesa su questo pianeta. Le armi di cui sono provvisti i terrestri possono facilmente fronteggiare la sua avanzata. Sai bene che lui non è dotato di alcuno strumento di offesa, la sua sola arma era il controllo che voi esercitavate sugli animali. Avete perso. – - Maledetto, che tu sia dannato… Stai zitto, non voglio più sentirti! – Con le forze residue, Nicholas sollevò grazie anche ai suoi muscoli possenti, il corpo pesante dell’uomo-squalo. Avanzò di qualche passo e lo fece cadere violentemente sul un piano di marmo. Mark avvertì una fitta dolorosissima alla schiena e poi perse la sensibilità degli arti inferiori. Comprese che la sua colonna vertebrale si era spezzata in due. Sentì la vita che gli scivolava via con velocità, mentre le grate dell’aria condizionata avevano iniziato già da qualche secondo a pompare il gas Zyklon B. L’ultimo pensiero che l’uomo-squalo partorì nella sua mente era rivolto ai suoi amati genitori. - Sto per raggiungervi… Perdonatemi se potete. – Una lacrima si formò nell’occhio ormai spento della creatura, che esalò il suo ultimo respiro. Nicholas intanto non riusciva quasi a stare più in piedi. La rabbia per lo scottante fallimento era l’unico appiglio a cui la sua vita era disperatamente aggrappata. Dondolò verso l’ascensore, che era lontano da lui non più di una decina di metri e poteva rappresentare una seppur misera speranza di salvezza. La testa gli girava vorticosamente e le immagini che i suoi occhi percepivano erano dilatate e sfocate. Dal moncherino della mano perdeva abbondantemente sangue e a causa di questo la sua debolezza era ancora più acuita. Finalmente raggiunse l’ascensore e premette il pulsante. Dopo qualche secondo di attesa le sue porte si aprirono. Riuscì a malapena a percepire la presenza di alcuni esseri viventi, vestiti in mimetica con le maschere antigas. Una raffica di mitra gli perforò l’addome, facendo fuoriuscire le interiora, che crollarono sul pavimento generando una macchia di sangue rosso scuro. Anche la sua vita aveva raggiunto il capolinea.
Ira fece segno a Kowalsky di seguirlo. Constatarono la morte dell’uomo-scimmia e con profonda tristezza anche quella di Mark. Spalancarono tutte le finestre per favorire la fuoriuscita del gas. Ormai l’edificio stava per essere bonificato. I capi formazione erano morti e quelli ancora agonizzanti erano stati finiti con le armi. Ben presto gli uccelli che adombravano il cielo si dispersero. Tutti gli animali iniziarono a scappare terrorizzati per essersi svegliati improvvisamente dal condizionamento mentale che era stato loro imposto. Nessuno li avrebbe più mandati all’attacco della Terra e dei suoi abitanti. Il Pianeta era salvo. La più grande minaccia mai affrontata dall’uomo definitivamente sconfitta.
23) La Casabianca, qualche giorno dopo.
- Signor Presidente? – - Sì Coleman, dimmi – - Mancano due minuti alla diretta – - Va bene, arrivo – Il Presidente si apprestava a rivolgersi al mondo intero. Aveva preparato un discorso sulla pace e su cosa avrebbe implicato la ricostruzione dopo i recenti, terribili avvenimenti. Era orgoglioso di sé, di essere stato in grado di salvare il Pianeta. Era ancor più orgoglioso di Ira e dei suoi uomini. Aveva deciso di premiarlo assegnandogli il comando delle forze armate, che era stato provvisoriamente di Amon durante il conflitto, ma Ira aveva garbatamente declinato. Il suo posto era in trincea, all’assalto insieme ai suoi uomini. Per qualche anno ancora le scrivanie potevano attendere. Allora quel posto era andato proprio allo stesso Amon, come apprezzamento per l’opera svolta e l’abnegazione che aveva dimostrato scoprendo e non sottovalutando la terribile minaccia aliena. Avevano avuto qualche diatriba, sì, ma la fiducia che il Presidente aveva riposto in lui nel momento del pericolo era stata ben ripagata. E a metà del suo discorso venne appunto il momento dei ringraziamenti. - … e dopo Ira Donovan e Maxime Zepar, non posso fare a meno di ricordare Amon Sanders. Il suo aiuto è stato di primaria importanza per il buon esito del nostro piano. Anzi, direi fondamentale. E’ per questo che è stato promosso al grado di Generale delle Forze Armate americane. – Seguirono applausi scroscianti e Amon si recò sul palco a ricevere la meritata ovazione. - … Spero che ciò che è successo ci sia di insegnamento per avere un mondo migliore, senza conflitti o guerre, in modo che si possa vivere in pace nel rispetto l’uno dell’altro – Il discorso presidenziale era appena terminato e Amon raggiunse Zepar appena fuori dall’aula dove si era tenuto. - Oh, quanto sentimento, mi si spezza il cuore! – Maxime si rivolse ironicamente all’indirizzo di Amon, che ridacchiò. - Già, proprio un bel discorso strappalacrime! – aggiunse - Ora cosa farai che sei diventato così importante? – - Ma lo sai bene! Cercherò di ottenere ancora più potere. Ben presto anche il Presidente cadrà vittima di un incidente… del tutto accidentale ovviamente! –. Un ghigno sardonico illuminò il viso di Amon. - Così prenderò il suo posto e il nostro disegno finalmente si compirà. Tutto questo accadrà fra pochissimo tempo, credimi! Dopo aver sconfitto quei dannati alieni, nessuno potrà mai fermarci, il nostro regno sta per iniziare! E lo governeremo in nome dell’essere del quale porto inciso il numero che lo rappresenta. – E indicò tre piccoli sei, quasi invisibili, tatuati sulla sua mano destra. Maxime scrutò il viso dell’amico e si lasciò andare ad una risata diabolica, dapprima sommessa poi sempre più sguaiata. Meno di un anno dopo, gli Stati Uniti piangevano la morte dell’amato Presidente, avvenuta per un banale incidente automobilistico e salutavano l’ascesa al potere di Amon Sanders e del suo vicepresidente, Maxime Zepar, votati all’unanimità e accolti come eroi per il ruolo chiave che avevano avuto durante il conflitto con gli animali e per l’ottimo lavoro svolto in campo politico e militare durante quel periodo. Ciò che i cittadini americani non potevano sapere era l’ultimo pensiero che si era formato nella mente del Presidente pochi istanti prima di morire. Il volto di Amon Sanders, diabolico e ghignante, lo stesso viso che aveva sognato la notte prima dell’attacco quando ebbe quel terribile incubo. Incubo che era stato premonitore della sua fine e del suo carnefice.
EPILOGO
Il palazzo di God aveva perso gran parte della sua brillantezza. L’operosità che Daniel e Albert avevano potuto ammirare al momento della loro prima visita era scemata. La notizia della vittoria dei nemici aveva già raggiunto God e, come accade ai mattoncini del domino, si era riversata a catena sulle creature che fino a poco tempo prima volteggiavano con leggerezza fra le splendidi archi e le maestose colonne che adornavano l’interno del favoloso palazzo. La tristezza aveva pervaso gli animi di tutti gli abitanti di quel luogo immenso. I due fratelli vennero accompagnati dalla solita sentinella alata al cospetto di God. L’entità suprema era seduta sul trono, nella penombra. Albert potè notare che la creatura tratteneva il suo viso fra le mani, senza riuscire però a mascherare il suo dolore. Daniel e suo fratello iniziarono a temere per la loro sorte. God era stato chiaro. Qualora avessero fallito, sarebbe stato precluso loro l’ingresso al palazzo incantato. - Venite avanti. – Era la voce del dio, che li invitava ad avvicinarsi. Il suo tono era sommesso, ma non duro e i due alieni si trovarono in pochi istanti a confronto con lui. - Abbiamo fallito – e chinarono il capo. - Lo so. Sono stato messo al corrente di tutta la vicenda. La Terra ancora per molto tempo non vedrà il mio ritorno. Quelle due creature diaboliche hanno vinto. – - Ci dispiace veramente. Non esiti a punirci per i nostri errori – disse Daniel. - Non lo farò. Ritengo che non abbiate fallito del tutto – I due rimasero alquanto stupiti - C’è qualcosa che mi fa sperare che l’uomo finalmente stia migliorando. L’attaccamento al proprio pianeta che hanno dimostrato quei terrestri che ci hanno combattuto e sconfitto, i sentimenti di quel ragazzino, così affezionato ai suoi genitori da riuscire ad eludere il condizionamento mentale che gli era stato imposto. Sono passati millenni da quando ho sacrificato la vita di mio figlio per la salvezza degli uomini. Per garantire loro un mondo migliore. Anche adesso che ho tentato di agire in prima persona l’ho fatto per questo motivo, ma evidentemente il momento non è ancora giunto. E’ vero, ho dovuto scendere in campo sacrificando la vita di milioni di uomini, combattendo le mie stesse creature. Ma era l’unico modo. Il marciume che dilaga è ancora troppo esteso e mi ha veramente disgustato; chi mai avrebbe creduto a ideali come amore, libertà, pace e fratellanza? Gli uomini dovevano riacquistare nella loro coscienza il timore verso di me. Non avevo alternative e chissà che questa esperienza non possa migliorare le cose. Ci sono basi da cui ripartire e la speranza, anche se flebile, che il regno di quei due dannati possa durare meno del previsto non è ancora morta. – Albert e Daniel annuirono convinti. Forse il sacrificio di tanti esseri umani non era stato del tutto inutile. - Se c’è qualcosa che possiamo fare d’ora in poi per lei non esiti. Ci butteremo anima e corpo in ogni impresa che ci verrà assegnata – Dio sorrise e concluse: - Verrà un giorno in cui avrò la mia rivincita e annienterò definitivamente l’Anticristo e il Falso profeta. Inganneranno il mondo e lo comanderanno nel nome di Satana, con promesse diaboliche e vili illusioni, ma non godranno a lungo i frutti del loro potere. Tutto ciò che è nato dal maligno è destinato a finire in cenere, ricordatevelo. Ora andate e vivete in pace per sempre.– I due fratelli si congedarono da Dio e il pesante portone del Palazzo si chiuse senza che Albert e Daniel lo varcassero nuovamente.
Vidi salire dal mare una bestia, che aveva sette teste e dieci corna, e sopra le sue corna, dieci diademi, e sopra le sue teste, nomi di bestemmia... E le fu dato di regnare per quarantadue mesi. Aprì dunque la sua bocca in bestemmie contro Dio, a bestemmiare il Suo Nome e il Suo Tabernacolo e gli abitatori del cielo. E le fu concesso di fare guerra coi santi e di vincerli. E le fu dato potere sopra ogni tribù e popolo e lingua e nazione. E lei adorarono tutti quelli che abitano la terra, i nomi dei quali non sono scritti nel libro di vita dell'Agnello… Poi vidi un'altra bestia, che saliva dalla terra, ed aveva due corna come quelle di un Agnello, ma parlava come un dragone. Ed esercitava tutta la potestà della prima bestia, alla sua presenza; e faceva sì che la terra e tutti quelli che in essa abitano adorassero la prima bestia... e inoltre fece sì che a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e servi, fosse impresso il suo marchio sulla mano destra o sulla fronte, e che nessuno potesse comperare o vendere se non avesse il marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome…
(Apocalisse XIII, 1, 5-8, 11-12, 16-17).
FINE
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