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MONMARTRE scritto da Tatiana Chessa
A Carlo La solitudine dell’uomo contro l’infinito dell’ eternità, contro la potenza dell’oblio e dell’indifferenza. L’uomo é solo, cosa farà? Vivrà? E mentre appuntavo questi pensieri sul mio block- notes, il treno era quasi giunto a Parigi. Mi preparai a scendere, assaporando la visita di quella che é considerata una delle più
romantiche città del mondo, se non la più romantica in assoluto. Non avevo intenzione di trascorrere molti giorni a Parigi, perché ero impaziente di arrivare in Inghilterra (volevo attraversare la Manica su un battello). Così cercai di vedere il maggior numero possibile di monumenti e di musei nel minor numero di giorni possibile. Ricordo il Louvre, la reggia di Versailles, ovviamente la Torre Eiffel; ricordo i
grandi magazzini La Fayette, Notre Dame... ma ciò che ricordo di più é la visita alla chiesa del Sacro Cuore e a Monmartre, il famoso quartiere dei pittori. Era una giornata uggiosa, il cielo era coperto di nuvole grigie che assumevano forme strane. Quando si guardano le nuvole, da bambini, si immagina (o si crede realmente)
di vedere giovani cavalieri sui loro destrieri bianchi, streghe in sella alla loro scopa... ma io quel giorno vedevo solo delle semplicissime nuvole grigie. Tra i tipici pittori francesi con i baffetti ed il cappellino, vidi un uomo particolare che attirò subito la mia attenzione; era come una macchia marrone, tutti i suoi indumenti erano di
quel colore: la giacca, i pantaloni, la camicia, le scarpe. Probabilmente lo notai perché assomigliava molto ad un vecchio che avevo visto una volta in una foto in bianco e nero, appesa sulla parete di un locale. La somiglianza era inverosimile, direi che avrebbero potuto essere gemelli. Ma chi lo sa, magari era proprio lui. Il suo volto era segnato da un’infinità di rughe ed in ognuna di quelle righe che gli
attraversavano le guance, la fronte, il mento, la zona intorno agli occhi... era celata una storia. L’impressione che quell’uomo doveva aver avuto una vita emotiva molto intensa era fortissima e mi attraeva verso di lui. Il suo sguardo andava velocemente dalla tela alla turista che stava ritraendo, poi tornava ancora sulla tela. Lo osservai finché non concluse il suo dipinto e, senza dire una parola, lo consegnò
alla donna, la quale, dopo aver pagato, fece un breve cenno col capo e se ne andò senza nemmeno un sorriso. Come aveva potuto essere così indifferente all’incontestabile fascino di quell’uomo? Certamente era molto, molto vecchio, ma c’era qualcosa in lui... una forza... una pacatezza... Così mi avvicinai, esitante. Mentre decidevo come rivolgermi a lui finsi di guardare i suoi schizzi, i suoi dipinti. Poi mi
voltai di scatto e mi accorsi che mi stava osservando con aria incuriosita: probabilmente doveva essersi reso conto che in realtà non stavo affatto ammirando le sue opere, perché ero sempre ferma nello stesso punto e i miei occhi oltrepassavano la realtà per cercare qualcosa che era nella mia mente. insomma, probabilmente dovevo avere il tipico sguardo perso di chi sta riflettendo. così, arrossendo, sorrisi. E
cos’altro avrei potuto fare? Ma egli non sorrise. Rimase immobile e fissò il suo penetrante sguardo indagatore su di me. ebbi paura, desiderai quasi andarmene, ma non potevo, non proprio ora che ero riuscita a stabilire una qualche forma di contatto. Vidi la figura del pittore sovrapporsi alla foto in bianco e nero di quel locale, poi avvenne anche il contrario. Alla fine riuscii a concentrarmi sul presente, su
quello che stava (anzi. non stava) accadendo. Così gli dissi, nel mio francese stentato: “Belli, i suoi quadri”. Non rispose e, se non fosse stato per un impercettibile movimento del capo che sembrava voler annuire, avrei pensato che non aveva sentito. “E’ molto che dipinge?”. Sembrò pensare a lungo, poi vidi le sue labbra allargarsi in un caldo sorriso e mi stupì rivolgendosi a me in Italiano: “Non é
francese, vero?”. - No, ma da cosa... - Il suo accento, ovviamente... - (Ridendo) Già, sono passati secoli da quando lo studiavo a scuola e così... sa, é difficile mettere insieme più di qualche parola! - La capisco, sa? Quando venni qui la prima volta nessuno mi capiva. Diciamo la verità, non si sforzavano neppure di capirmi e non apprezzavano i miei maldestri tentativi... (Ma era possibile? Come mai mi stava parlando di sé? Mi era sembrato così taciturno ed introverso. Forse ancora una volta avevo sbagliato il mio giu...) - Francesi! Mi fa sempre piacere incontrare degli italiani, cosa che avviene molto spesso, visto il luogo in cui mi guadagno da vivere. (dicendo così alzò le braccia come ad indicarmi tutta la piazza) - Capisco (ma in realtà non capivo affatto! Perché mi era sembrato così lontano, così scontroso e ora invece si dimostrava così affabile? Non che mi dispiacesse, questo é ovvio, ma mi stupiva) - Mi dica -ripresi io- é molto che dipinge? - Moltissimi anni, dal 1915. - 1915? (Ma allora era ancora più anziano di quello che avevo immaginato) - sì, dal 1915 Sembra quasi incredibile, eh? Ma come può vedere sono ormai vecchio, troppo vecchio. - Non dica sciocchezze, lei sembra nel pieno delle sue forze. - Se essere nelle proprie forze significa stare seduti su una seggiolina tutta sgangherata e fare stupidi ritratti ai turisti, allora sì: sono nel
pieno delle mie forze. - Non sono stupidi. - Cosa ne vuole sapere lei, che é così giovane? Questi ritratti sono stupidi. crede forse che io mi diverta? Crede che queste tele siano, siano... arte? No, glielo assicuro. - Ma allora perché... - ... perché sono stato costretto. (Rimase in silenzio; averi voluto ascoltare la sua storia, ma non volevo sembrare invadente). - Posso chiederle una cosa? ( sibilai all’improvviso). - Se vuole! (Perché ora era di nuovo così scontroso?) - Be’, se non le spiace dirmelo, cosa rappresentava il suo primo quadro? - Perché vuole saperlo? - Semplice curiosità (Come potevo dirgli che mi sembrava importante?) - Era... una chiesa, la chiesa di un paesino nell’entroterra ligure. - Lei... é ligure? - Sì, ma non sono tirchio, se era quello che intendeva! (Rise) - No, no, ma anch’io sono ligure. - Lo so, l’ho capito dalla sua cadenza. Per quel che mi riguarda non credo che ci sia più nessun tipo di inflessione nella mia voce... - No, infatti. -... ma é evidente che lei é una genovese di provincia. - E’ così! (Sempre più stupita) - Già! Due genovesi a Parigi; sembra quasi il titolo di un film. Riguardo al quadro, forse si starà chiedendo perché proprio una chiesa. - In effetti sì (ma come faceva? Sembrava quasi leggermi nel pensiero). - Avevo otto anni, allora. Ero un bambino molto vivace, una vera peste, ad essere sincero. Come le ho detto era il 1915, il periodo della Prima Guerra Mondiale. I miei genitori erano molto
poveri, come la maggior parte delle famiglie a quel tempo. Mio padre era in guerra, mia madre doveva crescere da sola me e i miei fratelli. Quando si rese conto che non riusciva a sfamarci tutti mi mise su un treno per mandarmi, per un po’ di tempo, da una famiglia che mi avrebbe nutrito ed educato fino a quando non fossi stato abbastanza grande da lavorare. Non mi ha mai detto come conoscesse quelle persone, né
ebbi mai il coraggio di chiederglielo. Non parlavamo mai di quel periodo della nostra vita, era come se volessimo cancellare quegli anni di lontananza, di lettere umide di lacrime scritte alla luce di una candela. Forse era anche l’orgoglio che ci aveva portati a questo tacito accordo. Dicevo che mi mise su quel treno e la vidi allontanarsi a passo spedito, senza
voltarsi indietro: suppongo che non volesse farmi vedere che stava piangendo. Io, invece, piansi senza ritegno. Ma avevo solo otto anni, non sapevo che “i veri uomini non piangono mai”. Che frase stupida, ma chi l’avrà mai inventata? comunque piangevo e l’uomo che mi accompagnava da quella famiglia (credo che fosse un prete perché era vestito di nero e aveva il colletto bianco) non sapeva cosa fare; allora
mi disse di guardare fuori dal finestrino, incredibilmente, funzionò: smisi di piangere. Era la prima volta che salivo su un treno e per me era un’esperienza nuova. La mia mano destra giocherellava con il biglietto che si trovava nella tasca della giacca, comprata nuova per l’occasione. Con quella sinistra stringevo a me la piccola valigia semivuota, perché mi dava sicurezza (in fondo, tutta la mia vita era lì
dentro, forse sembrerà una frase banale, ma era proprio così). Quello che attutì momentaneamente il mio dolore era ciò che vedevo dal finestrino. Era, appunto, la mia prima volta su un treno. I miei occhi seguivano incantati i pali della ferrovia che mi scorrevano a fianco velocissimamente e poi sparivano dietro di me, dietro al treno, dietro al mondo. Sembrava una
magia: quei pali così alti e sottili che si avvicinavano sempre di più a me, tanto da farmi temere un urto e farmi spostare istintivamente la testa, e poi sparivano. E la terra, l’erba dei prati che sembravano disgregarsi in lunghe, sottili linee colorate (é un po’ l’effetto che si ha quando si scatta una foto ad una macchina in corsa, per capirci). Perso in quel mondo dove accadevano strane cosa, dove i
pali sembravano muoversi ed il mondo sciogliersi in una fusione di colori... sobbalzai quando il signore seduto alla mia destra mi posò una mano sull’avambraccio e mi disse che dovevamo scendere. Ancora confuso, con la testa che quasi mi girava, scesi i due scalini di quella macchina infernale che mi aveva allontanato dai miei fratelli, da mia madre, dalla mia famiglia. Riniziai ad avercela con il mondo, ad odiare
tutti... e misi il broncio. L’uomo che mi accompagnava mi comprò una bibita, tanto per calmarmi un po’. Mi disse che dovevamo aspettare che venissero a prenderci e così decisi di sedermi sul marciapiede davanti all’uscita della stazione. Pensai che se mia madre mi avesse visto non avrebbe certo approvato: avevo un vestito nuovo, stavo per incontrare persone che m’avrebbero ospitato e non avrei dovuto
sporcarmi. Me l’immaginavo, mia madre, che mi rimproverava e mi diceva di alzarmi. Pensare ad una situazione così familiare (quante volte mi aveva sgridato in occasioni simili!) mi confortava e mi addolorava allo stesso tempo. Decisi di ubbidire a quell’ordine non impartito e, proprio mentre mi alzavo, sentii un’auto che si avvicinava e, quando mi resi conto che vi sarei salito, mi sentii un gran signore.
Colui che mi aveva accompagnato fino a questo punto mi salutò, mi disse di fare il bravo e poi se ne andò. Mentre mi chiedevo perché nessuno mi spiegasse niente, il guidatore mi scompigliò i capelli con la sua grande mano e mi disse: “Vedrai, ti troverai bene”. Alla fine arrivammo alla grande casa in cui avrei abitato, dove molte persone si erano riunite per darmi
il benvenuto. Tutti sorridevano e cercavano di confortarmi, poiché il mio imbarazzo era evidente. Poi mi chiesero se avevo fame e, alla mia risposta affermativa, li vidi preparare la tavola ed imbandirla con ogni sorta di pietanza: riso, carne, frutta, dolci... Mi dissero di mangiare tutto quello che volevo. Ero esterrefatto, perché mi ero aspettato al massimo un panino con la marmellata, non certo tutto quel ben
di dio. A piccoli, lenti passi mi avvicinai ed iniziai a mangiare mentre tutti mi guardavano e si guardavano compiaciuti e stupiti. Non so per quanto tempo continuai a mangiare, ma credo per molto, perché quando ebbi finito non ‘era più niente sul tavolo. Mi girai per ringraziare e qualcuno disse: “Certo che avevi proprio fame! Non avevo mai visto nessuno mangiare così tanto”. Scoppiarono tutti a ridere ed
io, mio malgrado, abbozzai un sorriso. A quel punto mi portarono un piccolo regalo di benvenuto, era una scatola di acquarelli con qualche pennello. Era la cosa più bella che avessi mai ricevuto e non sapevo come ringraziarli. Dopo qualche giorno decisi che era venuto il momento di andare a spasso per il paesino e portai con me i miei acquarelli e qualche foglio perché volevo
dipingere una chiesetta che avevo visto quando ero arrivato: era piccola ed in stile romanico, con un grande rosone che ne adornava la facciata. Non fu semplice dipingerla, soprattutto perché era la prima volta che prendevo in mano un pennello. Ma quando lo feci e quando mostrai il mio “quadro” alla giovane e gentile signora che mi ospitava, sembrava molto felice e continuava a ripetersi che aveva fatto proprio
bene a regalarmi quella scatola di acquarelli. Sembrava compiaciuta di aver scoperto un giovane talento! Ci volee quasi una settimana perché io completassi la mia opera e, quando fu finita, anche io ero orgoglioso del risultato: non mi aspettavo certo di essere così bravo. Lo so che forse tutto questo può sembrarle presuntuoso, ma mi ero messo a dipingere solo per cercare di non pensare a mia madre e ai miei
fratelli, che erano così lontani. Poi questo espediente contro la nostalgia si trasformò in una vera e propria passione. Passai tutta l’estate ad andare in giro con i miei acquarelli e a ritrarre ciò che mi piaceva. Alla fine venne il momento di tornare a casa e, per quanto fossi felice di poter riabbracciare la mamma e tutti gli altri, mi dispiaceva lasciare quella famiglia. Mi ero affezionato a tutti,
soprattutto alla giovane signora che mi aveva dedicato molto del suo tempo e che io amavo perché era buona e gentile, ma soprattutto perché era affettuosa e comprensiva. Piansi quando me ne andai. Non la rividi più per molto tempo. Tornai a trovarla con mia moglie e mio figlio, molti anni dopo. Quando arrivai al paesino mi accorsi che qualcosa era cambiato: la chiesetta era sempre lì, ma dov’era il rosone?
Dov’era la porta? Girai intorno al perimetro e mi resi conto che l’entrata era sul lato opposto. Fermai un passante e chiesi cosa fosse accaduto. Scoprii che la chiesa era stata distrutta durante la guerra e poi era stata ricostruita, ma avevano posto l’entrata sull’altro lato. Che fosse stato un errore o una scelta non m’importava, perché il cambiamento non mi piaceva. Comunque non era per rivedere la
chiesetta che ero tornato. Suonai il campanello della casa dove avevo abitato in quella lunga estate e sul volto della vecchia signora che mi aprì la porta si disegnò un sorriso e mi abbracciò con impeto: mi ci volle un po’ per capire che era proprio lei, quella donna giovane, bella e così gentile che mi aveva ospitato. Le presentai la mia famiglia e parlammo per
tutto il giorno. Mostrò a mia moglie il mio primo quadro, con la dedica che le avevo fatto, in quella grafia infantile e stentata. Alla fine ci salutammo. (Un lungo istante di silenzio, poi...) - Deve scusarmi, sa, mi sono lasciato trasportare dai ricordi. - Non si preoccupi, é una bella storia. - Già. Vorrei tornare in quel paesino, un giorno. - Perché non lo fa? - Non posso permettermi un viaggio in Italia. Mi scusi, ma vedo che é arrivato un cliente. Mi dispiace averla trattenuta così a lungo e ora di doverla salutare senza chiederle niente di
lei, ma devo proprio lavorare. Almeno che lei non voglia aspettare che io... -Mi dispiace, ma devo andare: é molto tardi e devo tornare all’ostello. -Capisco. (Poi, volgendosi al cliente) -Signore, vuole un ritratto o una caricatura? -Un attimo, mi stringa almeno la mano! -Certo, arrivederci! (Perché era di nuovo così brusco?) In quel momento, mentre scioglieva la stretta di mano, per un attimo il polsino della sua camicia si scostò ed io vidi qualcosa sul suo polso, una serie di numeri. Ma egli se ne accorse e
si affrettò a coprirli. Poi, prima che io potessi aggiungere altro o fare qualche domanda, mi disse arrivederci per l’ultima volta. Capii che non voleva ricordare, non voleva che si sapesse e me ne andai, mentre lui, grato per non aver dovuto rispondere ad imbarazzanti domande, mi faceva un cenno col capo e si rivolgeva al suo cliente.
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